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Ogni amore vero è indissolubile
Jean-Paul Vesco

Ogni amore vero è indissolubile

Considerazioni in difesa dei divorziati risposati

Prezzo di copertina: Euro 11,00 Prezzo scontato: Euro 9,35
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Collana: Giornale di teologia 374
ISBN: 978-88-399-4874-8
Pagine: 112
Titolo originale: Tout amour véritable est indissoluble. Plaidoyer pour les divorcés-remariés
© 2015

In breve

Editoriale di Andrea Grillo

L’insegnamento di Gesù e della Tradizione sull’alleanza nuziale e la sua indissolubilità autorizzano un’altra disciplina, oltre a quella attuale, più aderente alla dottrina classica e più adeguata alle condizioni contemporanee. Questa la tesi di Vesco. Le sue considerazioni su matrimonio e seconda unione sono sostanziate di grande lucidità, concretezza e buon senso. Sono una testimonianza di sapienza pastorale. Costituiscono un tassello indispensabile e decisivo nel dibattito attuale, in vista della seconda fase del Sinodo dei vescovi.

Descrizione

In caso di rottura dell’alleanza matrimoniale, l’attuale disciplina cattolica incoraggia la scelta del celibato. Per coloro che invece si risposano prevede l’esclusione dai sacramenti della riconciliazione e dell’eucaristia.
In realtà, ragiona Vesco, si può perfezionare l’attuale prassi sui “divorziati risposati”, non solo non mettendo in discussione l’indissolubilità del matrimonio, ma anzi riconoscendole tutto il suo valore. Perché ogni e qualsiasi amore di coppia, quando è autentico, lascia di per sé una traccia definitiva, incancellabile.
Vesco propone allora di distinguere più adeguatamente – senza mai separarli – “matrimonio sacramento”, “unicità” e “indissolubilità”. Propone di recuperare nel diritto canonico una differenziazione decisiva fra reato istantaneo e reato permanente. Propone di pensare a un accompagnamento spirituale-penitenziale al termine del quale, a determinate condizioni, si possa aprire la via al perdono sacramentale. La chiesa aiuterebbe a quel punto chi ha fallito nella precedente unione ad affrontare il passato, a considerare le ragioni della rottura, a esaminare la propria responsabilità, per poter accedere al sacramento della riconciliazione. Non un diritto al perdono, ma un diritto a poter chiedere perdono.
Una nuova proposta pastorale.

Con un Editoriale di Andrea Grillo.

Recensioni

Il vescovo di Orano (Algeria), avvocato per formazione e domenicano per vocazione, interviene nel dibattito suscitato dal Sinodo della famiglia avanzando un’ipotesi interpretativa della situazione dei divorziati risposati che invita a una profonda riflessione sulle posizioni sin qui sostenute dai teologi e dal magistero.

Il volume costituisce un accorato appello ad assumersi le responsabilità delle dolorose conseguenze causate a tutte le persone che per amore della chiesa hanno visto aggiungere alla pena per il proprio fallimento coniugale, la pena dell’esclusione dai sacramenti.

La proposta si muove principalmente in ambito giuridico (pur con un occhio attento alle situazioni reali) e ciò è particolarmente apprezzabile perché in Occidente il diritto ha avuto e continua ad avere un ruolo importante nella prassi matrimoniale e nella riflessione sul sacramento.

Proprio a partire da una approfondita comprensione della concezione cattolica del matrimonio e dell’indissolubilità, si sostiene che ogni amore coniugale vero e autentico si fonda su tale proprietà che preesiste e rende possibile l’alleanza interpersonale. Ciò permette di comprendere come nel caso delle nozze vedovili si giunga ad amare due persone di amore diverso, ma totale; e di riconoscere che «una seconda vita coniugale reale e bella, con le sue gioie e le sue pene, è possibile dopo il fallimento di un matrimonio sacramentale. È un fatto umano indubitabile. Negarlo fa correre il rischio di varcare la frontiera che separa la teologia dalla ideologia, vale a dire di passare dalla difesa di un’idea al disprezzo del reale» (p. 56).

