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Teologia morale fondamentale
Cataldo Zuccaro

Teologia morale fondamentale

Prezzo di copertina: Euro 32,00 Prezzo scontato: Euro 27,20
Collana: Biblioteca di teologia contemporanea 163
ISBN: 978-88-399-0463-8
Formato: 16 x 23 cm
Pagine: 464
© 2013, 20172

In breve

Questo corso di morale fondamentale è caratterizzato da un’attenzione multidisciplinare alla storicità dell’agire e dall’apertura alla pluralità delle culture morali. E, soprattutto, l'autore si cura di salvaguardare sempre la necessaria oggettività dell’agire umano, pur all’interno di un contesto relazionale. Per questo riesce a offrire criteri e strumenti per operare il discernimento morale, alla luce della fede cristiana, nella complessità della vita di ogni giorno.

Descrizione

L’opera si presenta come un corso di teologia morale fondamentale caratterizzato da una particolare attenzione alla dimensione storica dell’agire, dall’esigenza di superare l’etnocentrismo aprendosi alla pluralità delle culture morali, dalla necessità di assicurare l’oggettività dell’agire sempre all’interno di un contesto relazionale. Quest’ultima caratteristica si estende anche a livello epistemologico, mettendo costantemente la teologia morale alla prova delle altre scienze (e viceversa). Lo studio intende offrire alla persona gli elementi necessari per operare il discernimento morale, alla luce della fede cristiana, nella complessità della vita di ogni giorno.
«Da qui un punto catalizzante l’intera riflessione: la rivalutazione della centralità della coscienza morale, apprezzata nella sua ricchezza che va oltre la semplice dimensione funzionale – quella di una macchina distributrice di giudizi e decisioni –, per assumere invece il ruolo di regia di tutta la vita morale. Non si deve affatto temere di sottolineare il potere della coscienza che determina la qualità morale dell’agire e integra l’universo degli elementi moralmente significativi sotto il dominio dell’esperienza della moralità personale. Infatti, più cresce la rilevanza della coscienza morale, più cresce la responsabilità della sua formazione, impostata a partire dalla consapevolezza reale e vissuta dell’importanza dei valori in quanto tali. Del resto, l’autenticità e la credibilità della norma sono determinate proprio dalla sua reale capacità di presentare il valore in termini di esigibilità morale incondizionata» (C. Zuccaro).

Recensioni

Cataldo Zuccaro qui enseigne à l’université pontificale Urbaniana de Rome, offre un deuxième manuel, Teologia Morale Fondamentale, 20 ans après une première publication en 1993. Face à la fragmentation des savoirs et à la perte d’évidence des valeurs, l’A. propose une morale plus attentive au sujet qui explique comment une posture fondamentale de foi aide à comprendre les valeurs et à hiérarchiser les vérités. Le premier chapitre de tonalité épistémologique identifie comme fondement de la théologie morale une anthropologie théologale centrée sur la charité, et soutenue par une philosophie transcendantale – en référence à J. Maréchal et K. Rahner –, ce qui évite de réduire la métaphysique à une simple phénoménologie du sujet (p. 42-43).

Dans la première partie de l’ouvrage, une « généalogie historique de la réflexion éthique » résume successivement l’apport du Nouveau Testament, des Pères de l’Église, du Moyen-Âge, du concile de Trente, d’Alphonse de Liguori et enfin de l’école de Tübingen. Suivent deux focus concernant les deux sources que sont la Bible et la loi naturelle. La première mène à la centralité du Christ, de sorte que le disciple n’est jamais seul dans l’expérience morale, et la seconde à « l’obligation morale de l’homme de réaliser ce pour quoi il vit : l’amour » (p. 207), expérience plus universelle mais qui intègre la contingence historique de la morale.

