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Il sensibile e l’inatteso
Pierangelo Sequeri

Il sensibile e l’inatteso

Lezioni di estetica teologica

Prezzo di copertina: Euro 20,00 Prezzo scontato: Euro 17,00
Collana: Biblioteca di teologia contemporanea 179
ISBN: 978-88-399-0479-9
Formato: 16 x 23 cm
Pagine: 272
© 2016

In breve

Fede ecclesiale e teologia come possono pensare la bellezza? Con raffinatezza e maestria, Sequeri sa inscrivere la bellezza sensibile nel cuore stesso del Mistero cristiano.

Descrizione

A partire dall’evidenza rivelata dell’incarnazione del Figlio – l’inatteso teologico della verità del senso –, Sequeri propone una ricostruzione fenomenologica e ontologica della sensibilità spirituale, che la ragione teologica può restituire al suo fondamento. Di qui, l’attitudine estetica viene ricompresa come la marcatura creaturale della nostra irriducibile sensibilità per la qualità teologale della verità e per la giustizia delle affezioni.
Nonostante le ambiguità post-moderne in tema di bellezza e verità, il momento sembra favorevole per questa rifondazione estetica della ragione teologica. Anzi, esauriti gli ingenui tentativi di riconversione devota dell’arte bella e del sentimento romantico, la riapertura di questo orizzonte appare più che necessaria: sia per evitare che la ragione teologica evapori definitivamente nell’astrattezza del modello razionalistico della verità, sia per sottrarsi alla rischiosa sostituzione religiosa dell’eccitazione estetica.
La riabilitazione filosofica dell’estetica dello spirito, la quale rimette in campo i fondamentali ontologici dell’affezione e della generazione, invita la teologia alla compiuta integrazione dell’effettualità del suo principio: ossia, il miracolo e il sacramento della disposizione dello Spirito di Dio all’invenzione e al riscatto della forma sensibile del voler-bene, che procede dal Padre e dal Figlio.

Recensioni

Apartire dalla messa in campo di von Balthasar della coppia «estetica teologica» – da non confondere né con la teologia estetica né con la teologia dell’opera d’arte – l’a. raccoglie qui una serie di lezioni che dal maestro trae l’urgenza di togliere l’idea di bellezza dallo «splendore oggettivo» e dal «rapimento soggettivo» e di «restituirla al suo dominio proprio: ossia alla dimensione teologica, antropologica, metafisica della luce di trascendenza che irradia dall’evento dell’incarnazione salvifica dell’amore di Dio». Al centro delle riflessioni del teologo sta «la metafora assoluta del concepimento (della generazione, della nascita) che fa essere l’umano». Parallelamente sta il segno sacro, nel suo «minimalismo segnico», che rende accessibile il «massimo di potenza della grazia divina nella graziosa discrezione del minimo creaturale disponibile».


M.E. Gandolfi, in Il Regno Attualità 12/2017

Le livre se présente, d’après le soustitre, comme une série de « leçons d’esthétique théologique ». Il s’agit moins d’un examen théologique des relations entre religion et art – relations qui ont fait l’objet de plusieurs études antérieures de l’A., lui-même prêtre et musicien, aussi bien que de théologiens comme K. Barth, h. Küng et P. Piret – que d’une étude de la perception du sens, dans la lignée de l’oeuvre monumentale de h. U. von Balthasar, Herrlichkeit (1961-1969, trad. fr. La gloire et la croix, 1965-1983). Une telle étude appartient à la théologie fondamentale, que l’A., membre de la Commission théologique internationale, enseigne à Milan. La philosophie et la théologie traditionnelles sont trop souvent fixées sur la pensée de l’être. De la sorte, elles ne réussissent pas à valoriser pleinement le bien et le beau. Irréductibles à l’ontique et au factuel, ils possèdent, avec leur potentiel créateur, une importance ontologique et théologique éminente et primordiale. La sensibilité à la racine de la perception du sens n’existe que dans l’être essentiellement relationnel dont le Dieu trine est la source et le modèle. Les relations qui Le constituent, telle la naissance du Fils du Père, ne sont pas à comprendre selon la logique du fondement, mais se constituent dans l’unité du libre don de soi et de l’accueil reconnaissant de soi. À l’avis de l’A., la pensée du factuel et du fondement doit faire place à une pensée du sensible et de l’inattendu, pensée véritablement chrétienne qui fait pleinement droit à la réalité telle qu’elle se présente à l’expérience dans tous ses aspects, sans que l’on tombe dans cette « esthétisation » du réel qui le fausse et qui ne sert qu’à la commercialisation et la banalisation de l’expérience et de la vie.
R. Jahae, in Nouvelle Revue Théologique 139 (2/2017) 344-345

