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Un cammello per la cruna di un ago?
Klaus Berger

Un cammello per la cruna di un ago?

L’umorismo di Gesù

Prezzo di copertina: Euro 28,00 Prezzo scontato: Euro 26,60
Collana: Books
ISBN: 978-88-399-3232-7
Formato: 13,5 x 21 cm
Pagine: 240
Titolo originale: Ein Kamel durchs Nadelöhr? Der Humor Jesu
© 2022

In breve

Un approccio inusuale al predicatore itinerante di Galilea che smaschera la nostra ipocrisia e svela le proporzioni del Regno. Un inno all’umorismo che nasce dalla libertà sovrana di Dio. Nella consapevolezza che, in ultima analisi, la religione non è un pericolo in sé; diventa un pericolo solo quando pensa di fare a meno dell’umorismo.

Descrizione

Esiste forse un “umorismo” di Gesù? La risposta è affermativa. Il Nazareno vi ricorre in modo mirato per accentuare il suo messaggio in modo memorabile. Assurdità, provocazioni, contrasti, esagerazioni, contraddizioni, sproporzioni, scherno divengono strumento di critica profetica: se Gesù sbeffeggia, è perché si possa riconoscere la verità; se distorce le cose, è perché si impari a vedere bene; se inverte il grande col piccolo, è per indicare le giuste priorità.
Più ancora: Gesù, attento osservatore della vita di ogni giorno, avrà riso senz’altro (lo sostengono i vangeli apocrifi), ma soprattutto ha indotto gli altri al riso, per liberarli dal labirinto in ci si erano smarriti. Questa risata liberatoria dischiude un punto di vita straordinariamente nuovo su Gesù. Il suo umorismo, che stimola l’immaginazione e mostra benevolenza verso gli animali, a volte è grottesco, ma mai offensivo; a volte è beffardo, ma non irrispettoso; sempre risulta illuminante. Perché lo humor è la fonte di tutta la saggezza di Gesù.

Recensioni

Esplorando i tratti della figura di Gesù, il sopraffino scrittore inglese G.K. Chesterton in Ortodossia sostiene che in varie occasioni non ha trattenuto la collera e non ha nascosto le lacrime, ma ha tenuto in serbo qualcosa: «C’era qualcosa che Egli nascondeva a tutti gli uomini quando saliva sul monte a pregare. C’era qualcosa che Egli occultava con un improvviso silenzio o con un impetuoso isolamento. C’era una cosa troppo grande perché Dio potesse mostrarcela quando è venuto sulla terra, e io qualche volta ho immaginato che fosse il suo riso». Dell’umorismo di Gesù i teologi non hanno dibattuto molto nei secoli passati. Si ricorda il detto medievale "Flevisse lego, risisse numquam" dell’abate Ambrogio di Autperto. Nei decenni scorsi fece discutere un articolo sulla rivista "Communio" del gesuita Xavier Tilliette che si intitolava appunto: "Gesù ha mai riso?".

Ora finalmente si cimenta sul tema il biblista tedesco Klaus Berger nel volume Un cammello per la cruna di un ago? L’umorismo di Gesù, appena uscito da Queriniana (pagine 236, euro 28). Conosciuto da tutti gli studiosi per il best seller Gesù, pubblicato nel 2007 e tradotto in molte lingue – e citato anche da Ratzinger nei suoi libri su Gesù di Nazaret –, il teologo è scomparso nel 2020 e questa è probabilmente l’ultima opera da lui pubblicata.

Singolare già la scelta dell’esergo, una citazione dal libro Gesù e Giuda di Amoz Oz, da poco tradotto in italiano da Feltrinelli. Ecco le parole appassionate dello scrittore israeliano: «Lessi, dunque, i vangeli e mi innamorai di Gesù, della sua visione, della sua tenerezza, del suo sovrano senso dell’umorismo, della sua franchezza, del fatto che i suoi insegnamenti si presentano così pieni di sorprese e sono così pieni di poesia». Umorismo e poesia, tenerezza e franchezza sono segni colti da Berger per rilevare sin da subito che l’umorismo non è un’eccezione, ma parte integrante del messaggio di Cristo.

Certo, solo in due passaggi dei vangeli apocrifi si vede Gesù stesso che ride, ma ciò non cambia il fatto che molto spesso le parole di Gesù, a volte beffarde a volte grottesche, finiscano per provocare nei suoi interlocutori un riso liberatorio. Che parli del cammello e della cruna dell’ago, della scheggia e della trave, delle perle gettate ai porci o dell’obolo della vedova, Gesù vuole risvegliare la coscienza di chi lo ascolta e liberarlo dagli inganni e dalle false rappresentazioni che si è creato nella mente. Senza essere per forza divertente – Cristo non racconta barzellette –, è altamente efficace anche grazie al «contenuto aureo» del suo umorismo.