Ce n’est que dans la seconde partie de l’ouvrage que l’A. déploie son anthropologie théologale. La conscience est abordée après les sources objectives de la morale, mais elle est première du point de vue du sujet. L’A. décline les étapes de l’unification de la personne et de la formation de sa conscience à l’école de Jésus, par une herméneutique réciproque de l’expérience et de la foi qui exige le dialogue. C’est sous l’angle de la foi que l’A. présente la question de l’option fondamentale et du péché, avant de traiter du discernement appuyé sur les différentes médiations ecclésiales. Le critère ultime demeure l’agapè, et la conscience le lieu où la croissance de la responsabilité du sujet peut trouver appui dans la foi christologique et trinitaire.


In Recherches de Science Religieuse 104 (3/2016) 468-469

Nella vita di un professore teologo, pubblicare un manuale è sempre una tappa importante. Un manuale infatti è frutto di anni di ricerca, di insegnamento, di attività accademica e di confronto con i propri studenti, anni che portano il professore ad elaborare una proposta che diventa, ad un certo punto, per un pubblico di lettori più ampio di quello che segue i suoi corsi all’università. Il manuale Teologia morale fondamentale di Zuccaro arriva infatti dopo vent’anni dalla pubblicazione del primo manuale ed è frutto di un insegnamento che dal 1999 lo vede in una università che ha come sua indole il dialogo e il confronto con le diverse culture del mondo, la missione e l’annuncio in terre dove le categorie di pensiero occidentali devono essere proposte con chiarezza e persuasione. L’A. è ordinario di teologia morale fondamentale alla Pontificia Università Urbaniana di Roma, l’università di Propaganda Fide. Si percepisce infatti la maturità e la buona sintesi della riflessione che non manca in alcuni suoi passaggi di un «respiro mondiale» (p. 5). La sfida è tenere insieme l’universale e l’oggettivo con lo storico e il personale-in-relazione, sfida accettata dall’A. con buon risultato.

Il linguaggio è lineare, semplice: si legge volentieri. L’A. propone questo percorso: dopo aver definito il quadro scientifico del discorso moralteologico (I. Questioni epistemologiche iniziali), mostra come esso sia stato pensato e ripensato nella storia della disciplina (II. La teologia morale nella storia), per poi esplicitarne il rapporto con la Bibbia (III. La Bibbia nella morale), arrivando così al fondamento: l’evento-Gesù (IV. L’evento Cristo e la teologia morale). Dal fondamento al discernimento personale ci sono realtà intermedie: la legge morale naturale e le sue interpretazioni storico-culturali (V. La legge naturale). Presentato il fenomeno della decisione di coscienza (VI. La coscienza morale), l’A. recupera l’unità della biografia morale della persona, attraverso l’approfondimento sull’opzione fondamentale (VII. L’opzione fondamentale); la fallibilità della decisione, attraverso la questione del peccato (VIII. Il peccato); lo strumento di crescita della persona come agente ermeneutico, attraverso il tema del discernimento (IX. Il discernimento morale). Rimando ai sottotitoli di ogni parte: molto evocativi ed utili per gli studenti.

Interessante è l’orizzonte scelto: l’«antropologia dell’indigenza» (p. 28) e l’«etica cristiana della creaturalità» (p. 308), un buon approccio di fronte all’attuale clima culturale occidentale in cui la persona è misura di se stessa, senza relazioni, rifugiatasi in un’«etica della finitudine» (p. 308).

Per esigenza di genere letterario (il manuale) e di destinatario dello scritto (lo studente del primo ciclo di studi teologici), l’A. sceglie giustamente di non fornire troppi elementi e dettagli (per esempio, la parte storica è definita dall’A. stesso «un abbozzo di sviluppo della storia della morale», p. 73), ma nelle note fornisce una bibliografia mirata ed abbondante per un approfondimento ulteriore.