Il Sensibile per eccellenza ai temi dell’estetica teologica in Italia, il professor Pierangelo Sequeri, interpella ancora una volta con l’Inatteso contributo sul tema, che di recente è stato dato alle stampe nella prestigiosa collana «Biblioteca di teologia contemporanea». Colpisce immediatamente ciò che questo volume manifesta: una passione inesaurita e un interesse sempre vivo verso ciò che Hans Urs von Balthasar aveva indicato come la condizione imprescindibile per un’autentica teologia. Già preside della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale e a pochi mesi dalla sua nomina a preside dell’Istituto “Giovanni Paolo II” per gli studi su matrimonio e famiglia, Sequeri è esemplare per la tenace fedeltà alla sua vocazione originaria, quella per l’estetica teologica. Ammirevole è anche per la straordinaria capacità teorica del suo genio e l’acume con cui ancora una volta affronta i temi che gli sono cari, offrendone una mirabile ed efficace sintesi, assieme ad uno sviluppo maturo e ad un chiaro programma per l’agenda della teologia. D’altronde l’opus magnum del 1996, Il Dio affidabile, i numerosi e vari scritti sull’argomento e il lavoro teologico di tanti anni invocavano l’urgenza di una trattazione autorevole e organica, che prendesse in considerazione gli apporti filosofici più recenti, che facesse da sintesi sistematica del pensiero dell’autore e che fosse svolta guardando all’evoluzione dell’estetica teologica negli ultimi decenni, dalla lezione di von Balthasar alla sua ricezione, passando attraverso la ripresa italiana da parte dello stesso Sequeri e i frutti che questa ha avuto.

L’opera, quindi, si pone innanzitutto come un approfondito status quæstionis sull’evoluzione della disciplina e, dopo questo passaggio obbligato e urgente (prima e seconda parte), propone una solida e preziosa “lezione di estetica teologica” (terza e quarta parte). I paragrafi che la compongono potrebbero essere considerati come altrettanti saggi teologici – topics – che, sapientemente disposti e organizzati, costituiscono le 10 lezioni in cui si snoda il percorso su cui Sequeri conduce progressivamente. E facendo da guida e da maestro egli usa al lettore la cortesia di fornire puntuali ed essenziali mappe concettuali, che aiutano i non addetti ai lavori e permettono la visione del progetto con un unico sguardo. L’obiettivo è chiaro ed anche chiaramente espresso: «Cerco di portare il mio contributo storico-teoretico al progetto di un’estetica che possa interloquire con la ragione teologica» (p. 7). Di questo si avvertiva il bisogno. Accompagna lo sviluppo dell’obiettivo la sua mai sopita intenzione-missione di emancipare e riscattare l’estetica dalle riduzioni psicologistiche e dall’univocità artistica, che presuppone lo sforzo di ricollocazione della disciplina: la continua tensione dialogante che si mantiene con il contesto della teoria dell’arte è una sapiente scelta, in vista e a servizio dell’autonomia dialogica di entrambe le scienze.

