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Gli abissi infiniti del cielo
Thomas Merton

Gli abissi infiniti del cielo

Scritti sulla natura

Prezzo di copertina: Euro 16,00 Prezzo scontato: Euro 15,20
Collana: Spiritualità 200
ISBN: 978-88-399-3200-6
Formato: 13,2 x 19,3 cm
Pagine: 192
Titolo originale: When the Trees Say Nothing. Writings on Nature
© 2020

In breve

A cura di Kathleen Deignan
Prefazione di Thomas Berry


«Merton, confermandosi qui maestro spirituale, risveglierà il poeta, o il mistico, che è dentro ciascuno di noi» (Kathleen Deignan).

Descrizione

Questo volumetto è un tentativo di scoprire, attraverso la sensibilità ecologica, un impareggiabile maestro spirituale. Thomas Merton è stato un mistico, un poeta, un interprete della società contemporanea. Qui, gettando nuova luce sullo scrittore di testi spirituali più pubblicato nel XX secolo, sono state selezionate con cura le pagine nelle quali egli scorge la presenza di Dio nella creazione che ci attornia.
Uno dopo l’altro si susseguono capitoli sui quattro elementi, sulle stagioni, sulla terra e sulle sue creature, sul sole, la luna e le stelle. Sono tutte pagine sorprendenti, tratte da diverse opere di Merton e in gran parte inedite in Italia, che raccolgono dei brevi passaggi sulla natura come manifestazione del divino – una tematica troppo a lungo trascurata della sua vasta produzione.
La voce del creato ci invita ad unirci alla danza, ad abbracciare la natura come sposa, nell’attenzione sanante alla sua bellezza multiforme. Sulla soglia di questo paradiso raccontato, liberi dai condizionamenti di tempo e di spazio, ci verrà dischiusa la possibilità che le creature ci parlino, per scoprire il mistero che da esse emana.

Recensioni

Nella raccolta di scritti di Thomas Merton Gli abissi infiniti del cielo. Scritti sulla natura, edito da Queriniana (2020), troviamo questo passo: «I fiori pallidi del corniolo fuori da questa finestra sono santi. I fiorellini gialli che nessuno nota sul ciglio di questa strada sono santi che fissano il volto di Dio. Questa foglia ha un suo tessuto, una sua venatura e una sua forma che sono santi, e il pesce persico e la trota che si nascondono in fondo al fiume sono canonizzati dalla loro bellezza e dalla loro forza».

Perché mai la santità dovrebbe essere privilegio esclusivo di donne e uomini? O forse è più facile per dei fiori gialli o per il pesce persico entrare in sintonia perfetta con il creato nel quale Dio li ha collocati, così che gli rendano gloria.


S. Valzania, in L’Osservatore Romano 18 luglio 2024

La «bellezza della mattina di Pasqua: l’aurora, l’erba… venti leggeri, i boschi che verdeggiano sulle alture…. Mi sono alzato e ho recitato l’ufficio delle lodi, e c’era un tordo dei boschi che cantava misteri nel quarto tono...»: la foresta è un santuario in cui contemplare la creazione e lodare il creatore. I meravigliosi paesaggi qui raccontati appartengono ai diversi continenti attraversati dall’a., ora minacciati dall’insaziabile mercato dei consumi: queste immagini suscitano riflessioni di un lirismo francescano che invitano a pregare con tutte le creature, a stabilire nuove relazioni con la terra e a riscrivere una nuova identità ecologica e cristiana.


G. Azzano, in Il Regno Attualità 4/2021, 98-99

Nato nella regione francese dei Pirenei nel 1915 e morto a Bangkok nel 1968, Thomas Merton è stato uno degli scrittori religiosi di maggior successo del Ventesimo secolo. L'evento decisivo della sua vita coincise con la scelta di farsi monaco trappista, cosa che si realizzò con l'ingresso nel monastero di Nostra Signora di Gethsemani nello stato americano del Kentucky. Tale svolta esistenziale si compì nel 1941, tre anni dopo la sua conversione al cattolicesimo. Nel 1947, preso il nome di Louis, Merton emise i voti solenni e nel 1949 fu ordinato prete. Molto attento alle vicende del mondo e particolarmente sensibile alle più diverse manifestazioni della religiosità, egli fu un pacifista convinto e si interessò vivamente alla saggezza orientale. Dotato di una vasta cultura e di una ricca vena espressiva, ha lasciato un notevole patrimonio di scritti, alcuni dei quali sono diventati dei veri e propri classici della spiritualità cristiana contemporanea.

