Disponibile
Santa resilienza
David M. Carr

Santa resilienza

Le origini traumatiche della Bibbia

Prezzo di copertina: Euro 27,00 Prezzo scontato: Euro 25,65
Collana: Biblioteca Biblica 29
ISBN: 978-88-399-2029-4
Formato: 16 x 23 cm
Pagine: 272
Titolo originale: Holy Resilience. The Bible’s Traumatic Origins
© 2020

In breve

Un’indagine interdisciplinare sulle origini del testo biblico, che fonde insieme storia e archeologia, fede e teologia, psicologia e studi contemporanei sulla gestione dei traumi.

Santa resilienza getta nuova luce su come e perché nel corso dei millenni i testi biblici sono stati strumenti di sopravvivenza. E spiega in che modo essi continuano ancor oggi a parlare a noi e alle nostre ferite.

Descrizione

In questo stimolante volume David Carr propone la sua interpretazione delle origini della Bibbia. Lo studioso americano si chiede: dove risiede il segreto per cui i testi di Israele sono riusciti a sfidare i secoli, mentre l’inesorabile scorrere del tempo ha seppellito altre narrazioni più trionfalistiche? Carr sostiene che la caratura dei testi biblici si spiega per il fatto che essi parlano di un catastrofico trauma umano: proprio da lì sono scaturiti. Le Scritture dell’antico Israele, piccola regione sperduta fra le colline del Mediterraneo orientale, divennero così il punto di riferimento di due grandi religioni mondiali.
La progressiva affermazione dell’alleanza e del monoteismo, l’esperienza dell’esilio a Babilonia, l’idea di elezione e quella di purità, la concezione della sofferenza come prova divina, la formazione del canone ebraico e la nascita del cristianesimo con il suo Salvatore umiliato e crocifisso: tutto questo viene convogliato da Carr in un racconto davvero accattivante. Un racconto che dispiega i contrasti storici di una comunità e mette a fuoco i tentativi di guarire dai conflitti, per dare un senso al mondo e tendere alla redenzione.
Un libro suggestivo, ricco di profonde intuizioni e frutto di grande sensibilità e intelligenza.

Recensioni

David McLain Carr è professore di Antico Testamento allo Union Theological Seminary di New York City ed è uno dei principali studiosi della formazione testuale della Bibbia ebraica. Nell'Introduzione si trovano le motivazioni più profonde che l'hanno spinto a scrivere questo saggio: a seguito di un gravissimo incidente ciclistico decide di perfezionare i suoi studi su "trauma e Bibbia". Unendo la sua esperienza di dolore a quella di esperto biblista specializzato nella Bibbia ebraica, con questo testo intende dimostrare la sua tesi che gli studi contemporanei sul trauma possono spiegare le caratteristiche dei libri profetici, scritti nel contesto dell'esilio dei giudei a Babilonia.

Più specificamente scrive di come le Sacre Scritture ebraiche e cristiane siano emerse in risposta alla sofferenza, in particolare alla sofferenza di gruppo, chiamata anche catastrofe e trauma: è un'«esperienza disastrosa, travolgente, tormentosa, dall'impatto così esplosivo che non può essere direttamente rivelata e che incide in modi obliqui sul comportamento e sulla memoria individuale o di gruppo» (p. 14).

Nel testo si analizza come sia Israele che il giudaismo e la Chiesa delle origini affrontarono catastrofi che ne frantumarono l'effettiva identità di gruppo, costringendoli a formulare una nuova comprensione di se stessi, che è riportata nelle attuali Sacre Scritture. Con il cristianesimo, l'idea di prendere "la propria croce" ha offerto speranza e conforto alle persone che sono nella sofferenza, le quali sono associate al trauma di Cristo sulla croce, che rivela così la possibilità di vivere la lontananza più alta come profondissima vicinanza: nel dolore della separazione più grande si consuma il fuoco dell'amore, forte come la morte (cf. Ct 8,6).

È così che il dolore è trasformato in amore e diviene salvifico, come ricordava Giovanni Paolo II nella lettera apostolica sul senso cristiano della sofferenza umana: «L'umana sofferenza ha raggiunto il suo culmine nella passione di Cristo […] entrando in una dimensione completamente nuova e in un nuovo ordine: è stata legata all'amore» (Salvifici doloris 18).

Un minimo apparato bibliografico sicuramente avrebbe fornito al lettore ulteriori strumenti per un eventuale approfondimento della tematica dal punto di vista biblico, teologico e spirituale. Ma auguriamo ugualmente la lettura di questo ricco testo a un vasto pubblico.


A. Clemente, in Asprenas 1/2021, 131

D.M. Carr, docente di Antico Testamento all’Union Theological Seminary di New York e autore di importanti quanto discusse monografie sulle origini della Bibbia ebraica (Writing on the Tablet of the Heart: Origins of Scripture and Literature, Oxford 2005, e The Formation of the Hebrew Bible: A New Re­construction, Oxford 2014), propone una nuova e sorprendente chiave di lettu­ra per l’Antico e il Nuovo Testamento basata sulla cosiddetta «teoria del trau­ma» che spiega le conseguenze psicologiche e sociologiche di un trauma (guer­ra, violenza malattia) su singoli individui o gruppi umani. La teoria della qua­le l’appendice (233-250) offre le fondazioni metodologiche, era stata applicata ai libri di epoca esilica o postesilica (Giobbe o Lamentazioni), ma Carr crede che «le Bibbie, sia quella ebraica sia quella cristiana, siano emerse in risposta al­la sofferenza, in particolare alla sofferenza di gruppo» (10). Questi testi esaltano la dimensione comunitaria della fede e la capacità di resilienza dei tradenti ca­paci di recuperare le tradizioni «pre-traumatiche» secondo una storia di reden­zione e di resilienza.

