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La santa radice
Bruno Forte

La santa radice

Fede cristiana ed ebraismo

Prezzo di copertina: Euro 12,00 Prezzo scontato: Euro 10,00
Collana: Giornale di teologia 400
ISBN: 978-88-399-0900-8
Formato: 12,3 x 19,5 cm
Pagine: 144
© 2017

In breve

Un libro che intende aiutare concretamente a conoscere e amare l’ebraismo: il che, per il cristiano, è una componente assai rilevante della conoscenza e dell’amore per il suo Signore e Maestro. Perché Gesù «è ebreo e lo è per sempre».

Descrizione

Fra ebraismo e cristianesimo c’è una convergenza di fondo, inseparabile certo dalla loro diversità, eppure tale da motivare la loro ineliminabile coappartenenza e la consistenza dell’apporto che la tradizione ebraico-cristiana nel suo insieme ha dato alla storia culturale e religiosa dell’umanità. La singolarità di quest’apporto sta nella testimonianza che entrambi, ebraismo e cristianesimo, rendono alla rilevanza dell’Altro, trascendente e vicino, nella vicenda personale e collettiva. Atteso, cercato, accolto, amato, il totalmente Altro – tanto per l’ebraismo quanto per il cristianesimo – è il Dio vivente, che sovverte e salva la vita e la storia quando, pur restando infinito, si fa presente nel finito per comunicarsi alla nostra fragilità. Per il cristiano questa presenza raggiunge il suo vertice nella Parola fatta carne, Gesù, che «è ebreo e lo è per sempre». Conoscere e amare l’ebraismo è perciò, per il cristiano, componente rilevante della conoscenza e dell’amore per il suo Signore e Maestro.

Recensioni

Amore e conoscenza cementano la teologia militante che Bruno Forte riversa nel suo libro La Santa Radice, nato dall’intento di far amare e conoscere l’ebraismo, dalla convinzione che così si è cristiani migliori. E proprio l’amore ai patriarchi e ai profeti del Primo Testamento, al popolo che ne resta testimone nella storia, Israele, come pure la conoscenza maturata nella riflessione biblica e teologica, attraverso visite in Terra Santa e relazioni nel segno del dialogo ebraico-cristiano, consentono a Forte di accompagnare a sua volta i lettori nel mondo vitale da cui viene il Nazareno. Offrendo risalto, al contempo, a quella convergenza di fondo che esiste tra ebraismo e cristianesimo «inseparabile certo dalla loro diversità», eppure tale «da motivare la loro ineliminabile coappartenenza e la consistenza dell’apporto che la tradizione ebraico-cristiana nel suo insieme ha dato alla storia». La premessa è che il popolo d’Israele è stato scelto da Dio come il popolo dell’alleanza fra i popoli. Questo per il cristianesimo significa che la «santa radice», come Paolo chiama la fede d’Israele, ha in comune con il cristianesimo la prospettiva di fondo di una teologia dell’alleanza, per cui Dio è entrato nella storia e la storia si è aperta a Dio. Questo è il patrimonio straordinario che Israele lascia all’umanità.

Forte apre La Santa Radice con una sua «lettera a un amico ebreo», ricordando innanzitutto il continuo bisogno di purificazione della memoria specie innanzi ad episodi che sovente riaprono antiche ferite, poi l’attenzione si sposta sulla Bibbia che ha nutrito e nutre la nostra civiltà. Ed ecco subito il Dio della Bibbia, che interviene nella storia, che Israele ascolta laddove altri avvertono solo silenzio. Da qui il libro segue più direttrici, indicando come coniugare l’amore alla «santa radice» con la «novità» rappresentata dal Signore Gesù. Con una certezza condivisa da rabbini aperti: la fede in Cristo ci divide, la fede di Gesù ci unisce. Non è facile spiegare davvero in che senso la fede ebraica faccia parte costitutivamente dell’identità cristiana, e come Gesù – nel suo essere “Torà fatta carne” (Jacobus Schoneveld) – possa essere anello di congiunzione tra Israele (come radice) e la Chiesa (come albero). Ma proprio Gesù Cristo congiunge le due realtà. Sintesi, nella sua passione, della storia di sofferenza del popolo eletto. Sorgente, nella resurrezione, della missione salvifica universale. Nella consapevolezza che questa congiunzione, leva di reciprocità fra Chiesa e Israele, non deve oscurare differenze bensì favorire percorsi di crescita.