In questo recente volume, Kathleen Deignan ha raccolto alcuni dei testi che, all'interno della sua produzione, Merton dedicò alla natura e che non sempre sono stati adeguatamente valorizzati. Figlio di due pittori paesaggisti, egli fu positivamente influenzato soprattutto dal padre – la mamma morì presto – che gli insegnò a contemplare e ad ammirare il creato, facendo emergere in lui quella che la curatrice definisce l'"anima francescana” nutrita anche dalla conoscenza della grande tradizione filosoficoteologica che trae origine dalla spiritualità del Santo di Assisi e culmina nelle straordinarie personalità di due grandi pensatori, quali furono san Bonaventura e il beato Duns Scoto. Accanto a quest'anima francescana, nel petto di Thomas batteva un cuore cistercense, quello che lo portò a vivere nella trappa e a sperimentare la potenza del silenzio che avvicina il monaco alla natura.

Scrive Merton: «Trovato casa, i monaci non solo vi si stabilivano, per il meglio o per il peggio, ma affondavano le radici nel suolo e si innamoravano dei loro boschi. Boschi e campi, sole e vento e cielo, terra e acqua, tutto parla lo stesso linguaggio silenzioso, ricordando al monaco che egli è lì per svilupparsi come le cose che crescono intorno a lui». Lo spirito con il quale Thomas si avvicinò al mondo naturale non ha niente di sdolcinato, come annota la curatrice nell'Introduzione: «Seppure mai romantico, il suo legame con la natura, in quanto coltivatore e guardaboschi, era anche di tipo tattile, atletico, persino sensoriale; come suo padre, egli amava camminare a piedi nudi nei boschi, sentire così i profumati aghi di pino del Gethsemani sotto di sé». Tenendo conto di tutto questo, non è difficile comprendere perché Merton abbia avvertito anche il fascino di tradizioni profondamente diverse, come il monachesimo celtico e il buddhismo zen, che egli unì e trasfigurò in quell'originale misticismo che assai probabilmente è la cifra più autentica e originale della sua esperienza di uomo, di credente e di monaco.


M. Schoepflin, in Il Foglio 13 gennaio 2021

Questa antologia racchiude pagine per lo più inedite di Thomas Merton sulla natura come mezzo per riuscire a scorgere Dio. Le creature viventi, le stagioni, gli astri, l'acqua, il fuoco, l'aria, la terra. Tutto, attraverso queste voci, ci parla del Creatore: un rapporto con ciò che ci circonda che è andato perduto.

«Oggi», si nota nella prefazione, «ci troviamo in un momento critico in cui le tradizioni religiose necessitano di riconoscere nuovamente il mondo naturale quale prima manifestazione del divino all'intelligenza umana».


