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La sacramentalità della parola
Andrea Bozzolo, Marco Pavan

La sacramentalità della parola

Prezzo di copertina: Euro 22,00 Prezzo scontato: Euro 20,90
Collana: Giornale di teologia 427
ISBN: 978-88-399-3427-7
Formato: 12,3 x 19,3 cm
Pagine: 336
© 2020

In breve

Che rapporto esiste fra parola di Dio e liturgia? Quando, come e dove si restituisce alla Parola il carattere di evento vivo di Dio che parla al suo popolo? Uno studio documentato, scritto a quattro mani da un biblista e da un teologo, che puntualizza la nostra attuale comprensione della sacramentalità della Parola.

Descrizione

Che rapporto esiste fra parola di Dio e liturgia? Se oggi si parla di “sacramentalità della Parola”, espressione comparsa in un recente testo del magistero (Verbum Domini), è grazie a un lungo ripensamento di quel rapporto.
Il presente volume, scritto a quattro mani da un biblista e da un teologo, intende mettere a fuoco il concetto attraverso un itinerario strutturato in quattro momenti. Il primo ricostruisce il percorso che ha condotto a formulare il tema e segue le tappe principali della sua acquisizione. Il secondo si interroga sulla possibilità di un discorso biblico sul carattere “sacramentale” della parola di Dio, alla luce di alcuni passi dell’Antico e del Nuovo Testamento. Il terzo momento esamina criticamente le proposte teoriche più rilevanti che, nel corso del Novecento, hanno offerto una elaborazione coerente dell’argomento. La sezione conclusiva è infine dedicata a una ripresa delle questioni principali implicate nel tema.
Una sintesi biblica, sistematica e liturgica su un nodo-chiave della vita ecclesiale.

Recensioni

Cet ouvrage, coécrit par un théologien systématicien et par un spécialiste des Psaumes, a pour point de départ l’expression « sacramentalité de la Parole », que Benoît xvi a fait entrer dans le Magistère avec l’exhortation Verbum Domini. Constatant la forte polysémie de l’un et l’autre éléments de ce syntagme (« sacramentalité » et « Parole »), Andrea Bozzolo et Marco Pavan se lancent dans une vaste enquête visant à préciser ce dont il s’agit.

Une première partie traite de l’émergence du thème dans le Magistère contemporain (Verbum Domini, Fides et ratio ainsi que les textes du concile Vatican ii) et de ses sources, tant anciennes (Origène, Augustin et Thomas d’Aquin) que modernes (Luther). Une seconde examine neuf passages scripturaires mettant en scène de manière privilégiée la lecture rituelle des livres saints (pour l’AT : Ex 24, Jos 8, 2 R 23, Ne 8, Jr 36 et Né 9 ; pour le NT : Lc 4,16-30, Lc 24 et Jn 6). Une troisième mobilise trois théologiens du xxe siècle, offrant pour chacun une mise en perspective : pour K. Rahner et sa théologie de l’Église proclamant la Parole comme sacrement fondamental, le « contrechant liturgique » de G. Bonaccorso ; pour E. Jüngel et son recentrement de la sacramentalité sur le Christ dans son irruption souveraine, le « contrechant herméneutique » de P. Ricœur ; pour L.-M. Chauvet et sa vision d’une sacramentalité du langage et de l’Écriture, le « contrechant phénoménologique » de J.-L. Marion. Une quatrième partie, enfin, se compose d’une « reprise » biblique et d’une « reprise » théologique, qui constituent la conclusion de l’ouvrage.

Dépourvu d’index et de bibliographie, l’ouvrage offre néanmoins par endroits d’importantes notes de bas de page bibliographiques, et l’on peut considérer qu’il répond à son objectif : prendre au sérieux une expression de plus en plus utilisée, et tenter d’en élucider le sens en la référant à quelques grands moments dans l’histoire de la théologie et dans l’Écriture sainte. Sur le plan biblique, on retiendra notamment le fait que l’expression « sacramentalité de la Parole » présuppose une lecture canonique de la Bible et l’adoption de la catégorie d’accomplissement, qui permet de lire les textes à la lumière de la mort et de la résurrection du Christ – une clé herméneutique qui poserait problème dans le cadre d’une exégèse historique, mais qui prend tout son sens dans un cadre liturgique. Sur le plan théologique, au fil des auteurs traités semble affleurer une vision « forte » de la sacramentalité de la Parole : déjà dans l’AT où la lecture ritualisée de la Loi « produit un effet en quelque sorte salvifique » (p. 128), mais surtout chez les trois auteurs étudiés dans la troisième partie, qui laissent envisager une sacramentalité de la Parole comme telle. Au contraire, les conclusions de l’ouvrage en reviennent fortement à la vision « faible » selon laquelle la sacramentalité de la Parole lui viendrait de son lien avec les sacrements, en particulier l’eucharistie (p. 322-324).

Une telle enquête est bienvenue, en ce qu’elle donne un soubassement biblique et théologique à une expression qui pourrait apparaître comme étrangère à la tradition catholique ou être entendue de manière purement métaphorique. L’écart entre la vision « faible » et la vision « forte » invite toutefois à continuer le travail en élargissant la recherche à d’autres auteurs et peut-être en sondant de manière plus approfondie les écrits du Magistère contemporain, de Jean-Paul ii au pape François.


P. Molinié, in Nouvelle Revue Théologique 1/2022, 167

La domanda di fondo che sottende il saggio di Andrea Bozzolo, sacerdote salesiano, e Marco Pavan, monaco che vive in un eremo in provincia di Arezzo, è la seguente: quale rapporto esiste tra la Parola di Dio e la liturgia? Muovendo dall’espressione «sacramentalità della Parola», sinora mai usata dal magistero cattolico, riportata per la prima volta nell’esortazione postsinodale Verbum Domini di Benedetto XVI, gli autori, un biblista e un teologo, ne ricostruiscono il concetto.

L’excursus inizia con una riflessione sulla Parola e sui suoi fondamentali legami con la dimensione ontologica del sacramento, per poi passare al Primo e al Secondo Testamento, con le loro relative specificità rispetto alla parola-scrittura-lettura, per giungere, infine, alla dimensione eucaristica verso la quale, nel momento in cui si attua la lettura liturgica, si dirige la stessa Parola affinché il pane e il vino diventino il corpo e il sangue di Cristo.

Tre, dunque, i termini presi in considerazione, Parola-Scritture-Sacramento, strettamente uniti tra loro in modo da permettere agli autori di svolgere la loro specifica indagine coniugando il lato storico-sistematico con quello più prettamente biblico, per giungere nell’ultima parte del volume a «Il compimento della Scrittura» e a «Il sacramento e la Parola», rispettivamente inquadrati come Ripresa biblica la prima e come Ripresa teorica la seconda, all’interno di un discorso ermeneutico i cui intenti sono resi espliciti sin dalle prime pagine dell’introduzione.

Indubbiamente, per quanto riguarda il magistero cattolico si assiste ormai da decenni a una maggiore sensibilizzazione della centralità della Parola. Il riconoscimento della sacramentalità di quest’ultima, infatti, così come è espressa nella citata esortazione postsinodale Verbum Domini, altro non è che il coerente sviluppo di una delle affermazioni centrali della Costituzione dogmatica della Dei Verbum, per la quale la stessa Rivelazione si compie con «eventi e parole intimamente connessi» («fit gestis verbisque intrinsece inter se connexis», DV 2). Mettere in stretta connessione il valore comunicativo della Parola con l’effettiva efficacia operativa del gesto getta le premesse per superare una volta per tutte una concezione che Bozzolo-Pavan definiscono meramente didattica dell’annuncio, per poter finalmente accedere all’«elaborazione del suo carattere performativo-sacramentale» senza, tra l’altro, tralasciare l’interpretazione personalistica, tramite cui la medesima Rivelazione divina è da intendere come autocomunicazione personale.

Quest’ultima azzera completamente ogni possibile residuo intellettualistico nel modo di intendere il dialogo con Dio, divenendo, così, autentica relazione caratterizzata da ciò che gli autori definiscono, con felice espressione, una «amichevole conversazione». Un dialogo con l’Eterno che accompagna l’intera esistenza del credente. La Parola, pertanto, si pone come inaggirabile conditio sine qua non in quanto «media la vita dello spirito, articola il riconoscimento del senso e consente la strutturazione dei legami».

Da questa prospettiva discende che la sacramentalità ha come suo reale «cuore pulsante» il fatto che la forma dell’atto liturgico non è una pura e semplice esteriorità del sacramento quanto, piuttosto, la concreta modalità storica della sua attuazione. Rito, dunque, come coagulo della proclamazione del testo biblico in cui il Mistero divino si dà all’uomo come ciò che effettivamente è: dono.

Da questa prospettiva Bozzolo e Pavan si soffermano sulla qualità semantica di cosa sia «parola». Risalendo al termine dabar che in ebraico esprime contemporaneamente sia la parola che il fatto, oltre a una serie di significati collaterali, come «cosa, oggetto, evento, comandamento, rivelazione», essi evidenziano la sua più intima qualità da individuare in una teologia della Rivelazione che, riflettendo sull’unità dettata dal binomio evento storico-mistero salvifico, coglie in essi il rapporto tra segno e significato. L’apice di tale unità è, come afferma la Dei Verbum ripresa dalla Verbum Domini di Benedetto XVI con l’espressione che dà il titolo al volume, l’incarnazione.

Con essa la Parola viene considerata non solo nel suo essere costituzione ontologica del Verbo divenuto carne, ma viene altresì esaminata in stretta unione con il sacramento dell’altare: è possibile, infatti, stabilire una stretta analogia tra la presenza reale nelle specie eucaristiche con la Parola proclamata durante la liturgia. Al riguardo, gli autori scandagliano sia l’Antico che il Nuovo Testamento. Nel Primo la lettura pubblica della Parola affiora in tutta la sua efficacia nell’impatto con l’azione: il «faremo e ascolteremo» ebraico si abbevera alla Torah, autentica fonte sorgiva, per valutare quanto fatto e per ripristinare, in ogni caso, l’azione corretta. È la proclamazione della Parola, la sua oralità, che con la Scrittura del testo media la durevole accessibilità all’evento del dirsi e del porsi del Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe nei confronti dell’umanità, fornendo, così, la chiave ermeneutica per intendere il passaggio dall’Antico al Nuovo Testamento. Esso avviene nel compimento attuato dalla venuta messianica di Gesù Cristo. Con la venuta della Parola vivente, infatti, si attua definitivamente anche il compimento dell’economia sacramentale.

Significativa è anche l’analisi storico-sistematica, condotta sempre con l’approccio ermeneutico che caratterizza il lavoro di Bozzolo e Pavan. Origene, Agostino, Tommaso d’Aquino e Lutero sono esaminati nelle loro peculiarità più proprie, a seguire vengono proposti tre modelli teorici rappresentati da tre teologi del calibro di Karl Rahner, Eberhard Jüngel, Louis-Marie Chauvet. Questi ultimi, con le loro riflessioni, hanno offerto uno straordinario contributo circa la ricaduta pratica che ha la sacramentalità della Parola sulle connessioni intercorse tra Scrittura, liturgia e chiesa. Al pensiero di ognuno dei citati teologi, inoltre, viene abbinata un’altra figura intellettuale che funge da controcanto: a Rahner si accosta il controcanto liturgico «fides et corpus» di Giorgio Bonaccorso, a Jüngel quello ermeneutico di «mondo del testo, mondo del lettore» di Paul Ricoeur, a Chauvet l’approccio fenomenologico di «un’altra lettura di Emmaus» di Jean-Luc Marion.

Da ultimo, nella sezione conclusiva, con una sorta di ripresa di tutti gli snodi che sono stati precedentemente esaminati, gli autori fanno interagire la sacramentalità della Parola con le due diadi costituite da parola-corpo e da senso-decisione, nonché con il compimento nella Pasqua del Signore. Si evidenzia, dunque, come il compimento delle Scritture si sia realizzato nell’evento di Cristo inquadrato nella verità della Pasqua della Resurrezione. «Qualcosa» è, dunque, accaduto, «qualcosa» che eccede il testo stesso del Nuovo Testamento e che opera in continuazione nella storia: nell’Eucarestia quell’eccedenza trova il suo senso, il suo télos che è, come viene riportato nel brano del gesuita Paul Beauchamp scelto dagli autori, «passaggio dall’inizio alla fine».