Per tali motivi si passano in rassegna le indicazioni di Familiaris consortio che appaiono inadeguate a rispondere ai problemi attuali del popolo di Dio. L’A. critica fondatamente l’interpretazione che la condizione dei divorziati risposati costituisca un caso di perseveranza ostinata in un peccato grave manifesto (cf. CIC, can. 915), ovvero un «adulterio continuato».

È, infatti, tale presupposto che impedisce la celebrazione del sacramento della penitenza e preclude l’accesso alla comunione eucaristica. Esso, però, non tiene conto delle particolarità esistenziali che hanno prodotto il fallimento matrimoniale e non corrisponde alla realtà della vita di molte coppie cristiane «che mettono tutto il loro impegno nel (ri)costruire, giorno dopo giorno, una vita coniugale vera e feconda. La loro vita non ha quasi nulla a che vedere con il disordine e la doppiezza di una vita adulterina, che suppone una relazione simultanea con due persone» (p. 21).

L’evoluzione della disciplina della chiesa che viene auspicata, pertanto, richiede di interpretare la nuova alleanza coniugale dopo il divorzio non come un reato continuato, ma piuttosto come un reato istantaneo i cui effetti continuano nel tempo. Analogamente a quanto avviene per l’omicidio che produce «una situazione definitiva di morte», la nuova unione «crea una situazione definitiva di vita» (p. 75). L’atto grave di cui pentirsi e chiedere perdono è il fatto originante (il consenso a una nuova alleanza che ha rinnegato quella sacramentale), mentre le conseguenze che ne derivano e che perdurano nel tempo (doveri verso il nuovo coniuge e i figli) non sono pienamente disponibili alla volontà attuale di chi ha compiuto il fatto.

Le ricadute pastorali di tale concezione sono notevoli: permettono di pronunciare una parola di misericordia su un evento del passato, di volgere uno sguardo piú sereno sulle cause del fallimento del matrimonio sacramentale, di accompagnare le persone nella presa di coscienza delle proprie responsabilità, di riconciliarsi con la propria storia e le proprie sofferenze, di sostenere i credenti con i sacramenti senza stigmatizzarli ed escluderli dalla comunità. Tutto ciò salvaguardando contemporaneamente due altissimi contenuti evangelici: l’indissolubilità del matrimonio (e di ogni amore vero) e la misericordia del Padre, di cui la chiesa è costituita sacramento.

Laddove vi sia un reale pentimento per le proprie responsabilità in ordine alla rottura del vincolo sacramentale, accompagnato dalla volontà di non ripetere tale peccato e da una prassi che attesti una fede vissuta in un autentico impegno cristiano, non si può negare il diritto a chiedere il perdono (che non coincide con un preteso e impossibile diritto a essere perdonati!).

Al di là dei contenuti, qui succintamente richiamati, un altro aspetto di pregio emerge dalle pagine del volume: oltre all’intelligenza, qui parla il cuore di un pastore che conosce le sofferenze del suo popolo non per sentito dire! Infatti, si percepiscono la determinazione a interrogare seriamente l’attuale disciplina per metterla alla prova della realtà (cf. Evangelii gaudium, nn. 231-233); l’impossibilità di accettare di sacrificare il bene delle persone in nome della difesa di una verità, che appare disumana e dunque non evangelica; il peso della responsabilità di precludere a vita l’accesso ai sacramenti a persone che li desiderano ardentemente e ne hanno bisogno per progredire nella vita di fede.

E la stessa conclusione del volume dà molto a pensare su tutto questo: «Un giorno, in nome della verità, bisognerà che noi, pastori della chiesa, domandiamo perdono per la sofferenza sopportata da persone alle quali il perdono sacramentale e l’accesso all’eucaristia saranno stati rifiutati forse ingiustamente. E io prego Dio che abbia misericordia di noi» (p. 106).


G. Del Missier, in Studia Patavina 63 (1/2016) 264-266

Un libro che ha suscitato non poche sorprese per il suo approccio originale al problema dell’amore indissolubile in rapporto ai divorziati risposati.