In Jesus 1/2021, 92

Figlio di pittori paesaggisti, aveva un’anima profondamente francescana che gli ha fatto apprezzare l’intensa spiritualità della natura. Thomas Merton aveva 26 anni quando entrò nel primo monastero trappista d’America. Da allora, tutti i suoi scritti assumono la cifra di un’intimità mistica con il mondo creato. Ogni pianta, foglia, insetto, raggio di sole, diventa codice, significante di un linguaggio meraviglioso da apprendere per esperienza diretta, senza mediazioni e senza sovrastrutture. Una scrittura che si nutre di luce e profumi, che prova a respirare con il respiro della terra del quale l’autore si sente parte. Merton, che morirà a soli 53 anni, sembra avvertire la brevità del tempo a sua disposizione, ma la sua scrittura rimane tuttavia ancorata a una pace di fondo, senza ritmi compulsivi o accelerazioni. Scrive Thomas Berry nella prefazione al volume: “Merton sembra aver avuto una qualche consapevo lezza della propria morte prematura, evidenziata dal senso di urgenza con il quale scriveva. Lo stile è calmo e contemplativo, però procede rapidamente, senza esitazioni, nella sequenza delle sue riflessioni”.
Uno scricciolo che si posa sulla sua spalla, i fremiti della foresta, gli animali nella loro vita spensierata diventano elementi di un creato che trasmette la sua pace e non ha bisogno delle ragioni dell’uomo. Come Hermann Hesse, Merton avverte la forza mistica del creato, ma a differenza dello scrittore tedesco non lo associa ad un panteismo fine a se stesso e ne fa una ragione di preghiera e ricerca dell’Assoluto. Sono pagine in gran parte inedite in Italia, vi ritroverete tra le mani un piccolo prezioso dizionario spirituale che attinge le sue voci dalla natura e dalle sue manifestazioni. La sensazione, leggendo queste pagine, è che sia anche un manuale di istruzioni per acquisire la pace interiore sentirsi parte di un grande corpo mistico, la terra.
In 12Mesi.it 8 dicembre 2020

Pochi autori sanno ancora parlare con i propri libri all’anima dell’uomo d’oggi come facevano con i loro contemporanei. Thomas Merton appartiene di diritto a quella categoria — i «classici» — che andrebbero riscoperti, non solo dal lettore «forte» ma anche nelle scuole, nelle università e (perché no?) soprattutto nei seminari e nelle facoltà teologiche. Perché la sua capacità di avvincere il lettore trattando i temi più spaiati — lo zen e il buddismo, la mistica e la letteratura, la meditazione monastica e il disarmo nucleare — si coniuga ad una profondità e introspezione d’animo che raggiungono vette somme e disarmanti livelli di stile. En passant: anche la predicazione religiosa trarrebbe un gran giovamento dalla frequentazione più assidua di maestri della parola piena come Thomas Merton, capaci di affilare la comunicazione verbale nel crogiolo purificante del silenzio.

Ora, grazie a una nuova pubblicazione, è possibile entrare ancora più da vicino in una delle molteplici fessure dell’intimo di Thomas Merton: il suo contatto con la natura e il creato. Gli abissi infiniti del cielo (Queriniana, Brescia 2020, pagine 192, euro 16) è un’antologia di testi del celebre monaco («un americano straordinario» lo definì Papa Francesco durante il suo intervento al Congresso Usa) dedicati al contatto e alla contemplazione del creato.

Sono testi anche brevi, raccolti dalla curatrice Kathleen Deignan dalla multiforme produzione mertoniana, molti dei quali mai tradotti in italiano, che custodiscono come in germe la grande narrazione dell’autore della Montagna dalle sette balze. Una pluralità di interventi e occasioni che però sottintendono un’impostazione di fondo: come tutti i grandi mistici, anche Merton ha nel suo rapporto con la natura una relazione intima, profonda, quasi viscerale, proprio perché l’io che si sente creatura di un Creatore sa di essere «connesso» (Laudato si’ dixit) con tutto il creato: con i boschi e la foresta, con il deserto e il cielo stellato, ma anche con la moltitudine di animali che Merton incrocia nel suo eremitaggio nel Kentucky, farfalle e falene, stornelli e corvi, uccelli pigliamosche e gru bianche, il falco, l’anatra bianca, il vireo, la parula, il toro, perfino il crotalo diamantino, «enorme e mostruoso» serpente.

Così l’acutezza delle osservazioni naturalistiche di Merton (guarda caso grandissimo appassionato di fotografia, come testimoniano i suoi sontuosi scatti contenuti in Beholding Paradise, libro fotografico edito da Paulist Press) diventa una cassa di risonanza della sua mistica. Così il mistico si manifesta come colui che vede la santità della natura quale riflesso della santità di Dio: «I fiori pallidi del corniolo fuori da questa finestra sono santi. I fiorellini gialli che nessuno nota sul ciglio di questa strada sono santi che fissano il volto di Dio. Questa foglia ha un suo tessuto, una sua venatura e una sua forma che sono santi, e il pesce persico e la trota che si nascondono in fondo al fiume sono canonizzati dalla loro bellezza e dalla loro forza».

