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Nessuna salvezza fuori della Chiesa?
Giacomo Canobbio

Nessuna salvezza fuori della Chiesa?

Storia e senso di un controverso principio teologico

Prezzo di copertina: Euro 24,50 Prezzo scontato: Euro 20,80
Collana: Giornale di teologia 338
ISBN: 978-88-399-0838-4
Formato: 12,3 x 19,5 cm
Pagine: 416
© 2009

In breve

Un saggio intelligente e competente sull’adagio teologico: «Fuori della chiesa non c’è salvezza», da alcuni oggi ritenuto scandaloso e improponibile persino nel panorama cristiano. Quello “scomodo” principio non invita forse a chiedersi se e come la chiesa sia effettivamente necessaria alla salvezza, in quanto traccia storica del disegno di Dio manifestatosi in Gesù?

Descrizione

Il pluralismo religioso ha fatto irruzione nella ricerca teologica ormai da alcuni decenni e ha costretto a ripensare il rapporto tra chiesa e salvezza. A partire dal III secolo tale rapporto aveva trovato espressione nel principio «Nessuna salvezza fuori della chiesa». La rilettura che di esso si è compiuta nella recente teologia delle religioni ha portato a considerarlo espressione di una angusta visione dell’azione di Dio nei confronti dell’umanità e quindi a ritenerlo improponibile. Tuttavia una corretta interpretazione del principio richiede che si considerino la storia della sua formazione, il sottofondo che lo ha reso possibile, le diverse accentuazioni di cui è stato oggetto, pur respingendone qualsiasi uso strumentale (anche politico), di ieri e di oggi. Solo in questo modo se ne può cogliere l’eventuale pertinenza anche nel nostro contesto: la chiesa è effettivamente necessaria per la salvezza, perché è la traccia storica del disegno di Dio manifestatosi in Gesù Cristo.

Recensioni

«Lapidaria nella sua enunciazione, la formula extra ecclesiam nulla salus incombe minacciosa nei dialoghi col pubblico, oltre che nelle accademie teologiche (recentemente ne ha parlato Vito Mancuso su Repubblica). Ne sa qualcosa chi pratica le varie discipline religiose ed è spesso sulle tribune degli oratori. Dobbiamo, perciò, oggi, essere grati al teologo bresciano Giacomo Canobbio che ricostruisce "storia e senso di un controverso principio teologico", naturalmente risalendo ai suoi antecedenti egiziologici all'interno delle stesse Scritture sacre cristiane, ove si bilanciavano l'elezione d'Israele e l'apparire della Chiesa con l'universalità della salvezza. [...]
Come osserva Canobbio, l'evento Cristo segna una svolta nella storia: "Non viene meno la dimensione universale della salvezza, ma questa passa ormai attraverso la Chiesa" che è la casa/città di rifugio, è l'arca che sottrae al diluvio, è la madre matrice di vita. Da allora ha avvio il processo interpretativo della formula, soprattutto per quanto riguarda i confini di quello spazio che va sotto il nome di "Chiesa". La perentorietà dell'asserto in senso esclusivista sarà proclamata in modo rigido e radicale da Fulgenzio, vescovo di Ruspe in Africa nel VI secolo, e sarà ribadita nel magistero ecclesiale medievale. Ma l'allargarsi della mappa geografica planetaria con nuovi popoli non poteva non scuotere tale categoricità tassativa. Si apre così l'orizzonte dell'epoca moderna che proprio nello stesso concilio di Firenze (1442) ha i suoi primi fermenti che segnano una svolta nell'ermeneutica dell'assioma.
Sono queste le pagine più interessanti del saggio di Canobbio, anche perché si fanno carico delle molteplici interpellanze della cultura pluralista moderna. Il suo percorso giunge fino all’attuale "teologia delle religioni" e al fremito che – a partire dal  Vaticano II – ha scosso la comunità dei teologi cristiani, ma anche l’assemblea dei fedeli. [...]
L'ultimo concilio ha certamente inserito la Chiesa nel piano salvifico di Dio come suo segno e strumento. Altri, però, hanno tentato successivamente di andare oltre, relativizzando la stessa funzione di Cristo, [...] sollecitando così le puntualizzazioni della dichiarazione vaticana Dominus Iesus (2000) sull’unicità e l’universalità della salvezza in Cristo. L’enciclica Redemptoris missio di Giovanni Paolo II (1990), da un lato, ha ribadito l’asserto tradizionale, spogliandolo, però, di ogni connotazione esclusivista: "La Chiesa è la via ordinaria della salvezza e solo essa possiede la pienezza dei mezzi di salvezza". Ma, d’altro canto, afferma che per coloro che sono stati educati in altre tradizioni religiose "la salvezza in Cristo è accessibile in virtù di una grazia che, pur avendo una misteriosa relazione con la Chiesa, non li introduce formalmente in essa, ma li illumina in modo adeguato alla loro situazione interiore e ambientale". Pur non precisando quale sia questa "misteriosa relazione", si suggeriva dunque la presenza di un percorso "straordinario" connesso a quello primario della Chiesa. Volendo ricorrere al commento di Canobbio, la Chiesa ha il compito di "certificare che Dio vuole condurre tutti alla comunione con sé" e di essere "il simbolo efficace di tale comunione"».


G. Ravasi, in Il Sole 24 Ore del 3 maggio 2009, 42