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Teologia e postcristianesimo
Carmelo Dotolo

Teologia e postcristianesimo

Un percorso interdisciplinare

Prezzo di copertina: Euro 26,00 Prezzo scontato: Euro 22,10
Collana: Biblioteca di teologia contemporanea 181
ISBN: 978-88-399-0481-2
Formato: 16 x 23 cm
Pagine: 376
© 2017

In breve

La fede – e la teologia che la interpreta – hanno ancora un futuro? A quali condizioni possono uscire dalla marginalità o dall’irrilevanza? Se l’attuale condizione della cultura è definibile come “post-cristiana”, i credenti hanno comunque una responsabilità: quella di dialogare con il loro tempo. Mentre navigano nella vita insieme agli altri, collaborano a rispondere agli interrogativi e alle attese di ogni essere umano. La sfida è dare risposte significative, incisive, per i contemporanei. Questo libro spiega come.

Descrizione

La fede – e la teologia che interpreta la fede – hanno ancora un futuro? A quali condizioni possono uscire dalla marginalità o dall’irrilevanza? Oggi la riflessione teologica, se vuole frequentare lo spazio pubblico come presenza significativa, all’altezza della situazione, è chiamata a ricalibrare la sua capacità di ascoltare i diversi saperi, di abitarli e di interagire con loro, accettandone le regole del gioco. Lo esige il suo compito, lo esige la condizione di postcristianesimo. Dotolo invita allora alla riscoperta di uno stile teologico in dialogo con le altre scienze (in particolare le neuroscienze), con il pluralismo religioso e con la ricerca di nuove spiritualità. Esercitare un’epistemologia interdisciplinare è la scelta più congrua a una riflessione sulla condizione umana, sulla nostra instancabile ricerca di senso, sulla fatica di individuare un orientamento negli scenari socioculturali contemporanei. Con una consapevolezza: che il magistero della realtà chiede continue sensibilità interpretative e un pensare che non sia ammaliato ideologicamente da letture univoche.
Comunicare l’esperienza della fede è infatti un processo che instaura una tensione con la cultura e con la storia. Comunicare l’esperienza della fede vuol dire sviluppare una dimensione teoretica ed etica, ma anche elaborare linguaggi e pratiche capaci di provocare i vissuti degli uomini e di indurli a interpretarli entro una prospettiva differente: sollecitando in loro una risposta, un percorso di crescita.

Commento

Postcristianesimo
Vuol dire che la situazione del destinatario del messaggio cristiano è completamente cambiata rispetto a ieri. Oggi, smarrite le condizioni tradizionali, l’accettazione di quel messaggio non è più garantita dall’ambiente o da taluni privilegi sociali. C’è una pluralità di offerte di senso, che rende inevitabile congedarsi da alcune forme passate del cristianesimo.

Recensioni

Il testo di Carmelo Dotolo, docente ordinario di teologia delle religioni nella Pontificia Università Urbaniana e qui decano della Facoltà di Missiologia, si inserisce nel novero di quelle proposte nuove che la teologia fondamentale italiana sta elaborando tenendo presente l'attuale e inedito panorama culturale, ben sapendo che in gioco non c'è più solo, come dire, il rapporto tra fede e ragione, ma l'uomo tra la sua soggettività e il suo bisogno d'essere comunità. L'a. con questo testo prosegue quella riflessione sulla postmodernità offrendo una tematizzazione del cristianesimo di fronte e al limitare di quello che lo storico E. Poulat chiama postcristianesimo, quello «spazio più congruo all'importanza e delicatezza di una riflessione appassionata su quanto concerne la condizione umana, la sua instancabile ricerca di senso, la fatica di individuare un orientamento nella complessità socioculturale» (p. 20). Oggi il cristianesimo vive una sorta di marginalità dovuta al fatto di non interagire più a livello culturale e pubblico vivendo, di fatto, in una sorta di perifericità che investe anche la sua disciplina teoretica, la teologia. Dotolo entra invece proprio in questi interstizi individuando esattamente quei luoghi in cui la presenza-assenza è sfida al pensiero teologico. Inuna chiave missionaria, è proprio questa la sfida affascinante che il teologo accoglie perché richiama ad una continua ritraduzione del messaggio evangelico.