[…]

In sede di commento va dato atto all’autore di aver saputo trarre dal deva­stante incidente ciclistico che nell’autunno 2010 lo aveva costretto a un lungo pe­riodo di cure e di riabilitazione l’ispirazione per rileggere in modo originale la nascita e lo sviluppo delle religioni ebraica e cristiana e delle rispettive Scritture secondo una pista di ricerca, adombrata nei primi anni ’90 del secolo scorso dal­le ricerche di D. Smith-Cristopher e oggi assai battuta. Carr ha saputo così illu­minare l’impatto dell’imperialismo assiro, il significato dell’esilio in Babilonia, la ricerca di figure fondative fra gli esiliati, la sociologia della società ezriana. Nella parte neotestamentaria sono assai suggestiva la lettura della passione di Gesù al­la luce di di Is 53 e il parallelo con la figura di Mosè.

Dalla lettura engagè emergono però diverse criticità di ordine generale e parti­colare. Alle prime appartiene la stessa «teoria del trauma». T. Wetzel (Biblical In­terpretation 24[2016], 559-561) e N. Moricz e P. Verebics (TZ 74[2018], 225-227) hanno rimarcato l’assenza di una metodologia coerente per distinguere fra trau­ma individuale e collettivo, fra i fattori che li provocano e i percorsi terapeutici. Di conseguenza Carr enumera i traumi subiti dall’Israele antico come se essi, per dirla con A.J. Toynbee, proponessero una sfida alla quale diverse minoranze crea­tive rispondono riorientando la società. Ne deriva una fretta eccessiva nell’affron­tare problemi storici e letterari e con qualche svista piuttosto grossolana: la mo­narchia asmonea non durò pochi decenni, come si afferma a p. 138, ma quasi un secolo! Fra gli aspetti particolari rientrano i problemi filologici e letterari dei testi biblici. È il caso dell’eredità letteraria pre-traumatica del regno di Giuda: per i lo­ro rapporti con la corte egiziana, le città stato cananee adottarono fra il XIV e il XIII sec. a.C. la scrittura cuneiforme e il babilonese come lingua franca, ma non è chiaro quale lingua e quale scrittura furono adottate qualche secolo dopo in Giu­da e a Gerusalemme. La presunta influenza burocratica egiziana non chiarisce il quadro. Le prime testimonianze epigrafiche del regno di Giuda non risalgono che alla metà dell’VIII secolo a.C. Non è chiaro neppure come la letteratura mesopo­tamica (i racconti sulla creazione e sul diluvio) avesse raggiunto Gerusalemme in un’epoca così antica (tutto ciò che possediamo sono alcuni frammenti dell’epopea di Gilgamesh scoperta a Megiddo e datata al XIV sec. a.C. (J. de Savignac, «La sa­gesse de Qohéléth et l’épopée de Gilgamesh», in VT 28[1978], 318-323). Lo stesso vale per il vicino regno del Nord, per le cui tradizioni I. Finkelstein e T. Römer postulano una prima redazione scritta all’epoca di Geroboamo II cioè alla metà dell’VIII secolo a.C. (cf. I. Finkelstein, Le Royaume biblique oublié, Paris 2013; trad. ingl. Atlanta, GA 2013 e italiana Roma 2014). In questo contesto anche il ruolo di Osea presenta notevoli problemi filologici e letterari e avrebbe merita­to uno studio più approfondito alla luce dei contatti con il Deuteronomio e delle possibili influenze. Passando alla trattazione dell’esilio e del ritorno Carr avverte che i testi dell’insediamento babilonese di Al-Yahudu indicano che un certo nu­mero di esuli si adattò alla nuova vita economica e sociale. Le aggiunte al libro di Daniele (Susanna, Bel e il Drago, come pure Dn 1–6) potrebbero «spezzare» il si­lenzio sulla vita degli esiliati e indicare che la nostalgia «per la patria sì bella e per­duta» riguardava un gruppo più ristretto, quello dei cosiddetti «figli dell’esilio». Sullo scioglimento dei matrimoni misti va notata l’eccessiva fretta nel dirimere sia la questione della cronologia di Esdra e Neemia sia l’analisi di Esdra 9–10 (che a ben vedere nel testo massoretico si interrompe improvvisamente: anche qui ab­biamo a che fare con un «trauma») e il silenzio su Neemia. Quest’ultimo risolve in Ne 13,28 una situazione simile a quella di Esdra e secondo 2 Mac avrebbe dato vita alla biblioteca del tempio di Gerusalemme e al canone biblico.

Lasciando ai neotestamentaristi l’onere di una valutazione più approfondi­ta, anche i capitoli su Gesù e sulle origini del cristianesimo presentano problemi analoghi. La crocefissione viene presentata quasi ex abrupto, senza spiegare per­ché il terrorismo imperale romano si sarebbe accanito su Gesù e la ragione della condanna. Carr coglie nel Vangelo di Marco un aspetto importante cioè quello della croce e della sofferenza, ma sottovaluta o tace i complessi temi strutturali e narrativi legati alla cristologia marciana con tutte le sue contraddizioni (V. Fusco, «Marco», in Nuovo Dizionario di Teologia Biblica, Cinisello Balsamo 1988, 887- 895). Poco rilievo hanno gli altri vangeli sinottici, specialmente quello di Matteo per i possibili precedenti semitici (cf. G. Garbini, Il vangelo aramaico di Matteo, Brescia 2017). Le riflessioni sul martirio avrebbero potuto trarre giovamento dal­la lettura di P. Brown, Il culto dei santi, Torino 2002. La traduzione italiana offre generosamente al lettore numerosi e necessari chiarimenti bibliografici, ma qua e là zoppica: in luogo dell’aggettivo «nordico» o nordica (60) per indicare i testi prodotti nel regno di Israele sarebbe stato preferibile usare «settentrionale», co­me «seleucide» e non «seleucida» (134). Alcune rese dell’originale americano fin troppo colloquiale – «Debora non vede neanche col cannocchiale le tribù meri­dionali» (20) oppure «allargare troppo l’ombrellone del trauma» (167), richiede­vano maggiore attenzione stilistica. Infine, poco comprensibile è la scelta di rele­gare la bibliografia generale a un url della Columbia University.

Nonostante queste osservazioni, il lavoro di Carr è un’utile e originale «ibri­dazione» fra studi biblici e scienze sociali capace di illuminare alcune tappe del monoteismo in Israele e della sua sofferta vicenda storica e di sottolineare il va­lore della resilienza anche per un pubblico colto così importante in questo no­stro tempo.