È quel che si legge in filigrana nel libro di Forte. Nelle prime sezioni dedicate al «Dio Unico» tra «la memoria e l’attesa», al «Divino Straniero» e alla sua «dimora tra gli uomini», ad una «una teologia cristiana dell’ebraismo». E nelle successive sulle «radici ebraico-cristiane dell’Europa», il «discorso della montagna», il «dialogo ebraico-cristiano», il rapporto tra «autocoscienza cristiana e popolo ebraico» in quell’ottica di piena riconciliazione che secondo Paolo appartiene solo al tempo della fine. A significare – è la tesi di Forte – che nel tempo intermedio fra il primo e l’ultimo avvento del Signore Gesù, è possibile cercare un cammino verso la riconciliazione, più che una riconciliazione compiuta. Riconoscendo che questa apparterrà al tempo che il Dio della promessa riserva per tutti. Sino ad allora la Chiesa e Israele dovranno camminare insieme – senza confusioni – verso lo stesso orizzonte: avvertendo il bisogno di “teshuwah”, verso quello “shalom” escatologico, oggetto della speranza messianica di entrambi i popoli. La conclusione del volume offre infine uno sguardo a Mosè con le Tavole della Legge terreno di incontro fra le due fedi. Uno sguardo preceduto da una convincente meditazione su quattro temi che uniscono il mondo concettuale ebraico e cristiano: il cuore, il deserto, la libertà e la gioia. Quattro fronti di dialogo dentro un’economia di salvezza unica che non vuole dualismo ma complementarità.


M. Roncalli, in Avvenire 19 maggio 2017

Fra ebraismo e cristianesimo c’è una convergenza di fondo che, non negando la loro diversità e divergenza su alcuni punti, esprime la loro «ineliminabile coappartenenza». Il decorso storico che ha portato, sin dagli albori del cristianesimo, a uno scontro e una separazione è giunto a un tornante propizio che trova le due religioni poste in condizioni che permettono un reciproco incontro e apprezzamento delle radici e delle ramificazioni comuni. In modo particolare, questo tempo ci permette come cristiani di sostare dinanzi al consistente apporto che l’ebraismo ha donato al cristianesimo.

A questo apporto e a quest’eredità comune si dedica il testo di Mons. Bruno Forte, La santa radice. Fede cristiana ed ebraismo, edito dalla Queriniana per la collana «Giornale di teologia» (n. 400). Un manifesto di ossequio all’ebraismo frutto di un «amore cresciuto – scrive l’autore – con lo sviluppo della mia consapevolezza di discepolo dell’ebreo Gesù, in cui riconosco compiutasi l’attesa messianica e al tempo stesso inauguratosi il “frattempo” che sta fra la prima e la seconda venuta del Figlio dell’uomo».

Il testo declina otto istanze fondamentali che partono dall’impatto di entrambe le religioni con l’alterità di Dio con cui la relazione religiosa presente si vive nel respiro della memoria (passato) e dell’attesa (futuro) fino a toccare la provocazione del giudeo-cristianesimo alla società moderna, «“società senza padri”. Dove non ci sono rapporti verticali, ritenuti sempre di dipendenza, ma solo orizzontali, di parità e reciprocità».

Dio e il silenzio

Il Dio giudeo-cristiano è un Dio che viene verso l’uomo con la parola-evento (dabhar), ma questa parola non nega il silenzio, anzi, lo presuppone e lo custodisce. Il silenzio di Dio è presupposto dell’accoglienza libera della sua parola. Scrive André Neher riguardo al Dio che si vela rivelandosi: «Dio si è ritirato nel silenzio, non per evitare l’uomo, ma, al contrario, per incontrarlo; è tuttavia un incontro del Silenzio con il silenzio. Due esseri di cui l’uno tentava di sfuggire all’altro sulla scena luminosa del Faccia a Faccia, si ritrovano nel rovescio silenzioso dei Volti nascosti… Cessando di essere un rifugio, il silenzio diventa il luogo della suprema aggressione. La libertà invita Dio e l’uomo all’appuntamento ineluttabile… dell’universo opaco del silenzio».