D. Segna, in Protestantesimo 4/2021, 278-280

El presente libro es fruto de la colaboración y el diálogo de Andrea Bozzolo SDB (profesor de teología sistemática en la sección turinesa de la Facultad de teología de la Universidad Pontificia Salesiana, en la Facultad teológica de la Italia septentrional de Milán y en el Pontificio Instituto Teológico “Juan Pablo II” de Roma) y Marco Pavan (profesor de Antiguo Testamento en la Pontificia Universidad “Santo Tomás de Aquino” y en la Facultad teológica de la Italia central de Florencia). Se ocupa de la sacramen­talidad de la palabra (“qualitas sacramentalis Verbi”) de la que habla el número 56 de la exhortación apostólica postsinodal Verbum Domini, texto que constituye, en mi opinión, el telón de fondo de todo el libro y que dice en su última frase: “profundizar en el sentido de la sacramentalidad de la palabra de Dios, puede favorecer una com­prensión más unitaria del misterio de la revelación en ‘obras y palabras íntimamente ligadas’ (Dei Verbum 2), favoreciendo la vida espiritual de los fieles y la acción pastoral de la Iglesia” (Verbum Domini 56). El libro se divide en una introducción (5-13) y cuatro grandes partes (“I. El tema e la sua storia”, “II. La radice biblica”, “III. Il dibattito della teologia”, “IV. Ripresa conclusiva”). La primera parte (que consta de tres capítulos) se atribuye particularmente a Bozzolo; la segunda (tres capítulos), a Pavan; la tercera (tres capítulos), a Bozzolo; la cuarta consta de dos capítulos, el primero de los cuales (“Ripresa biblica: il compimento della Scrittura”) se atribuye particularmente a Pavan y el segundo (“Ripresa teorica: il sacramento e la Parola”), a Bozzolo. El primer capítulo de la primera parte se titula “Il percorso del magistero recente” y consta de tres apartados. El primero se titula “La sacramentalità della Parola (VD 56)”. Ya desde el primer momento los autores tienen que hacer frente a una dificultad que va a reaparecer a lo largo de todo el libro: Verbum Domini no define en qué consiste esa “qualitas sacramentalis” de la palabra, a la cual, por otra parte, los padres sinodales (Propositio 7) y la propia exhortación atribuyen una importancia notable (al inicio del número 56 se dice que estamos ante un “magni ponderis argumentum”). En la página 22 se propone la siguiente definición: “si potrebbe dire che la ‘sacramentalità della Parola’ consiste in una certa, stretta relazione tra il segno (nel caso della Parola, probabilmente il testo scritto) e il mistero di Cristo”. Esta definición de la “qualitas sa­cramentalis Verbi” atraviesa toda la obra. De hecho, se va a ir precisando más cuando a la luz del estudio escriturístico se señala que esa relación se entiende en clave de cumplimiento: “Questo riferimento risulta probabilmente decisivo per determinare l’esatto significato dell’espressione sacramentalità della Parola: non solo o non tanto la performatività del testo in se stesso quanto la sua lettura nella prospettiva del com­pimiento cristologico e in ordine alla fede ad esso correlata” (271); “Le informazioni così reperite sembrano collocare quanto la Verbum Domini denomina sacramentalità della Parola all’interno della categoria neotestamentaria di compimento” (272-273). Creo que esta definición de la “qualitas sacramentalis” es justa. Seguimos con el primer capítulo. El segundo apartado del mismo se titula “L’orizzonte sacramentale della rivelazione (Fides et Ratio 13)” y se justifica porque Verbum Domini 56 cita la frase de este número de la encíclica que habla de la “sacra­mentalem Revelationis rationem”. En este apartado va a aparecer una idea que vamos a encontrar una y otra vez a lo largo del libro (sobre todo, en los capítulos atribuidos particularmente a Bozzolo): la revelación se dirige no solo a la razón del hombre, sino también —y, yo me atrevería a decir, sobre todo— al cuerpo (cf. 26). En mi opinión esta es una de las tesis más felices del libro. El tercer y último apartado del primer capítulo se titula “Duplice mensa (Dei Verbum 21) e unico atto di culto (Sacrosanc­tum Concilium 56)”. Yo creo que aquí se tendría que haber puesto más de relieve el avance que supone Verbum Domini respecto de Dei Verbum. La imagen de las dos mesas debe entenderse con mucho cuidado, porque en caso contrario da lugar a am­bigüedades y confusiones. Decir que Cristo se nos da tanto en la palabra como en la Eucaristía es verdadero, pero no suficiente. La imagen procede de Orígenes, Homiliae in Exodum XIII, 3; ahora bien, el modo en que el genial alejandrino entiende la relación entre la palabra y el sacramento resulta bastante problemático, como se mencionará más adelante. Los padres sinodales fueron conscientes de toda esta problemática y discutieron largamente sobre la misma. Así, frente al uso algo ingenuo que hace Dei Verbum de la imagen de las dos mesas, el tratamiento de Verbum Domini me parece más reflexivo y cauto. El segundo capítulo se titula “Un breve sguardo alla storia”. Consta de tres apar­tados que se ocupan de Orígenes, Agustín y Tomás de Aquino, respectivamente. Dado que se trata, a mi juicio, de los tres autores más influyentes en la teología occidental, creo que la selección está plenamente justificada. Al ocuparse de Orígenes, los autores son perfectamente conscientes del problema al que aludíamos en el párrafo anterior: “Chiaramente, il punto più delicato per intendere il pensiero sacramentale di Origene consiste nel chiarire i rapporti tra Scrittura ed eucaristia o, se si vuole, tra la presenza eucaristica di Cristo e presenza per mezzo della Parola” (37). Con von Balthasar, se considera que en conjunto el alejandrino ofreció una respuesta satisfactoria: “Di fronte a queste affermazioni Balthasar si chiede schiettamente: ‘Si dovrà dire allora che per Origene la Scrittura é un “sacramento” allo stesso titolo dell’Eucaristia?’. La risposta è sicuramente negativa”. Yo creo que, en realidad, para Orígenes la Escritura (al menos, en su interpretación espiritual) está por encima de la Eucaristía. Léanse a este respecto Commentariorum series in evangelium Matthaei 86 e In Iohannem XXXII, 310. El tercer capítulo se titula “Parola e sacramento in Lutero”. Depende sobre todo de dos trabajos: E. Herms, “Sacramento e parola nella teologia riformatrice di Lutero”, en: E. Herms – L. Žak (eds.), Sacramento e Parola nel fondamento e contenuto della fede (Città del Vaticano 2011) 15-77; y A. Sabetta, “Parola e sacramento in Lutero”, ibid., 79-110. La reflexión de Lutero sobre la palabra contiene ideas muy sugerentes, pero plantea una dificultad grave, a saber, que en ella el sacramento aparece como algo secundario y subsidiario. Sabetta cree que, en realidad, para Lutero “i sacramenti, in quanto modo di cui Dio si serve per entrare in relazione con l’uomo non ‘dopo’ ma ‘insieme con’ la parola, non sono mere illustrazioni della parola orale, né semplici esibizioni di una salvezza già promessa nella parola, né completamenti dell’annunzio orale; senza di essi, infatti, tale annuncio non possiede una forma storica concreta e non raggiunge la sua finalità” (69 nota 16). Personalmente no veo cómo armonizar esta afirmación con los textos de Lutero citados en la página 68 y, en particular, en la nota 15 de la misma. La segunda parte del libro (“La radice biblica”) consta de tres capítulos (Intro­duzione metodologica, Antico Testamento, Nuovo Testamento) y forman una unidad con el primer capítulo de la cuarta parte (“IV. Ripresa conclusiva”, “10. Ripresa biblica: il compimento della Scrittura”). Los capítulos de la segunda parte siguen un método analítico y el capítulo de la cuarta parte hace una síntesis de los resultados alcanzados en el análisis. Esta segunda parte del libro empieza haciendo una recapitulación de los resul­tados de la primera y ofrece una definición de la “qualitas sacramentalis” de la palabra que a mí me parece redonda: “Secondo tale documento [=Verbum Domini], fondamento di tale espressione appare, in ultima analisi, la percezione di una stretta relazione tra la persona di Cristo e le Scritture e, in seconda istanza, tra queste e il mistero eucaristico, inteso anche nella sua dimensione celebrativa” (74). El capítulo dedicado al Antiguo Testamento empieza haciendo un análisis lexicográfico de los términos derivados de la raíz √spr (97-103). A continuación se estudian una serie de pasajes en los cuales la lectura de la Escritura tiene un relieve singular: Ex 24, “la estipulación ‘originaria’ de la alianza con el pueblo” (104-113); 2R 23, “el redescubrimiento del rollo y la reno­vación de la alianza” (113-117); Ne 8, “el retorno del exilio y la lectura pública de la Tora” (118-123); Jer 37,9-10 y Ne 9,1-3 (123-126). El capítulo se cierra con un apartado de conclusiones parciales (126-128). La estructura del capítulo dedicado al Nuevo Testamento es análoga. Se empieza con un análisis lexicográfico de las referencias al “libro” en el corpus del Nuevo Testamento (131-139). A continuación se estudian tres perícopas en las cuales el tema de la palabra ocupa un lugar central: Lc 4,16-30 (139- 146), Lc 24,13-35 (146-155) y Jn 6 (155-167). Por último se extraen unas conclusiones parciales (167-169). Como señalaba poco antes, en el primer capítulo de la cuarta parte se hace una síntesis de todo este trabajo de análisis. Este capítulo de síntesis me parece brillante. Ya hemos citado más arriba la explicación de la “qualitas sacramentalis” que ofrecen algunas páginas del mismo (271-273). Si no lo he entendido mal, dicha “qualitas” guarda una estrecha relación con la tipología (si no es que se identifica con la mis­ma). Espléndido el siguiente pasaje de la página 270: “Il fatto, poi, che i passi sopra analizzati mettano in luce, nella dinamica del compimento, la rivelazione del referente ultimo della γραφή [=Jesús], rimanda ad una concezione profetica di quest’ultima [...] In altre parole, non tanto il carattere performativo della lettura del testo, come nei brani veterotestamentari analizzati, viene posto in primo piano, quanto la sua apertura strutturale alla rivelazione del suo referente ultimo che è anche colui che ne rivela l’intima unità e coerenza”. Creo que a partir de este principio fundamental habría que llevar a cabo una reforma profunda, en primer lugar, del modo de entender la relación entre la exégesis y la teología (cf. 273-282). Por lo que respecta a la exégesis del Antiguo Testamento, supondría que su sentido solo se ilumina si es leído desde su “res”, su referente últi­mo, es decir, desde el misterio de Jesús. Y en lo concerniente al Nuevo Testamento, significaría que este corpus textual en realidad no hace otra cosa que mostrar cómo el Antiguo Testamento se ha cumplido en el cuerpo de Jesús. Pienso asimismo que a partir de este principio fundamental habría que reformar también el modo en que se entiende la relación entre exégesis y liturgia (cf. 283-285). Creo que Ratzinger tiene razón cuando en Zum Begriff des Sakramentes (München 1979) hace el sorprendente diagnóstico de que la raíz más profunda de la crisis actual de los sacramentos es la pérdida de la tipología. La tercera parte del libro (“Il dibattito della teologia”) se ocupa en sendos capítulos de tres de los autores que más han influido en la teología sacramentaria contemporánea: Karl Rahner, Eberhard Jüngel y Louis-Marie Chauvet. Cada uno de estos tres capítulos se cierra con un contrapunto constituido por Giorgio Bonaccorso, Paul Ricoeur y Jean-Luc Marion, respectivamente. El capítulo dedicado a Rahner (“Il Mistero Santo e la Parola efficace [Rahner]”, 175-207) estudia sobre todo su ensayo de síntesis “Wort und Eucharistie” (175) y el epo­cal artículo “Zur Theologie des Symbols”. El punto clave de la propuesta del friburgués es el modo en que entiende la relación entre palabra trascendental y palabra histórica (explicado en las páginas 177 y siguientes). Según los autores del libro, el elemento más problemático del planteamiento de Rahner es que, al final, el sacramento pierde la frescura de lo inédito, pues aparece tan solo como expresión de lo ya preexistente en la iluminación originaria (cf. 197). Este empobrecimiento en la concepción del sacra­mento derivaría de la ontología del símbolo del autor: “La collocazione dell’ontologia del simbolo nell’orizzonte della riflessione trascendentale di Rahner conduce di fatto a rimarcare essenzialmente la sua dimensione espressiva, poiché l’atto storico dell’attua­zione non sembra aggiungere di fatto nulla a ció che sul piano trascendentale era già determinato” (197). La raíz última de este planteamiento estaría, a su vez, en la visión antropológica (cf. 199); me parece que Bozzolo está pensando en la concepción de Rahner —y, en realidad, de otros muchos— del cuerpo como expresión del espíritu. El contrapunto a Rahner lo buscan los autores en Giorgio Bonaccorso. Este autor considera que hay que repensar el modo en que la tradición teológica —y, en general, el pensamiento occidental— ha entendido la relación cuerpo/espíritu (cf. 199 y siguientes). Considera que para ello, a su vez, hay que llevar a cabo una reforma muy profunda de la epistemología: habría que pasar del paradigma de la simplicidad propio de la filosofía griega (en particular, de Platón y Aristóteles) a un paradigma de la complejidad . El giro lingüístico que ha dado la filosofía en el siglo XX ayudaría a realizar esa reforma (cf. 202 y siguientes). Volveremos enseguida sobre este punto. Los capítulos segundo y tercero de esta tercera parte se ocupan, como ya hemos dicho, de Jüngel y Chauvet; los respectivos contrapuntos se buscan en Ricoeur y Marion. En estos dos capítulos —y también en la sección dedicada a Bonaccorso— hay, me parece, un autor y un tema que marcan la agenda: el autor es Heidegger y el tema, la idea de que hay que dejar atrás la metafísica griega de las esencias. Esta propuesta me parece que no carece de problemas. Uno de los discernimientos fundamentales que tuvo que hacer la Iglesia primitiva fue el referido a la filosofía: ¿bastan las formas hebraicas de pensamiento o es preciso abrirse a la filosofía griega? La apertura de la Iglesia primitiva a la metafísica griega no fue ni muchísimo menos ingenua o acrítica. Además, este discernimiento está íntimamente trabado con otros igualmente funda­mentales que hubo que realizar: a saber, el de la regla de la fe, del canon bíblico y de las formas básicas de la liturgia. Si el discernimiento filosófico que se hizo debe ser superado, entonces quedan también en entredicho estos otros discernimientos. La cuarta y última parte del libro (“Ripresa conclusiva”) consta de dos capítu­los. El primero se titula “Ripresa biblica: il compimento della Scrittura” (259-285) y ya nos hemos referido a él. El segundo lleva por título “Ripresa teorica: il sacramento e la Parola” (286 y siguientes). En mi opinión, la idea clave es la que aparece justo al inicio (286): “Il guadagno più consistente del dibattito sacramentario del Novecento, infatti, è che la forma dell’atto celebrativo non è meramente un rivestimento esteriore del sacramento, ma la modalità storica della sua attuazione”. Creo que si vamos más a la raíz, descubrimos que la cuestión de fondo es la de la relación entre la palabra y la carne de Cristo. Se trata de un punto que los autores han visto perfectamente. De aquí se sigue toda una serie de consecuencias sobre el modo de entender la relación entre el Antiguo Testamento y Cristo, el Antiguo Testamento y el Nuevo Testamento, Cristo y el Nuevo Testamento, palabra y celebración litúrgica. Todas estas cuestiones son tratadas en este importante capítulo final. Concluyo. El libro tiene una estructura cuidadosamente pensada. La bibliografía (primaria y secundaria) está elegida con criterio. El tratamiento de los problemas es riguroso y profundo. Las conclusiones alcanzadas en la investigación arrojan gran luz. Al mismo tiempo, se ponen sobre la mesa debates sugerentes. Enhorabuena a los autores.
M. Aroztegi, in Revista Española de Teología 2/2021, 344-348