I due movimenti – la diastole e la sistole – che insieme compongono le prime due parti dell’opera possono essere racchiusi dalla seguente domanda: “Che fecondità ha generato il seme lanciato e quali i vuoti che ancora richiedono di essere colmati?”. La preoccupazione dell’autore è verificare, innanzitutto, il grado di ricezione che ha avuto la lezione di von Balthasar – e in Italia la sua – sulla necessità dell’apporto estetico per la teologia e positivamente egli constata, già nelle pagine della prefazione, che, se ieri la questione era guardata con diffidenza o scetticismo, oggi «suscita entusiasmi e attese» (p. 6). Data la sostanziale disposizione favorevole del contesto teologico, è ora necessario mettere a tema la questione teorica del nesso tra estetica e teologia in maniera critica e sistematica: che questo lo offra proprio Sequeri, il quale possiede la necessaria esperienza e la dovuta lungimiranza per farlo, rende l’opera un’attesa e preziosa elaborazione ragionata su un tema rimasto per troppo tempo teoreticamente poco frequentato, con lo spiacevole risultato di averlo gettato nell’ambivalenza e nella confusione, in preda e in balia delle voci più disparate. Sembra voler alludere a tale nesso l’efficace titolo: il sensibile è l’estetico, la sensibilità spirituale, l’ambito della vita costituita da emozione, sentimento, percezione, l’Inatteso è Colui che inaspettatamente viene nella carne e diventa sensibile, portando nel mondo di Dio il mondo sensibile dell’uomo. L’incarnazione del Verbo è il fondamento originario dell’estetica teologica.

L’organizzazione della materia è già un vettore di senso che, seguito fedelmente, consente di cogliere l’evoluzione del pensiero. L’opera si apre infatti con la parte sulla Estetizzazione del mondo, in cui si percorre per grandi linee la storia dell’estetica moderna sin dal suo sorgere come disciplina della percezione sensibile ad opera di Baumgarten, in obbedienza al significato originario del termine áisthēsis. Se da una parte è chiaro l’intento di riequilibrare i due termini della questione, ragione e affezione, che hanno costituito i due poli di oscillazione dialettica del pensiero, dall’altra è inevitabile constatare la deriva estetizzante che ha assunto il mondo contemporaneo e che indica in controluce la pregnante rilevanza dell’estetico, ormai però reso anestetizzante perché privato del suo senso profondo e travisato nella superficialità dell’emozione fuggevole. E tuttavia, dinanzi al paradosso cristiano, tale deriva non appare poi così drammatica: la forma Christi (Gestalt) scardina ogni ingenua estetica e fornisce i termini per la sua ridefinizione. La parte seconda, Ritorno al fenomeno, va alla ricerca degli apporti positivi dell’estetico attraverso la feconda avventura filosofica della fenomenologia e cerca su questa direttiva le vie per la ricomposizione tra ragione e affezione, improrogabile per la cultura occidentale. Due le linee prospettate: da una parte l’indicazione di concentrarsi sull’evento divino che si rivela, piuttosto che sull’idea a priori su Dio; dall’altra la sollecitazione a riacquisire la vera ratio hominis digna attraverso l’accordo con l’umana sensibilità per il senso. Due i filosofi ancora non adeguatamente valorizzati: Max Scheler, per la sua connessione originaria tra conoscenza e affezione, e Maurice Merlau-Ponty, per l’iscrizione dell’esperienza spirituale nella sensibilità e nella corporeità. Accanto ad essi si pongono le preziose lezioni di fenomenologia offerte da E. Levinas da M. de Beistegui. Continua ad essere urgente il recupero teologico del tema della corporeità, nella sua profondità di senso, priva delle riduzioni biologiste o platoniche, mantenendo fisso il punto di equilibrio e chiara l’armonia tra carne e spirito, senza la quale non si dà ragione né del corpo personale né dello spirito incarnato. In questa prospettiva prende forma la riflessione sulla categoria originaria della generazione del figlio, per superare la fondazione anaffettiva della teologia. Attraverso il lessema pro-creazione Sequeri individua le due coordinate principali: il mistero della creazione dell’essere e la disposizione affettiva e libera (pro-) di far essere l’altro. Il voler-bene che precede e determina la generazione segna l’essere e dà accesso al volere libero dell’essere che viene al mondo. Nell’approfondimento di questo nucleo egli vede «un compito difficile e urgente» (p. 153), di specifico interesse della teologia.