Accostando il manuale ed entrando in dialogo col suo autore, esplicito due domande. Una prima: nel dibattito post-conciliare della morale autonoma e dell’etica della fede, dove si colloca il nostro A. o che sintesi personale dà di fronte a queste due linee apparentemente parallele o divergenti? Il professore frusinate afferma un «equilibrio proprio della teologia morale, che contemporaneamente coglie sia l’autonomia del valore morale sia la sua “risignificazione” in contesto di fede» (p. 23). L’A. sostiene una «morale autonoma nel contesto della fede»: egli riflette sulla differenza e il rapporto tra verità morale e verità di fede, tra esperienza morale ed esperienza di fede, e volendo evitare dualismi o riduzioni, a partire dalla continuità tra Incarnazione e Redenzione riconosce «un’autonomia dell’essere umano in Dio, attraverso Cristo» (p. 135).

Un’altra domanda, correlata alla prima: qual è, secondo l’A., lo specifico cristiano della morale? A che livello si colloca? Nella struttura interna del discorso etico — Privitera direbbe nel «“quadrifoglio epistemico” dell’etica» (NDTM, 344) — potremmo dire che l’A. afferma il ruolo specifico cristiano nei livelli metaetico (per esempio, cf. «è Dio stesso che suscita in noi il volere e l’operare con la sua grazia», p. 142), descrittivo-percettivo («sorge, cioè, per il credente la possibilità di raccontare il proprio impegno morale in termini di fede»; «ciò che cambia non è il valore morale comune e obbligatorio per chiunque, ma il modo di percepirlo che, per il cristiano, è “teologale”, anzi “cristologico”», p. 144), non negando inoltre l’apporto della fede anche al livello parenetico-formativo («Il cambiamento operato non agisce tanto a livello di maggiore lucidità nel descrivere il bene e il male, ma soprattutto a livello di capacità di riconoscerlo e di praticarlo e di evitarlo», corsivo originale, p. 144). Il livello normativo-argomentativo invece fa appello all’intelligenza, alla comunicabilità universale, alla ratio pratica che riconosce «un’unica e medesima morale» (corsivo originale, p. 136). L’A. completa il discorso dicendo che più la ragione è in continuità e in relazione con la fede, più la persona ha esperienza profonda della vita morale, esplorandone il senso (cfr. 145-148). Secondo l’A. il ruolo della fede è «maieutico» (p. 135). La fede spinge sempre più avanti la ricerca umana, mostra un orizzonte più ampio dell’immanenza della storia, si apre alla trascendenza e al futuro. La fede è vista come una «riserva escatologica». Per il credente, la Rivelazione diventa quel limite invalicabile nella determinazione della vera immagine dell’uomo e di Dio, e l’agire in modo morale rappresenta la risposta all’invito a vivere con una «intenzionalità cristiana».

Nel trattato sulla legge morale naturale è interessante l’ipotesi di interpretazione del pensiero di Tommaso, la quale mette in relazione legge naturale ed amore: l’amore è «il motivo» della legge naturale, il motivo per cui Dio rende l’uomo partecipe e collaboratore al suo ordine provvidenziale sul mondo (cf. 174-177). L’A. propone inoltre l’amore come il contenuto sintetico, il fine, della legge naturale, di quel progetto già dato ed universale di umanizzazione dell’uomo, l’«obbligo morale dell’uomo di realizzare ciò per cui vive» (p. 207) consegnato alla sua responsabilità interpretativa dentro la storia.

Il tono dello scritto è sempre pacato, mite, aperto al dialogo: mai l’A. si abbandona ad un’apologetica che disprezza le tesi altrui o che chiude la possibilità di discussione. È un libro consigliabile a chi vuole avvicinarsi per la prima volta alla disciplina. Da qui si avrà modo poi di percorrere i vari sentieri dei singoli temi, fondamentali per il dialogo dell’etica teologica con la cultura di oggi.


