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Trascendenza e mondo secolare
Ingolf U. Dalferth

Trascendenza e mondo secolare

Orientamento della vita alla Presenza ultima

Prezzo di copertina: Euro 27,50 Prezzo scontato: Euro 23,38
Collana: Biblioteca di teologia contemporanea 180
ISBN: 978-88-399-0480-5
Formato: 16 x 23 cm
Pagine: 256
Titolo originale: Transzendenz und säkulare Welt. Lebensorientierung an letzter Gegenwart
© 2016

In breve

Prefazione all’edizione italiana di Andrea Aguti

La vita cristiana, immersa in un mondo profano, si vuole radicalmente orientata alla Trascendenza: Dalferth approfondisce criticamente questa consapevolezza, in chiave filosofica e teologica. E spiega: per il cristiano ciò che conta è rendere presente il Padre di Gesù Cristo in tutti gli atti vitali che compie, lasciandosi alle spalle la semplicistica alternativa tra vita religiosa e vita non-religiosa.

Descrizione

Va di moda sostenere che oggi in Occidente, allontanatasi l’ondata secolarizzatrice, siamo pacificamente immersi in una nuova epoca religiosa post-secolare.
Ma questa lettura semplicistica dice solo una parte della verità. Dalferth ci mette sull’avviso: la fede dei cristiani sin dalle origini ha inteso rendere profano il mondo, operare una critica della religione e delle religioni, dare nuova forma alla vita umana alla presenza di Dio. Per il cristiano ciò che conta è rendere presente e attuale il Padre di Gesù Cristo in tutti gli atti vitali, lasciandosi alle spalle la semplicistica alternativa tra vita religiosa e vita non-religiosa.
Decisiva non è dunque la differenza tra sacro e profano nel mondo, ma la distinzione – nello spazio mondano – tra una vita che al Dio trascendente si orienta (fede) o non che invece non lo fa (incredulità). Vivere religiosamente non è buono in sé e per se; dipende da come si è ciò che si è e da come si fa ciò che si fa.
In estrema sintesi: la vita cristiana, immersa in un mondo profano, si vuole radicalmente orientata alla Trascendenza: Dalferth approfondisce criticamente questa consapevolezza, in chiave sia filosofica sia teologica.

Commento

Il primo testo in traduzione italiana di un grande teologo di lingua tedesca

Recensioni

Se i grandi nomi della teologia evangelica della prima metà del novecento sono noti e tradotti in varie lingue (pensiamo a Karl Barth, Rudolf Bultmann, Wolfgang Panenberg, Eberhard Jüngel), non così è il caso per i teologi nati dopo il secondo conflitto mondiale. Uno dei motivi per il successo dei primi è stato il loro impegno pubblico, sociale e divulgativo e la declinazione della teologia al genitivo (teologia politica, teologia della speranza, teologia del creato, teologia del postmoderno, ecc.). Un altro motivo è legato al profilo accademico dei secondi, tra cui il teologo Ingolf U. Dalferth autore del volume Trascendenza e mondo secolare tradotto in italiano per i tipi della Queriniana. L’opera è la prima dell’autore in italiano e permette al lettore italiano un primo accesso a un’opera che costituisce un contributo alla rinascita della teologia naturale e il tentativo di rendere razionalmente coerente il teismo.

L’opera dell’autore manifesta una spiccata e densa concentrazione teologica e un profilo inequivocabilmente accademico, volto a rilanciare il dibattito sulla ragionevolezza del teismo intrecciando le competenze dell’autore in ambito di filosofia della religione, teologia naturale, teologia fondamentale e teologia dogmatica.

La riflessione sulla rilevanza del religioso di Dalferth si inserisce nel quadro del «post-secolarismo», che prospetta una nuova possibilità di dialogo tra secolo e religione in quanto il distintivo del post-secolarismo è il superamento, appunto, del secolarismo, contraddistinto per la sua pregiudiziale indifferenza e per il suo aprioristico rifiuto di ogni affermazione religiosa.