Este libro se presenta escrito a cuatro manos. Es el trabajo conjunto de un teólogo y un biblista italianos –A. Bozzolo y M. Pavan– en torno a un aspecto que, en la actualidad, se presenta como cuestión verdaderamente puntera de la teología bíblico-litúrgica, que es la «sacramentalidad de la palabra». Esta expresión nos introduce en el nexo profundo entre la palabra de Dios y el misterio del culto cristiano que la celebra. La reflexión de los autores viene suscitada, en buena medida, por la aparición de este sintagma –sacramentalidad de la palabra– en un texto de alto rango magisterial, que es la Exhortación apostólica post-sinodal Verbum Domini (2010), donde Benedicto XVI la emplea como expresión técnica recogida por primera vez en la historia del magisterio eclesial.

La estructura de la obra se articula en cuatro momentos: el primero recorre el itinerario que ha conducido a formular el tema, y atraviesa las etapas principales de su adquisición y conformación. El segundo se pregunta sobre la posibilidad de un discurso bíblico en torno al carácter sacramental de la palabra de Dios, a la luz de algunos pasajes del Antiguo y del Nuevo Testamento. El tercer momento analiza críticamente las propuestas teóricas más relevantes que en el siglo pasado ofrecieron una elaboración coherente del argumento. Finalmente, la sección conclusiva se destina a retomar las adquisiciones principales implicadas en la cuestión de la sacramentalidad de la palabra.

Estamos, por tanto, ante un libro no excesivamente largo, pero sí denso, en cuanto exposición bíblica sistemática y litúrgica de una noción-clave de la vida eclesial. ¿Por qué decimos «noción-clave» de la vida eclesial? Porque afecta directamente al corazón mismo de la vida del Pueblo santo. Es una cuestión que mira a la toma de conciencia de los creyentes en lo que respecta a las relaciones entre la palabra de Dios –y la Escritura que la atestigua–, de un lado y, de otro, las acciones sagradas que anuncian, actualizan y comunican sus contenidos salvíficos. Por tanto, nos situamos frente a un libro histórico inspirado que, en cuanto texto literario, posee su propia clave interpretativa, pero también, frente a una celebración ritual –en el ambón– de esa palabra inspirada, que no se escucha de una manera historicista, sino performativa.

Su proclamación no se hace al margen de la anámnesis eucarística, así como esa misma anámnesis del relato de la institución tampoco es ajena al texto revelado, ya que son palabras del Señor en el Cenáculo. Si se permite la expresión, nunca la Biblia es tan Biblia como cuando ella misma es leída en la Eucaristía que se celebra. Por eso la «comunión» que abre a una más plena comprensión de la Biblia –con la plenitud relativa de la vida presente– es la configurada eucarísticamente. Es la que, desde el Misterio pascual de Cristo, reactualizado por la celebración (exercetur), se proyecta sobre la humanidad entera para salvar a todos.

Pensemos que en la liturgia de la Palabra, es Dios quien habla siempre a sus hijos, y, cuando el diácono proclama el Evangelio, es Dios quien habla a sus hijos «por medio de su Hijo». Este matiz sumamente relevante, esta presencia real de Cristo en su palabra (Sacrosanctum Concilium, 7) hace que Cristo sea el divino proclamador y el santo Pneuma sea el divino actualizador de esa palabra en el corazón del bautizado que la acoge y responde con fe en medio de la asamblea santa. La exploración del vasto campo de la sacramentalidad de la palabra implica repensar los trasfondos teológicos que subyacen e iluminan las cuestiones apenas mencionadas.

Éste es el servicio que nos prestan A. Bozzolo y M. Pavan en su síntesis, completa y bien elaborada, de este libro. Su atenta lectura nos despeja el horizonte del sentido de «acontecimiento» (senso evenimenziale) que caracteriza la proclamación de la palabra de Dios en sede litúrgica. En ella, la Iglesia sigue fielmente el mismo sistema que usó Cristo en la lectura e interpretación de las sagradas Escrituras, puesto que Él exhorta a profundizar el conjunto de las Escrituras partiendo del «hoy» de su acontecimiento personal. Entonces, la misma celebración, que se sostiene y se apoya principalmente en la palabra de Dios, se convierte en un «acontecimiento nuevo» y enriquece esta palabra con una «nueva interpretación» y una «nueva eficacia».


F.M. Arocena, in Scripta Theologica 53(2021) 547-548

Este volumen, escrito conjuntamente por un estudioso de la Biblia y un teólogo, pretende centrarse en la sacramentalidad de la Palabra, concepto reciente del magisterio (Verbum Domini) a través de un itinerario estructurado en cuatro momentos. El primero reconstruye el camino que llevó a la formulación del tema. El segundo cuestiona la posibilidad de un discurso bíblico sobre et carácter «sacramental» de la Palabra de Dios, a la luz de algunos pasajes del Antiguo y Nuevo Testamento. El tercera examina críticamente las propuestas teóricas más relevantes que,durante el siglo xx, ofrecieron una elaboración coherente del tema. El ultimo está dedicado a retomar las principales cuestiones involucradas en el tema.
In Phase 360 (2/2021) 278-279

Sviluppando prospettive già abbozzate in alcuni testi magisteriali precedenti, l'esortazione Verbmn Domini (2010) parla della qualitas sacramentalis Verbi (n. 56), espressione tradotta in italiano come «sacramentalità della Parola». A. Bozzolo e M. Pavan – teologo sistematico il primo, biblista il secondo – riflettono sul tema per chiarirne i contorni e mostrarne le implicazioni.

Se il termine "Parola" è riferito in modo analogico al Verbo, all'evento della Rivelazione, alla Scrittura e alla proclamazione liturgica della Scrittura, nella locuzione «sacramentalità della Parola» esso va assunto nell'ultima delle quattro accezioni, che però si comprende solo in connessione con le tre precedenti e con gli elementi riconducibili al sintagma «ministero della Parola» (omelia, proclamazione del kerygma, catechesi, insegnamento del magistero). Contestualmente va chiarito che la nozione di sacramentalità designa «una struttura analoga a quella del sacramento, in cui un elemento sensibile media una realtà spirituale: una dinamica operativa che porta in sé un'intrinseca efficacia [...]; una intrinseca destinazione all'uso liturgico» (11).

Il percorso del volume è articolato in quattro parti. La prima documenta la presenza dell'espressione «sacramentalità della Parola» nel magistero recente, ricostruendo i precedenti che hanno aperto la strada al suo utilizzo; richiama i momenti della tradizione cristiana che consentono di comprenderne il senso; precisa la dottrina di Lutero che, più di ogni altro, ha insistito sull'intrinseca valenza sacramentale della Parola. La seconda parte mette a fuoco il rilievo che la Scrittura attribuisce alla proclamazione liturgica, con l'obiettivo di «verificare in che modo la nozione di sacramentalità della Parola possa trovare un fondamento nel modo in cui la Bibbia presenta il nesso tra Parola e liturgia» (12). La terza parte del volume considera tre autori del Novecento che più direttamente si sono confrontati col tema, cercando di mettere a fuoco i modelli teorici entro i quali esso è stato elaborato: quello trascendentale (K. Rahner), quello dialettico (E. Jüngel) e quello simbolico (L.-M. Chauvet).

Raccogliendo gli elementi rilevanti per inquadrare il discorso sotto il profilo biblico e teologico, la quarta parte propone un'interpretazione sintetica della formula in questione. Stando all'indagine biblica, il Nuovo Testamento lega la sacramentalità della Parola al compimento delle Scritture: «È in forza sia del prolungarsi dell'attività di ermeneuta del Risorto nella Chiesa [...] che del disvelarsi del senso salvifico ultimo delle Scritture stesse alla luce degli eventi correlati alla persona di Gesù – in particolare la sua morte e risurrezione – che nella lettura del testo si manifesta e si realizza tale sacramentalità» (168), cioè il suo essere "abitata" dalla presenza del Signore che opera per la salvezza degli uditori. La ripresa teorico-sistematica parte invece dal fatto che, proclamata nel quadro dell'azione liturgica, la parola del testo biblico è in grado di «esprimere la propria intrinseca qualità di evento vivo del Dirsi di Dio» (308).