Il Dio onnipotente si offre nelle sembianze dell’opposto, nella debolezza e nel nascondimento. Le motivazioni di questa radicale absconditus Dei sub contrario sono quelle della teologia negativa perché la negazione veicola il divino meno adeguatamente. Rivelazione e nascondimento di Dio non si contraddicono, ma raffinano il dire Dio che è absconditus in revelatione – revelatus in absconditate. Dinanzi a questo stile della rivelazione l’ascolto è possibile solo nell’obbedienza (ob-audio = hyp-akoê) della fede.

Il nascondimento della Parola apre alla ricerca del Dio straniero e quando l’uomo si fa domanda si pone nella prospettiva giusta delle risposte. «Il mio nome è una domanda – scrive Jabès – e la mia libertà è nella mia propensione alla domanda». La domanda nasce dal dolore, dall’incompiutezza, dal desiderio, dall’essere gettati verso la morte. Ma là dove è domanda, lì germoglia la sapienza. L’esperienza dell’interruzione apre all’interrogazione. Dove è precarietà, lì nasce la preghiera (preghiera da precor, precarius).

L’idea della fede e le ideologie

Un altro interessante filone di pensiero è tracciato nel capitolo quarto che riflette sulle radici ebraico cristiane dell’Europa, con un sottotitolo già per sé programmatico: il futuro dalla memoria.

L’A. parte dal titolo del saggio scritto nell’autunno del 1799 da Georg Friedrich von Hardenberg, Die Christenheit oder Europa (La cristianità ovvero l’Europa). Il pensatore poeta, noto meglio come Novalis, delineava una prospettiva messianico-spiritualista per superare le crisi prodotte dai vari eventi del momento, tra cui la rivoluzione francese. Questa riflessione di Novalis non puntava a un ritorno nostalgico irrealizzabile, ma a una specie di ressourcement, a un ritorno creativo.

Secondo Forte, il caso rappresentato da La cristianità ovvero l’Europa risulta emblematico in un tempo come il nostro, caratterizzato da una crisi di proporzioni non dissimili da quella che ha fatto seguito alla rivoluzione francese, come il crollo del muro di Berlino che ha segnato la fine delle ideologie che avevano dominato il sistema dei due blocchi contrapposti e che ha mostrato che l’Europa recente è stata frutto di modelli ideologici incapaci di sostenere le proprie promesse. Da qui, l’A. mette in evidenza il rischio di proporre per il futuro dell’Europa nuovi modelli ideologici, compreso quello di eventuali radici da ritrovare.

In un paragrafo evocativo, l’A. esprime il potenziale pro-vocativo della proposta giudeo-cristiana: «L’eredità ebraico-cristiana, se vorrà servire al superamento delle difficoltà attuale della coscienza europea, non potrà essere pensata in termini di ideologia rassicurante, di ritorno al passato. La vera posta in gioco è capire se e in che misura il “Grande Codice” che è la Bibbia (Frye Northrop) possa ispirare oggi una prassi sociale e politica, che soddisfino il bisogno diffuso di nuovo consenso etico. Le radici ebraico-cristiane dell’Europa non vanno cercate insomma nella riproposizione di assetti ormai superati, ma nella visione biblica del Dio personale, della storia orientata al compimento della sua promessa è del protagonismo decisivo della persona, rivelato nelle sue potenzialità e nel suo destino dalla vicenda del Figlio eterno ho fatto uomo per noi. Più che stare alle nostre spalle, il potenziale delle radici ebraico cristiane dell’Europa provoca come qualcosa che sta davanti a noi e chiede passi di libertà audace e scelte di intelligenza creativa».

La sfida giudeo-cristiana vince la tentazione di una canonizzazione della storia senza cadere in una soteriologia della fuga. La salvezza è una salvezza della storia, non dalla storia. «L’“oggi” dell’uomo è assunto e redento dall’“oggi” del Figlio dell’uomo e può divenire, nell’accoglienza di lui, l’“oggi” di Dio». Questa scelta di una via media si contrappone alle ideologie del progresso entrate in crisi perché sono totalità chiuse che hanno voluto imporsi come ultime, mentre erano semplicemente penultime.

Il progresso nella visione giudeo-cristiana non è il semplice progresso lineare verso un futuro intramondano. Sebbene entrambe le religioni abbiano a cuore la storia nel suo passato, presente e futuro, esse non cadono nel circolo vizioso dell’escatologia intramondana, ma si aprono alla sorpresa del Deus adveniens.