M. Francescon, in Gregorianum 3/2016, 628-630

Moralità e fede sono due figure concettuali di un suggestivo dialogo che l'A. ricostruisce come uno dei temi e problemi fondamentali e più controversi dell'etica teologica. Docente di teologia morale nella Facoltà teologica della Pontificia Università Urbaniana di Roma e professore invitato presso l'Università degu studi «Carlo Bo» di Urbino, Zuccaro mette a frutto in quest'opera l'esperienza di tanti anni di ricerca e di insegnamento testimoniati e scanditi da pregevoli pubblicazioni che dimostrano non solo competenza e dedizione alla ricerca, ma anche grande capacità didattica e comunicativa. oltre che una sorprendente informazione scientifica e filosofica.

L'idea centrale, la finalità protreptica di quest'ultima pubblicazione, va individuata nel tentativo di rielaborare una teologia morale fondamentale scientificamente e filosoficamente informata, lontana sia dalle facili derive del relativismo morale che dalle dure contrapposizioni del fondamentalismo religioso. Il suo invito a rivedere pregiudizi e linguaggi culturali e a situare la riflessione e l'analisi sul terreno dell'interculturalità e delle ampie conseguenze etiche che ne derivano impone alla teologia morale di ripartire dal vissuto di un contesto personale e socio-culturale segnato dalla religione cristiana, ma anche da altre religioni e visioni dell'uomo e del mondo.

Questo non significa appiattire la normatività del discorso morale sul dato empirico, di fatto, e tanto meno cercare una facile composizione tra speculazione scientifica, filosofica e teologica. Significa più profondamente ricercare e sviluppare il senso di un dialogo e di una convergenza tra diverse discipline, e ultimamente tra fede e ragione, da cui dipende il destino stesso della teologia morale, la sua identità, il suo metodo, ma soprattutto il contributo che intende dare alla soluzione di tanti problemi.

L'A. riconosce la difficoltà dell'impresa, ma non rinuncia a disegnare scenari e intrecci di un dialogo sempre preoccupato della verità e consapevole che solo approfondendo e comparando termini e contenuti di un dialogo interculturale si può vantaggiosamente reggere la sfida.

L'opera in questione, accolta nella prestigiosa «collana verde» dell'editrice Queriniana, è suddivisa a partire da uno schema classico e ormai collaudato nei manuali di teologia morale fondamentale. In effetti se si eccettua la mancanza di due capitoli riservati rispettivamente alle fonti della moralità e alle virtù, compensati per altro da altri due dedicati allo sviluppo delle fonti della teologia morale e all'analisi dell'opzione fondamentale, gli altri capitoli che formano il classico manuale di teologia morale ci sono tutti. Non solo, ma la loro disposizione prevede, come nella manualistica più tradizionale, alcuni «Praenotanda», che l'A. interpreta come «Invito allo studio», nonché la consueta analisi dei dati sia di fede che di ragione.

Il primo dei nove corposi capitoli del volume, intitolato Questioni epistemologiche iniziali (pp. 9-50) è un'introduzione che permette all'A. di «scoprire le carte», di chiarire subito, in via preliminare, che l'orizzonte entro cui colloca e dipana la sua riflessione e analisi è un'«assunzione privilegiata del metodo trascendentale legato alla filosofia linguistica» (p. 9).

Il secondo capitolo, La teologia morale nella storia (pp. 51-86), serve all'A. per ricordare a tutti che stiamo camminando «sulle spalle dei giganti», a partire ovviamente da Gesù di Nazareth e da altri grandi rappresentanti e testimoni del suo annuncio che hanno lasciato il segno delle loro orme nei territori più o meno esplorati della tradizione patristica, dell'alto e basso medioevo, del concilio di Trento e dintorni, fino al concilio Vaticano II.

Il terzo capitolo, Lo bibbia nella morale (pp. 87-128), rappresenta in qualche modo una novità nella suddivisione classica della materia: si tratta in effetti di un'interessante ripresa del percorso storico alla ricerca di un'«anima per la teologia» che permetta di verificare e valutare l'uso più o meno pertinente o strumentale della bibbia nelle varie epoche della riflessione teologico-morale.

