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Il sensibile e l’inatteso
Pierangelo Sequeri

Il sensibile e l’inatteso

Lezioni di estetica teologica

Prezzo di copertina: Euro 20,00 Prezzo scontato: Euro 17,00
Collana: Biblioteca di teologia contemporanea 179
ISBN: 978-88-399-0479-9
Formato: 16 x 23 cm
Pagine: 272
© 2016

In breve

Fede ecclesiale e teologia come possono pensare la bellezza? Con raffinatezza e maestria, Sequeri sa inscrivere la bellezza sensibile nel cuore stesso del Mistero cristiano.

Descrizione

A partire dall’evidenza rivelata dell’incarnazione del Figlio – l’inatteso teologico della verità del senso –, Sequeri propone una ricostruzione fenomenologica e ontologica della sensibilità spirituale, che la ragione teologica può restituire al suo fondamento. Di qui, l’attitudine estetica viene ricompresa come la marcatura creaturale della nostra irriducibile sensibilità per la qualità teologale della verità e per la giustizia delle affezioni.
Nonostante le ambiguità post-moderne in tema di bellezza e verità, il momento sembra favorevole per questa rifondazione estetica della ragione teologica. Anzi, esauriti gli ingenui tentativi di riconversione devota dell’arte bella e del sentimento romantico, la riapertura di questo orizzonte appare più che necessaria: sia per evitare che la ragione teologica evapori definitivamente nell’astrattezza del modello razionalistico della verità, sia per sottrarsi alla rischiosa sostituzione religiosa dell’eccitazione estetica.
La riabilitazione filosofica dell’estetica dello spirito, la quale rimette in campo i fondamentali ontologici dell’affezione e della generazione, invita la teologia alla compiuta integrazione dell’effettualità del suo principio: ossia, il miracolo e il sacramento della disposizione dello Spirito di Dio all’invenzione e al riscatto della forma sensibile del voler-bene, che procede dal Padre e dal Figlio.

Recensioni

È molto facile confondere l’estetica teologica con una teologia estetica, una riflessione fatta dalla teologia su arte e derivati, motivo per cui già Hans Urs von Balthasar – avviando la sua trilogia con il primo volume di Gloria (Herrlichkeit) – avvertiva dal pericolo che l’estetica teologia venga confusa oppure scivoli dall’intento iniziale che colloca la riflessione sul piano oggettivo e istituita con i metodi della teologia verso una teologia estetica che tradisce il contenuto teologico vendendolo alle convinzioni correnti della dottrina intramondana della bellezza. È lo stesso avvertimento che accompagna le prime pagine dell’ultimo saggio di Pierangelo Sequeri, Il sensibile e l’inatteso. Lezioni di estetica teologica (Queriniana, Brescia 2016).

Neppure il fascino di una teologia che attira a sé e al suo “Oggetto” attraverso l’attrattiva dell’estetico costituisce una pista percorribile a lungo per l’A., giacché tale fascino, privo di una fondazione oggettiva nel quid della Rivelazione, rischia di riecheggiare la disgiunzione tra i tre trascendentali di cui Balthasar denunciava i tragici effetti. «L’indebolimento della ragione – scrive Sequeri – e l’estetizzazione del mondo sono ospiti inquietanti, anche quando portano doni alla fede». La fede non può accontentarsi di alleanze mediocri e di corte vedute.

Trovatasi dinanzi a due interlocutori diversi – l’illuminismo razionalista e il romanticismo estetizzante – la teologia, e in particolare l’apologetica, si è ritenuta più affine con il registro razionale della prima. Evocando questa storia l’A. scrive: «L’apologetica ritiene più affine il protocollo razionalistico: all’interno del quale conduce la sua battaglia per il riconoscimento della ratio fidei. Dall’altro lato, la sensibilità cattolica nel tempo della crisi subisce (per lo più inconsciamente) l’irresistibile fascino dell’esaltazione estetica del religioso, che fa parte di una larga falda del movimento romantico».

La «questione romantica» è stata lasciata alla prassi – spesso non tematizzata –rimanendo non dipanata dalla ragione teologica. Anche se alcuni suoi aspetti sono stati considerati nel dibattito intorno alla crisi modernista, essi sono stati di fatto questioni riguardanti le «implicazioni metafisiche e dogmatiche dell’idea della rivelazione e della fede».