Le altre due parti del testo possono andare sotto la generale qualificazione di parte cristologica (L’impensato cristologico) e sacramentaria (Miraculum e sacramentum). Sequeri infatti procede con una sezione in cui la categoria di generazione, rintracciata come snodo cruciale, è studiata nei suoi risvolti estetico-teologici a partire dal nato da Donna e dall’imago Dei, per giungere ad affermare che la generazione è il vero trascendentale intrascendibile, in quanto «l’affezione creatrice dell’altro che generò noi stessi come singolarità indeducibile» (p. 179) si pone come primum cognitum dell’uomo. Una particolare consonanza è trovata con il tema della phantasía di M. Richir, che innova la definizione dell’esperienza ponendo l’immaginazione del reale in stretta connessione con la coscienza e realizza una rifondazione fenomenologica del Sé che può tornare utile alla riflessione teologica. L’ultima parte si svolge attorno alle tre parole-chiave di adorazione, bellezza, espressività che emergono dalla realtà del sacramento. Qui si ridefinisce l’estetico in rapporto vitale con il sublime, si ripropone la perenne ed eloquente dialettica misterica tra l’avidità di percezione e l’essenzialità del segno sensibile e, in ultima analisi, si garantisce un’estetica teologica veramente tale, che fa i conti anche con la negazione dell’estetico e la attraversa approfondendosi.

Non sono rare, nel corso dell’intera opera, le stoccate rivolte alla teologia, in ritardo riguardo alla frequentazione dell’estetica, essendosi limitata al commento delle opere artistiche e, adesso che l’arte ha preso congedo dall’estetica, anche confusamente vagante. A tal riguardo l’autore auspica un’arte che sappia restituire forza e immaginazione all’eccedenza del voler-bene sull’essere-bene e possa in questo modo ancora relazionarsi con un’autentica teologia e servirla. Certo, a ben guardare, emerge criticamente anche lo scarto con cui una riflessione sulla generazione e sul concepimento, poste da Sequeri come categorie originarie, possa intercettare l’animus di chi si ritiene ormai arbitro indiscusso anche in questa materia. Recisi – o almeno travisati – i legami tra paternità-maternità e generazione-concepimento del figlio, sicché quest’ultimo è sempre più figlio del desiderio, può risultare non più comprensibile questa riflessione pur fondamentale, per cui è necessario non dare più per assodata la dinamica della generazione. Forse si sente il bisogno di una più abbondante insistenza sul proprium della generazione umana, a fronte e contro la sua manipolazione. Anche questo sarà probabilmente già sul programma del preside dell’Istituto Giovanni Paolo II.

Il sensibile e l’inatteso non è certamente un’opera di immediata lettura: bisogna entrare nel linguaggio, denso ed intenso, e perseverare, fare lo sforzo della fedeltà. Assunta la prospettiva e abituato l’orecchio, si naviga speditamente – anche se non facilmente – all’interno dell’opera. Una sinfonia non la si rifiuta per le apparenti dissonanze iniziali o per l’arditezza delle scale che la compongono: se la si ascolta con pazienza se ne coglie l’armonia. Qui accade allo stesso modo se si supera, senza aggirarlo, il primo sbarramento dell’ermeticità del linguaggio e del relativo condizionamento a riguardo da parte della vulgata della critica pregiudiziale. Sì, perché Sequeri è ardito e, mentre è un piacere ascoltarlo, è un’impresa leggerlo. Eppure va letto: egli ha coniato un linguaggio per la sua estetica teologica ed occorre necessariamente apprenderlo, così come il suo stile, il modo tutto suo con cui naviga in queste acque (cf. p. 7). Il sottotitolo dell’opera la inquadra come una serie di Lezioni di estetica teologica: la veste, in effetti, è pienamente quella della lezione, ed anche le note a piè di pagina sono prevalentemente rimandi ad opere di riferimento per ciò che assume vieppiù i tratti di una meditazione speculativa di estetica teologica. Se è permesso un auspicio, non può che essere quello di un’estetica teologica resa più accessibile soprattutto per chi se ne accosta per la prima volta: ciò renderebbe l’ambito anche più praticabile con il rigore che esso esige e che Sequeri rispetta fino in fondo.