F. Bianchi, in Rivista Biblica 4/2020, 573-577

David M. Carr è un insigne biblista appartenente al movimento dei Quacqueri: questo dato non è aleatorio in quanto l’ideale pacifista e umanista molto perseguito da questa congregazione protestante ha – per stessa ammissione dell’autore − un indubbio influsso sui suoi studi. Carr è docente di Antico Testamento all’Union Theological Seminary di New York, ed è un noto specialista sulla formazione dei testi e del canone biblico. L’originale inglese di questo libro è stato pubblicato nel 2014, e questa traduzione in italiano (curata da R. Tondelli) è anche il primo libro di questo autore ad essere edito in italiano. Si deve dunque tener presente che quanto può apparire al lettore italiano una “novità”, in realtà è già presente da circa un decennio nel dibattito biblico internazionale. Gli studi sul “trauma” come generatore di letteratura (ed anche di altre esperienze artistiche) affondano infatti le loro radici ben al di là degli anni ’90 (anni in cui anche in Italia ci si è occupati di questo filone letterario – Ferraris, Eco e Gotor, tra i tanti) e risalgono ai Trauma e Memory Studies legati al dramma della Shoà ebraica durante la II Guerra Mondiale e ad altri eventi bellici, terroristici o genocidi perpetrati e documentati nel XIX e nel XX secolo. Gli studi sul “trauma” in letteratura hanno certamente un indirizzo interdisciplinare basato su di un filone psicoanalitico – ad esempio gli scritti di C. Caruth − oppure su di un filone storico-sociologico – basti qui citare gli studi di D. LaCapra. Il concetto di “trauma” nasce ovviamente in ambito psichiatrico e psicanalitico, per poi allargarsi alla dimensione socio-politica, e invadere gli studi di comunicazione letteraria che si interrogano, appunto, sul bisogno di esprimere attraverso il linguaggio eventi e fatti traumatici.

Cosa ha a che fare tutto questo con la Bibbia? Carr risponde indirettamente a questa legittima domanda nella breve Prefazione (p. 7) e nella Introduzione (pp. 9-17). Studiando la storia della formazione dei testi biblici ci si accorge come la Bibbia sia sorta e si sia affermata come letteratura proprio a partire da eventi traumatici che hanno coinvolto il popolo ebraico in varie fasi della sua storia e (per il Nuovo Testamento) dall’evento traumatico per eccellenza che è la passione e morte di Gesù, nonché la successiva persecuzione delle prime comunità cristiane. Questi eventi drammatici hanno spinto il popolo credente (prima giudaico poi cristiano) a dare ragioni degli eventi e a riformularli dentro un concetto di redenzione. In questa prospettiva le stesse scritture tradizionali dell’Israele antico (definite da Carr le Scritture “pre-trauma”; p. 11) sono state riprese e ripensate. Questo è anche il motivo principale − dice Carr – per il quale i testi biblici ebraici sono giunti fino a noi al contrario di altre letterature antiche: mentre esse celebravano trionfi e vittorie, le scritture di Israele prima e dei cristiani poi parlano di sopravvivenza e superamento di sconfitte e umiliazioni. Ovviamente il messaggio biblico non si riduce alla descrizione del trauma, anzi esso è volto alla sua comprensione sapienziale ed al suo trascendimento, incentrandosi sulla teologia di un Dio presente anche nella tribolazione.

Dopo l’Introduzione il libro di Carr si presenta con la chiarezza e la scansione di un manuale. Egli passa dai periodi e dalle tradizioni pre-monarchiche dell’Israele antico al primo vero trauma “storico”, cioè l’invasione Assira dell’VIII sec a.C., per poi considerare il trauma della distruzione di Gerusalemme e dell’esilio babilonese (587 a.C.). Qui Carr situa la ricomprensione dell’intera protostoria ebraica: Abramo e Mosè sono esempi di resilienza in situazioni traumatiche. Altro passaggio storico è la persecuzione ellenistica del IV-III sec a.C. A questo punto (siamo al capitolo 9 del testo) si passa alla considerazione del “trauma” in epoca cristiana: la crocifissione di Gesù − riconosciuto dai suoi seguaci come il “servo sofferente” dell’Antico Testamento −; la persecuzione della prima Chiesa; Paolo come esempio di apostolo sofferente. Un’ampia ed utile Appendice (pp. 233-250) ripercorre gli studi contemporanei sul trauma.

Il libro è molto interessante, scritto (e tradotto) bene, utile per gli specialisti, ma anche per persone interessate al tema della composizione della Bibbia. Una nuova luce per i lettori italiani sulla questione sempre dibattuta delle origini della letteratura biblica.


G. Benzi, in Salesianum 3/2021, 622-623

Si sopravvive nonostante le ferite? La domanda è un’altra: quale vita feconda non si riceve se non sono capace di sostare e stare nelle mie ferite?
David McLain Carr, di origini quacchere, è docente di Antico Testamento a New York. Grazie a Queriniana pubblica il suo primo libro tradotto in italiano all’interno della Collana Biblioteca Biblica n. 29. «Scrivendo questo libro – scrive Carr nella prefazione – mi sono sentito circondato dalle testimonianze di numerose persone, vicine e lontane, che hanno subito dei traumi. Leggendo gli studi di psicologia, di antropologia e di altro genere riguardanti il trauma, mi sono persuaso sempre più che possiamo apprendere molto sulle sofferenze dell’antico popolo d’Israele e su come le sue esperienze continuino a vivere con noi per il tramite della Bibbia».
Il testo si suddivide in 12 capitoli:
1. Israele, Giuda e l’origine delle Scritture.
2. Nascita del monotesimo.
3. la sopravvivenza di Giuda.
4. La distruzione di Gerusalemme e l’esilio babilonese.
5. Abramo e l’esilio.
6. Storia di Mosè.
7. Il ritorno in patria.
8. La cristallizzazione traumatica della Scrittura.
9. Il trauma fondante del cristianesimo.
10. Il trauma dell’apostolo.
11. Origini traumatiche del giudaismo e del cristianesimo.
12. Il vangelo post-traumatico.
«Il mio lavoro – prosegue l’Autore – può riuscire come semplice autopromozione religiosa: enfatizza il modo in cui il contesto traumatico delle Scritture giudaiche e cristiane ne fa degli strumenti di aiuto per persone sofferenti a causa dei loro traumi. Il trauma può rendere consapevoli del fatto che la vita comporta la casualità della sofferenza. Pur scrivendo qui di traumi antichi dedico quest’opera a quanti più recentemente hanno subito un’esperienza traumatica».
Merita di essere letto e meditato questo libro di Carr, sia come docenti di Bibbia, sia come credenti, sia come traumatizzati (e qui nessuno si salva!).
G. Ruggeri, in Recensionedilibri.it 15 maggio 2021

Proprio nelle settimane dominate dalla diffusione del Covid è uscita la traduzione italiana di uno studio di David Carr, uno dei massimi esperti mondiali sulla formazione dei libri biblici, Santa resilienza. Le origini traumatiche della Bibbia.