Il trasgressore di tabù, l’araldo dell’umorismo assurdo, il disturbatore esagerato: sono alcune definizioni della personalità di Gesù. «Nell’umorismo di Gesù si esprime il suo atteggiamento nei confronti dei tabù che accerchiano ogni pio giudeo e anche ogni pio cristiano», spiega il biblista ricordando come l’umorismo dia la possibilità di dischiudere la realtà e di mostrare la verità senza discorsi astratti. E se a volte Gesù dà l’impressione di esagerare nelle provocazioni, come quando a proposito della prostituta che gli cosparge i piedi di profumo dice: «Essa ha molto amato», o come quando loda l’amministratore disonesto, è perché vuole far capire che il suo messaggio va oltre la morale e che chi lo segue deve percorrere strade inconsuete e impensate. E allorché viene accusato di tollerare uno spreco, quando un’altra donna lo unge con olio e i discepoli si lamentano perché quell’olio poteva essere venduto e il ricavato dato ai poveri, Gesù anche qui spiazza chi gli è davanti, indicando loro che l’amore per il prossimo non va mai disgiunto dall’amore verso Dio: il fatto di onorarlo non è in contraddizione con la generosità e la solidarietà. Commenta Berger attualizzando il discorso: «Detto altrimenti, lo sperpero di risorse per il culto e per la pietà è fino a oggi sempre di nuovo posto in concorrenza con l’amore del prossimo».

In altri casi si ride perché si rappresenta la verità dell’esistenza umana in forma deformata e grossolana, il che colpisce più di una predica. Proprio come nell’azione teatrale. «Il comico, il goffo, il troppo umano ottengono una propria evidenza. Ed è lo stesso anche per la verità in generale: essa ha la meglio non quando viene inculcata a ogni costo, ma solo grazie alla propria evidenza», rileva ancora l’autore, il quale sostiene che Gesù conoscesse il teatro di Diocesarea, situato a soli otto chilometri da Nazaret, costruito a ridosso di una montagna, e anzi non esclude che egli col padre Giuseppe abbia lavorato alla sua costruzione.

Lo smascheramento dei controsensi funziona in tanti altri episodi: nel caso della latrina ad esempio, quando Gesù ragiona sulla sorgente dell’impurità, da vedere nei pensieri e nelle azioni degli uomini e non in ciò che è sporco e può contaminare da fuori l’uomo stesso. Di humor nero si può parlare nella vicenda del castigo con la macina da mulino, che rappresenta l’opposto del possibile e ricorda i castighi infernali raffigurati da Hieronymus Bosch.

Nel suo esercizio costante di critica profetica Gesù si è ampiamente servito di paradossi che potevano mettere paura o sollecitare al riso e in questo Berger vede qualche affinità con i filosofi itineranti cinici dell’epoca, che con i loro atteggiamenti plateali e le loro battute sarcastiche finivano per suscitare l’attenzione degli uomini antichi. È quasi inevitabile pertanto che il libro si chiuda con un passo della famosa preghiera di Tommaso Moro: «Signore, donami il senso dell’umorismo, dammi la grazia di capire uno scherzo, perché io possa avere un po’ di gioia in questa vita e comunicarne agli altri».


R. Righetto, in Avvenire 1 luglio 2022

Quando Amos Oz, uno degli scrittori più liberi e creativi di Israele, pubblicò nell’anno della sua morte, il 2018, un romanzo dedicato a Giuda, il traditore di Cristo, rilasciò questa confessione autobiografica: «Ho letto i Vangeli e mi sono innamorato di Gesù, della sua visione, della sua tenerezza, del suo sovrano senso dell’umorismo», e continuava esaltando il fascino del suo sorprendente insegnamento. Tutto vero, anche per chi non è credente: analoghe parole d’amore, ad esempio, aveva riservato a Gesù André Gide.

Quello che, a prima vista, sembra difficile condividere è l’ammirazione per il «sovrano senso dell’umorismo» di Gesù, tant’è vero che un autore medievale, in un latino icastico, non esitava a dichiarare: Flevisse lego, risisse numquam. Certo, Cristo ha pianto per la morte dell’amico Lazzaro, ma il verbo greco gheláô, «ridere», risuona nei Vangeli sulle sue labbra solo nelle Beatitudini in una duplice forma provocatoria: «Beati voi che ora piangete, perché riderete… Guai a voi che ora ridete perché sarete nel dolore e piangerete» (Luca 6, 21.25). Anzi, è lui ad essere «deriso» (katagheláô) in occasione dell’episodio della figlia di Giairo (Matteo 9,18-26).