Questa lacune di trattazione storica si fanno ancora più gravi in un’epoca come la nostra dove la bellezza – resa epidermica, sensuale e sensazionale – non salva affatto ma fa perdere, la testa, i sensi e il senso. Da qui l’esigenza di ritrattare la questione della bellezza nella sua valenza oggettiva – ben oltre l’analogia – per recuperare lo strumentario senziente adeguato per cogliere il senso (parte seconda), necessario per contemplare e ac-cogliere la teodrammatica dell’incarnazione di Dio in Cristo crocifisso, morto e risorto (parte terza) e sincronizzare la celebrazione del Pulchrum nella compagine della leiturghia e del sacramentum (quarta parte).


R. Cheaib, in www.theologhia.com 1/2017

Divenuto dall'agosto scorso Preside dell’Istituto «Giovanni Paolo II» per gli studi sul matrimonio e la famiglia, Pierangelo Sequeri è uno dei più noti teologi italiani. Animato da molteplici interessi, egli ha costantemente manifestato una particolare attenzione per la dimensione estetica (tra l’altro, molto conosciuta e apprezzata è la sua attività di musicista) e dunque non sorprende che tale predilezione si renda palese anche nel suo ultimo libro Il sensibile e l'inatteso. Lezioni di estetica teologica.

L'autore dichiara apertamente di avere non l'intenzione di offrire istruzioni teologiche sulla lettura delle opere d’arte, bensì la volontà di ridisegnare le linee fondamentali della questione teorica del rapporto fra ragione teologica e pensiero estetico, e pertanto manifesta il desiderio di mettere a punto in chiave critica e sistematica il nesso fra estetica e teologia.

Sequeri ritiene opportuno fare riferimento alla grande lezione di Hans Urs von Balthasar, che per primo comprese la possibilità e l'utilità di una fondazione estetica della ragione teologica: «Balthasar, si legge nel libro, urge il dissequestro della idea di bellezza, come splendore oggettivo e come rapimento soggettivo, dalla sua chiusura nell'immanenza dell'opera d'arte, per restituirla al suo dominio proprio: ossia alla dimensione teologica, antropologica, metafisica della luce di trascendenza che irradia dall'evento dell'incarnazione salvifica dell'amore di Dio».

Il volume è suddiviso in quattro parti e dieci capitoli, al termine di ciascuno dei quali è posta una mappa concettuale che ne sintetizza i contenuti principali. Al termine del percorso tracciato da Sequeri emerge l'immagine di un'estetica teologica che, come sostiene l’autore stesso, «è chiamata a illustrare l'episteme della loghikè latréia che scandisce l'iniziazione della creatura alla vita dello Spirito. Nell'enigmatica legatura (logos) di miraculum e sacramentum, essa ci mantiene nella libertà di fronteggiare all’impronta (exaiphnes) i folgoranti passaggi dell'Inatteso attraverso la nostra sensibilità (aistheisis) per il voler-bene che fa-essere».


M. Schoepflin, in Avvenire 7 gennaio 2017

Tra i libri impegnativi, che al lettore versato in teologia richiedono generosità di tempo e paziente ingresso nella complessità dell’ordito, si annovera certamente l’ultimo saggio (Il sensibile e l’inatteso. Lezioni di estetica teologica, Brescia, Queriniana, 2016, pagine 268, euro 20) di Pierangelo Sequeri, già preside della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, di recente nominato da Papa Francesco preside del Pontificio istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia. Sul reale sensibile di cui siamo fatti e la sorprendente visita di Dio nell’umano si dipana la trama delle lezioni di estetica teologica di Sequeri.

La teologia contemporanea è stata felicemente provocata e convocata a interessarsi dell’estetica dal grande teologo svizzero Hans Urs von Balthasar (1905-1988). Una provocazione distante dalla comune idea che all’estetica si riferisca principalmente una teoria dell’arte sacra — o spirituale, o cristiana. Una convocazione invece da parte della teologia fondamentale, che si occupa di stabilire le premesse e gli argomenti della intelligibilità e credibilità umana della rivelazione cristologica di Dio.