Concludendo: «Il lògos di una ragione anestetica e il nòmos di una verità anaffettiva non hanno nulla a che fare con il Lògos della generazione divina e della salvezza della creatura» (p. 6) e addirittura assurgono – o sprofondano – al livello del demoniaco: sono i demoni che hanno ben chiara la verità di Dio eppure non hanno «alcuna dimestichezza con la pro-affezione che impegna il Lògos e lo Pnêuma di Dio nella generazione e nella rigenerazione della creatura umana» (p. 254). La teologia che disconosce la sua originaria vocazione estetica diventa “demoniaca” e si allontana sempre più sia dall’intellectus fidei che dalla ratio hominis digna: l’opera è un’ulteriore affondo contro il demoniaco rifiuto dell’estetico e a favore di una teologia sempre più autentica.


F.A. Iraci, in Studia Moralia 54 (2/2016) 349-353

È molto facile confondere l’estetica teologica con una teologia estetica, una riflessione fatta dalla teologia su arte e derivati, motivo per cui già Hans Urs von Balthasar – avviando la sua trilogia con il primo volume di Gloria (Herrlichkeit) – avvertiva dal pericolo che l’estetica teologia venga confusa oppure scivoli dall’intento iniziale che colloca la riflessione sul piano oggettivo e istituita con i metodi della teologia verso una teologia estetica che tradisce il contenuto teologico vendendolo alle convinzioni correnti della dottrina intramondana della bellezza. È lo stesso avvertimento che accompagna le prime pagine dell’ultimo saggio di Pierangelo Sequeri, Il sensibile e l’inatteso. Lezioni di estetica teologica (Queriniana, Brescia 2016).

Neppure il fascino di una teologia che attira a sé e al suo “Oggetto” attraverso l’attrattiva dell’estetico costituisce una pista percorribile a lungo per l’A., giacché tale fascino, privo di una fondazione oggettiva nel quid della Rivelazione, rischia di riecheggiare la disgiunzione tra i tre trascendentali di cui Balthasar denunciava i tragici effetti. «L’indebolimento della ragione – scrive Sequeri – e l’estetizzazione del mondo sono ospiti inquietanti, anche quando portano doni alla fede». La fede non può accontentarsi di alleanze mediocri e di corte vedute.

Trovatasi dinanzi a due interlocutori diversi – l’illuminismo razionalista e il romanticismo estetizzante – la teologia, e in particolare l’apologetica, si è ritenuta più affine con il registro razionale della prima. Evocando questa storia l’A. scrive: «L’apologetica ritiene più affine il protocollo razionalistico: all’interno del quale conduce la sua battaglia per il riconoscimento della ratio fidei. Dall’altro lato, la sensibilità cattolica nel tempo della crisi subisce (per lo più inconsciamente) l’irresistibile fascino dell’esaltazione estetica del religioso, che fa parte di una larga falda del movimento romantico».

La «questione romantica» è stata lasciata alla prassi – spesso non tematizzata –rimanendo non dipanata dalla ragione teologica. Anche se alcuni suoi aspetti sono stati considerati nel dibattito intorno alla crisi modernista, essi sono stati di fatto questioni riguardanti le «implicazioni metafisiche e dogmatiche dell’idea della rivelazione e della fede».

Questa lacune di trattazione storica si fanno ancora più gravi in un’epoca come la nostra dove la bellezza – resa epidermica, sensuale e sensazionale – non salva affatto ma fa perdere, la testa, i sensi e il senso. Da qui l’esigenza di ritrattare la questione della bellezza nella sua valenza oggettiva – ben oltre l’analogia – per recuperare lo strumentario senziente adeguato per cogliere il senso (parte seconda), necessario per contemplare e ac-cogliere la teodrammatica dell’incarnazione di Dio in Cristo crocifisso, morto e risorto (parte terza) e sincronizzare la celebrazione del Pulchrum nella compagine della leiturghia e del sacramentum (quarta parte).


R. Cheaib, in www.theologhia.com 1/2017

Divenuto dall'agosto scorso Preside dell’Istituto «Giovanni Paolo II» per gli studi sul matrimonio e la famiglia, Pierangelo Sequeri è uno dei più noti teologi italiani. Animato da molteplici interessi, egli ha costantemente manifestato una particolare attenzione per la dimensione estetica (tra l’altro, molto conosciuta e apprezzata è la sua attività di musicista) e dunque non sorprende che tale predilezione si renda palese anche nel suo ultimo libro Il sensibile e l'inatteso. Lezioni di estetica teologica.