L. Moia, in Avvenire 9 marzo 2016

L'apologia a favore dei cosiddelti "divorziati risposati" posta in atto dall'autore, a suo tempo avvocato, poi religioso domenicano, attualmente vescovo di Orano, si propone quale ulteriore contributo alla maturazione della questione di matrimonio e famiglia nell'intertempo fra i due sinodi. Nel panoroma del dibattito si iscrive di fatto nel filone 'kasperiano' della "seconda tavola di salvezza". Le conclusioni cui giunge non sono dissimili da quelle già avanzate su questo versante: possibilità di accesso al perdono sacramentale, previo un cammino penitenziale e a dimensione ecclesiale e quindi in certo modo pubblico, accoglienza all'eucaristia. Singolare e capace di catturare l'attenzione è, invece, la strumentazione argomentativa posta in campo.

Il testo è preceduto da un 'editoliale' entusiasta di A. Grillo, che si preoccupa di fornirne gli estremi, o, meglio, di sensibilizzare il lettore alla sua "matematica argomentativa'' (7): l'architettura testuale distribuita su otto questioni, giusta la “grande tradizione scolastica” (7) dell'argomentare; la tesi portante, giocata sul duplice fronte della rimodulazione teologica del concetto di 'indissolubilità' e di una ermeneutica giuridicamente raffinata del concetto di "persistenza ostinata nello stato di peccato grave"; le aporie delle soluzioni attualmente disponibili; le prospettive aperte. Il tutto gratificato di equilibrio ammirevole fra teologia classica ed istanze contemporanee.

In effetti l'intervento dell'A. punta direttamente al bersaglio grosso, rappresentato dalla ricaduta sulle situazioni di fallimento matrimoniale della dottrina cattolica del matrimonio, qual è, da ultimo, sinteticamente enunciata in Familiaris consortio 83 e 84. Nei confronti del dispositivo lì riproposto è eccepita una pregiudiziale e, a seguire, è attivata una operazione. La pregiudiziale opposta è quella della sua non-ricezione in larghi strati di persone pure credenti: incomprensione per la quale è insinuata, sia pure problematicamente, la valenza di “espressione di un sensus fidei” (22). Al che è da far notare che solo un velo sottile distingue sensus fidei da Geistzeit, "spirito dell'epoca", 'mode', nei cui confronti operare un discemimento: che nel testo si perde sullo sfondo.

L'operazione posta in essere sviluppa uno spacchettamento del dispositivo di FC, discutendone in successione i singoli elementi. Interessa, in particolare, FC 84. Si incomincia dallo statuto ecclesiale dei "divorziati risposati". Sulla bilancia è gettato da un lato il peso effettivamente riconosciuto ai motivi oggettivi di rottura del patto matrimoniale e dall'altro la loro irrilevanza in ordine alla conclusione di una seconda alleanza matrimoniale. Fra i due ordini di situazioni è da riconoscere, invece, un nesso di “causa ed effetto” (31), che è “evidente” (75). Assunta nella sua perentorietà, l'affermazione suona eccessiva: suppone obiettivamente un determinismo, che non è dato sul piano della ragion pratica e dell'agire umano, dove, invece, trova posto una "causalità da libertà", di cui eventualmente rendere conto in modo adeguato.

Un passaggio intermedio discute la dizione "divorziati risposati", prendendone le distanze. Nonostante l’uso generalizzato, l'enunciato appare effettivamente inappropriato per dire la situazione umana in oggetto. Meglio parlare, come suggerisce l'A., di "persone impegnate in una seconda alleanza matrimoniale fedele e stabile, non necessariamente formalizzata con un matrimonio civile” (36). Ma, a questo punto, parlare di "seconda unione" rischia di essere limitante e di non rendere conto della situazione umana attuale in tutta la sua ampiezza: perché lasciare fuori considerazione le situazioni di terza e quarta unione, e anche più, di cui pure ormai si ha esperienza?