Su questa base, due principi fondamentali guidano la riflessione. Il primo è quello per cui «nell'atto liturgico della proclamazione ecclesiale la parola divina manifesta la propria natura e attua la propria verità» (290). Il motivo per cui la celebrazione dell'eucaristia è stata ben presto collegata con la lettura di passi biblici è connesso al riconoscimento dell'evento pasquale come compimento delle profezie e avvenimento salvifico definitivo. Tale riconoscimento «dà origine a una complessa transizione dalle forme della liturgia ebraica [...] a una nuova liturgia che sarà "cristiana" in quanto "pasquale"» (309). Quando i discepoli riprendono i gesti del Signore nell'ultima cena, la loro eucaristia riceve il suo nuovo contesto dal «giorno del Signore», il giorno dell'incontro col Signore risorto. La ripresa della memoria di Gesù nell'orizzonte del compimento pasquale riguarda anche la Scrittura e sta all'origine di un duplice movimento: quello che conduce a redigere i vangeli, come rilettura della storia di Gesù alla luce della Pasqua, e quello che porta a interpretare l'Antico Testamento in riferimento al compimento cristologico, sviluppando un'autonoma prassi di lettura cristiana delle Scritture. Se questo sviluppo è probabilmente già sotteso al racconto dei discepoli di Emmaus, Giustino è il primo ad attestare il processo ormai compiuto: «collocata nel contesto della celebrazione eucaristica, entro cui si manifesta la presenza del Kyrios, la Scrittura trova il fondamentale criterio ermeneutico in quel compimento che sta "fuori del testo" e si trova nel corpo glorioso del Signore» (311). Per questo lo Spirito santo, che presiede sia all'evento sacramentale che all'intelligenza della Scrittura, opera in due sensi complementari: da un lato, fa si che la novità della Pasqua permanga nella Chiesa, attraverso la Scrittura ispirata e la presenza sacramentale del Signore; dall'altro, conduce la comunità ecclesiale oltre la lettera della Scrittura e le consente di accedere alla grazia del sacramento. Collocata nel contesto rituale, la Scrittura è insieme relativa e indispensabile: relativa, perché ciò che vuole trasmettere va al di là di essa; indispensabile, perché non si arriva alla presenza del Signore senza il lavoro di interpretazione della Scrittura stessa. Attraverso la lettera della Scrittura, lo Spirito, da un lato, custodisce la precedenza dell'evento fondatore e, dall'altro, abitando il gesto della proclamazione liturgica e dell'ascolto orante, fa sì che l'evento fondatore sia una sorgente che si fa presente lungo tutto lo scorrere del fiume della Tradizione, senza mai poter essere circoscritta. Le recenti acquisizioni della linguistica ci insegnano che la scrittura non si limita a trascrivere la parola orale che la precede, ma imprime «nel testo l'intenzione che è all'origine del discorso facendone l'intenzione del testo» (314). Di conseguenza, interpretare significa mettersi in cammino verso quello che P. Ricoeur chiama «l'oriente del testo», cioè l'intenzione che ne è all'origine. Poiché: l'oriente del testo biblico è l'incontro di Cristo e della Chiesa, «lo Spirito che è all'opera nella lettera della Bibbia e ne anima l'intenzione non può essere compreso se non accogliendo, grazie al sacramento, l'Oriente stesso che ci viene incontro nella carne di Gesù» (315).

Il secondo principio che orienta la riflessione dichiara che «la Parola concorre in maniera determinante al compiersi dell'economia sacramentale, che però la eccede in direzione del corpo»(290). Parola e gesto corporeo si intrecciano in tutto l'evento sacramentale, ma «ciò che prima viene "detto" – con un dire che è già "atto” – trova il suo compimento in un gesto che si destina al corpo» (290-291) e che, nel caso paradigmatico della celebrazione eucaristica, si attua nel gesto della manducazione. Ciò dipende dal fatto che, nel sacramento, il lavoro della Parola incontra l'ambito del sacro: quell'esperienza religiosa, radicata nelcorpo, in cui la libertà dell'uomo, confrontata con le esperienze radicali dell'esistenza, «riconosce in maniera preriflessiva di non fondarsi su se stessa, perché "sente" di essere preceduta e di dover "rispondere" di sé» (316). In questi snodi decisivi della vita, la mediazione del rito, attualizzando un racconto fondatore, «interpreta il senso del sacro offrendo una forma di agire che afferma il proprio valore per la libertà solo se essa lo riprende personalmente» (318). Così, all'interno di una tradizione religiosa, il rito articola praticamente il rapporto simbolico dell'uomo corporeo con l'Origine. Nel suo farsi carne, il Verbo di Dio assume l'esperienza religiosa come «luogo in cui attuare la novità indeducibile della rivelazione divina» (318), la quale non può «fare a meno della grammatica religiosa, ma la assume e ne risolve l'ambiguità» (320).

In conclusione, «la sacramentalità della Parola consiste nel fatto che essa concorre in modo essenziale all'economia dei santi segni con cui la Chiesa celebra il Mistero pasquale del Signore crocifisso e risorto, divenendo partecipe della sua vita» (322). Mentre si presenta come atto di Dio che parla e, così, suscita la fede, contemporaneamente la proclamazione della Parola pone le condizioni perché il gesto sacramentale si realizzi come libero dono e grato gesto di accoglienza. Grazie ad essa, l'efficacia del sacramento porta a compimento la performatività della Parola e si dispiega attraverso la partecipazione attiva dei fedeli. Correlativamente la sacramentalità della Parola rivela che essa è originariamente destinata alla lettura liturgica, all'interno della quale trova sia il contesto adeguato in cui esprimere la propria natura di evento, sia le condizioni ultime della sua interpretazione. Poiché il compimento della Scrittura è fuori del testo, la percezione del suo sensus plenior «richiede quella conoscenza della res di cui il testo parla, che si può attingere soltanto attraverso la fruttuosa partecipazione sacramentale all'evento» (324).

Il testo di Bozzolo e Pavan ha il merito di mettere a fuoco in modo pertinente gli elementi rilevanti per determinare il senso di un tema – «Ia sacramentalità della Parola» – che, non adeguatamente precisato nei suoi contorni, rischia di essere ridotto a slogan, ripetuto in maniera puramente retorica.


P. Caspani, Teologia 2/2021, 317-319

Il volume, che ha come autori il prof. A. Bozzolo, sacerdote salesiano che insegna a Torino, Milano e Roma e il prof. M. Pavan, monaco che insegna a Roma e Firenze, si propone di analizzare la «sacramentalità della Parola». Nello sviluppo delle quattro parti di cui consta il testo, il prof. Bozzolo ha elaborato i capp. 1.2.3.7.8.11 mentre il prof. Pavan ha composto i capp. 4.5.6.10. Nell'introdurre l'opera, gli autori indicano le motivazioni del loro lavoro e sottolineano la necessità di elaborare finalmente una riflessione sull'identità della «Parola di Dio» alla luce del rinnovamento conciliare (cfr. soprattutto Dei Verbum [DV], 18 novembre 1965) e degli insegnamenti magisteriali seguiti negli ultimi decenni (cfr. soprattutto: Benedetto XVI, Verbum Domini [VD], 30 settembre 2010). È proprio la formula indicata da papa Benedetto XVI in VD 56 «sacramentalis qualitas Verbi», resa nelle lingue moderne con «sacramentalità della Parola», ad ispirare il titolo e insieme l'approfondimento del tema (p. 10).

Il volume si snoda in quattro parti. Nella Prima Parte: Il tema e la sua storia (pp. 17-76) si presenta sul piano storico la questione della sacramentalità della Parola a partire cioè dalla sua formulazione nella VD. Nel Cap. I (pp. 17-31) gli autori scoprono una prima radice della complessa formulazione di VD 56 nell'enciclica di Giovanni Paolo II, Fides et Ratio 13, risalendo poi a DV 2; 21 (la rivelazione gestis verbisque; la duplice mensa del pane e della Parola) e all'idea dell'unico atto di culto proposta in Sacrosanctum Concilium 56. Il cap. 2 (pp. 32-54) riflette su alcuni autori della teologia patristica, fermandosi sul tema della manducazione della Parola in Origene e quindi su Agostino, in particolare sulla sua idea del sacramento come visibile verbum. Il capitolo si chiude con una sintesi delle idee di Tommaso d'Aquino circa la vis sanctificandi della Parola. Sia in Agostino che in Tommaso il legame tra Parola e sacramento è secondo i nostri autori molto più profondo di quanto spesso si sia pensato. Il cap. 3 (pp. 55-70) affronta il tema nel complesso pensiero di Lutero, il quale sottolinea in particolare il primato del rapporto della fede con la Parola, rispetto a quello del rapporto della fede con il sacramento.

Nella Seconda Parte: La radice biblica (pp. 77-174) il prof. Pavan offre uno spaccato del tema, indicando l'approccio metodologico e fornendo un percorso relativo all'Antico e al Nuovo Testamento. Nel cap. 4 (pp. 77-91) si indica la scelta ermeneutica con cui si procede nell'analisi. Essa è rappresentata dal canone biblico (approccio canonico) secondo la tradizione cattolica. Pavan ritiene di seguire un'esegesi integrale, ovvero un'esegesi credente che rispecchia in gran parte i criteri richiesti dalla Verbum Domini. Nei successivi due capitoli si riflette sul ruolo delle Scritture così come emerge dalla rassegna di testi analizzati. Nel cap. 5 (pp. 92-128) si pone l'attenzione su quattro testi: Es 24; Gs 8,30-35; 1 Re 23 e Ne 8. In tutti questi casi, la lettura del testo sacro fatta in ambito rituale produce per il popolo un effetto salvifico. Segue il cap. 6 (pp. 129-169), che analizza due pagine lucane (Lc 4,16-30; 24,13-35) e il testo di Gv 6. Pavan evidenzia come la «sacramentalità» della Parola sia collegata al tema del compimento delle Scritture in Cristo e al motivo della presenza del Risorto e della sua rilettura all'interno della comunità ecclesiale. Nella necessaria e comprensibile selezione dei testi, purtroppo si avverte la mancanza di un'analisi riguardante la visione paolina (che precede storicamente i vangeli) e gli sviluppi post-paolini circa l'identità della Parola di Dio e il suo impiego ecclesiale.

Nella Terza Parte: Il dibattito della teologia (pp. 175-258) si passa alla riflessione sistematica. Il prof. Bozzolo si concentra sul pensiero di tre teologi contemporanei. Nel cap. 7 (pp. 175-207) si espone il pensiero di K. Rahner, commentato attraverso il "controcanto" liturgico del pensiero di G. Bonaccorso. Nel cap. 8 (pp. 208-232) si presenta il pensiero di E. Jüngel, commentato a sua volta con il “controcanto" di carattere enneneutico del pensiero di P. Ricoeur. Nel cap. 9 (pp. 233-256) si analizza la proposta di L.-M. Chauvet, commentata attraverso l'opera di J.-L. Marion, sotto l'aspetto fenomenologico.

La Quarta Parte: Ripresa conclusiva (pp. 259-324) completa il volume con due capitoli centrati sul motivo biblico-teologico del «compimento della Scrittura» e sulla relazione tra sacramento e Parola. Nel cap. 10 (pp. 259-285) gli autori propongono di collegare il tema della «sacramentalità della Parola» con il principio del «compimento delle Scritture». In linea con la tradizione teologica neotestamentaria tale principio dinamico fornisce una chiave ermeneutica per il credente che si apre alla lettura del testo ispirato (cfr. pp. 273-282). Nondimeno l'approfondimento della relazione tra Scrittura e Parola implica l'elaborazione di un'adeguata «teologia biblica», che sia in grado di offrire una visione olistica della relazione tra storia e verità, mistero divino e realtà umana, pluralità delle tradizioni teologiche nella Bibbia e unità dei due Testamenti (cfr. P. Beauchamp). Gli autori sottolineano l'importanza di elaborare un'adeguata teologia, lasciando aperta la questione dei modelli ermeneutici (per l'approfondimento del tema, ci permettiamo di rimandare al nostro: G. De Virgilio, Teologia Biblica del Nuovo Testamento, Messaggero, Padova 2016). Infine il cap. Il (pp. 286-324) tratta della relazione tra sacramento e Parola. In ultima analisi la «sacrarnentalità della Parola» sarebbe determinata non tanto dall'oggetto in sé, ma dal dinamismo spirituale con cui il soggetto accoglie il testo ispirato (p. 303: «II compimento non è nel testo»). Per tale ragione, come è confermato dall'analisi biblico-teologica proposta, la «forma liturgica» con cui la Scrittura ispirata si propone ai credenti, diventa il luogo eminente della sua proposizione. In essa si coglie la destinazione originaria della Scrittura, «atto vivo del Dio che parla» al suo popolo (p. 322), simbolo efficace della voce del Risorto.

