In breve
Un testo che offre materiale spendibile per corsi pastorali, formazione del clero, ritiri di aggiornamento
Un titolo a lungo atteso sul nesso fra morale e culto: un unicum nell’editoria italiana
Due firme che sono garanzia di qualità e di interesse mediatico
Descrizione
Perché ciò che si celebra all’altare dovrebbe avere a che fare con ciò che si decide nella vita? E che cosa resta di quel legame, quando i riti che scandiscono davvero le nostre settimane sono altri? Si può essere buoni cristiani senza mettere piede in chiesa? E, all’inverso, che cosa cambia nella vita di chi celebra? Dietro queste domande “da catechismo” si cela uno dei crocevia più caldi della teologia contemporanea.
La teologia latina ha oscillato a lungo fra due riduzioni speculari: il culto ricondotto all’etica, l’etica ricondotta al culto. Grillo e Martino rompono l’alternativa assumendo la categoria di «cooriginarietà» (E. Jüngel): vita quotidiana e azione rituale sono entrambe culto, ma la liturgia non è un mezzo al servizio della condotta morale, bensì è un’interruzione della comunicazione ordinaria – e proprio per questo è originaria.
Il libro ricostruisce il dibattito postconciliare da entrambi i versanti – Häring, Piana, Angelini, Chauvet, Lacoste, Bonaccorso, Hameline –, ne cerca il fondamento nella Scrittura e nella tradizione liturgico-sacramentale, e mette poi la tesi alla prova su tre soglie: l’iniziazione cristiana e il paradosso dello sbattezzo, l’esperienza della malattia e della cura, la responsabilità per la casa comune.
Ne esce una tesi antropologica netta: la libertà non la si dimostra, ma la si riceve. E il rito è il luogo in cui l’essere umano fa memoria di non essere né il proprio inizio né al proprio inizio.