Viene, poi, il supporto scritturistico normalmente frequentato in tema di matrimonio e allusivamente richiamato in FC. Sul tappeto stanno le parole di Gesù e più precisamente il loro utilizzo per qualificare come adultere indistintamente le persone impegnate in una seconda alleanza matrimoniale. Tale uso è contestato facendo leva sulla incomparabilità delle situazioni: quella, giuridica e formalistica, cui Gesù è messo di fronte, e quella, esistenziale, delle persone del tempo attuale. Con l'aggiunta che con la seconda unione non è messa in questione l'idea di matrimonio quale è difesa da Gesù: essa rimane ideale che ci si sforza di vivere nonostante il fallimento. Quanto alla letteratura paolina, i passi in cui è evocata la tematica matrimoniale sono liquidati come irrilevanti in ordine al chiarimento della questione in oggetto. Il disinnesco del pronunciamento scritturistico è senza mezzi termini: qualche interrogativo continua peraltro a serpeggiare quanto alla pertinenza teologico-biblica della sua istruzione.

Segue il nucleo centrale, il cuore, dell’impianto argomentativo, costituito, rispettivamente, dalla risemantizzazione di 'indissolubilità' e dalla rifigurazione di "persistenza ostinata nel peccato". I due profili sono obiettivamente interconnessi e mettono a fuoco due momenti dell'esperienza delle persone impegnate in una seconda unione coniugale: rispettivamente, lo spessore esistenziale della seconda unione e la sua valutazione in rapporto alla prima unione fallita. La riscrittura del campo semantico di 'indissolubilità' muove su tre direttrici: scorporo di 'indissolubilità' dal matrimonio sacramentale e sua attribuzione alla unione coniugale in quanto realtà antropologica; disconnessione di 'indissolubilità' e 'unità': rilevazione empirica della consistenza antropologica della seconda alleanza coniugale. L'operazione abilita la predicazione di 'indissolubilità' per la seconda unione coniugale. Lo spostamento di 'indissolubilità' da connotazione del sacramento del matrimonio a connotazione della realtà antropologica di “ogni amore coniugale vero” (53) è qualificato come “ribaltamento importante” del “discorso abituale” sul matrimonio (53): in realtà, sfonda una porta aperta, poiché la stessa teologia più tradizionale parla di indissolubilità come di proprietà già del matrimonio 'naturale'. Quanto alla richiesta di non confondere le due proprietà del matrimonio, si fa avanti almeno una duplice annotazione: nella teologia tradizionale l'unità è propria già del matrimonio 'naturale' e non sopraggiunge solo con il matrimonio sacramentale; essa non rimane sospesa sul piano ideale ma chiede di essere assunta nella sua ricaduta storica. A meno che non ci si ponga sulla lunghezza d'onda della "relazione pura" a suo tempo teorizzata da A. Giddens. Rimangono la portata antropologica e lo spessore esistenziale della seconda unione, e anche la sua risonanza nella congiuntura culturale, che la accreditano, “con l'andar del tempo” (61), della consistenza del definitivo: è “fatto umano indiscutibile” (56) e contro il fatto non tiene argomento di sorta. Ma, di nuovo, non si capisce perché limitarsi alla seconda unione e non estendere, certo paradossalmente, le considerazioni alla n-esima unione, sempre in rigorosa successione temporale.

La rivisitazione del concetto di "persistenza ostinata nel peccato" sposta l'argomentazione sul registro giuridico e la discussione verte sulla fattispecie della "continuazione del reato". Al riguardo è fatta intervenire la distinzione di “reato istantaneo” e “reato permanente” (66ss) sulla base della possibilità o, rispettivamente, della impossibilità per il soggetto attore di ripristinare la situazione antecedente l'atto stesso. Nel caso di ogni "alleanza vera (anche non sacramentale) tra due persone” (69) si è in presenza di un definitivo, con caratteristiche di 'indissolubilità', che non permette, in concreto ma anche in linea di principio, il suo azzeramento. Questo impedisce di classificare la sua messa in atto come "reato permanente" ma induce a iscriverla, eventualmente fra i "reati istantanei": fuori, in ogni caso, dalla fattispecie della "persistenza ostinata in una situazione di peccato" e pertanto passibile di perdono nella chiesa. Di nuovo, il punto di forza dell'argomentazione è collocato nella valenza specifica della seconda unione, ricapitolata nella nota della 'indissolubilità'; il dato di fatto chiede una rideterminazione del quadro di diritto. Come sottolinea lo stesso editoriale, non si può che ammirare il virtuosismo dell'argomentare. Al punto che ogni sua ripresa è esposta al rischio della semplificazione. Riporta, peraltro, alla serietà delle cose il riconoscimento che “fare la verità sui motivi di una seconda alleanza richiede di fare la verità anche e in primo luogo sul doloroso evento della rottura del matrimonio sacramentale” (76) e che “l'offesa fondamentale, sul piano umano e su quello spirituale, avviene prima e soprattutto nel momento della rottura del primo legame” (79).