R. Cheaib, in Theologhia.com 5/2017

Fine teologo e filosofo, l’arcivescovo di Chieti-Vasto affronta il tema cruciale del rapporto teologico fra la Chiesa e Israele, la «santa radice». Lo fa raccogliendo vari studi e riflessioni, alcune già apparse in passato. Le domande sono tante: che significato ha la permanenza di Israele? C’è un’unica alleanza o varie che si evolvono nella storia? Si può pensare a una “conversione” di Israele?

Continuità e discontinuità

Ebraismo e cristianesimo testimoniano insieme il monoteismo di un Dio unico ma vivo e operante nella storia. Uscendo dal Silenzio originario, Dio si rivela come Totalmente altro e diventa memoria e attesa per i credenti che camminano nella storia. Il Divino Straniero prende dimora fra gli uomini, ma la sua rivelazione non è piena e abbagliante, intellettuale, ma è «rivelazione/rivelatio/re-velatio»: comunicazione vitale indisponibile che lascia sempre spazio al mistero, a un «velare» che rende Dio sempre ulteriore ai pensieri e alle risposte degli uomini.

C’è spazio per l’ascolto obbediente della parola, il silenzio, la fede operosa e talvolta «notturna». Una fede sospesa nel silenzio, alimentata dalla preghiera. Evagrio (verso il 430), nella sua Altercatio inter Theophilum et Simonem, ma anche san Massimo di Torino (metà del V sec.), nell’Hom. 79, presentano una bella immagine per descrivere i rapporti tra Israele e la Chiesa. Come i due esploratori che tornarono da Canaan (Nm 13,23) portando su una stanga un enorme grappolo d’uva, così Israele rapprenda il portatore che cammina innanzi, guardando solo avanti, quale popolo della speranza e dell’attesa delle cose venienti assicurate dalle promesse di Dio. Il portatore che segue, rappresentante della Chiesa, vede colui che gli sta davanti e l’orizzonte da questi abbracciato attraverso il grappolo appeso al legno. Il grappolo rappresenta Cristo e la stanga che lo porta – la croce – unisce e distingue Israele e la Chiesa (cf. pp. 45-48).

Tre elementi connotano la continuità e la discontinuità fra il Primo Testamento e la Chiesa: la rivelazione biblica ha per tutti un carattere escatologico; la salvezza ha un carattere comunitario ed entrambi i popoli hanno un significato messianico, tanto il popolo dell’attesa quanto quello del compimento.

L’Europa, il dialogo, la leadership religiosa

Il capitolo 4 del volume di Forte tratta delle radici ebraico-cristiane dell’Europa e del futuro della memoria. C’è rapporto stretto tra profetismo e l’«invenzione» della storia, così come entrambe validissime sono l’«invenzione» greca della politica e quella cristiana della persona. Il personalismo di stampo biblico ha fornito un grande apporto alle culture dell’Occidente. Su molti aspetti Gesù appare un maestro ebreo che insegna forse con maggior autorità degli altri ma, se si guardano più da vicino le cose, si avverte il fatto che Gesù rompe con la Torah e la porta a compimento tramite la comunione filiale col Padre. Per i cristiani Gesù è il Figlio di Dio dall’eternità.

Nel cammino della riconciliazione nell’attesa dello shalom finale, oltre alla rinuncia a ogni antisemitismo, Forte indica due gesti significativi chiesti ai cristiani: non pronunciare il tetragramma del Nome divino e celebrare la «giornata dell’ebraismo». A Israele si può chiedere un atteggiamento maggiormente critico verso le scelte politiche dei propri governanti quando non fossero rispettose dei diritti di tutti, specialmente dei più deboli.

Prima del capitolo finale circa la leadership religiosa e la società sull’esempio di Mosè, Forte dedica alcune riflessioni a quattro temi tipicamente ebraico-cristiani: il «cuore», il deserto, la libertà e la gioia.

Riflessioni profonde e attuali, quelle di mons. Forte, su un tema teologico-ecclesiale decisivo. Impegnativo ma affascinante in particolare il primo capitolo, che fornisce un quadro di prospettiva ampio in cui inserire i problemi teologici più particolari.