Il volume si apprezza per la sua profondità analitica e la ricchezza bibliografica. L'esposizione dei temi è impegnativa, talora avrebbe richiesto un maggiore approfondimento, soprattutto sul versante della riflessione sistematica. Siamo grati ai due autori per aver offerto al pubblico italiano questa importante sintesi «interdisciplinare», che costituisce una base solida per ulteriori sviluppi della ricerca. Infine sottolineiamo, a titolo riassuntivo, tre aspetti relativi al tema trattato. Il primo riguarda la relazione tra sacramentalità e ruolo attivo (non solo liturgico) della Chiesa. Il secondo implica una riflessione adeguata sull'identità e la funzione odierna della teologia biblica (relazione necessaria tra esegeti e teologia). Il terzo concerne il rapporto tra sacramentalità e «teologia pastorale». Quest'ultima riceve dalla VD una nuova prospettiva, riassunta nella formula di VD 73: «animatio biblica totius ationis pastoralis» («animazione biblica di tutta l'azione pastorale»). È la circolarità tra questi tre elementi, che può fornire ulteriori stimoli per lo sviluppo di un tema così importante e vitale per la vita dei credenti.


G. De Virgilio, in Bibbia e Oriente 287 (1/2021), 51-53

Il tema della sacramentalità della Parola, si è affacciato – dopo il Concilio Vaticano II – molte volte e con varie modulazioni nella riflessione teologico-biblica e teologicoliturgica. Il fatto che la Parola (soprattutto quando proclamata nella comunità) possieda una sua dimensione performativa è stato anche più volte messo in evidenza dal magistero pontificio. Nella Lettera apostolica Aperuit illis di papa Francesco – con cui egli ha istituito la Domenica della Parola – ai nn. 9-10-11 si offrono alcune innovative prospettive su tale argomento e sulla dimensione ecclesiale come luogo ermeneutico prioritario per la comprensione della Scrittura, raccogliendo quanto già auspicato da papa Benedetto XVI in Verbum Domini, n. 56: «Cristo, realmente presente nelle specie del pane e del vino, è presente, in modo analogo, anche nella Parola proclamata nella liturgia. Approfondire il senso della sacramentalità della Parola di Dio, dunque, può favorire una comprensione maggiormente unitaria del mistero della Rivelazione in “eventi e parole intimamente connessi”, giovando alla vita spirituale dei fedeli e all’azione pastorale della Chiesa».

Sullo sfondo di tali proposte e del nutrito dibattito che esse – in vari campi della teologia e della pastorale – hanno sollevato, lo studio di Bozzolo e Pavan, dedicato appunto alla sacramentalità della Parola, va attentamente considerato. Si tratta – va detto subito – di uno studio ampio, approfondito e ponderato. Il tema è sviscerato nei suoi aspetti di carattere biblico e liturgico e nelle sue dimensioni teologiche anche nell’ambito del dibattito storico (un interessante capitolo, il terzo, è dedicato a Lutero) fino alla teologia del XX secolo. Andrea Bozzolo, sacerdote salesiano, è docente di Teologia sistematica presso la sezione torinese dell’Università Pontificia Salesiana, ed offre la sua docenza anche alla Facoltà Teologica di Milano ed al Pontificio Istituto “Giovanni Paolo II” di Roma. Marco Pavan è monaco ed insegna Sacra Scrittura all’Angelicum di Roma ed alla Facoltà Teologica di Firenze.

Dunque, come si legge nell’Introduzione (p. 13), «Il lavoro è frutto della collaborazione e del dialogo di un biblista e di un teologo», una qualità – questa – che deve essere apprezzata, proprio perché mette in campo diversi, sebbene complementari e condivisi, punti di vista. Il libro si presenta accattivante già scorrendo l’indice. Esso si divide in quattro parti, che insieme comprendono 11 capitoli. Un trattato, dunque che non vuole solo dibattere sul tema ma cerca di comprenderlo anche nella sua prospettiva biblica, storica, liturgica e sistematica.

In tal senso si deve affermare che questo libro è il primo, dedicato a questo tema, nel contesto italiano, e sicuramente si pone come interlocutore interessante nel più ampio dibattito internazionale. La parte prima del volume è dedicata a «Il tema e la sua storia». L’andamento è chiaramente di teologia sistematica: a partire da Verbum Domini n. 56 si risale alla Dei Verbum ed alla Sacrosantum Concilium (cap. primo). Il secondo capitolo è dedicato alla storia della riflessione sull’argomento e si sofferma su Origene, Agostino e Tommaso. Il terzo è interamente dedicato a Lutero. La parte seconda tratta «La radice biblica» del tema. Dopo una introduzione metodologica dove l’autore (qui Pavan) chiarisce la dimensione ermeneutica della riflessione, il libro presenta due capitoli dedicati l’uno all’Antico Testamento e l’altro al Nuovo. Notevoli ed ampie sono le considerazioni di carattere lessicografico ed esegetico, tali da delineare un preciso percorso di riflessione, che si riflette nella dinamica di «compimento» inscritta nei testi biblici (pp. 168-169). La parte terza del libro è dedicata a «Il dibattito della Teologia» e vengono particolarmente analizzati i contributi di teologi come Rahner; Jüngel; Chauvet, con il rispettivo contrappunto delle tesi di un liturgista, G. Bonaccorso; un filosofo, P. Ricoeur; ed un altro filosofo, J.-L. Marion. Si tratta di una parte molto interessante perché mostra quanto la tematica sia declinabile in chiave sistematica e tocchi ed interpelli molti elementi dottrinali in chiave cristologica ed ecclesiologica. La parte quarta e finale del libro vuole costruire una sintesi in prospettiva teologico-biblica (cap. decimo) ed in chiave di teologia sacramentaria (cap. undicesimo). La dimensione del «compimento» delle Scritture si esplicita come connessione tra atto di lettura e atto interpretativo (pp. 283-285), mentre il confronto con la dimensione liturgica nella quale la Parola viene proclamata mette in evidenza come «la sacramentalità della Parola chiama in causa anche il modo in cui le comunità cristiane celebrano il sacramento» (p. 322).

Se il libro, del quale si è sinteticamente delineato il percorso, si pone come un considerevole contributo alla riflessione sul tema, non si può (proprio perché si tratta di un testo autorevole) non evidenziarne anche alcuni (pochi) limiti, che si pongono anche come elementi di sviluppo del dibattito stesso. Il magistero di papa Francesco, soprattutto sotto l’aspetto biblico, viene appena accennato: in particolare andrebbe richiamata qui l’innovativa definizione del dinamismo della Scrittura quale «fonte dell’Evangelizzazione» (Evangelii Gaudium, 174) e quindi i riverberi del tema della sacramentalità della Parola in chiave di annuncio e azione pastorale sviluppate dal Papa nelle recenti lettere Aperuit illis e Scripturae Sacrae affectus. La lettura attenta del libro desta l’impressione che dietro alle quattro parti (o almeno alle prime tre) in cui il testo è articolato vi siano linguaggi e passaggi più propri per materiale didattico o di ricerca accademica. Il che naturalmente attesta anche la qualità della riflessione proposta, ma non depone per una omogeneità dell’esposizione. Sull’abbondantissima bibliografia proposta nelle note, si deve rilevare che, a parte l’ampia ed interessante discussione delle tesi di G. Bonaccorso, poco rilievo è riservato alla discussione teologica sull’argomento nel contesto italiano, a fronte dell’amplissima bibliografia anglofona, francofona e germanofona citata. Questo potrebbe far pensare che il contributo italiano sul tema non sia rilevante, ma così non è. Se è vero – se ne è già dato il merito – che questo volume si presenta come primo in Italia su di un argomento così importante, tuttavia già molti autori italiani dal post-concilio in poi hanno riflettuto su tali argomenti in vari scritti e contributi: si possono citare ad esempio i nomi (con diverse sensibilità ed impostazioni metodologiche) di D. Barsotti, G. Dossetti, U. Neri, B. Maggioni, R. Fabris, V. Fusco. Ovviamente quanto segnalato è nella logica di un possibile miglioramento del testo, in quanto – lo ripetiamo – si tratta di uno studio il cui effetto potrà durare a lungo nell’ambito del dibattito teologico italiano.


G. Benzi, in Salesianum 3/2021, 620-622

Introduciamo la presentazione del volume La sacramentalità della Parola osservando anzitutto che si tratta di un bel libro di teologia, schiettamente occupato della verità e non subito preoccupato della sua divulgazione. La scrittura è al tempo stesso specialistica e scorrevole, esatta e piacevole, libera da vezzi accademici e da pesantezze retoriche.

Il volume è scritto a quattro mani: vi è la penna di un teologo sacramentario, Andrea Bozzolo, e quella di un esegeta dell’Antico Testamento, Marco Pavan. Il tema molto stimolante del carattere sacramentale della Parola viene sviscerato da tutti i doverosi punti di vista: magisteriale, storico, biblico, sistematico, che corrispondono ai capitoli del volume, e che sono opportunamente inquadrati da una breve introduzione, che mette bene in evidenza la posta in gioco riguardo al tema, e da una ripresa sistematica, che fissa le acquisizioni e suggerisce possibili prosecuzioni. Entrambi gli Autori sono esemplari nel coniugare l’ampiezza e la precisione del tema, hanno cura di non risolvere il tema della sacramentalità nella generalità della Rivelazione, risultano molto generosi nell’includere le articolazioni scritturistiche, le modalità teologali, le mediazioni ecclesiali e le condizioni culturali che ne restituiscono l’effettiva complessità.

Come si apprende dalla parte introduttiva del testo, il tema della sacramentalità della Parola sembra ormai giunto a un livello di maturazione ecclesiale, magisteriale e teologica, tale da offrire alla teologia abbondante materia di riflessione, ma anche da richiederle l’apporto critico. Il superamento della divaricazione di Parola e sacramento non può ridursi all’affermazione della loro unità: occorre precisare di che tipo di unità si tratti e come ne resti preservata la differenza. In effetti, in termini largamente culturali, la sacramentalità della Parola si presenta come il punto di convergenza della Teologia fondamentale, della Teologia sacramentaria, della Scienza liturgica e della Linguistica contemporanea. L’acquisizione che accomuna l’esame della Rivelazione divina, del sacramento ecclesiale e dell’esperienza comune – autentico punto di non ritorno del pensiero contemporaneo – è l’irriducibilità della coscienza al momento empirico e al momento logico: solo l’ordine simbolico-pratico è compatibile con la complessità e l’integralità dell’esperienza umana. Essa è sempre corpo e parola, mentre una loro oggettivazione o dissociazione è semplicemente impensabile.

Di fatto, tutto il volume si presenta come un trattamento biblico-teologico dell’ordine simbolico-pratico, interpretato come dialettica incrociata del senso e della decisione, del passivo e dell’attivo, del radicamento somatico del semantico e della trascendenza del semantico rispetto al suo archetipo somatico, del valore comunicativo della parola e dell’efficacia operativa del gesto. Come dire: tutta la realtà attesta che l’unità di corpo e parola è al tempo stesso esperienza umana fondamentale e compimento della rivelazione teologale. In termini più direttamente teologici, l’affermazione della sacramentalità della Parola si raccomanda per altrettante buone ragioni: essa emerge alla confluenza di una teologia della Rivelazione, che si attua “in eventi e parole intimamente connessi” (DV 2), di una teologia dell’Incarnazione, in cui “il Verbo si è fatto Carne” (Gv 1,14), di una teologia della Redenzione, dove la salvezza è guadagnata dal Signore “nel suo corpo sul legno della Croce” (1Pt 2,24), di una cristologia dell’unione ipostatica delle due nature di Gesù “indivise et inconfuse”, e infine – soprattutto – di una teologia sacramentaria che dà risalto allo stesso onore che la Liturgia tributa alle “due mense” della Parola e del Corpo di Cristo (Dv 21).