Di fronte a questo contesto culturale l'a. più che presidiare decide di abitare alcune zone liminali in cui la chiusura al pensiero teologico si realizza, a volte nella semplice sottrazione dell'oggetto - come denunciava già P. Sequeri - altre come differenza operata metodologicamente. Dotolo ci lascia intravede uno scarto di quello stesso pensiero che dicendosi past non fa che pensarsi "dopo" senza tuttavia pensare un'altra differenza, non ridotta ad essere altro rispetto a ciò che la precede né però solo penultima. Paradossalmente questo è il tempo del ritorno delle religioni e della religione, del post-umanesimo, del rinnovato interesse per il mondo spirituale. Inquesto contesto Dotolo sa bene che una "risposta" non farebbe altro che marginalizzare ulteriormente la teologia, occorre semmai abitare questi nuovi confini.

Come? A questa domanda l'a. dedica i primi due capitoli del suo saggio con una riflessione […]. Con i primi due capitoli l'a. ha mostrato come la teologia abbia di fronte al postcristiano una chance: stare nella marginalità, non in una posizione decentrata, ma proprio là dove ha senso per lei stessa stare e annunciare.

Così dapprima, nel terzo capitolo, l'a. entra in dialogo coabitando lo stesso confine entro cui sorgono le neuroscienze. È questo uno spazio dove pensare e comprendere l'identità dell'essere umano che, benché inserito in un percorso evolutivo e degli universali biologici, è al contempo segnato dalla diversità culturale e dalle differenze individuali. […] Per Dotolo quindi la religione si pone come una disfunzione resistente e pertanto il credere non è l'impossibile, non è l'estremo inesistente dell'orizzonte ma esprime un modulo cognitivo-esperienziale che dispone «all'intuizione del senso più dell'euristica della ragione» e quindi: «perché, invece, non partire dall'ipotesi che credere sia un esistenziale del nostro essere, una dimensione importante per l'uomo e per la sua comprensione?» (143). La sfida interdisciplinare è così colta da Dotolo non per essere esaudita né esaurita nella sua complessità ma colta come ri-conoscimento (P. Ricceur) per cui vale la pena impegnarsi e fare spazio a modi plurali di razionalità perché «l'uso di una sola forma di razionalità, quella scientifica, non è sufficiente a rendere ragione della realtà e della sua evidenza intenzionale» (147). Da qui il compito che la teologia raccoglie sul confine in cui si situa la dimensione religiosa: la categoria del sacro, nel suo modo di intenderela realtà e di ridirla e darla pragmaticamente. Il sacro infatti si sottrae ad una interpretazione univoca e domanda d'essere soglia tra l'assoluto e l'antropologico rendendo possibile un'altra visione del mondo, squarciando il dogmatismo di ogni sistematizzazione perché non standardizzabile.

Nel quarto capitolo il limite è questa volta costituito dal pluralismo religioso. La prospettiva qui non è fenomenologica, ma tenta di cogliere la questione decisiva per la riflessione teologica: un'adeguata comprensione del cristianesimo, «religione della relazione e dell'ospitalità dell'altro» (163). […] Solo nella lettura interdisciplinare può allora essere colto il destino proprio dell'esperienza religiosa e la sua universalizzabilità, proprio come messa in gioco e mettersi in gioco, «contribuire a riformulare e riconfigurare le altre esperienze religiose, in un dialogo mutuo che non tende ad eliminarle, ma a indicare la meta di un'unità complessiva più ricca al di fuori dei propri particolarismi» (206). Sarà quindi il dialogo e un percorso verso una convergenza etico-mondiale ad impegnare l'agenda di una teologia nel postcristianesimo del pluralismo delle religioni.

Nel quinto capitolo si ritorna al tema dell'identità dell'umano ma questa volta a partir dal tema del senso, della cura, della vita spirituale: «l'orizzonte entro cui è possibile realizzare il cammino di maturazione richiesto ad ogni soggetto e che permette il ritrovamento di un tempo e uno spazio segnato dall'apertura a progetti liberanti» (214). La post-modernità ha di fatto portato a caricare ancora di più l'attesa del senso nell'incertezza dei significati: è un paradosso ma la domanda di spiritualità incarna un mutamento già in atto, «sintomo di una tensione verso una religione che esprima al meglio la ricerca dell'autenticità del Sé» (218). La spiritualità è quindi ben più che domanda di senso, è nuovo confine in cui l'Io gioca la sua responsabilità di fronte al senso, ai compiti che il viver assegna in una correlatività e corresponsabilità per l'umano; è questo l'orizzonte che si apre e in cui tentare di sviluppare un soggetto aperto alla vita e agli altri. Inquesto contesto qual è la prospettiva cristiana? Aprire il desiderio umano al desiderio di Dio. La nuova frontiera è quindi data dall'alterità del desiderio rispetto al bisogno, dal ruolo delle emozioni in un contesto di passioni forti, dalla scelta etica, dalla solidarietà, dalla coappartenenza. […]