R. Mela, in SettimanaNews 9 maggio 2017

I saggi di Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto, «sono frutto di amore e conoscenza cresciuti nel tempo. L'amore è quello alla fede dei patriarchi e dei profeti e al popolo che ne resta testimone imprescindibile nella storia: Israele» che si unisce e si declina con una conoscenza biblica e teologica di ampio e profondo spessore, non rimasta in un qualche modo solo astratta o libresca, ma resa vitale dalle «innumerevoli visite compiute in Terra Santa, le tante relazioni amicali intessute con testimoni e protagonisti della fede ebraica, l'impegno diretto nel dialogo ebraicocristiano».

L'articolazione del saggio è varia, composta da conferenze, interventi, riflessioni (da «Il Dio Unico, la memoria e l'attesa: ebraismo e cristianesimo testimoni dell'Altro» a «Le radici ebraico-cristiane dell'Europa. Il futuro della memoria» a «Il discorso della Montagna e il dialogo ebraico-cristiano», per citarne solo alcuni). L'autorevolezza che emana da queste pagine fa percepire al lettore la postura esatta da assumere su un terreno tanto delicato: «Il mondo vitale da cui viene Gesù di Nazareth e che aiuta a comprendere nella giusta luce tanto la ricchezza del suo messaggio radicato nella storia della salvezza, quanto la sua irriducibile novità».

Bruno Forte si fa voce quindi di quella che denomina una «teologia militante», da qui la ragione del primo passo mosso offrendo una «Lettera a un amico ebreo» per esprimere la propria vicinanza, ammettere gli errori che costellano la storia dei rapporti (e dei non rapporti) della Chiesa con Israele, per purificare la memoria. L’appello scaturisce vivamente: «Sentimi vicino, Fratello maggiore, nelle Tue nove misure di dolore, perché io possa sentirmi vicino a Te in quelle nove misure di bellezza e di sapienza, di cui il Grande Codice, che è la Bibbia, ha nutrito e nutre la nostra civiltà e il nostro essere». Il riferimento è ad un antico detto rabbinico, in cui si afferma che il Creatore creando l'universo lo dotò di dieci misure di bellezza, nove le diede a Gerusalemme e una al resto del mondo. Così fece pure con le dieci misure di sapienza e con quelle del dolore.


C. Dobner, in La Voce e Il Tempo 18 (7 maggio 2017)

I giorni della Pasqua, scanditi come sono per i cristiani da liturgie ricche di segni, fanno risaltare in modo particolarmente intenso il debito che il cristianesimo ha nei confronti dell’ebraismo e la continuità, nella pur radicale novità, che c’è fra la fede dei patriarchi e dei profeti del primo Testamento e quella in Gesù Cristo, testimoniata dal Nuovo Testamento.

Cogliere questi legami – come ad esempio ha fatto per vari aspetti del mistero celebrato l’ebrea cristiana di origine russa Rina Geftman nel suo bel libro «L’offerta della sera» (Piemme, 1994) – aiuta non solo a conoscere ed amare la ricchezza dell’universo ebraico, ma anche a meglio comprendere e valorizzare la tradizione cristiana, a partire proprio da quell’atto “culmine e fonte” dell’intero vissuto della fede, che è la liturgia eucaristica, memoriale della Pasqua del Signore.

È in questa luce che vorrei offrire un piccolo contributo alla comprensione degli eventi pasquali, rivolto a credenti e non credenti, presentando qui di seguito la Lettera a un amico ebreo, che apre il mio libro «La santa radice. Fede cristiana ed ebraismo» (Editrice Queriniana), appena pubblicato. Facendo tesoro di tanti legami di amicizia che mi legano al mondo ebraico e arricchito dall’esperienza che faccio ormai da diversi anni nella Commissione Mista Internazionale fra la Chiesa Cattolica e il Gran Rabbinato d’Israele, ho provato ad esprimere così i sentimenti che mi animano in questo cammino di conoscenza e di dialogo: «Come dirTi la mia vicinanza, fratello Ebreo, mio e nostro ’fratello maggiore’? Ciò che è successo al cuore del XX secolo, le tante forme di emarginazione e persecuzione subite dal Tuo popolo, la violenza assurda di cui è stato vittima per il solo fatto di custodire la sua identità e di professare la sua appartenenza religiosa nella tragedia inumana della Shoah, sono ferite che toccano il mio cuore non meno che il Tuo. Penso agli spettri che il folle genocidio evoca nelle vene antiche del Tuo sangue ebreo, alle paure ancestrali che resuscita in Te: e ne soffro con Te, avvertendo in più il dolore e la vergogna del fatto che quelli che hanno compiuto questo gesto potrebbero rivendicare l’esempio di quei cristiani che nella storia hanno agito così verso di Te e il Tuo popolo. Chiedere perdono di questo passato vuol dire anche tenerne viva la memoria, perché mai più ritorni la barbarie: lo ha fatto per noi tutti un uomo giusto, il Papa Giovanni Paolo II. Ma sentiamo di doverci fare carico tutti e sempre nuovamente di questa ’purificazione della memoria’, soprattutto davanti a episodi che purtroppo di quando in quando avvengono, ravvivando la ferita antica e suscitando il bisogno di un impegno rinnovato, corale, per fermare in tempo la stupidità e l’accecamento dei nuovi barbari.