B. Seveso, in Teologia 3/2015, 520-522

L'autore, frate domenicano, è avvocato e ora vescovo di Orano in Algeria. Con questo suo breve testo affronta decisamente il rapporto complicato, spinoso oggi e molto spesso non ben compreso tra indissolubilità e matrimonio. Assistendo a conferenze e dibattiti che si succedono numerosi non solo sui media, ma anche nei centri culturali (cattolici e non) e nelle stesse parrocchie, è facile notare che tale incomprensione interessa pure larghi strati del mondo cattolico. La posizione dottrinale della chiesa intorno all'indissolubilità del matrimonio sacramentale è chiara; e ogni altra situazione che si viene a creare al di fuori di essa presenta tutti i caratteri della peccaminosità. Se poi si avvia e si rende stabile un nuovo rapporto, la situazione diventa «grave» al punto da impedire l'accesso ai sacramenti della riconciliazione e dell'eucaristia. È il caso dei divorziati risposati. Il sinodo ordinario in corso sulla spinta di papa Francesco discuterà anche di questo problema, cercando di discernere sulla possibilità di un'evoluzione della disciplina attuale della chiesa riguardo all'accesso di costoro alla vita sacramentale. Ovviamente senza mettere in questione la dottrina più tradizionale (CIC can. 1056; GS 48; FC 83-84). Ripetere la tradizione senza «comprenderla» a fondo è il connotato di molte pubblicazioni anche recenti. Ma non di questo bel testo di mons. Vesco. Da pastore e da avvocato si fa carico di una riflessione fedele alla dottrina ma anche in certo senso innovatrice. La scansione dei capitoli è classica ed è cadenzata su otto domande: Che cosa dice la chiesa sul divorzio?; Che cosa si intende con «divorziati e risposati»?; Che cosa dice il Nuovo testamento sul divorzio?; Che cosa si dice quando si parla di indissolubilità del matrimonio?; Che cosa si dice quando si afferma: «Tu non hai il diritto»?; Quali conseguenze pratiche derivano dalla distinzione tra reato permanente e reato istantaneo?; Quali alternative esistono oggi?; Quale proposta? È un testo che discute, si interroga e interroga la dottrina con lucidità e acribia cosciente che l'attuale «tensione tra la misericordia dovuta alle persone e la difesa della verità di una dottrina è un falso problema. Le due non possono entrare in contraddizione» (p. 106). Al lettore valutare la portata della proposta dell'autore. Di certo, come scrive A. Grillo nell’Editoriale che introduce alla lettura, «la strategia di Vesco, per queste sue caratteristiche singolari, potrà riscuotere consenso, proprio perché recepisce la novità tardo-moderna argomentando esclusivamente mediante i concetti classici, ma dandone una interpretazione dottrinale e una applicazione disciplinare nuova e pur tuttavia fedele» (pp. 15-16). Un testo che si legge bene e che fa bene.


D. Passarin, in Credere Oggi 209 (5/2015) 136-137

«Un vero gioiello per la sua rilettura originale, ma radicata nella Scrittura e nella tradizione, dell'unità e indissolubilità del matrimonio, con piste pastorali».