Su questo sfondo senz’altro incoraggiante, gli Autori procedono lodevolmente senza “scorciatoie”, senza cioè cortocircuiti linguistici, concetti solo allusivi, riduzioni della complessità o conclusioni affrettate. Bozzolo, ad esempio, chiarisce molto bene come la Parola liturgicamente celebrata è “sacramentale” senza essere essa stessa “sacramento”, e d’altra parte, senza essere sacramento è però costitutiva dell’economia sacramentale: la proclamazione della Parola appartiene essenzialmente all’ontologia della celebrazione. Da parte sua, Pavan raggiunge una tesi sintetica a procedere da poche pagine esemplari dell’Antico e del Nuovo Testamento, ma lo fa nell’ampio quadro di un’esegesi “canonica” del testo biblico, e senza tralasciare un puntiglioso esame lessicale. Ancora, entrambi gli Autori sono d’accordo nell’interpretare l’evento della Parola nell’intreccio della sua “attestazione” – sintesi di testimonianza e di messa in testo – che si attua nella complessità del dire, del detto e dello scritto, della parola pronunciata e ascoltata, scritta e interpretata, annunciata, celebrata e vissuta. Entrambi gli autori, poi, ciascuno nella propria prospettiva, evidenziano molto bene l’analogia profonda che intercorre fra l’esperienza umana fondamentale e l’esperienza celebrativa liturgica: il cuore dell’esperienza, come il cuore del sacramento, non si trova nella parola e neanche nel corpo, ma nel loro intreccio.

Molteplici gli argomenti in merito. Il minimo che si possa dire è che nella realtà effettiva il segno e il senso non si distinguono adeguatamente. Questo perché non esiste parola che non abbia base somatica, né corpo del tutto privo di valore semantico; e come la parola è irriducibile alle sue componenti linguistiche e testuali, così il corpo non è mai bios senza essere in qualche modo logos. Dunque, non si dà alcuna esperienza, men che meno del Dio rivelato in Gesù Cristo, senza l’apertura della parola e la resistenza del corpo, senza il valore comunicativo della parola e l’efficacia operativa del gesto. Ma poi, più profondamente, corpo e parole sono reciprocamente permeabili, giacché la parola è anche voce e il corpo è anche gesto, così come, liturgicamente, la Parola concorre al Sacramento e il Sacramento dà compimento alla Parola. Sul piano teoretico, a nostro avviso, l’affermazione della sacramentalità della Parola è l’occorrenza e l’attestazione più convincente del fatto che la trascendenza è sempre compimento eccedente, mai esteriorità o estraneità.

Fra i pregi argomentativi del volume, non può essere tralasciata la ricca “tavola rotonda” teologica allestita da Bozzolo con la convocazione di Autori del calibro di Rahner, Jüngel e Chauvet: essi vengono presentati in maniera competente nel loro valore e nei loro limiti, e soprattutto, grazie al rispettivo “controcanto” di Bonaccorso, Ricoeur e Marion, nelle loro potenzialità inespresse, perché bisognose di qualche quota di correzione e di integrazione. Ad esempio, la sacramentalità diffusa di Rahner, che offre buoni motivi ecclesiali per sostenere la sacramentalità della Parola, ma che è debitrice di una prospettiva ancora troppo cognitiva, può essere ben integrata dal suggerimento di Bonaccorso, il quale considera cosa di non poco conto il fatto che il Logos di Dio non si sia fatto logos dell’uomo, ma si sia fatto sarx, ossia uomo in tutta la sua complessità. Similmente, la prospettiva unilateralmente “teologica” di Jüngel, che pure riscatta lodevolmente la sacramentalità in ambito evangelico, può essere utilmente corretta dalla prospettiva narrativo-pratica del pensiero di Ricoeur. E così pure, il peso determinante della dimensione linguistico-comunicativa dell’evento liturgico presente nella sacramentaria di Chauvet può trovare il miglior contrappeso nella logica del “sito eucaristico della teologia” proposta da Marion.

La tesi conclusiva del volume è sostanzialmente condivisa dai due Autori, e consiste nella gravitazione della Parola in direzione del Corpo. Biblicamente, la sacramentalità della Parola si afferma in ragione del suo “compimento” cristologico, mentre liturgicamente si afferma in ragione della “celebrazione” quale vertice dell’umana e divina comunicazione. Infatti – argomenta Pavan – se l’Antico Testamento attesta la performatività cosmica e redentiva della Parola liturgicamente proclamata, questa performatività si realizza pienamente nel compimento cristologico nel modo del corpo incarnato, crocifisso, risorto e donato. Similmente – argomenta Bozzolo – la Parola attestata sviluppa tutte le sue virtualità soltanto come Parola celebrata. In definitiva, l’affermazione della sacramentalità della Parola sta a dire che il dirsi di Dio è veramente compreso solo nel contesto del Suo darsi, che cioè la Parola è veramente compresa e realizza la sua profonda efficacia quando è pronunciata dal suo Referente, ossia il Signore Risorto nel suo comunicarsi nuziale alla sua Chiesa.

La prosecuzione della riflessione in materia, a nostro avviso, sarebbe utilmente favorita da una maggiore esplicitazione della dimensione pneumatologica a cui pure si fa riferimento in conclusione laddove è lo Spirito che articola il Corpo e la Parola mediante la sua incessante azione unificante e differenziante.


R. Carelli, in Salesianum 3/2021, 627-630

Il testo a quattro mani di A. Bozzolo e M. Pavan affronta con profondità, competenza e da molteplici punti di vista (biblico, teologico, filosofico, liturgico, ecumenico) la questione della sacramentalità della Parola, tema che, come evidenziano gli Autori stessi, affiora «nell’alveo del rinnovamento conciliare della dottrina circa la rivelazione e degli approfondimenti che ne sono seguiti» (p. 5).

Il testo, piuttosto denso, si struttura in quattro parti (1. Il tema e la sua storia; 2. La radice biblica; 3. Il dibattito della teologia; 4. Ripresa conclusiva) nelle quali gli Autori, attraverso l’analisi di alcuni testi magisteriali e di particolari momenti salienti della riflessione teologica precedente, una indagine biblica, e ripercorrendo il dibattito teologico “recente”, offrono una interpretazione dell’espressione sacramentalità della Parola.

La prima parte, a carattere storico sistematico, è affidata al teologo A. Bozzolo; in essa viene documentata la presenza dell’espressione in esame nel magistero recente, ricostruendo i precedenti che l’hanno preparata. L’Autore a partire da Verbum Domini 56 (qualitas sacramentalis Verbi), che propone la formula sacramentalità della Parola, si sofferma, con un percorso a ritroso, su Fides et Ratio 13 (ratio sacramentalis Revelationis) e su alcuni testi conciliari (in modo particolare Dei Verbum 21: Divinas Scripturas sicut et ipsum Corpus dominicum semper venerata est Ecclesia..., e Sacrosanctum Concilium 56: liturgia nempe verbi et eucharistica, tam arcte inter se coniunguntur) individuando alcune premesse fondamentali su cui condurre l’ermeneutica dell’espressione in esame, premesse che non disgiungono Rivelazione - Parola – Celebrazione: 1. Il carattere performativo che la Parola possiede in se stessa e nella celebrazione liturgica;
2. il legame con il carattere evenemenziale della rivelazione (DV 2) e con il suo orizzonte sacramentale (Fides et Ratio, n. 13); 3. la dipendenza della sacramentalità della Parola dalla costituzione ontologica del Verbo incarnato; 4. la stretta connessione tra Parola ed eucaristia nel contesto dell’azione liturgica, che rende possibile parlare di un’analogia tra la presenza reale nelle specie e quella nella Parola proclamata nella liturgia (p. 21).

Alla luce del percorso magisteriale proposto, Bozzolo allarga la sua indagine sui precedenti della sacramentalità della Parola soffermandosi sulla figura di Origene, nella ricostruzione offerta da H.U. von Balthasar; sul sacramento come visibile verbum di Agostino, sulla vis sanctificandi della Parola in Tommaso e infine «su colui che ha fatto della sacramentalità della Parola uno dei nuclei centrali della sua teologia, cioè Lutero» (p. 33). Relativamente a Origene, l’Autore, si sofferma sulla relazione che la Scrittura ha con l’incarnazione, la Chiesa e l’eucarestia; di Agostino non teme di affrontare la celebre espressione accedit verbum ad elementum et fit sacramentum, cosciente delle diverse letture e discussioni che vertono intorno a tale espressione.

Oltre ogni precomprensione sul ruolo della Parola nella teologia medioevale e di Tommaso, A. Bozzolo mette ben in luce come la riflessione dell’Aquinate sulla Parola si collochi all’interno del mi- stero dell’incarnazione del verbo: «come la carne di Cristo deriva la sua capacità di santificare dalla unione con il Verbo, così le realtà materiali dei sacramenti sono santificate e derivano la forza salvifica attraverso le parole che in esse sono dette» (p. 51).

Alla relazione Parola e sacramento in Lutero, attraversando le diverse accezioni che i due termini assumono, Bozzolo dedica un intero capitolo (il terzo), e poggia la sua riflessione sugli studi di E. Herms e A. Sabetta [in H. herms - L. zak (ed.), Sacramento e Parola nel fondamento e contenuto della fede, Lateran University Press - Mohr Siebeck, Città del Vaticano 2011].

La seconda parte del testo, affidata al biblista M. Pavan, si pone su di un piano differente rispetto alla precedente; come nota l’Autore, il focus dell’analisi si colloca nel «reperire quello che la Scrittura stessa dice a proposito di ciò che viene inteso con l’espressione sacramentalità della Parola» (p. 75). Il percorso che Pavan propone è aperto evidentemente da una introduzione metodologica, che de- linea il quadro ermeneutico generale della ricerca.

L’Autore individua testi dell’AT (Es 24; Gs 8,30-35; 2Re 23; Ne 8; Ger 36,9-10 e Ne 9,1-3) e del NT (Lc 4,16-30; Lc 24,13-35; Gv 6) che trattano della lettura rituale del libro. Tali testi vengono presi in esame appunto secondo i passi indicati: 1. utilizzando un approccio lessicografico e semantico, delimiteremo alcuni testi partendo dall’uso del vocabolario collegato al libro e altri termini affini (parola; lettura; scrittura, ecc.); 2. a partire da questa prima operazione, si tenterà di identificare quei testi in cui viene rappresentata, in qualche forma, la lettura liturgica del testo; 3. i testi selezionati verranno analizzati nella loro sequenza canonica seguendo le coordinate delineate al punto precedente; 4. infine, nelle conclusioni tenteremo di cogliere gli elementi comuni ai diversi testi per poter individuare, in qualche modo, delle indicazioni su come intendere biblicamente l’espressione “sacramentalità della Parola (p. 91).

La terza parte, nella quale A. Bozzolo offre alcune interpretazioni teologiche degli ultimi decenni del tema in esame, si dimostra molto interessante sia per i contenuti proposti sia per la “struttura”. L’Autore si sofferma sui contributi di alcuni autori, che hanno trattato la questione della sacramentalità della Parola in modo organico, evidenziando la ricaduta che questa ha «sul modo di artico- lare i nessi tra Scrittura, Liturgia e Chiesa» (p. 173). Gli autori presi in esame, naturalmente di diverso orizzonte teologico, sono K. Rahner, E. Jüngel e L.M. Chauvet. Di ciascun autore vengono evidenziate le acquisizioni importanti per la riflessione sulla sacramentalità della Parola; d’altra parte Bozzolo individua i limiti degli autori in esame, e ne colma le lacune attraverso tre “controcanti”: liturgico (G. Bonaccorso), ermeneutico (P. Ricoeur,), fenomenologico (J.L. Marion).

Nella quarta parte, scritta a quattro mani (Pavan: cap. 10; Bozzolo: cap. 11) alla luce del percorso svolto, si propone una interpretazione sintetica dell’espressione sacramentalità della Parola, che, da un punto di vista biblico, viene letta nella prospettiva del compimento cristologico (evento pasquale) della Scrittura; nell’orizzonte liturgico viene affermata in ragione dell’essenziale destinazione della Parola alla sua proclamazione nella Liturgia: «La lettura liturgica del testo biblico [...] ponendosi all’interno della celebrazione, è simbolo efficace dell’iniziativa con cui il Risorto indi- rizza ai suoi la sua Parola, ossia riconduce la lettera del testo al primato del Referente che vi si dice, irriducibile ai discorsi che noi facciamo su di lui» (p. 323).

Il testo di Bozzolo e Pavan, rappresenta un importante contributo a questo tema “recente” e “antico” allo stesso tempo; permette di accostarlo da diverse prospettive e punti di vita ben integrati tra loro.
Ulteriore pregio del volume sono le molteplici vie di approfondimento e di ricerca sul tema in questione indicate nel corso dei diversi capitoli.