«L’epoca post-secolare – spiega Andrea Aguti – è il compimento della secolarizzazione nella sua forma non antagonistica verso la religione, quella appunta che genera indifferenza nei confronti dell’identità religiosa o meno». Ma questo non implica la pacifica e banale constatazione che siamo tornati improvvisamente religiosi.

L’analisi serrata di Dalferth mostra che non è il senso del secolare, del desacralizzare il mondo (opera fatta dal giudeo-cristianesimo) ad allontanare l’uomo dalla fede, ma la non scommessa totale per Dio, una scommessa integrale che coinvolge non solo la ragione, ma tutta la vita.

Il taglio accademico dell’opera forse la restringerà nell’ambito degli esperti in materia, ma gli ambiti che apre alla riflessione immetteranno i suoi esploratori nella riflessione e nella discussione su temi cruciali riguardanti l’essenza della fede, il destino della religione e la portata della secolarizzazione e della post-secolarizzazione.


R. Cheaib, in www.theologhia.com febbraio 2017

L’attuale dibattito sulla legittimità e sull’attendibilità del post-secolare è chiamato incessantemente a confrontarsi con lo statuto storico ed epistemologico della modernità, la quale continua a rappresentare un riferimento costante e inestinguibile per qualsivoglia diagnosi o critica del tempo presente.

Ciò significa continuare in qualche modo a fare i conti con il moderno e con ciò che esso ha rappresentato tanto per la formazione del potere politico statuale, quanto per l’autorappresentazione storica del cristianesimo.

Ricorrere all’espressione condizione post-secolare è molto più di una moda passeggera volta a denominare l’articolato intreccio di religione, politica e società nell’orizzonte globale contemporaneo. Purtuttavia si corre il rischio di coniare termini di cesura storica per il solo gusto di vivere e pensare in un’epoca diversa o dal sapore attuale. L’errore in cui più comunemente ci si può imbattere è pensare la condizione postsecolare come uno scenario vagamente planetario in cui, da ormai alcuni decenni, le religioni starebbero acquisendo una nuova visibilità pubblica.

La questione non interessa esclusivamente le evidenti trasformazioni sociologiche tutt’ora in atto nel mondo delle religioni storiche o nei processi individuali di appartenenza a determinati cammini spirituali.

Per molti versi la modernità costituisce la scena che continua ancora oggi a ospitare le più animate discussioni sul postmoderno e sul post-secolare. Ciò significa che i riferimenti storico-istituzionali generati dalla tarda modernità rappresentano ancora la griglia interpretativa in cui continuiamo a muoverci e a vivere. Stato, religione e società disegnano le coordinate «moderne» dentro le quali continuano a pensare anche i più entusiasti profeti del post-secolare.

Il volume di Ingolf Dalferth, Trascendenza e mondo secolare, può essere opportunamente salutato come uno dei più illuminanti contributi al dibattito filosofico e teologico sulla secolarizzazione. L’autore è uno dei teologi evangelici più noti e apprezzati a livello internazionale. Dopo aver insegnato in diverse università tedesche e svizzere ed essere stato a più riprese presidente della European Society for Philosophy of Religion, Dalferth è attualmente docente di Filosofia della religione negli Stati Uniti, presso la Claremont Graduate University.

La post-secolarità può essere letta come mera deprivatizzazione del religioso oppure come un vero e proprio superamento della contrapposizione tra religioso e secolare. Questa seconda accezione, chiaramente sposata dall’autore, non evidenzia nuove possibilità pubbliche o politiche per le religioni storiche, ma dischiude uno scenario di vita e d’azione in cui la necessità di ricorrere a categorie identificative come «religioso» o «secolare» non viene più presa in considerazione dai singoli individui.