Il testo qui presentato ha il grande pregio di uscire allo scoperto. Per la teologia fondamentale non è una scelta di campo ma il campo delle scelte: vivere ai limiti di questo campo in cui quando ci si arrocca in difesa di principi non negoziabili si interrompe la trasmissione dell'umano. Occorre uscire da una logica asfittica del principio del riconoscimento, al di là di un'ermeneutica che contrapponga continuità a discontinuità in vista, come ebbe a dire l'allora teologo Ratzinger, di «un pensiero che parte da tutta la vastità della Tradizione cristiana, e in base a essa cerca di descrivere la costante ampiezza delle possibilità ecclesiali» (Introduzione al cristianesimo).

Tra i pregi di questo volume indichiamo anzitutto i primi due capitoli, per la precisione con cui indagano il tema dell'ermeneutica in seno alla tradizione perché oggi assistiamo a prese di posizione sulla corretta interpretazione di un documento sinodale e post-sinodale in cui le voci sembrano non tenere conto del rapporto con la res ma solo con la forma, in un purismo che permette invece proprio all'umano la sua partita più decisiva, e in questo testo ben testimoniata, ossia la trasmissione con l'altro. Con questo libro ci auguriamo venga avviato un percorso non indifferente alla differenza del Mistero Santo di Dio, che si fa differente nell'altro senza cessare mai di essere sé proprio nella sua più grande differenza.


M. Bracci, in Urbaniana University Journal 1/2018, 263-269

El autor es profesor ordinario de Teología de las religiones en la Pontificia Universidad Urbaniana (Roma) y Decano de la Facultad de Misionología. En la larga historia del cristianismo han tenido lugar diversos momentos culturales que han obligado a la Iglesia y a la Teología a cambiar sus propios paradigmas culturales y filosóficos precisamente para mantener la fidelidad al mensaje evangélico y asegurar su inteligibilidad. La obra es un esfuerzo que busca iluminar el mensaje cristiano, haciéndolo comprensibIe y aceptable para una sociedad transformada por importantes cambios culturales. Como dice el autor, "una de las tareas de la reflexión teológica está en indicar cómo la diversidad de los modelos culturaIes y de las ciencias humanas sea la condición para un dialogo que consienta la redefinición de ellos mismos" (p. 17). El camino que el libro sugiere y realiza quiere ser una invitación al descubrimiento de la tarea teológica en diálogo. […]

No puedo acabar este comentario sin alabar la notable bibliografía sobre todos los temas que el libro va tratando, sobre todo, desde el ámbito y la cultura italiana (pp. 313-351). También hay que señalar el valor de las incontables notas que van ampliando e iluminando el texto. Es un real valor añadido. Estudio denso y clarificador. Felicito al autor y a la editorial por la publicación de esta magnífica obra, llena de gran contenido teológico, merecedora de una atenta lectura.
H. Vall, in Actualidad Bibliográfica 1/2017, 69-70

Continua – e viene ulteriormente approfondita e saggiata nelle sue possibilità interdisciplinari – la ricerca che il teologo fondamentale italiano Carmelo Dotolo va compiendo circa la relazione tra la teologia e il postcristianesimo, che contrassegna un vero e proprio cambio di paradigma conoscitivo ed esperienziale dal punto di vista filosofico e teologico. L’a. affronta e ripensa in tale prospettiva alcuni temi fondamentali della ricerca teologica, oggi centrali: il tema della tradizione, il rapporto tra le neuroscienze e la teologia, il rapporto del cristianesimo con le religioni, la spiritualità e la filosofia cristiana. Si delineano, in tal modo, alcune piste di ricerca di sicuro interesse nel dibattito teologico contemporaneo, che sollevano soluzioni di particolare attualità.
In Il Regno – Attualità 10/2017

L'intera problematica teologica e missiologica dell’attualità si staglia sullo sfondo di una fenomenologia ambivalente circa l'accoglienza del cristianesimo stesso. Che “luogo” ha la fede cristiana nel marasma pressoché caotico e imprevedibile della post-modernità e del post-secolarismo? Se da una parte il cristianesimo coinvolge nel suo orientamento religioso rispondente al bisogno di indicazioni, significati e riti che stemperino la fatica del quotidiano; dall'altra, esso appare vulnerabile nella sua autorevolezza culturale, ritenuta inadeguata all'elaborazione di un progetto di vita, ma anche non all'altezza dei mutamenti cognitivi e valoriali.