Nella prefazione l'autore confessa che l'idea di scrivere il libro è nata in seguito a un grave incidente, che lo ha costretto all'immobilità per molto tempo; le sue letture sul trauma in quel periodo gli hanno permesso di vedere la Bibbia con occhi nuovi, «rendendomi sensibile ai modi in cui le Scritture si sono formate nel contesto di secolari sofferenze catastrofiche […]. Per decenni avevo letto questi documenti e scritto libri sulla formazione dei testi biblici nel crogiolo della storia. Ma non mi ero reso conto, non a questo livello, di quanto essi fossero imbevuti di trauma». La Scrittura è stata una forma di terapia di fronte agli eventi tragici, perché ha consentito di rileggerli rafforzando il potenziale di vita, un aspetto che sappiamo essere fondamentale per l'elaborazione del lutto.

Ma Carr fa un passo ulteriore: la sua ipotesi di fondo è che la Bibbia sia nata come risposta alla sofferenza comunitaria, come memoria collettiva del trauma; è questa la grande differenza rispetto al trauma individuale, «che resta congelato alla memoria». Così facendo, il Libro dei libri mostra anche come le comunità abbiano potuto resistere alle catastrofi invece di soccombere, presentando il patimento «nel quadro di una più ampia storia di redenzione».

La storia di Israele è stata in gran parte storia di eventi catastrofici: schiavitù, persecuzioni, invasioni e distruzioni, divisioni e conflitti interni, deportazioni, epidemie, stragi, lutti, esili, Ma il trauma non è mai l'esito finale: da esso nasce, come da una sorta di grembo generativo, «una epistrofe, cioè una reazione che ricostruisce dalle macerie un'identità permanente e innovativa». La celebrazione della Pasqua, il dono della Torah, la riforma deuteronomista, il tema dell'alleanza e del monoteismo, la fissazione dei libri biblici nel canone e la loro traduzione nella lingua greca sono tutti eventi stranamente speculari ai fatti traumatici: essi irrompono come salti di qualità inaspettati, non programmabili da ciò che li aveva preceduti. Anche il Nuovo Testamento mostra questa polarità inspiegabile, ma reale, soprattutto nell'evento fondativo della morte di croce e della risurrezione di Cristo.

Israele era il popolo più piccolo e debole dell'Antico Oriente, sempre sul punto di essere annientato dalle nazioni circostanti, eppure è l'unico popolo ancora oggi esistente. Non solo il popolo, ma anche le sue Scritture continuano a essere «vive», a nutrire l'odierno immaginario, a differenza di altre narrazioni trionfalistiche delle grandi potenze (l’Egitto, la Mesopotamia, Roma), che si sono dissolte con il tempo. La Bibbia è una narrazione sconcertante, controcorrente rispetto a tutte le altre, ma è in grado di ricomprendere tutti gli eventi possibili dell'esistenza, soprattutto i più terribili.

Per Carr, proprio questo è il segreto della resilienza biblica: essa è stata capace di raccontare il trauma come nessun altro. La Bibbia non entra in merito a speculazioni, non fornisce spiegazioni razionali al trauma, ma lo incorpora e lo tramanda all'interno di un piano di salvezza che tutto attraversa: «Le Scritture mostrano un Dio che è sempre presente, anche quando la vita va in frantumi». Questa è per Carr la ragione fondamentale per la quale la Bibbia continua a essere nostro patrimonio.

La Scrittura può essere considerata un unico grande racconto di salvezza nel trauma, un racconto che cresce e si sviluppa nel tempo: «Se fosse una persona, la Bibbia porterebbe cicatrici, calli ossei, lacerazioni muscolari e altre ferite dovute alla prolungata sofferenza», sarebbe una persona esperta di traumi secolari e di sopravvivenza. La Bibbia stessa svela l'identità di questa persona: nel Servo sofferente di Isaia per l'Antico Testamento o nel Cristo crocifisso per il Nuovo Testamento. Una persona che, come precisa lo stesso Isaia, «non attira lo sguardo»; al contrario, si tende a evitarla con orrore. Ma quella persona ha un insegnamento che nessun altro può dare: «Per molti di noi viene il momento nella vita in cui abbiamo bisogno di attingere alla sua sapienza».

Come ricordava Benedetto XVI, le molteplici proposte orientate al benessere e alla perfetta serenità «nell'ora della crisi ci abbandonano a noi stessi». La narrazione biblica affronta tematiche scomode, non attraenti, ma indispensabili, e presenta un Dio che non dà soluzioni al problema, ma condivide la sofferenza. Attraversa il trauma, non lo elimina. E consegna all'umanità la speranza, in modo narrativo, non con trattati o programmazioni.

È dunque importante narrare il trauma per trovarvi un insegnamento e consentire alle generazioni successive di continuare a vivere. La speranza biblica trova il suo fondamento nella memoria del passato, rileggendone i segni, il significato degli avvenimenti, soprattutto la costante vicinanza di Dio nei momenti traumatici. I fallimenti non smentiscono la promessa, piuttosto educano il desiderio, rafforzano la vigilanza e aiutano a cogliere possibili avvertimenti per le generazioni future. In questa prospettiva, il trauma contesta i criteri con i quali tendiamo a leggere la realtà e può diventare opportunità per un inaspettato salto di qualità.