A partire dal quarto capitolo, intitolato L'evento Cristo e la teologia morale (pp. 129-160), la riflessione si fa alquanto piti astratta e speculativa. L'A. riprende infatti l'annosa questione sulla possibilità o meno di un'etica «etsi Deus non daretur» O «veluti si Deus daretur», che si configura oggi come l'ennesimo tentativo di ripensare il rapporto tra autonomia morale ed etica della fede, evitando da una parte le secche di una contrapposizione dura, ideologica, e dall'altra ricollocando il problema del cosiddetto «proprio» di una morale cristiana nella verità della relazione dell'incontro con Cristo e della sequela dei discepoli con un «solo maestro che non è mai solo» (p. 155).

Il quinto capitolo, La legge naturale (pp. 161-208), è sempre stato ed è tuttora un classico della teologia morale cattolica, e ciò per due motivi principali: anzitutto perché ne parla la stessa Scrittura, in particolare la lettera ai Romani; in secondo luogo perché la legge naturale, comunque la si interpreti, è una categoria del pensiero cui è difficile rinunciare in teologia morale, non fosse altro per il fatto che attraversa tutta la riflessione teologico-morale dai padri della chiesa a Tommaso d'Aquino, dalla tradizione post-tridentina al dibattito post-conciliare. La novità è che l'A., «alla ricerca della natura perduta», reimposta tutta la questione in termini prevalentemente antropologici, a partire cioè - come egli scrive - da un'«antropologia dell'indigenza» che individua nella storicità della legge naturale il punto di dialogo e di convergenza tra l'interpretazione dell'Aquinate e alcune concezioni contemporanee.

Il sesto capitolo, dedicato a La coscienza morale (pp. 209-276), da lui definita «la regia presente dietro le quinte», rappresenta a mio giudizio il punto nodale di tutto il volume. Che dapprima descrive la coscienza come labirinto, poi ne individua le radici bibliche e storiche, quindi la interpreta come punto di arrivo e di ripartenza verso quella sintesi che il concilio Vaticano II ha indicato come meta da raggiungere, oltre che come percorso da riconoscere e fare insieme da pellegrini indigenti quali siamo, sempre pronti al dialogo e disponibili al confronto.

Il settimo capitolo, L'opzione fondamentale (pp. 277-305), «la stella polare della vita», la «decisione di ogni decisione», come la definisce in modo brillante l'A. (p. 104), riprende quella riflessione trascendentale secondo la quale la cosiddetta opzione fondamentale non è da considerare un atto accanto agli altri o come gli altri, bensì un atto che li trascende e al tempo stesso li attraversa come il filo di una collana, che non sarebbe tale, se oltre alle perle non vi fosse un filo che le tiene unite. Fuori metafora l'opzione fondamentale è un atto trascendentale che s'incarna in una serie di atti categoriali e in quanto tale non può essere conosciuto che indirettamente e in ogni caso mai in senso compiuto e definitivo.

L'ottavo capitolo, Il peccato (pp. 307-342), prende avvio dal contesto e dalle coordinate di un'antropologia che vede nel peccato un evento di natura teologica, ma anche antropologica, un «mentire lucidamente a se stessi». Il che implica due problemi che solitamente nei manuali anche recenti non vengono adeguatamente indagati: il primo, piu tradizionale, riguarda la distinzione teologica, oltre che specifica e numerica, dei peccati; il secondo, molto meno indagato e discusso, chiama in causa la dimensione specificamente teologica del peccato: come sia possibile un'offesa a Dio in colui per il quale Dio non esiste e in secondo luogo se l'uomo possa comunque raggiungere e offendere il Dio trascendente.