E. Massimi, in Rivista Liturgica 2/2021, 223-226

A dieci anni dalla Esortazione apostolica post-sinodale Verbum Domini di Benedetto XVI un saggio a quattro mani fa il punto in chiave biblica e sistematica su un tema fondamentale della teologia: la qualità sacramentale della Parola di Dio. I due Autori di diversa formazione e competenza disciplinare – il primo, A. Bozzolo, docente di teologia sistematica ed esperto nell’ambito della teologia sacramentaria contemporanea, il secondo, M. Pavan, monaco, biblista e docente di Antico Testamento – introducono il lettore a una questione centrale del dibattito teologico contemporaneo attraverso un percorso che si snoda per undici capitoli. Siamo avvertiti nella Introduzione (cf 13) della distinta paternità dei singoli capitoli: i capitoli 1, 2, 3, 7, 8, 9, 11 (Bozzolo), i capitoli 4, 5, 6, 10 (Pavan).

Venendo più direttamente alla composizione del testo, in parte già anticipata, si può delineare una struttura a quattro movimenti, dopo le indicazioni sulla partitura offerte al lettore nell’Introduzione (cf 5-13). Il primo movimento, curato dal teologo sistematico nella forma di un intellectus Magisterii et historiae thelogiae, è composto dai primi tre capitoli concernenti una accurata interrogazione della storia della teologia a partire da alcune aperture del recente magistero ecclesiastico (cf Parte I, cap. 1). Questa ricognizione arriva a delineare alcune domande di merito sul significato e la pertinenza di queste aperture: se e in che termini parlare teologicamente, nella luce della tradizione (Origene, Agostino e Tommaso d’Aquino in particolare, cf Parte I, cap. 2) incluso il passaggio decisivo della vicenda luterana (cf Parte I, cap. 3), di sacramentalità della Parola di Dio.

La questione viene dunque girata al biblista che attiva un secondo movimento nella forma di un intellectus Sanctae Scripturae (cf Parte II, capp. 4, 5. 6). La ripresa del tema teologico, nella forma di intellectus recentioris historiae thelogiae, porta a un terzo movimento che entra nelle pieghe della teologia contemporanea attraverso l’esame della proposta di tre Autori: K. Rahner, E. Jüngel, L.-M. Chauvet (cf Parte III, capp. 7, 8, 9). Le implicazioni sono analizzate nella forma del “canto” e “controcanto” per ciascuno dei tre teologi considerati: in tutto quindi otto sviluppi (K. Rahner/G. Bonaccorso; E. Jüngel/P. Ricoeur; L.-M. Chauvet/J.-L. Marion).

Si arriva così agli ultimi due capitoli (cf Parte IV, Pavan: cap. 10; Bozzolo: cap. 11), il gran finale, dove l’intreccio tra le due ricerche perviene a una sintesi unitaria ed aperta.

Un primo aspetto che riteniamo di mettere in evidenza è la correttezza metodologica nel trattare la questione da parte delle due distinte discipline. La percezione di questo dato si lascia evidenziare dal diverso modo di accedere al tema della sacramentalità della Parola. Nella prospettiva sistematica questo sintagma riceve la sua prima possibile configurazione dal piano magisteriale, con la dovuta attenzione ai diversi costrutti nei quali il sintagma viene articolato (sacramentalità od orizzonte sacramentale della rivelazione, qualità sacramentale della Parola di Dio) o dai quali riceve luce e pregnanza di significato con peculiare riferimento alla Dei Verbum e alla Sacrosantum Concilium (unità tra parole ed eventi, unità e distinzione tra parola proclamata e attuata nella celebrazione eucaristica). L’ermeneutica dei testi ci sembra sviluppata con rigore e precisione (il testo, il testo nel contesto, il sensus fidei). La stessa cosa si deve dire anche dell’analisi degli Autori scelti dalla tradizione ecclesiale e dal contesto teologico contemporaneo. Nella prospettiva biblica il sintagma teologico non può ovviamente trovare subito casa. L’autonomia di questa ricerca vuole garantire, per aliam viam, una diversa approssimazione alla questione. La strada percorsa è molto esigente nell’analizzare i diversi passaggi che legano la parola detta con quella scritta, e viceversa, seguendo il tracciato di una scelta ragionata dall’ampio repertorio di pericopi dell’Antico e poi del Nuovo Testamento.

Un secondo aspetto: dire “sacramentalità” della Parola e dire “performatività” della stessa sembra costituire un primo punto di convergenza emergente da fronti diversi. La parola fa ciò che dice o tende a compiere ciò che afferma secondo le sue diverse espressioni (verbale o scritta), i contesti (rituale o meno), le forme di enunciazione e i generi letterari (promessa, comando, esortazione, attestazione, memoria, proclamazione, adesione, avveramento, fissazione scritta, …). Ma qui è la Parola divina che si lascia dire nelle varie forme della parola umana con un appello ad essere accolta dalla fede del destinatario. Finché la Parola non ha compiuto interamente questa corsa nel dinamismo della parola e nella vita umana (a partire dal corpo del singolo) fino ad essere accolta nell’atto di fede per ciò che vuole comunicare, essa è come sospesa (cf cap. 10, pp. 283-285).

Un terzo aspetto sul quale vogliamo portare l’attenzione è rappresentato dall’impiego da parte dei due Autori della categoria biblica e teologica di compimento. Non possiamo ripercorrere la mappa concettuale che nei diversi capitoli arriva a focalizzare questo nucleo portante della visione biblica e teologica della Parola di Dio, possiamo accennare che, per vie diverse, essa emerge nella sua rilevanza molteplice. Sul piano biblico, prima di arrivare al cruciale tema cristologico del compimento delle Scritture (e delle promesse) nella persona e nella Pasqua di Gesù (da qui l’unità e differenza tra i due Testamenti, tra una lettura ebraica del Tanak e una lettura cristiana), vengono proposti altri significati: compimento della Parola di Dio nell’ascolto credente di Israele, compimento della Thora nell’adesione pratica alla stessa in tutte le sue espressioni concrete da parte del pio israelita (di ieri e di oggi), compimento delle attese di Israele nel futuro escatologico secondo la parola profetica, compimento delle parole e delle azioni di Gesù nella sua Pasqua, compimento dell’annuncio apostolico nella vita della Chiesa, compimento della Parola di Cristo nell’evento sacramentale (in particolare nell’eucaristia).

Un quarto ed ultimo aspetto che si può evidenziare concerne un aspetto della Parola di Dio che tocca in modo originale la sua connotazione performativa e sacramentale: la sua destinazione in ambito cristiano (e per certi versi anche in quello ebraico) alla manducazione (cf 290-292; 323-324). A tale riguardo risulta rivelativa non solo l’esegesi di Giovanni 6 (con la sua apertura sul mistero eucaristico) ma la ripresa di questo punto nella proposta sistematica, tanto nel rapporto tra Parola e corpo, rimarcata nei “controcanti” dedicati a G. Bonaccorso e J.-L. Marion, come nella elaborazione sintetica dell’ultimo capitolo a proposito del rapporto nuziale Cristo/Chiesa (cf 295-296; 308-315). La copertina del volume, presentando un particolare da una miniatura, rinvia alla forte immagine evocata da Ez 3,1 («Mangia questo rotolo»; si veda la quarta di copertina per il riferimento iconografico).

Per concludere vogliamo riconoscere il valore unico, almeno nella letteratura scientifica di lingua italiana, di uno studio così ben composto e originalmente condotto su due binari disciplinari. Grazie per questo fruttuoso dialogo tra scienze bibliche e teologia sistematica su una questione così rilevante non solo per la teologia sacramentaria ma per la visione d’insieme della teologia della rivelazione e del dialogo ecumenico.


M. Florio, in Rassegna di Teologia 2/2021, 335-337

Il volume è opera congiunta di Andrea Bozzolo, sacerdote salesiano docente di teologia sistematica a Torino, Milano e Roma, assieme a Marco Pavan, monaco e biblista, docente di Sacra Scrittura a Roma e a Firenze. L’opera riprende già nel titolo un’espressione presente nell’esortazione apostolica Verbum Domini di Benedetto XVI (sacramentalis qualitas Verbi; VD 56). In questo studio gli Autori mettono a fuoco il significato di tale espressione, che si presta a molteplici letture, attraverso un attento e denso percorso strutturato in quattro parti, la prima e la terza affidate al lavoro del teologo, la seconda a quello del biblista, la quarta invece a entrambi.

La prima parte, che comprende tre capitoli, affronta la storia del tema della sacramentalità della Parola procedendo a ritroso, a partire cioè dalla sua formulazione nella VD. Nel primo capitolo (17-31) gli autori scoprono una prima radice della complessa formulazione di VD 56 nel testo di Fides et Ratio 13, risalendo poi a Dei Verbum 2 e 21 (la rivelazione gestis verbisque; la duplice mensa del pane e della Parola) e all’idea dell’unico atto di culto già contenuta in Sacrosanctum Concilium 56. Il secondo capitolo (32-54) getta uno sguardo alla teologia patristica, fermandosi sul tema della manducazione della Parola in Origene e quindi su Agostino, in particolare sulla sua idea del sacramento come visibile verbum. Il capitolo si chiude con una sintesi delle idee di Tommaso di Aquino circa la vis sanctificandi della Parola. Sia in Agostino che in Tommaso il legame tra Parola e sacramento è secondo gli Autori molto più profondo di quanto spesso si sia pensato. Il terzo capitolo (55-70), piuttosto denso, affronta il tema nel complesso pensiero di Lutero; il Riformatore sottolinea in particolare il primato del rapporto della fede con la Parola, rispetto a quello del rapporto della fede con il sacramento.

La seconda parte, affidata al lavoro del biblista, affronta alcuni testi dell’Antico e del Nuovo Testamento, relativi al tema della sacramentalità della Parola. L’analisi è preceduta da una ampia introduzione metodologica (c. 4, pp. 77-91) nella quale si mette prima di tutto in luce la scelta del campo d’indagine: il canone biblico della chiesa cattolica. Viene indicato poi il metodo seguito: un’esegesi integrale, ovvero un’esegesi credente che rispecchia in gran parte i criteri richiesti dalla Verbum Domini. Nel capitolo 5, relativo all’AT (92-128) si analizzano in particolare i passi di Es 24; Gs 8,30-35; 1 Re 23 e Ne 8; in tutti questi casi, la lettura del testo sacro fatta in ambito rituale produce per il popolo un effetto salvifico. Nel capitolo seguente, relativo al NT (129-169) si affrontano invece i testi di Lc 4,16-30; Lc 24,13-35 e Gv 6. Qui, la sacramentalità della Parola è strettamente legata al tema del compimento delle Scritture in Cristo e al tema della presenza del Risorto e della sua attività ermeneutica all’interno della comunità ecclesiale.

La terza parte, esplicitamente teologica, è dedicata allo studio del tema in questione all’interno del pensiero di tre grandi teologi: prima di tutto K. Rahner (c. 7; 175-207), commentato attraverso il “controcanto” liturgico del pensiero di G. Bonaccorso. Segue una presentazione dell’opera di E. Jüngel (c. 8; 208-232), commentato a sua volta con il “controcanto” di carattere ermeneutico del pensiero di P. Ricoeur; infine, L.-M. Chauvet (c. 9; 233-256), commentato attraverso l’opera di J.-L. Marion, sotto l’aspetto fenomenologico.

La quarta parte chiude il volume con due capitoli di sintesi sul tema biblico del compimento della Scrittura (c. 10; 259-285) e su quello teologico circa il rapporto tra sacramento e Parola (c. 11; 286-324). Il “compimento delle Scritture” appare come il principio nascosto e dinamico a partire dal quale la Scrittura stessa permette di parlare di “sacramentalità della Parola”; una qualità che si ritrova nel fondamento ermeneutico cristologico percepito, da parte del lettore credente, per ogni atto di lettura (cf. in particolare 273-282). Si tratta in modo eminente della lettura liturgica, intesa come destinazione originaria della Scrittura, “atto vivo del Dio che parla” al suo popolo (322), simbolo efficace della voce del Risorto. Così la Parola contribuisce in modo determinante all’efficacia del sacramento, ponendo le condizioni perché esso si realizzi come libero dono di grazia e gesto gratuito di fede, al di fuori di ogni automatismo o del rischio di un asservimento alla ritualità.