Ridotta all'osso, la questione è dove porre il cristianesimo? Nell'ambito sociale? Nell'ambito intimistico? O dove? In questo senso, - come si evince dall’ultimo libro di Carmelo Dotolo edito dalla Queriniana con il titolo Teologia e postcristianesimo. Un percorso interdisciplinare – parlare di postcristianesimo vuol dire prendere consapevolezza che la contemporaneità culturale e religiosa convochi e provochi il messaggio cristiano a porsi come visione differente della realtà capace di profezia riguardo ai processi socioculturali. Il compito della teologia in un contesto del genere è mostrare la carica profetica e trasformativa di cui il cristianesimo è capace ancora oggi.

I poli della sfida sono tanti e vari. Essi spaziano dalla rivoluzione del social e del virtuale, passando per il post-umano del cyborg, giungendo alle sfide poste dal new atheism, raggiungendo anche le sponde di quello che appare come un recupero della sfera religiosa dove si osserva la nascita di una società post secolare è di un processo di secolarizzazione che si caratterizza per la scoperta e riscoperta delle credenze e pratiche religiose, anche se non sempre radicate in una appartenenza religiosa.

Riguardo a quest'ultimo punto, va notato lo stato in cui versa il mondo noto tradizionalmente come la christianitas e che soffre di un'acuta amnesia culturale. In questi ambiti, solitamente si guarda al cristianesimo con uno spettro che va dall'insignificanza, passando per la nostalgia e giungendo a considerare il cristianesimo come monumento importante e collante di un'identità orizzontale. Questa dimensione, direi socialista, della fede si scontra e contrasta una tendenza sempre più individualista e intimista del bisogno di credere. Il tutto si gioca in uno scenario crescente di pluralismo religioso e di diversificazione delle possibilità di esperienze religiose.

La sfida della teologia, in un panorama dinamico e in un mare aperto come quello in cui navighiamo, diventa quella di educare la risposta della fede rendendola possibile, non una volta per sempre, ma nel movimento affascinante e fragile della vita e nelle attese che trapelano dai processi culturali. Per Dotolo, è chiaro che è l'esperienza credente non avviene se non attraverso un'elaborazione che interagisca con i propri schemi mentali e con i bisogni vitali del soggetto, chiamato a rielaborare la propria identità. In altri termini, secondo l’autore, la riflessione teologica è chiamata a una ricalibratura della sua capacità di interagire a livello culturale e religioso, riattivando processi di «acculturazione» dell'identità cristiana. Quest'ultimo aspetto implica l'impiego di un ingegno creativo e partecipativo cosciente della necessità di abitare un confine tra la cultura rappresentata dal Vangelo, e la cultura a cui il Vangelo si rivolge.

Vi è una specifica lettura teologica della realtà che va al di là delle secche di una ragione emancipata e di una fede autosufficiente. Il dialogo tra scienza e teologia potrebbe aiutare entrambi gli interlocutori ad una percezione critica e non totalitaria del proprio sapere.

L'autore, in breve, concepisce il compito teologico come un compito da svolgere in dialogo, un percorrere i cammini che possono offrire una differente ermeneutica della realtà, dell'esistenza, del mondo. Egli suggerisce, pertanto, una grande responsabilità che il linguaggio teologico riveste per realizzare una trasgressione interpretativa della comprensione della vita e del mondo.


R. Cheaib, in www.theologhia.com marzo 2017

Carmelo Dotolo è autore di Teologia e postcristianesimo. Un percorso interdisciplinare (Queriniana, pp. 366, euro 26). In cosa consiste la dizione “postcristianesimo” che lei usa per descrivere la situazione della fede di oggi?