II nono e ultimo capitolo, Il discernimento morale (pp. 343-383), offre all'A. l'opportunità di riprendere l'invito di Gesù, «Va' e anche tu fa' lo stesso», a riguardo del quale egli opportunamente osserva: «Una delle carenze più gravi nell'educazione morale, come risulta dall'esperienza, consiste nel fatto che molte volte quando un fedele chiede un consiglio per risolvere un dubbio sulla scelta buona da farsi in una concreta situazione, si sente rispondere alternativamente o di obbedire alla legge della chiesa che certamente conosce oppure di seguire la propria coscienza» (p. 344). Come superare tale alternativa?, si chiede. E risponde che vi è un solo modo: operare un corretto discernimento morale avvalendosi delle norme già date e in caso di conflitto ricorrere all' aiuto della comunità dei credenti, del magistero, della Parola di Dio, dei sacramenti, in particolare dell'Eucaristia, imparando a diventare da commensali a servi e da servi a cittadini.

Come si può intuire, siamo di fronte a un volume molto ricco e articolato che merita a pieno titolo il riconoscimento, per altro non sempre ambìto, di manuale. Come genere letterario quello dei manuali viene spesso accompagnato da diffidenze, ambiguità, ripulse. Anche perché solitamente si imputa ai manuali l'accusa di essere uno strumento di indottrinamento, al fondo autoritario, teso a chiudere ogni insegnamento e apprendimento entro schemi ben definiti e una volta per tutte. Preoccupazione senz'altro legittima, che però non fa venir meno la necessità di strumenti, come sono appunto i manuali, che mettono le persone, e in particolare gli studenti, nella condizione di assimilare i frutti più maturi della ricerca e di apprendere un metodo che permetta loro di ricevere il testimone del sapere per poi proseguire lungo la strada della conoscenza.

Un secondo merito da riconoscere al volume, e ovviamente al suo A., è di aver messo subito in chiaro l'orizzonte di una ricerca tutta tesa ad aprirsi una strada tra relativismo morale e fondamentalismo religioso, adottando un metodo ormai collaudato, quello trascendentale, che permette di andare oltre la contrapposizione tra proposizioni di fatto o logiche e proposizioni normative. Una proposizione normativa è ovviamente diversa da un'affermazione logica o di fatto; non per questo però è priva di significato nel senso in cui potrebbe esserlo, che so, «la virtù è triangolare». Proposizioni del tipo «paga le tasse», «non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te» hanno un senso chiaro per tutti anche se non esprimono fatti percepiti. L'A. pur opponendosi all'antimetafisica del neopositivismo logico non ritorna a difendere dogmaticamente secondo i canoni della vecchia metafisica la realtà di certi principi supremi. Il suo è piuttosto un invito a un'indagine critica della teologia morale che tenga presente i limiti delle possibilità umane, ma allo stesso tempo contribuisca a irrobustirle, renderle più forti e feconde. Egli mette anche in luce positivamente il tentativo di conciliare, attraverso l'assunzione di un'antropologia dell'indigenza, il meccanismo degli agenti naturali e il finalismo che li dirige per custodire e promuovere la vita.

Ma forse è proprio qui che si riscontrano i limiti del metodo trascendentale che l'A. adotta. Tale metodo infatti è certo di grande aiuto in teologia morale, soprattutto nella ricomposizione del rapporto tra fatti e valori e quindi nella legittimazione culturale di una normatività che attraversa l'esistenza e trova il suo fondamento in una ricerca di senso che la trascende. Non sembra però di grande aiuto e utilità nell'elaborazione di un'etica normativa che sia in grado di offrire di volta in volta validi criteri di guida e di scelta del comportamento moralmente giusto soprattutto in situazioni di conflitto tra valori non sempre, e comunque non necessariamente, alternativi gli uni agli altri. L'A. si mostra consapevole del problema. A mio parere si dimostra anche preparato e ben attrezzato per riprendere il tema e svilupparlo a beneficio di un'etica della responsabilità che da un lato non può fare a meno di una fenomenologia dei valori e dall'altro non può rinunciare a elaborare una teoria etico-normativa più attenta alle conseguenze delle scelte e dei comportamenti che siamo chiamati di volta in volta ad assumere nella vita quotidiana. Non è forse compito della teologia morale trasferire tutta una serie di valori morali e non morali, non esclusi ovviamente quelli religiosi e cristiani, dal fragile mondo ideale del cielo stellato sopra e dentro di noi nella durezza della vita di ogni giorno, delle sue contraddizioni, dei suoi conflitti, alla ricerca di ciò che è doveroso, ma anche umanamente possibile?