Ma per fare questo è indispensabile fermarsi e rileggere l'accaduto, ritagliandosi del tempo. La lettura sapienziale del trauma è difficile, complessa e, come i processi di apprendimento, richiede tempi lunghi. In questi mesi siamo stati subissati da narrazioni istantanee, subito dimenticate e sostituite da altre che hanno fatto la medesima fine. L'ansia di fronte al pericolo porta a cercare soluzioni immediate, sforzandosi di recuperare il tempo perduto. Ma così facendo si rischia di restare alla superficie del problema e di non coglierne gli insegnamenti, una volta passata l'emergenza. Ritorna l'attualità dell'avvertimento di Martin Heidegger circa l'invadenza della chiacchiera, che con facilità prospera e con altrettanta facilità si dissolve. Nonostante le possibilità messe a disposizione dal web, gli eventi hanno sempre bisogno di tempi lunghi, e soprattutto di silenzio, perché possano essere letti in profondità. […]


G. Cucci, in La Civiltà XCattolica 4100 (17 aprile/1 maggio 2021), 119-129

Non è facile trovare oggi in libreria un volume come quello di Carr, in cui la ricerca biblica si intreccia con la psicologia e la sociologia della religione. L’autore, docente di Antico Testamento presso l’Union Theological Seminary di New York, non nasconde il radicamento della sua fede cristiana quacchera nella Scrittura. L’input alla stesura del libro e stato il terribile incidente in bicicletta, che gli era quasi costato la vita nel 2010: «Questa esperienza personale di sofferenza si intrecciò in modo inatteso con un progetto di ricerca […] su trauma e Bibbia» (p. 9). Ne emerge un’analisi, in forma quasi di racconto, che cerca di mostrare come i testi biblici siano una forma di risposta dei “sopravvissuti”, una elaborazione delle sofferenze subite nel corso dei secoli dalle comunità ebraica e cristiana.

La storia narrata è quindi ampia: dai racconti orali, che precedono la messa per iscritto dei testi ebraici, sino ai libri neotestamentari. In particolare, si sottolineano i crocevia più dolorosi della storia d’Israele e della chiesa, legati soprattutto alle dominazioni assira (VIII secolo a.C.), babilonese (VII secolo. a.C.) e romana (I-II secolo d.C.). Otto capitoli sono dedicati alla Bibbia ebraica e due al Nuovo Testamento; altri due si proiettano fino ai primordi del giudaismo rabbinico e del cristianesimo; l’appendice è dedicata agli studi contemporanei sul trauma e sul disturbo da stress post-traumatico.

Benché Carr si muova con disinvoltura tra le varie questioni legate alla formazione dei libri biblici, alcune di queste sono ancora oggetto di discussione tra gli studiosi. Resta tuttavia intatto il piacere della lettura di un volume, che induce ad accostarsi alle Scritture ebraico-cristiane come ad «una persona forse un tempo dotata di comunissima identità, che sarebbe oggi profondamente forgiata dal trauma, […] che ora porterebbe nel corpo e nella memoria una sapienza frutto di traumi secolari» (p. 230).


D. Candido, in Parole di Vita 2/2021, 55

Pubblicato negli Stati Uniti nel 2014 e ora tradotto in lingua italiana, il saggio di David McLain Carr è un interessante esempio del fecondo dialogo fra l'esegesi biblica e le scienze umane.

Tema del volume è la «resilienza», ovverosia la capacità di reagire positivamente a eventi traumatici, riorganizzando la propria esistenza. Secondo l'esegeta americano la «Bibbia ha incorporato e tramandato il trauma, il che spiega in parte il motivo per cui le Scritture ebraiche e cristiane sono fiorite» (p. 121).

Carr analizza alcuni momenti profondamente critici della storia biblica ma pure la reazione che hanno provocato (appunto la «resilienza»): la distruzione del Regno del nord nel 722 e la profezia di Osea, la crisi assira al tempo di Ezechia e la nascita del corpus deuteronomista, la distruzione di Gerusalemme per mano dei Babilonesi e la letteratura che ne è conseguita (Lamentazioni, Geremia, Ezechiele e Deutero-Isaia). Per Carr la genialità di Osea è consistita nell'introdurre l'ardita immagine del matrimonio per significare la relazione fra Dio e Israele. Se nel mondo antico «era diffusa la convinzione che non adorando a sufficienza tutti gli dei ci si potesse attirare una punizione [...] la metafora oseana del matrimonio capovolgeva questa idea. Secondo il profeta, Israele aveva adorato fin troppo gli altri dei e le loro immagini: era stato quel culto, rivolto a divinità straniere, a ingelosire Dio e a motivarne l'ira» (p. 31). Sicché nelle catastrofi Osea vide il volto di Dio, un volto molto somigliante al re assiro. «Il profeta designa YHWH come colui che esige fedeltà assoluta, proprio come faceva il sovrano assiro che richiedeva "amore" esclusivo dai suoi vassalli. Come il sovrano assiro, il Dio YHWH oseano punisce il popolo d'Israele per le sue alleanze straniere». (p. 38). Come è noto la vicenda del Regno del nord finì male, in quanto l'esercito assiro distrusse Samaria, esiliò gli abitanti e creò insediamenti di popoli stranieri nel territorio israelita.

Le profezie di Osea sopravvissero e raggiunsero Giuda, per diventare seme fecondo per una successiva rielaborazione teologica. Come Gerusalemme sia scampata nel 101 a.C. all'assedio di Sennacherib rimane uno dei grandi misteri della storia d'Israele. «Le risposte della gente di Giuda, per quanto diverse fossero, sottolineavano l'unicità di Gerusalemme». (p. 44). Durante il regno di Ezechia la «teologia di Sion» divenne il modo per spiegare il mistero della sopravvivenza dei suoi abitanti. Tuttavia l'episodio più significativo è legato a Giosia e alla sua riforma. Il re impose al popolo di voltare le spalle alle divinità più antiche e a quelle più recenti. La riforma fu una rottura traumatica, che Carr legge in stretto parallelismo con quanto aveva fatto Osea. «Non appena si esamini il contenuto del Deuteronomio biblico - rimodellato ora dagli scribi di Giosia e da altri posteriori - se ne notano gli stessi parallelismi con le prime profezie di Osea a Israele. Osea aveva sollecitato un amore simile a quello per l'Assiria, ma rivolto soltanto a YHWH; Giosia lo fece rispettare. […] Osea aveva accennato brevemente all'alleanza infranta da Israele; Giosia trasformò l'antico libro della Legge di origine nordica ritrovato nel Tempio in una visione teologica dell'alleanza con l'Assiria e si pose alla guida del popolo nel "tagliare" quell'alleanza con YHWH» (pp. 60-61). Si realizzò così, secondo l'A., un radicale mutamento: Giuda, guidato da Giosia divenne «Israele», il popolo che rispettò l'alleanza deuteronomica. Carr rilegge tutto ciò per mezzo degli strumenti della psicologia del trauma: questa mossa «corrisponde alla sindrome del "bambino sostitutivo" tipica delle famiglie traumatizzate dalla perdita di un figlio più grande» (p. 63).