«Soltanto chi non vive più religiosamente o secolarmente, chi non sottolinea più o non ha più bisogno di sottolineare l’uno o l’altro aspetto per caratterizzare la propria vita, si è lasciato realmente alle spalle la modernità (…) La secolarità non si definisce più mediante la delimitazione del religioso, bensì per il fatto che la contrapposizione tra religioso e secolare non gioca più alcun ruolo dal punto di vista politico e costituzionale» (29).

Il tratto autenticamente distintivo della tarda modernità non è l’indifferentismo religioso, né tantomeno l’affievolimento di determinate forme o prerogative religiose di carattere pubblico e confessionale, bensì la necessità di ricorrere a gesti rivendicativi o semplicemente espressivi della propria appartenenza religiosa.

È la spinta auto-dimostrativa del credente e delle istituzioni religiose a essere in qualche modo superata nella condizione post-secolare: la partecipazione e l’appartenenza religiosa non richiedono più sforzi accessori e complementari per tutelare il territorio della confessionalità, per difendere le ragioni della propria fede o per rivendicare le prerogative della propria comunità religiosa.

«Post-secolare, allora, non è indice della riacquisizione del religioso nel mondo secolare della modernità, ma del congedo dalla contrapposizione tra secolare e religioso […] Alla base sta la distinzione tra stato (sfera politica) e società (la totalità di tutte le diverse sfere sociali), che è stata stabilita a partire dal XIX secolo. Il rapporto tra stato e Chiesa o tra stato e religione non può più servire come paradigma per la definizione del rapporto tra religione e società nel suo complesso» (43).

Se la condizione attuale è caratterizzata dal superamento della contrapposizione tra secolare e religioso, così come delle rivendicazioni confessionali che ne conseguono, per il cristianesimo può dirsi probabilmente conclusa una specifica modalità di autorappresentazione storica. Si dischiude un mattino propizio per i cammini cristiani negli scenari inesplorati della contingenza: coerenza e partecipazione possono diventare gli elementi essenziali per sostenere i cristiani nella storia, liberandoli da ansie dimostrative o da prestazioni rappresentative nei riguardi del potere politico statuale o sulla scena mediatica globale.

Questa radicalità cristiana che si concretizza nella priorità dell’essere, senza soccombere alla tentazione dell’apparire, viene identificata da Dalferth mediante l’espressione: orientamento alla Presenza ultima.

Il cristianesimo si comprende alla luce di una gestualità pragmatica e capace di riconoscere il ruolo creativo di Dio che si rende prossimo degli uomini. L’azione che maggiormente qualifica il cristiano non è dunque un atto cognitivo, come può essere intesa la credenza religiosa, né la conformazione dell’agire individuale a determinate prescrizioni etiche.

L’orientamento (Orientierung), anzi la necessità di orientarsi come esigenza fondamentale per la vita umana, diventa nel cristianesimo possibilità di riconoscere una Presenza ultima e di riconoscersi consapevolmente innanzi a essa. Nel mondo secolare il rapporto con la trascendenza è libero d’inverarsi in singole e specifiche pratiche cristiane di orientamento, «rendendo evidente come questa Presenza ultima sia compresa (come presenza creatrice di Dio), come noi veniamo compresi (come prossimi di Dio fra tutte le creature) e come il nostro mondo è compreso (come creazione di Dio)» (231).

Le coppie oppositive che hanno scandito l’incedere della modernità perdono in qualche modo la capacità di definire in maniera esaustiva e adeguata l’essenza del cristianesimo: la distinzione tra religioso e secolare o tra stato e Chiesa risulta essere secondaria rispetto alla più centrale ed efficace distinzione tra divino e mondano, dove la prerogativa del divino risiede nell’apparire non come totalmente altro, ma come trascendenza implicata e impegnata nella contingenza.

L’orientamento alla Presenza ultima è tutt’uno con la «passività creativa, propria di esseri che possono divenire più di quello che sono in grado di fare da soli, perché vivono di un incontro che li rende ciò che da soli non riescono a essere: creature di Dio e prossimi di Dio» (56).


V. Rosito, in Il Regno 2/2017, 36