G. Trentin, in Studia Patavina 61 (2014) 3, 807-811

Frutto di una ricca esperienza nell’insegnamento della teologia morale, il volume di C. Zuccaro si presenta come un manuale nel senso classico del termine. Si comincia con una premessa epistemologica («Questioni epistemologiche iniziali»: 9-50) e una panoramica storica («La teologia morale nella storia»: 51-86), per affrontare poi due temi di fondo della matrice teologica dell’etica («La Bibbia nella morale»: 87-128; «L’evento di Cristo e la teologia morale»: 129-160). È quindi la volta dei consueti trattati della teologia morale fondamentale: «la legge naturale» (161-208); «la coscienza morale» (209-276); «l’opzione fondamentale» (277-305); «il peccato» (307-342); «il discernimento morale» (343-379). Da segnalare, infine, la ricca bibliografia, che copre più di cinquanta pagine (387-440). Il Sitz im Leben del testo non si situa semplicemente all’interno dell’insegnamento accademico, ma si rivolge anche a persone provenienti da diversi mondi culturali. Ciò ha messo l’A. a contatto diretto «con modelli morali ed éthos comunitari talvolta molto distanti dalla matrice cristiana, interpretata alla luce della cultura occidentale» (5). In che modo, allora, i contenuti morali della proposta cristiana sono comprensibili e quindi comunicabili anche a contesti altri rispetto al mondo occidentale, tenendo conto che la verità morale non ha una dimensione puramente intellettuale, ma si declina sempre nella concretezza di un’esperienza esistenziale? La preoccupazione dell’A. è fin da subito, quella di «scoprire le carte» chiarendo i presupposti epistemologici della sua proposta. È su questo punto che intendo soffermarmi in particolare, lasciando al lettore di scoprire il dettaglio di una proposta teologica sempre ricca, documentata e di apprezzabile chiarezza. Il contesto storico attuale è caratterizzato da una marcata frantumazione epistemologica, foriera di tendenziale estraneità fra i saperi, e al tempo stesso dall’aspirazione a una ricomposizione, a un’unità transdisciplinare. È in questo contesto che si muove la riflessione della teologia morale, con il suo specifico statuto epistemologico. In quanto «teologia», essa è comprensibile solo all’interno della comunità dei credenti che ha aderito alla rivelazione di Dio in Cristo; in quanto teologia «morale» ha una pretesa universale, nel senso che ritiene vincolanti le sue proposte normative per ogni uomo. In altri termini, la teologia morale coglie «sia l’autonomia del valore morale, sia la sua “risignificazione” in un contesto di fede» (23). Ora, la teologia morale fa necessariamente riferimento a un’antropologia e a una filosofia. L’antropologia di riferimento dell’A. «è la concezione dell’uomo come essere del bisogno che si esprime simbolicamente a partire dal pianto del neonato fino al rantolo del morente» (29). Si esprime così la dimensione più profonda della persona come essere del bisogno, costitutivamente aperta alla relazione con altri. In tal modo, «si innesta un itinerario progressivo che parte dall’uomo come “essere del bisogno” che reclama il suo “bisogno di essere”, il quale, a sua volta, sollecita il “bisogno di fare” di chi entra a contatto con quella sua domanda» (30). Questo bisogno riceve piena risposta nella rivelazione: «in Gesù Cristo, nella sua esperienza storica, l’uomo trova quanto gli serve per colmare il suo bisogno di essere e la sua trascendenza» (32). In che modo troverà risposta il bisogno di essere dell’uomo? Solo mediante l’incontro con l’altro: «concepire se stessi e la propria vita come risposta al bisogno dell’altro determina la condizione di possibilità per un’etica fondata sulla gratuità e sul dono di sé» (35). A partire da tale impostazione antropologica, unitamente allo strumento filosofico trascendentale, alla scuola di Maréchal e di Rahner, si può impostare una teologia morale che convinca sia dal punto di vista della ragione universale, sia da quello della singolarità teologale della fede. Nella rivelazione del mistero di Dio, infatti, va individuato l’orizzonte che rende possibile un’antropologia autentica e, quindi, una teologia morale adeguata per la nostra epoca. A partire da qui, è pregevole il tentativo di rileggere, di «risignificare», i concetti della tradizione morale, in modo che emergano da una siffatta opzione antropologica. Si consideri per esempio il tema della legge naturale. L’A., a parte qualche forzatura storiografica (come la tesi secondo cui in Tommaso «l’amore è la ragione e la causa della legge naturale»: 174), esprime con chiarezza la sua proposta: «è legge naturale l’obbligo di vivere in modo tale da diventare sempre più uomini, che, nella prospettiva dell’antropologia dell’indigenza, significa vivere in risposta al bisogno dell’altro» (178). In altri termini, la legge naturale viene identificata con l’amore; da questo punto di vista la legge naturale è assoluta, immutabile e universale, pur andando declinata nella storicità di una determinata espressione culturale. L’A. è senz’altro consapevole che tale rilettura comporta dei rischi e delle scelte talvolta criticabili; per questo il suo tentativo è coraggioso ed apprezzabile. L’opzione scelta si espone tuttavia ad alcune domande di fondo. Per esemplificare: partendo dall’idea dell’uomo come essere del bisogno non si compie già a monte una scelta riduttiva? Non si rischia di piegare la struttura ontologica ed etica dell’umano a richiesta e soddisfazione del bisogno? E l’auto-comunicazione di Dio in Cristo non rischia forse di apparire come una semplice risposta, pur eccedente, all’invocazione dell’uomo e non invece come elevazione dell’umano, koinonia alla natura divina (2Pt 1,4)? E ancora: non è forse l’uomo, prima ancora che essere-del-bisogno, essere-del-desiderio? E il suo realizzarsi nell’amore non va considerato, più che risposta al bisogno dell’altro, come pienezza del dono di sé?