Sorprende, allora, il fatto che – alle soglie della morte avvenuta nel 2020 a 80 anni – uno dei maggiori neotestamentaristi tedeschi, Klaus Berger, autore di un vero e proprio best-seller, Gesù (quattro edizioni italiane presso la Queriniana), abbia voluto dedicare un intero saggio all’«umorismo di Gesù». Si tratta di un testo tutt’altro che allegorico, basato su un doppio registro che intreccia l’analisi esegetica, teologica e letteraria a un’ermeneutica molto vivida e creativa, affidata in finale anche a un glossario per evitare equivoci sempre in agguato su un soggetto così mobile.

Ecco, allora, la sua definizione dell’umorismo di Gesù: «Capovolgimento di tutto ciò che è altrimenti percepito come serio, minaccioso e capace di incutere paura. È, perciò, distruzione del potere che si pavoneggia e riaffermazione della libertà». Si intuisce che all’egida di questa categoria si rubricano componenti differenti come il paradosso, l’ironia, la critica, la libertà espressiva, il rischio, l’iperbole. A quest’ultimo proposito il ventaglio s’allarga in modo impressionante, mostrando l’abile uso dell’assurdo da parte di Cristo per scompaginare gli stereotipi.

Partiamo già dal titolo del saggio col celebre contrasto tra l’imponente cammello e il minuscolo occhiello dell’ago. Ma si potrebbe continuare a lungo con l’invito sconcertante ad amputarsi occhio, mano, piede, col cieco che diventa guida di ciechi, con lo scorpione o il serpente dato in cibo a un figlio, con la lampada accesa e nascosta sotto una botte, col morto che dovrebbe seppellire i morti, con manciate di perle gettate in cibo ai porci, col filtro che trattiene i moscerini e lascia passare un cammello, col figlio scioperato preferito al primogenito manager nella casa paterna e così via. Tra parentesi, chi non riesce a identificare tutti gli esempi finora proposti è segno che non ha letto integralmente i Vangeli.

Se volessimo scavare in profondità nel significato di questo approccio di Gesù nei confronti della storia, della verità, della stessa morte, degli animali e del potere, il percorso a cui conduce Berger si trasforma in una rilettura inattesa ma non stravagante dei Vangeli. Infatti, il succo dell’annuncio di Cristo, ricostruito attraverso le norme rigorose dell’analisi esegetico-teologica, si ritrova intatto in questo saggio ma con un’incisività e un volto inedito, talora con una causticità (si offre una comparazione persino col pensiero cinico classico) e una grandezza insospettata che il velo dell’umorismo non ottenebra ma esalta.

Trasgressore di tabù, Cristo riesce ad estrarre insegnamenti virtuosi persino dal disdicevole, come il disturbo notturno inflitto a un vicino (Luca 11,5-8), o l’abbandono di un gruppo di ragazze per strada in piena notte (Matteo 25,1-13), o il farsi classificare «mangione e beone» in mezzo a una banda di ghiottoni (Marco 2,18-20). Commenta Berger: «Chi sopporta le provocazioni di Gesù o addirittura le trova edificanti, ha bisogno di senso dell’umorismo, altrimenti rimarrà confuso dinanzi a lui».

Persino alcune scene miracolose rivelano un profilo analogo, come quando alla tempesta che imperversa sul lago egli scaglia questo grido: «Smettila, ora basta!». O come quando immagina la stupefacente acrobazia di un gelso o di una montagna scardinati dalle fondamenta per illustrare il tema della fede pura e radicale (Matteo 17,20; Luca 17,6). Per non parlare poi dei duemila maiali che affogano nel lago di Tiberiade (Marco 5,13). A proposito di animali, sulla scia di una tradizione universale, essi possono diventare maestri di umorismo, dai citati cammelli e porci alle pecore, ai cani, ai pesci, agli uccelli e ai serpenti («siate prudenti come serpenti e semplici come colombe»).

Il concetto di umorismo, inteso in questa forma così lata, diventa quindi per Gesù, secondo Berger, una via simbolica per accendere di potenza e radicalità parole e azioni, appelli e giudizi, vita e morte. È un’epifania dell’umano di Cristo, qualità allargata poi dai Vangeli apocrifi. Ionesco sottolineava che «dove non c’è umorismo, non c’è umanità; dove non c’è questa libertà che ci si prende nei confronti di se stessi e della realtà, c’è il campo di concentramento». E le dittature lo insegnano con la loro allergia a ogni ironia.


G. Ravasi, in Il Sole 24 Ore 19 giugno 2022, XII

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