L'autore dichiara apertamente di avere non l'intenzione di offrire istruzioni teologiche sulla lettura delle opere d’arte, bensì la volontà di ridisegnare le linee fondamentali della questione teorica del rapporto fra ragione teologica e pensiero estetico, e pertanto manifesta il desiderio di mettere a punto in chiave critica e sistematica il nesso fra estetica e teologia.

Sequeri ritiene opportuno fare riferimento alla grande lezione di Hans Urs von Balthasar, che per primo comprese la possibilità e l'utilità di una fondazione estetica della ragione teologica: «Balthasar, si legge nel libro, urge il dissequestro della idea di bellezza, come splendore oggettivo e come rapimento soggettivo, dalla sua chiusura nell'immanenza dell'opera d'arte, per restituirla al suo dominio proprio: ossia alla dimensione teologica, antropologica, metafisica della luce di trascendenza che irradia dall'evento dell'incarnazione salvifica dell'amore di Dio».

Il volume è suddiviso in quattro parti e dieci capitoli, al termine di ciascuno dei quali è posta una mappa concettuale che ne sintetizza i contenuti principali. Al termine del percorso tracciato da Sequeri emerge l'immagine di un'estetica teologica che, come sostiene l’autore stesso, «è chiamata a illustrare l'episteme della loghikè latréia che scandisce l'iniziazione della creatura alla vita dello Spirito. Nell'enigmatica legatura (logos) di miraculum e sacramentum, essa ci mantiene nella libertà di fronteggiare all’impronta (exaiphnes) i folgoranti passaggi dell'Inatteso attraverso la nostra sensibilità (aistheisis) per il voler-bene che fa-essere».


M. Schoepflin, in Avvenire 7 gennaio 2017

Tra i libri impegnativi, che al lettore versato in teologia richiedono generosità di tempo e paziente ingresso nella complessità dell’ordito, si annovera certamente l’ultimo saggio (Il sensibile e l’inatteso. Lezioni di estetica teologica, Brescia, Queriniana, 2016, pagine 268, euro 20) di Pierangelo Sequeri, già preside della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, di recente nominato da Papa Francesco preside del Pontificio istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia. Sul reale sensibile di cui siamo fatti e la sorprendente visita di Dio nell’umano si dipana la trama delle lezioni di estetica teologica di Sequeri.

La teologia contemporanea è stata felicemente provocata e convocata a interessarsi dell’estetica dal grande teologo svizzero Hans Urs von Balthasar (1905-1988). Una provocazione distante dalla comune idea che all’estetica si riferisca principalmente una teoria dell’arte sacra — o spirituale, o cristiana. Una convocazione invece da parte della teologia fondamentale, che si occupa di stabilire le premesse e gli argomenti della intelligibilità e credibilità umana della rivelazione cristologica di Dio.

Di questa impostazione Sequeri cerca di approfondire la legittimità e il senso, assumendone l’orientamento anche dal punto di vista critico, ben lungi dalla retorica sentimentale di una teologia più “estetica”. Il saggio di Sequeri intende restituire la ragione estetica — che egli intende come articolazione della umana «sensibilità-affezione per il senso» — all’alto profilo dell’esperienza della fede cristiana. Per questa via, il progetto illustra la speciale congruenza estetica della coscienza etica, indirizzata alla ricerca della giustizia della sensibilità e dell’affezione dell’uomo, e della coscienza religiosa, orientata all’adorazione in spirito e verità della rivelazione di Dio. La delicatezza del compito di conciliare in profondità il pensiero estetico e l’intelligenza teologica dipende anche dalla vicenda del pensiero estetico moderno, come anche dalla crisi dell’arte bella.

L’odierna estetizzazione del mondo — e con essa anche lo svuotamento dei significati dei nessi del bello con l’etico e con il religioso — deve essere più accuratamente messa a fuoco nella sua ambivalenza: anche quando professa l’idealizzazione dell’amore, nel suo orizzonte virtualmente nichilistico.