Nonostante l’attenzione positiva data alla teologia di Lutero, l’opera di Bozzolo e Pavan si colloca dichiaratamente all’interno dell’orizzonte teologico dettato dalla Verbum Domini. Il punto di partenza è, come si è detto, il canone cattolico delle Scritture (79), pur se gli Autori non escludono un’attenta analisi del contesto cultuale più vasto nel quale le Scritture sono nate. Questo tipo di approccio canonico suscita in realtà qualche interrogativo: a meno di non voler fare del “canone” uno strumento di carattere restrittivo e limitante, occorre ammettere che ogni canone biblico è per molti aspetti anche il frutto di una costruzione teologica. Parlare di “sacramentalità della Parola” può avere un senso anche al di fuori della concezione cattolica del sacramento e della liturgia? Anche la scelta di un’esegesi credente, senz’altro legittima, può coniugarsi con la possibilità di una lettura non credente – o diversamente credente – delle Scritture? In questo caso, come riuscire a proporre in modo convincente una tematica strettamente legata alla fede, quale quella della “sacramentalità della Parola”? Sono domande che il volume lascia in gran parte aperte, come in particolare quelle relative alla metodologia usata, alla possibilità di una teologia biblica e del rapporto esistente tra esegesi e teologia (cf. ad es. 273-282).

Lo studio di Pavan e Bozzolo costituisce nel suo insieme un contributo davvero interessante e innovativo intorno a un tema non molto studiato. Si tratta di un volume denso, senz’altro molto impegnativo specialmente nelle sue parti più teologiche; un’opera probabilmente non di facile lettura se posta in mano a studenti di teologia del primo ciclo, utile invece per coloro che, in particolare dottorandi o docenti di teologia, vorranno trovare un ottimo punto di partenza per approfondire il tema della sacramentalità della Parola, sia dal punto di vista della teologia che della liturgia o della stessa Scrittura.


L. Mazzinghi, in Gregorianum 3/2021, 689-690

Se il libro di Andrea Bozzolo e Marco Pavan avesse un profilo con relativa foto, questa mostrerebbe una relazione tra corpi viventi. Corpo della Parola, che concorre all’ontologia del sacramento, corpo della Scrittura, Antico e Nuovo Testamento, con le loro specifiche dinamiche rispetto alla triade parola-scrittura-lettura, corpo eucaristico verso il quale, mentre la lettura liturgica si compie, si dirige la Parola quando tolto l’Evangelario lascia il posto sull’altare alle «realtà cosmiche» del pane e del vino.

L’indagine per raggiungere la sacramentalità della Parola si snoda lungo un cammino tracciato su due piani, reciprocamente appartenenti, storico-sistematico e biblico, il quale conduce verso l’approdo del «compimento della Scrittura» e «il sacramento e la Parola», i titoli della ripresa finale. Le opzioni ermeneutiche che guidano la ricerca sono dichiarate fin dall’Introduzione e vengono declinate mano a mano in base all’argomento, mentre per la parte biblica si aggiunge l’esposizione metodologica riguardante sia la delimitazione dell’ambito di ricerca, sia l’analisi testuale.

Soffermandoci sulle due parole chiave del sintagma «sacramentalità della Parola» ne ricaviamo le due principali linee ermeneutiche. La prima è centrata sul significato di sacramentalità, che ha come nucleo ispirante la ri-significazione teologica della celebrazione liturgica dei sacramenti e cioè il riconoscimento che la forma dell’atto liturgico non è un mero rivestimento esteriore del sacramento ma la modalità storica della sua attuazione. Il rito, nel quale avviene la proclamazione del testo biblico, è «evento», è portatore dell’appello che il Mistero indirizza all’uomo perché lo possa raggiungere come dono. La seconda linea si raccoglie sull’approfondimento semantico di «cos’è parola», intesa, essenzialmente, nella sua qualità performativa, secondo quanto indica il termine ebraico dabar. Essa scaturisce e va rintracciata in una teologia della rivelazione che colga l’intrinseca unità tra evento storico e mistero salvifico che lo abita, riconoscendo «che si rapportano come il segno e il significato».

Il culmine di tale unità è l’incarnazione del Verbo che in Fides et ratio, sulla scorta dell’insegnamento di Dei Verbum, viene identificato come l’origine della sacramentalità della Parola. In quanto tale, l’espressione (a lungo dimenticata) si trova per la prima volta nell’esortazione Verbum Domini di Benedetto XVI, dove la Parola, oltre al legame con la costituzione ontologica del Verbo incarnato, viene considerata in stretta connessione con l’eucaristia nel senso che è possibile parlare di un’analogia tra la presenza reale nelle specie eucaristiche e nella Parola proclamata nella liturgia.

L’analisi dell’espressione condotta a partire dalla «Radice biblica» (titolo della III parte) – nella quale il confronto con Verbum Domini è, se possibile, ancor più serrato – porta a dirigere lo sguardo su quei testi che in diverse forme e modalità parlano di una lettura rituale e/o liturgica di un testo scritto. La possibilità di rispondere in modo ermeneuticamente affermativo alla domanda se sia possibile parlare di sacramentalità della Parola già nell’AT è data dal riferimento all’alleanza ovvero: la lettura «pubblica» acquista un valore «sacramentale» in quanto sigilla ed è parte di un rito di stipula o rinnovo dell’alleanza. La performatività della parola letta pubblicamente, cioè mediata, emerge non solo perché è portatrice della sua intrinseca e propria efficacia (è parola della Torah), ma in quanto idonea a provocare l’azione: essa, infatti, chiama gli ascoltatori a una decisione, mettendoli, per così dire, in contatto con l’originaria parola divina a cui Mosè presta voce e corpo.

L’«oralità della proclamazione» corrispondente alla ragione della «scrittura del testo», ragione che consiste nel mediare nel tempo la permanente accessibilità all’evento del dirsi di Dio fornisce la chiave ermeneutica per comprendere il passaggio dall’Antico al Nuovo Testamento. Tale passaggio è raccolto sotto il prisma del «compimento», termine praticato da Gesù stesso e continuato nella Chiesa apostolica. Il carattere sacramentale delle Scritture, di cui egli è sia referente ultimo, sia interprete definitivo, è strettamente legato alla sua stessa persona: ciò che qui rileva non è tanto la performatività delle parole in sé stesse quanto la loro lettura nella prospettiva del compimento cristologico e in ordine alla fede a esso correlata. Coerentemente con le linee ermeneutiche esposte, l’analisi biblica condotta «fa parlare» i testi esaminati sia riconfigurando la funzione del libro nel rapporto del credente con Dio, sia l’accessibilità al mistero riconoscendo che la Parola concorre in maniera determinante al compiersi dell’economia sacramentale.

Sul piano storico-sistematico l’approccio ermeneutico delineato si riverbera sulla trattazione del pensiero dei Padri che con profonda dottrina si sono confrontati sul tema: Origene, Agostino, Tommaso. Accanto a loro, Lutero al quale è dedicato un intero capitolo. Il percorso di ricerca tocca, nella III parte del libro, il dibattito teologico recente con la proposta di tre modelli teorici: Karl Rahner, Eberhard Jungel, Louis-Marie Chauvet, scelti in quanto hanno offerto un’elaborazione organica del tema permettendo di evidenziare la ricaduta che la sacramentalità della Parola ha sul modo di articolare i nessi tra Scrittura, liturgia e Chiesa. Alla trattazione del pensiero dei tre autori viene posposto, con un’interessante scelta critica, un controcanto teologico specifico per ognuno di essi. Così a Rahner segue il controcanto liturgico «fides et corpus» sulle note di Giorgio Bonaccorso; a Jungel si risponde con Paul Ricoeur «mondo del testo, mondo del lettore», a Chauvet segue il controcanto fenomenologico «un’altra lettura di Emmaus» di Jean-Luc Marion.

Nella parte finale vengono ripresi e ulteriormente approfonditi i punti essenziali guadagnati nel corso della trattazione. La sacramentalità della Parola viene fatta interagire in tre nessi fondamentali: parola e corpo, senso e decisione, compimento nella Pasqua del Signore. Il compimento, come preannunciato dall’analisi biblica, non si trova nel testo scritto, il NT, ma nell’evento di Gesù Cristo. La rivelazione che egli porta compie, prendendolo su di sè, il cammino delle Scritture e nel suo corpo lo conduce alla verità pasquale, il vero Oriente del testo. Di questo il NT dà testimonianza con un nuovo regime di scrittura – che chiede anche un nuovo regime di lettura – che non è funzionale alla fissazione, ma attestazione di una dismisura, di qualcosa accaduto nella Pasqua e sempre operante nella storia. Per questo si può affermare che nell’eucaristia la Parola trova il suo télos o, secondo l’acuta espressione di Beauchamp, il suo senso che «è passaggio dall’inizio alla fine» (295).


B. Maggi, in Il Regno Attualità 12/2021, 379

Nell’esortazione apostolica postsinodale Verbum Domini Benedetto XVI ha introdotto per la prima volta in un testo magisteriale la nozione di «sacramentalità della Parola», invitando i teologi ad approfondirne le implicanze e le potenzialità. A 10 anni da quel documento, un saggio scritto da Andrea Bozzolo, teologo sistematico specializzato in sacramentaria, e Marco Pavan, biblista, presenta una ricerca interdisciplinare dedicata al chiarimento teorico della nozione e all’elaborazione della sua portata teologica.

L’interesse del tema emerge soprattutto dal suo porsi alla confluenza di diversi percorsi teologici del nostro tempo. Un primo filone proviene ovviamente dal rinnovamento della comprensione della rivelazione, nel suo compiersi con «eventi e parole intimamente connessi» (Dei Verbum, n. 2). La correlazione intrinseca tra il valore comunicativo della parola e l’efficacia operativa del gesto impone il superamento di ogni residuo intellettualistico nel modo di intendere la parola di Dio e l’acquisizione del suo carattere performativo.

A questo si collega – ed è il secondo filone – l’esigenza di escludere ogni dicotomia tra annuncio e celebrazione. L’elemento non va dato per scontato, se si pensa che fino al Concilio Vaticano II la prima parte della celebrazione eucaristica veniva abitualmente definita «Messa didattica», espressione che lasciava chiaramente intendere che la proclamazione della Parola in ambito liturgico era intesa meramente come momento «previo» al sacramento vero e proprio. Quindi, la proclamazione della Scrittura non entrava in alcun modo nella costituzione ontologica del segno efficace della grazia.

Il terzo motivo di interesse della questione è quello ecumenico. La resistenza della teologia moderna a integrare la Parola nel sacramento proveniva (anche) dalla contrapposizione alla concezione di Lutero, che invece faceva del culto essenzialmente un atto di predicazione.

Per arricchire infine il quadro degli elementi in gioco occorre riferirsi al dibattito recente delle scienze linguistiche e dell’ermeneutica filosofica sulla natura del linguaggio come sistema e come evento, come parola scritta e come atto di lettura.

Gli AA. guidano il lettore nella trama complessa di questi temi, offrendo una limpida proposta interpretativa. Il volume è articolato in quattro sezioni. La prima ricostruisce il percorso che ha condotto il magistero recente a formulare il tema della sacramentalità della Parola, seguendo le tappe principali della sua acquisizione. La ricognizione si apre poi ad alcuni momenti salienti della tradizione – Origene, Agostino e Tommaso d’Aquino –, incluso il passaggio decisivo della vicenda luterana. La seconda sezione s’interroga sulla possibilità di un discorso «biblico» sulla «sacramentalità della Parola» alla luce di alcuni passi scelti dell’Antico e del Nuovo Testamento. La terza sezione esamina criticamente le proposte teoriche più rilevanti che nel corso del Novecento hanno offerto un’elaborazione coerente di questo tema (Rahner, Jüngel e Chauvet). L’ultima sezione è dedicata a una ripresa delle questioni bibliche e teologiche implicate nel tema.

La tesi conclusiva del volume, condivisa dai due AA., consiste nella «gravitazione della Parola in direzione del Corpo». Biblicamente, la sacramentalità della Parola si afferma in ragione del suo «compimento» cristologico, mentre liturgicamente si afferma in ragione della «celebrazione» quale vertice della comunicazione umana e divina. La sacramentalità della Parola mostra che «il dirsi di Dio è veramente compreso solo nel contesto del Suo darsi», ossia che la Parola è veramente compresa e realizza la sua profonda efficacia quando è pronunciata dal suo Referente, il Signore risorto nel suo comunicarsi nuziale alla sua Chiesa.


A. Carriero, in La Civiltà Cattolica 4099 (3-17 aprile 2021) 96-97