Talvolta lo spirito di osservazione di Merton incrocia mirabilmente l’io orante e la natura circostante: «Tetro giorno in più dell’anno bisestile. Buio, con qualche fiocco di neve, come ieri (mercoledì delle ceneri) che non c’era neve a terra ma nevischiava e i secchi per l’acqua piovana erano quasi pieni. Tutta l’erba è bianca, non a causa della neve, ma della morte… Fiocchi di neve s’incontrano sulle pagine del breviario». Oppure, la natura riporta alla memoria vicende bibliche: «A metà della discesa, in un punto abbastanza riparato, poco prima della pineta, ho trovato un rifugio che Dio mi aveva preparato come il ricino di Giona. Era stato creato proprio per quell’occasione. C’era un tronco d’albero in una piccola radura. Era secco, e un minuscolo cedro vi si curvava sopra ad arco, come una tenda verde, formando una capanna. Mi sono seduto là in silenzio: ho amato il vento della foresta e ascoltato a lungo Dio».

Dalle pluriformi venature di cui è intriso il volume è anche possibile cogliere un fil rouge decisamente mertoniano, potremmo dire conciliare, nella capacità quasi innata di collegare in continuazione la mistica del creato con l’eco — a volte violento e disumano — della storia umana. Sono note le posizioni, fortemente argomentate, di Merton contro la guerra e contro la stessa bomba atomica, vera minaccia apocalittica del suo tempo, gli anni Cinquanta e Sessanta, dopo Hiroshima e Nagasaki. È davvero singolare ed eloquente che anche in pagine in cui Merton comunica al lettore il suo sentire verso la natura faccia spesso capolino il pensiero delle armi, degli armamenti, degli aerei di guerra: «Durante la notte, un sottile strato grinzoso di nubi lassù nel cielo; non riesce ad oscurare del tutto la luna. Si è fatto più spesso con l’avanzare del mattino. Si sente aria di neve. Striature di luce pallida e livida sulle scure colline verso sud. L’aereo militare ha volato basso sulla vallata subito dopo la campana della consacrazione durante la messa convenutale e un’ora più tardi ne è passato un altro ancora più vicino, quasi sopra il monastero. Enorme, perfetto, nefasto, peso massimo in picchiata, grigio, gravido di bombe atomiche ed “elementi-chiave per la pace”». «In quindici minuti tre meteoriti hanno attraversato il cielo in un bagliore. Due mezzi militari sono passati ringhiando e lampeggiando lungo il percorso della cometa, e il cervo ha bramito nel campo buio oltre la siepe. Che fortuna! Ho recitato il Salmo 19, Coeli enarrant, con gioia».

Ancora, a corollario di un’osservazione su un falco che si è precipitato su uno stornello: «Ho cercato di pregare. Ma il falco stava mangiando l’uccellino. E io pensavo a quel volo, in picchiata come un proiettile dal cielo, da dietro di me e sopra il mio tetto; alla mira infallibile con la quale il falco aveva colpito quell’unico uccello, come se lo avesse scelto mentre era un miglio lontano. (...) E ho compreso anche il terribile fatto che certi uomini amino la guerra. Ma penso che il falco dovrebbe essere studiato dai santi e dai contemplativi: poiché sa il fatto suo. Vorrei conoscere il mio mestiere, come lui sa il suo».

Descrizioni mirabili che uniscono l’interiorità del mistico con la presa in carico della storia degli uomini, in particolare del suo lato oscuro, la guerra e la minaccia nucleare. Infine ecco un altro esempio di questo connubio tra la mistica mertoniana e il suo farsi vicino al dramma bellico: «Le colline sono azzurre e calde: c’è un campo scuro e polveroso a fondovalle. Riesco a distinguere il rumore di una macchina, di un uccello, di un orologio. Le nuvole volano alte ed enormi. Tra di esse, l’immancabile aereo: questa volta, probabilmente, pieno di pingui passeggeri in viaggio da Miami a Chicago, ma presto ne passerà uno con la bomba. Ho visto l’aereo che trasporta l’arma atomica volare basso sopra di me e ho guardato oltre la foresta, dritto verso la radura. Come chiunque altro, io vivo sotto la minaccia della bomba». Parola di mistico.