S. Zamboni, in Rassegna di Teologia 3/2015, 524-526

«L'asse portante del manuale si regge sul passaggio esistente tra l'esperienza del fondamento (Bibbia, evento Cristo, legge naturale) e l'esperienza del discernimento (coscienza, opzione fondamentale, peccato, discernimento morale). Non si tratta solo di uno sviluppo espositivo, ma di un'impronta metodologica modellata sulla centralità della persona "agente ermeneutico". Un ulteriore contributo alla svolta personalista-relazionale della teologia morale, senza dimenticare la tradizione. L'Autore offre un'ampia panoramica di autori classici e anglosassoni il cui pensiero è però collocato nella prospettiva ermeneutico-trascendentale. La vastità dei riferimenti e la ricchezza di problematiche, provenienti da diversi ambiti della morale, rischiano di far perdere unitari età all'opera, ma la rendono sicuramente interessante. Buona anche l'idea di suddividere l'ampia Bibliografia secondo le fonti e gli ambiti morali sviluppati nel manuale. Oltre l'Indice dei nomi compare un Indice delle citazioni, che permette di risalire immediatamente alle opere classiche dei padri e scrittori cristiani. Poiché lo scritto intende offrire gli elementi necessari per operare un giusto discernimento morale, nella complessità delle vicende odierne, è adatto a molti lettori».


R. Caseri, in Rivista di Teologia Morale 179, 423-427