La prima parte del lavoro di Sequeri è rivolta alla decifrazione del doppio movimento della contemporaneità che, da una parte, rivaluta l’estetico nell’ambito del pensiero filosofico e, dall’altra, estetizza il mondo tendendo a ridurre l’idealità dell’arte al mercato dell’apparire e del benessere. Le linee portanti del progetto di rifondazione teorica della ragione estetica, e del suo intrinseco nesso con la ragione teologica, possono essere sintetizzate in questi due assunti fondamentali.

La prima linea di approfondimento critico, nella seconda parte del saggio, si applica alla rielaborazione fenomenologica e ontologica della disposizione dello spirito alla sensibilità e all’affezione per il senso. Questa disposizione, nella prospettiva di Sequeri, deve essere ricondotta alla specifica dimensione spirituale dell’essere umano, che include e trascende l’intelletto e la volontà, per la quale egli riconosce di essere destinato alla giustizia dell’amore, e perciò all’amore della giustizia. L’essere finito, l’essere incarnato, riflette e realizza questa disposizione originaria, irriducibile alla sua corporeità, come anche alla sua razionalità.

La seconda linea di approfondimento, alla quale è dedicata la terza parte del libro, riguarda la corrispondenza tra questa disposizione creaturale e la sua fondazione nella verità cristologica della “affezione” e della “sensibilità” di Dio. Il perno della dimostrazione di Sequeri è posto nella rivelazione cristiana della eterna affezione generativa di Dio, che l’autore definisce come pro-affezione trinitaria. Il Figlio e lo Spirito sono radicati nella originaria sensibilità di Dio, della quale i corpi creati non sono affatto detentori in proprio: l’umana capacità di desiderare, riconoscere e attuare la giustizia dell’affezione verso il vero, il bene e il bello è riflesso, immagine e somiglianza del Figlio e dello Spirito di Dio.

Il libro di Sequeri si conclude, nella sua quarta parte, con le implicazioni pratiche e dell’esercizio cristiano dell’estetica teologica. Da un lato, l’arte deve dispiegare la potenza dei suoi mezzi per evitare la riduzione della testimonianza e della celebrazione alla comunicazione astratta di informazioni su Dio e le cose di Dio. Soltanto l’arte può integrare il linguaggio cristiano con la narrazione, l’immagine, la mimica e la risonanza, che rendono riconoscibili gli eventi della rivelazione e dell’amore di Dio.

L’evangelizzazione e la comunicazione della fede ne risplenderanno, rendendo giustamente ammirato e adorante l’accesso al sacramento. D all’altra parte, il sacramento cristiano, in quanto mistero della discrezione affettuosa e della potenza non esibizionistica di Dio — i segni e le forze di Gesù, attestati dai vangeli — deve custodire la bellezza della «divina sproporzione» fra i gesti del contatto con Dio che ci cambia la vita e i segni semplici e quotidiani in cui questa potenza si condensa. In questa complementarità, dello splendore dell’arte che racconta e della semplicità del sacramento che opera, si decide l’equilibrio di una estetica teologica ben pensata. E anche praticata. Di qui dovrà proseguire il suo cammino, arricchendosi auspicabilmente di nuovi e più ampi approfondimenti.


M. Gronchi, in L’Osservatore Romano 29 dicembre 2016

Che il sensibile abbia a che fare con l’estetica è detto fin nell’etimo della parola; per la comprensione comune è ancor più ovvio che questo ramo della filosofia abbia a che vedere con il bello, ma dove collocare «l’inatteso»? Per rispondere alla domanda occorre tener conto dell’aggettivo: si tratta di «estetica teologica». Esauriti gli ingenui tentativi di riconversione devota dell’arte bella, occorre riaprire un orizzonte che impedisca alla ragione teologica di evaporare nell’astrattezza del modello razionalistico di verità senza cadere nel contempo in una rischiosa sostituzione religiosa dell’eccitazione estetica. Tenendo conto di questo scenario, l’a. individua l’inatteso teologico della verità del senso nell’evidenza rivelata dell’incarnazione del Figlio. A partire da ciò Sequeri propone una impegnativa ricostruzione fenomenologica e ontologica della sensibilità spirituale che è compito della ragione teologica restituire al suo fondamento. Il libro è diviso in quattro parti: «Estetizzazione del mondo», «Ritorno del fenomeno», «L’impensato cristologico», «Miraculum e sacramentum».
In Il Regno 22/2016