Vorrei dirTi che Ti sono vicino come chi si riconosce radicato nella fede del Tuo popolo, quella fede d’Israele, che l’Apostolo Paolo chiama ’santa radice’ della Chiesa (Rm 11,16). Colpire un Ebreo è colpire al cuore il cristianesimo stesso, che è tale solo se confessa come suo Signore Gesù di Nazaret, ebreo ed ebreo per sempre. Il mio augurio è che il sussulto di sdegno provocato da quanto è accaduto nella Shoah, la Catastrofe, serva almeno a ricordare questo ai troppi cristiani sonnecchianti e ignoranti davanti al mistero d’Israele, parte viva della nostra fede.

Un antico detto rabbinico afferma che quando Dio creò l’universo di dieci misure di bellezza, nove le diede a Gerusalemme e una al resto del mondo; di dieci misure di sapienza, nove le diede a Gerusalemme e una al resto del mondo; di dieci misure di dolore, nove le diede a Gerusalemme e una al resto del mondo.

Sentimi vicino, Fratello maggiore, nelle Tue nove misure di dolore, perché io possa sentirmi vicino a Te in quelle nove misure di bellezza e di sapienza, di cui il Grande Codice, che è la Bibbia, ha nutrito e nutre la nostra civiltà e il nostro cuore”. Sappiamo come i contenuti della solenne richiesta di perdono fatta da Giovanni Paolo II nella celebrazione del 12 Marzo 2000 e quelli del testo della Commissione Teologica Internazionale Memoria e riconciliazione: la Chiesa e le colpe del passato, che l’aveva preparata, motivandola e illustrandone il senso, siano stati più volte ripresi nel magistero tanto di Benedetto XVI, quanto di Papa Francesco. A loro volta, i giorni della Pasqua e le liturgie di struggente profondità e bellezza, che ne scandiscono il cammino, ci invitano a ravvivare il senso di gratitudine e d’amore per la ricchezza della tradizione ebraica e il suo apporto al cristianesimo e alle culture del mondo, per favorire lo sviluppo del rapporto d’amicizia fra cristiani ed ebrei come testimonianza e contributo alla crescita di relazioni dialogiche fra tutte le componenti della famiglia umana.

In questa luce, è lo stesso amore verso il popolo ebraico che ci spinge a chiedere ad esso segni inequivocabili di rispetto e di condivisione verso il popolo palestinese, in vista di una pace giusta e duratura per tutti. Anche la formulazione di questo auspicio è un modo per augurare a tutti e ciascuno, nella maniera più vera e profonda, “buona Pasqua”!

Il fatto, poi, che la Pasqua cada sempre in primavera, stagione nella quale la natura, libera dai rigori dell’inverno, si riaccende di luce e di bellezza, è - come avvertono i maestri ebrei - un invito a vivere questa festa come una nuova primavera dello spirito, tempo di libertà e di gioia ritrovate, in cui risuoni per tutti la voce del divino Amato che chiama, accoglie, accompagna: “Àlzati, amica mia, mia bella, e vieni! Perché, ecco, l’inverno è passato… i fiori sono apparsi nei campi, il tempo del canto è tornato” (Cantico dei Cantici, 2,10-12). E l’inverno da lasciare alle spalle è quello di tutte le reciproche esclusioni, come delle paure dell’altro, delle difese e delle strategie messe in atto nei suoi confronti, che sono poi le schiavitù da cui dobbiamo liberarci tutti».


B. Forte, in Il Sole 24 Ore 15 aprile 2017