«Già lo storico Emile Poulat aveva usato questa espressione. Per come la intendo io ciò significa che nell’attuale condizione socio-culturale il cristianesimo non scompare dall’orizzonte esistenziale e dal comune sentire, ma vive una marginalità all’interno di modelli cognitivi per cui il cristianesimo non interagisce più a livello culturale e pubblico. In questo senso, dunque, il cristianesimo viene vissuto come un museo della tradizione, che ogni tanto si visita, che colpisce in alcune figure-simbolo, ma che non incide nella costruzione dell’identità umana. Postcristianesimo significa affermare che la fede non è più un elemento dirimente nel dialogo tra chi dice di credere e la cultura in cui è inserito. Non è sinonimo di quel superamento della cristianità di cui parlava Chenu negli anni del postConcilio. È un cristianesimo che ama essere abitato nei momenti di demarcazione della vita, ma resta marginale rispetto all’esistenza stessa. È uno dei cristianesimi di oggi, per cui non si può parlare di precisa appartenenza ma al contempo non la si può escludere. Chi vive questo postcristianesimo si allontana dalle caratteristiche specifiche della fede cristiana, come la profezia e la presenza nel dibattito pubblico, accettando che l’esperienza religiosa sia marginale, anche in chiave cognitiva».

Lei afferma che la cultura contemporanea è 'inospitale' verso la fede cristiana e quindi la riflessione teologica oggi deve essere interdisciplinare. Cosa significa questo?

«L’inospitalità è dovuta al fatto che il cristianesimo oggi, mi pare, non si offre più come organicamente affidabile, ma rischia di essere insignificante a livello cognitivo: in pratica, resta una sorta di buon raccontino edifi- cante, ma perde le proprie ragioni di pensare. Non è una chiara ed esplicita negazione, ma al contempo non viene più apprezzato e non lo si considera culturalmente importante. Dunque, perché il cristianesimo (e la teologia) torni a sedersi a dialogare con le altre scienze è importante che riscopra alcune delle proprie pecu-liarità: ad esempio, il primato delle domande rispetto alle risposte, la preoccupazione di affrontare la realtà nella sua carica simbolica, e così via. Nel libro mi sono concentrato su due aspetti: le neuroscienze e il pluralismo religioso. Riguardo alle identità bio-culturali la teologia può offrire un contributo importante nella ricerca proprio di chi è il soggetto umano, un contributo che può far cogliere la religione come elemento fondante di questo soggetto».

Lei indica Teillhard de Chardin come esempio di capacità dialogica della teologia con altre branche del sapere umano. Quali pensatori o correnti di pensiero oggi vede capaci di questa interazione feconda?

«Penso a un nome passato come il cardinale Carlo Maria Martini, che in una delle sue Cattedre dei non credenti, affrontò il tema della scienza. Oppure, sempre stando sul piano scientifico, al teologo e scienziato John Polkinghorne. Se allarghiamo lo spettro dei saperi, mi pare che siano i teologi John B. Metz e Claude Geffrè quelli che ultimamente hanno dato più spazio a questa interdisciplinarietà. C’è però da rilevare che questa sensibilità non è propriamente italiana: se devo guardare a casa nostra, posso fare il nome di Fiorenzo Facchini, antropologo di Bologna. Su questo, il cammino della teologia in Italia ha ancora molta strada da fare».

Dedica alcune riflessioni ai nuovi atei: pensa che questa corrente di pensatori abbia lasciato traccia nell’opinione pubblica?

«Quel movimento culturale ha fatto riferimento a posizioni dell’illuminismo francese e inglese del Settecento. Dennett, Dawkins e Harris hanno ripreso la critica alla religione intesa come disfunzione evolutiva secondo un’interpretazione tipicamente darwinista. Non è una critica che è entrata in profondità negli elementi costitutivi della religione sebbene essa rimanga ancor oggi una questione aperta. Il neoateismo potrà ancora incidere socialmente sebbene le sue argomentazioni siano banali dal punto di vista intellettuale: basta leggere quanto Dennett scrive sulle questioni religiose e ci si rende conto che si tratta delle cose che del cristianesimo si dicevano 50 anni fa».

Lei sostiene che il cristianesimo debba «riattivare energie culturali, codici simbolici e pratiche di vita». Può farci qualche esempio?

«La teologia può essere capace di un senso alto della politica e dell’economia mentre è diffusa l’incapacità di leggere le nuove idolatrie globali. La concezione della creazione permette una responsabilizzazione nei confronti del creato: la teologia politica permette una liberazione dell’umano. Dovremmo riprendere la profondità della vita liturgica, nella quale i simboli sono ricchissimi e parlano alle domande dell’uomo di oggi. In chiave pratica, abbiamo bisogno di un cristianesimo che sappia giocarsi nell’apertura all’altro, nella coabitazione di cammini di crescita umani».


L. Fazzini, in Avvenire 7 marzo 2017