Il terzo momento analizzato è quello della deportazione in Babilonia dell'élite gerosolimitana (596 a.c.) e della successiva distruzione della città dieci anni più tardi. A proposito di questo tempo assolutamente fondamentale nella storia d'Israele, Carr nota giustamente che «la Bibbia mostra una sorprendente carenza quando si tratta di narrare il tipo di vita che [gli esuli] conducevano durante l'esilio» (p. 12). Addirittura sostiene che il silenzio continuò da parte dei rimpatriati. Eppure, nonostante questa lacuna, l'Antico Testamento è una raccolta di scritti che, per la maggior parte, hanno visto la luce (o la più importante redazione) proprio in quegli anni. Questa nuova autocomprensione di sé giunse a imporsi e sopravvisse all'impero babilonese. L'A. prende in considerazione Ezechiele, Geremia, il Deutero-Isaia. Tre, in particolare, sono le conseguenze più macroscopiche registrate nel «Libro della consolazione»: l'affermarsi di una forma di monoteismo più pura della precedente, l'emergere della figura della «figlia di Sion», rappresentante del dolore nello sconforto dell'esilio e soprattutto il «servo di YHWH», identificato con la comunità d'Israele. «Considerati assieme, il servo sofferente, la figlia di Sion, Ezechiele e Geremia, sono esempi della elaborazione del trauma esilico mediante ritratti di figure individuali alle quali gli esuli potevano rapportarsi» (p. 86).

A partire da questa ricca ricognizione, Carr rilegge due figure capitali: Abramo e Mosè. «Abramo in "Urdei Caldei" è ora il proto-esiliato, nella cui vicenda si rispecchiano tanto le speranze, quanto i timori degli esuli giudaiti» (pp. 93-94). Per mezzo di questa chiave ermeneutica, l'A. interpreta il celebre episodio della aqedah: esso rappresenta la paura degli esuli per quello che accadrà ai figli nella nuova terra straniera. Essi infatti, crescendo, possono diventare forestieri nella loro stessa famiglia. In quest'ottica il racconto genesiaco di Abramo venne rielaborato in considerazione del trauma dell'esilio, con la chiara intenzione di parlare a persone che tale trauma lo subivano. Secondo l'A. tradizioni antiche a proposito dei patriarchi trovarono una differente conformazione proprio durante l'esilio, divenendo preziosi strumenti interpretativi della vicenda del popolo. Anche la vicenda di Mosè è riletta secondo questa prospettiva. Gli esuli potevano identificarsi con Mosè e con gli Israeliti: come gli esiliati anche Mosè è cresciuto fra i pericoli della vita della diaspora.

Un capitolo molto suggestivo riguarda la crisi nel tempo maccabaico e la fissazione della Scrittura. Afferma l'A.: «La memoria traumatica si differenzia da quella normale per il fatto di essere congelata: mentre i ricordi normali mutano nel tempo e vengono modificati per essere idonei a diversi schemi e storie, i ricordi traumatici rimangono spesso ostinatamente fissi» (p. 142). In modo del tutto pertinente, tuttavia, Carr ricorda che tale analogia non si adatta fino in fondo alla Bibbia. La storia in essa narrata è più modulata: v'è crisi e sopravvivenza, oppressione e liberazione. Tuttavia in tempo di crisi - come fu la crisi causata da Antioco IV - la resilienza fu proprio un forte attaccamento alle antiche tradizioni e quindi una rinnovata devozione per la Torah e per i Profeti, dando forma a una prima raccolta del Tanach.

Carr dedica due capitoli alla nascita del cristianesimo, ponendo attenzione al trauma fondante della crocifissione e alla vicenda di Paolo. In finale l'A. ritorna su giudaismo e cristianesimo in senso più trasversale, con attenzione proprio alle loro origini traumatiche. Se questo saggio rappresenta un felice connubio fra esegesi e scienze umane, con letture fondate e suggestive di momenti drammatici della lunga e travagliata storia biblica, in alcuni passaggi vi sono infelici scivoIoni. In una parola, Carr è ben attrezzato per quanto riguarda la ricognizione storica e la sottile analisi psicologica del trauma, mentre si dimostra un po' impacciato in questioni teologiche. Bastino due esempi. A proposito della morte di Gesù «per i nostri peccati» la spiegazione dell'A. è davvero ingenua: «i cristiani credettero alla sua morte come offerta sacrificale per i peccati altrui. La necessità divina di una vittima espiatrice dei peccati del mondo fece di Gesù – innocente da ogni peccato – il sacrificio sostitutivo al posto dell'umanità colpevole» (p. 157). Un simile linguaggio è più adatto a certa predicazione old fashion che a un'attenta e fondata teologia biblica! Pure la lettura alternativa che propone, tutta centrata sul parallelismo con Mosè, è perlomeno naif: «Gesù non sarebbe morto per gli altri come offerta sacrificale a un Dio adirato, ma sarebbe morto, come Mosè, sulla soglia della salvezza per consentire ai suoi seguaci di andare oltre» (p. 157). Anche l'ermeneutica del trauma nella storia cristiana è forse un po' semplicistica. Interpretare il martirio e la sua complessa teologia unicamente come una sindrome che riporta «alle origini traumatiche della tradizione della crocifissione di Gesù» (p. 223) appare essere per lo meno riduttivo. Per un'esegesi critica del testo biblico bisogna essere in possesso di un'adeguata strumentazione filologica, storica e letteraria; anche le scienze umane sono indubbiamente importanti, ma la domanda decisiva è sempre quella teologica. Se non si giunge a quell'altezza si rischia di incagliarsi nelle secche, senza giungere a destinazione. È il rischio in cui incorre questo bel volume di Carr.