P.M. Mazzola, in www.africarivista.it 29 ottobre 2015

«Questo piccolo e interessante libro di teologia matrimoniale riflette sull’indissolubilità del matrimonio e sulla possibilità di ridefinire questo concetto nel quadro del diritto canonico tradizionale. Se un omicida, ricalcando il diritto penale, permette alla Chiesa, dopo un itinerario penitenziale, di accoglierlo nella comunità eucaristica, questo non vale però per i divorziati risposati, trattati come se la loro condizione fosse quella dei bigami nel diritto civile. L’a. individua questa e altre incongruenze del diritto canonico che vive uno scollamento fra dottrina e realtà. Si tratta di considerare il valore dell’indissolubilità del matrimonio nella concretezza della «seconda alleanza matrimoniale» per quanti vogliono vivere la loro coniugalità come atto definitivo della loro scelta».


In Il Regno 8/2015

«Il domenicano Jean-Paul Vesco propone una nuova pastorale, scritta per il Sinodo in due tappe voluto da papa Francesco. Un saggio che si articola in otto domande e risposte che mettono al centro il perdono e la riconciliazione: ogni e qualsiasi amore di coppia, quando è autentico, lascia una traccia definitiva, incancellabile. Nel diritto canonico - questa è l'idea - va recuperata la differenziazione fra reato istantaneo e reato permanente».


In Jesus 7/2015

«Secondo il teologo domenicano, la condizione dell'indissolubilità non è estrinseca, ma intriseca ad ogni vero amore. e ciò permette di valutare sia i divorziati risposati sia i divorziati non risposati secondo una disciplina diversa da quella seguita finora. Una visione che apre alla riammissione ai sacramenti, dopo un percorso penitenziale. Chiaro e di vivo interesse l'Editoriale di A. Grillo. Un testo vivace, che ci prepara a vivere il sinodo della famiglia con prospettive di speranza». In <i>Settimana</i> 24 del 21 giugno 2015


In Settimana 24 del 21 giugno 2015

«Nel dibattito verso il Sinodo arriva un testo che promette di far discutere. Ne abbiamo già parlato su Avvenire all'inizio di giugno, ma ci sembra giusto riproporlo perché si tratta di uno dei saggi più originali apparsi in questi mesi. L’autore è Jean-Paul Vesco, vescovo di Orano in Algeria, domenicano francese con formazione giuridica e importante statura teologica. La tesi espressa da Vesco in Ogni amore vero è indissolubile è sorprendente: il matrimonio sacramentale non esprime il tutto dell'indissolubilità. Nel senso che “il matrimonio sacramentale fa acquisire una peculiare stabilità a una indissolubilità che esiste fuori di esso”. È l'indissolubilità di ogni vero amore coniugale che rende possibile il sacramento del matrimonio. E, argomenta ancora il vescovo di Orano, ogni vero amore lascia tracce in qualche modo indissolubili. Di conseguenza, anche un secondo legame – se autentico – può avere significato indissolubile per quanto non sacramentale. Come negare quindi il perdono a due divorziati risposati che chiedono di essere ammessi all'eucaristia? Per Vesco sarebbe colpevole ignorare la richiesta».


In Noi Genitori e Figli. Supplemento ad Avvenire n. 197 del 21 giugno 2015

«Un piccolo testo per spiegare l’esigenza di non mettere in relazione, in modo esclusivo, indissolubilità e matrimonio sacramentale. Visto che ogni amore di coppia, quando è autentico e profondo, porta in sé una traccia definitiva e incancellabile "non bisogna fondere in una sola e medesima idea unicità del matrimonio e indissolubilità di ogni amore coniugale". Un’idea dirompente – ma anche affascinante – per motivare le buone ragioni dei divorziati risposati a chiedere perdono. E la decisione della Chiesa di concederlo».


L. Moia, in Avvenire del 2 giugno 2015

«Nel suo libro, mons. Vesco esercita con finezza il ministero della vigilanza. Oggetto della sua vigilanza sono due parole importanti della tradizione teologica e giuridica del matrimonio cristiano, indissolubilità e scomunica, che vengono rilette con grande cura, lasciando che il loro significato non venga distorto da precomprensioni ideologiche, da tradizioni troppo unilaterali e da forme di sordità rispetto al reale».


A. Grillo, in Settimana n. 18 del 10 maggio 2015