Di questa impostazione Sequeri cerca di approfondire la legittimità e il senso, assumendone l’orientamento anche dal punto di vista critico, ben lungi dalla retorica sentimentale di una teologia più “estetica”. Il saggio di Sequeri intende restituire la ragione estetica — che egli intende come articolazione della umana «sensibilità-affezione per il senso» — all’alto profilo dell’esperienza della fede cristiana. Per questa via, il progetto illustra la speciale congruenza estetica della coscienza etica, indirizzata alla ricerca della giustizia della sensibilità e dell’affezione dell’uomo, e della coscienza religiosa, orientata all’adorazione in spirito e verità della rivelazione di Dio. La delicatezza del compito di conciliare in profondità il pensiero estetico e l’intelligenza teologica dipende anche dalla vicenda del pensiero estetico moderno, come anche dalla crisi dell’arte bella.

L’odierna estetizzazione del mondo — e con essa anche lo svuotamento dei significati dei nessi del bello con l’etico e con il religioso — deve essere più accuratamente messa a fuoco nella sua ambivalenza: anche quando professa l’idealizzazione dell’amore, nel suo orizzonte virtualmente nichilistico.

La prima parte del lavoro di Sequeri è rivolta alla decifrazione del doppio movimento della contemporaneità che, da una parte, rivaluta l’estetico nell’ambito del pensiero filosofico e, dall’altra, estetizza il mondo tendendo a ridurre l’idealità dell’arte al mercato dell’apparire e del benessere. Le linee portanti del progetto di rifondazione teorica della ragione estetica, e del suo intrinseco nesso con la ragione teologica, possono essere sintetizzate in questi due assunti fondamentali.

La prima linea di approfondimento critico, nella seconda parte del saggio, si applica alla rielaborazione fenomenologica e ontologica della disposizione dello spirito alla sensibilità e all’affezione per il senso. Questa disposizione, nella prospettiva di Sequeri, deve essere ricondotta alla specifica dimensione spirituale dell’essere umano, che include e trascende l’intelletto e la volontà, per la quale egli riconosce di essere destinato alla giustizia dell’amore, e perciò all’amore della giustizia. L’essere finito, l’essere incarnato, riflette e realizza questa disposizione originaria, irriducibile alla sua corporeità, come anche alla sua razionalità.

La seconda linea di approfondimento, alla quale è dedicata la terza parte del libro, riguarda la corrispondenza tra questa disposizione creaturale e la sua fondazione nella verità cristologica della “affezione” e della “sensibilità” di Dio. Il perno della dimostrazione di Sequeri è posto nella rivelazione cristiana della eterna affezione generativa di Dio, che l’autore definisce come pro-affezione trinitaria. Il Figlio e lo Spirito sono radicati nella originaria sensibilità di Dio, della quale i corpi creati non sono affatto detentori in proprio: l’umana capacità di desiderare, riconoscere e attuare la giustizia dell’affezione verso il vero, il bene e il bello è riflesso, immagine e somiglianza del Figlio e dello Spirito di Dio.

Il libro di Sequeri si conclude, nella sua quarta parte, con le implicazioni pratiche e dell’esercizio cristiano dell’estetica teologica. Da un lato, l’arte deve dispiegare la potenza dei suoi mezzi per evitare la riduzione della testimonianza e della celebrazione alla comunicazione astratta di informazioni su Dio e le cose di Dio. Soltanto l’arte può integrare il linguaggio cristiano con la narrazione, l’immagine, la mimica e la risonanza, che rendono riconoscibili gli eventi della rivelazione e dell’amore di Dio.

L’evangelizzazione e la comunicazione della fede ne risplenderanno, rendendo giustamente ammirato e adorante l’accesso al sacramento. D all’altra parte, il sacramento cristiano, in quanto mistero della discrezione affettuosa e della potenza non esibizionistica di Dio — i segni e le forze di Gesù, attestati dai vangeli — deve custodire la bellezza della «divina sproporzione» fra i gesti del contatto con Dio che ci cambia la vita e i segni semplici e quotidiani in cui questa potenza si condensa. In questa complementarità, dello splendore dell’arte che racconta e della semplicità del sacramento che opera, si decide l’equilibrio di una estetica teologica ben pensata. E anche praticata. Di qui dovrà proseguire il suo cammino, arricchendosi auspicabilmente di nuovi e più ampi approfondimenti.


M. Gronchi, in L’Osservatore Romano 29 dicembre 2016