L. Fazzini, in L’Osservatore Romano 20 novembre 2020, 5

Le stagioni con le loro giornate così diverse: la neve e il ghiaccio, la pioggia e la nebbia, poi il sole, sempre più caldo, i fiori nei prati, le nuvole di polline nel vento, il granoturco e il fieno nei campi, i frutti sugli alberi..., e, di nuovo, si ricomincia da capo. La terra con i suoi colori, l’aria che è foschia o umidità, ma pure brezza e profumo, e il fuoco che arde e incendia o cova sotto la cenere, e l’acqua, calma di lago o violenta di cascata, ecc.: gli elementi – a cui rimandano tutte le cosmogonie – da cui trae origine ogni sostanza di cui è composta la materia. Il firmamento: che poi è nuvole e cielo «il cielo dentro di noi e sotto di noi e sopra di noi e tutto intorno a noi», è sole – che sorge, che splende, che tramonta – e luna – piena o sottile, la luna di sempre e persino nuova, ed è pianeti e stelle. Il bestiario, dove – si tratti di farfalle o montoni, uccelli o conigli, cavalli o serpenti, cervi o api – si deve parlare di “creature”. E gli alberi, nei boschi, sulle colline, nelle montagne, dentro la foresta che si trasforma in santuario.

Larga parte degli scritti di Thomas Merton aventi come tema la natura, sono ora raccolti in un’antologia dal titolo Gli abissi infiniti del cielo, curata da Kathleen Deignan, prefazione di Thomas Berry (Queriniana, pagine 192, euro 16), dove a ragione la curatrice può scrivere che il celebre monaco figlio di pittori paesaggisti, anima francescana e cuore cistercense, spirito celtico e mente zen «confermandosi qui maestro spirituale, risveglierà il poeta, o il mistico, che è dentro ciascuno di noi». Le sue riflessioni, infatti, si tratti di prosa o poesia, finiscono per avvolgere il lettore invitandolo con lui alla contemplazione solitaria, se non ad una selvatica preghiera, innanzi a ogni espressione del variegato mondo naturale, in ogni caso sempre epifania del divino, o traccia rivelante la presenza del Creatore in ogni creatura.

Tratti dalle numerose opere di quello che è forse l’autore contemporaneo di testi spirituali più pubblicato, questi brani, spesso tradotti in lingua italiana per la prima volta, paiono aver più d’una fonte d’ispirazione in autori come Bernardo di Chiaravalle o Ildegarda di Bingen o altri scrittori medievali per i quali il mondo naturale era al centro del loro pensiero. Ne è ben convinto Thomas Berry che aprendo queste pagine osserva: «Oggi, nel XXI secolo, ci troviamo in un momento critico in cui le tradizioni religiose necessitano di riconoscere nuovamente il mondo naturale quale prima manifestazione del divino all’intelligenza umana». E aggiunge: «La mancanza di un senso del sacro costituisce la carenza basilare di molti nostri sforzi nell’adattare la presenza umana al mondo naturale in maniera ecologica e ambientalista». È quest’assenza perdurante dentro di noi, o quantomeno questa non percezione, che, di fatto, ci fa guardare ad ogni elemento o pezzo di questo mondo naturale, come a un bene di consumo, che si può acquistare, usare, vendere..., non certo venerare e ritenere un dono sacro, tantomeno un segno o addirittura una parola divina dentro lo straordinario glossario dell’universo.

E c’è dell’altro da sottolineare. Perché qui Merton più che un guru capace di indicarti precisi percorsi meditativi da intraprendere, ci si delinea come un mistico che ci invita a immergerci nella comunione con la natura consapevole di dover dar voce a una nuova responsabilità ecologica.


M. Roncalli, in Avvenire 3 novembre 2020, 22