M. Crimella, in Rivista di Teologia dell’Evangelizzazione 48 (2020) 498-501

Come mai i testi di Israele sono riusciti a sfidare il tempo, mentre altre narrazioni decisamente più trionfalistiche sono ormai seppellite nell’oblio? Lo studioso americano avanza una suggestiva ipotesi: i testi biblici posseggono la caratteristica di fondo di testimoniare un catastrofico trauma umano che si pone come loro origine. La storia degli ebrei, l’affermazione dell’alleanza e del monoteismo, l’idea di elezione, l’idea della costante ricerca della purità, la formazione del canone ebraico, la sofferenza come prova divina, l’avvento del cristianesimo con la figura del Salvatore sottoposto all’umiliazione della croce sono, pertanto, riletti sotto quella prospettiva. Il continuo tentativo che affiora dalla Bibbia di dare un senso al mondo e di tendere verso la sua redenzione risulta essere la cifra più vera che ancora oggi affascina chiunque la legga.
D. Segna, in Il Regno Attualità 18/2020, 548

Di traumi in questo periodo ne sappiamo qualcosa. Con la pandemia abbiamo vissuto sulla nostra pelle, forse per la prima volta dall'ultima guerra, un fatto che ha segnato una cesura profonda nella nostra vita, un'esperienza che marca un prima e un dopo per tutti. Ma con il trauma abbiamo riscoperto anche la resilienza, la capacità umana di reagire a eventi "estremi", di riprendersi, di rilanciare la vita.

E la Bibbia ne sa qualcosa di traumi e di resilienza? Se ci limitassimo a guardare alla ricorrenza del lemma, non troveremmo nulla in proposito, trattandosi oltre tutto di un concetto elaborato dalla psicologia moderna. Ma se guardiamo alla sostanza, la realtà del trauma e della resilienza sono ben presenti nella Scrittura, anzi, a ben vedere, ne costituisconoun filo conduttore nascosto ma evidente.

Secondo il biblista americano David M. Carr, specialista delle origini e della formazione dei libri biblici e autore di questo studio intitolato Santa resilienza. Le origini traumatiche della Bibbia, i traumi (collettivi) sono alla radice di molte parti della Bibbia, addirittura di interi libri. E molte tradizioni bibliche costituiscono una risposta (in chiave di resilienza e dunque di speranza, come tentativo di guarigione e di ricerca di un senso) a tali traumi o furono rilette alla luce di questi. Due esempi lampanti: il trauma rappresentato per Israele dall'esilio in Babilonia e, per i cristiani, il trauma che fu l'umiliante morte in croce del loro Maestro. Ma vi sono anche altri traumi che hanno forgiato la speranza biblica, come la predicazione profetica di Osea e Geremia, la riforma del re Giosia, il ritorno degli ebrei esuli a Babilonia, l'esperienza del fariseo Saulo sulla via di Damasco e la "divisione delle vie" (parting of ways) tra giudaismo e nascente cristianesimo.

L'autore, stimolato anche da una esperienza personale di trauma, ci conduce dunque a rileggere - in modo conciso ma affascinante - buona parte della narrazione biblica, facendoci apprezzare in modo nuovo "cose antiche". Ci mostra così perché la Bibbia ha conservato una vitalità che ha travalicato ì secoli, rispetto ad esempio a tante narrazioni trionfalistiche degli imperi dell'antico Vicino Oriente che sono sprofondate nell'oblio. Proprio perché formatasi nel crogiuolo della storia, con le sue cesure violente e i tentativi di curarne le ferite, la Scrittura è «imbevuta» della verità del trauma e della sopravvivenza e quindi portatrice di una sapienza "diversa" rispetto alle altre narrazioni antiche. «Per molti di noi», scrive lo studioso, «verrà il momento nella vita in cui avremo bisogno di attingere alla sua sapienza» (p. 230). Il suo stesso incontro ravvicinato con la morte gli ha fatto rileggere e comprendere in modo nuovo il testo sacro. Chissà che anche noi non siamo invogliati a prendere in mano le Scritture, imparando a rivisitarle a partire anche dalle nostre esperienze umane.


V. Vitale, in Jesus 9/2020, 90-91

Durante il lockdown è stato pubblicato nella nostra lingua il saggio di David M. Carr Santa resilienza. Le origini traumatiche della Bibbia (Queriniana, pagine 272, euro 27,00; traduzione di Roberto Tondelli). L’autore, di confessione quacchera, è docente di Antico Testamento presso l’Union Theological Seminary di New York ed è considerato uno dei maggiori esperti sulla formazione testuale dei testi biblici. A parte la coincidenza con il momento drammatico, che ha coinvolto e in buona parte ancora coinvolge la popolazione del villaggio globale e in particolare proprio la città e il Paese in cui lavora e vive il Carr, colpisce la chiave interpretativa che egli introduce nel percorrere i diversi momenti della storia della salvezza ebraico-cristiana, nel loro raccontarsi e quindi cristallizzarsi nelle Scritture sante.

Il testo di agevolissima lettura, anche per i non addetti, trae spunto da un’esperienza traumatica personale, che Carr ha vissuto e che ha determinato la sua vocazione di ricercatore in campo biblico, come percezione e resilienza che si nutre della convinzione che «Dio è sempre presente, anche quando la vita va in frantumi». La scrittura assume quindi una sorta di carattere terapeutico, generandosi dal grembo di esperienze traumatiche, ovvero di sofferenze sia fisiche, che morali, come la perdita di una persona cara, la malattia o una delusione amorosa. E ciò accade spesso nella biografia di chi si dedica allo scrivere, nutrito di resilienza, che è anche fonte di conoscenza, come recita il coro dell’Agamennone di Eschilo (il più tragico dei tragediografi dell’antica Grecia), che Carr cita: Zeus «i mortali guida al pensiero, egli ha stabilito la legge della conoscenza mediante sofferenza». Nelle Scritture abbiamo modo di rinvenire una sorta di prospettiva rovesciata rispetto a quella di Eschilo, allorché leggiamo che «Chi aumenta il sapere, aumenta il dolore» (Qo 1,18), cui si ispira il pessimismo cosmico di Arthur Schopenhauer, col suo determinante influsso sul pensiero di Friedrich Nietzsche e di Ludwig Wittgenstein, sulla musica di Richard Wagner, sull’opera di Thomas Mann e sul poetare leopardiano, sicché già nel 1858 Francesco De Sanctis scriveva: «Leopardi e Schopenhauer sono una cosa. Quasi nello stesso tempo l’uno creava la metafisica e l’altro la poesia del dolore».

Se da questa prospettiva si tratta dei nostri traumi personali (quali appunto la malattia, la perdita o la delusione amorosa), nel caso delle Scritture sante, Carr individua in momenti traumatici collettivi del popolo d’Israele e della comunità cristiana l’origine del testo sacro. Nel nostro contesto pandemico, che ha consentito a molti di noi di diventare più fecondi nell’arte dello scrivere, può risultare significativo ed istruttivo il fatto, ben documentato e descritto dall’Autore, che nel momento della resilienza rispetto ad un trauma collettivo, la comunità non solo affida la memoria al racconto e al testo, ma riscopre il testo.

Nel raccontare le origini della riforma di Giosia, infatti, non possiamo dimenticare come essa tragga nutrimento dal ritrovamento di un rotolo della Torah (2Re 23,1-3) che viene letto al popolo perché aderisca all’alleanza. Si sarebbe trattato di quello che gli specialisti chiamano un proto-Deuteronomio, ovvero una prima stesura del libro che ancora oggi porta questo nome. Ed è anche per questo che, fin dall’inizio della pandemia, ho caparbiamente insistito sulla necessità per noi credenti di approfittare di questo tempo per riscoprire le sante Scritture e nutrire di esse la nostra fede. L’esperienza traumatica della dominazione assira, determinante per la tematica dell’alleanza come patto di vassallaggio, da cui ha preso vita la riforma di Giosia, precede l’altra esperienza traumatica, quella dell’esilio babilonese, anch’essa legata alla scrittura profetica e a quella che l’autore indica come la vera e propria "nascita del monoteismo", attraverso Ezechiele, Geremia e il deutero-Isaia, con l’attitudine a scrivere in esilio, ma non dell’esilio. Nella prospettiva della lettura/ascolto della Parola, il cap. 8 del libro di Neemia racconta come veniva letta e commentata la Scrittura, cui seguirà l’istituzione della festa delle capanne: «Essi leggevano nel libro della legge di Dio a brani distinti e con spiegazioni del senso e così facevano comprendere la lettura» (Ne 8, 8).

Mi sembra importante sottolineare quel leggere nel libro piuttosto che il libro (una sfumatura che è dato cogliere nella neoVulgata) e la necessità di interpretarne il senso più profondo, ma al tempo stesso più attuale. La S(s)crittura ha a che fare con la "sopravvivenza", come la Pasqua con la memoria della resilienza e del trauma della schiavitù in Egitto e questo, secondo Carr, vale anche per il Cristianesimo e il Nuovo Testamento, sulle cui fonti documentarie la trattazione risulta più debole, ma non dimentichiamo che l’autore è specialista dell’Antico Testamento. Mi sembra interessante notare come, secondo la ricostruzione attuata nell’orizzonte del metodo della critica storica, si ipotizzano unità letterarie precedenti la redazione dei testi neotestamentari, così come li leggiamo oggi. Tra queste fonti rivestono un ruolo particolare i racconti della passione del Signore. Ecco il primo trauma da cui sgorgano i testi, che giustamente l’autore collega al trauma per la distruzione del tempio di Gerusalemme. Di qui la tesi, ormai acquisita, che dal medio giudaismo (templare e rabbinico insieme) dei tempi del Gesù storico nascano il giudaismo rabbinico (senza più tempio né sacerdozio) e il cristianesimo.

L’altro trauma che diviene grembo degli scritti neotestamentari è la persecuzione dei seguaci di Gesù. Paolo stesso, secondo Carr, sarebbe tormentato dal passato, «non per il suo giudaismo, ma per avere perseguitato i seguaci di Gesù e per aver oppresso, così facendo, Gesù stesso». Ben consapevole della problematicità di certe sue affermazioni, l’autore interpreta il brano di 2Cor 12,2-4 (quello in cui l’apostolo parla del rapimento al terzo cielo) come un tipico esempio che rimanda ai «racconti che le vittime di un trauma fanno della loro esperienza». In ogni caso – e ci sarebbe molto da discutere a riguardo – dall’esperienza traumatica di aver perseguitato i cristiani nasce il monoteismo missionario, che si accompagna al giudaismo messianico del gruppo gerosolimitano.

Mentre nell’analisi dell’Antico Testamento l’interpretazione in chiave psicologica (direi psicanalitica) risulta ben equilibrata rispetto a quella storico-critica, in relazione ai testi neotestamentari la prima opzione prevale di gran lunga sulla seconda. Tale mia "impressione" può essere confermata dalla visione che Carr adotta circa i rapporti fra cristianesimo ed ebraismo, allorché scrive: «Laddove Paolo stesso non si sentì mai del tutto in pace con i suoi trascorsi da persecutore della chiesa, il movimento gentile cristiano che egli contribuì a fondare continuò a lottare con il proprio passato giudaico "inseguendo" il giudaismo in ogni epoca, cioè perseguitandolo». Lettura intrigante, ma forse, proprio per questo, discutibile.

In conclusione l’autore dichiara che attraverso questo lavoro, in cui si incrociano storia e psicanalisi, esperienza personale ed esegesi, lo ha condotto a «rivalutare la sapienza antica nel giudaismo e nel cristianesimo». E questo perché non è il pessimismo l’esito certo del trauma, ma il fatto che tale esperienza ci possa rendere consapevoli «del fatto che la vita comporta la casualità della sofferenza».


G. Lorizio, in Avvenire 14 luglio 2020, 25