Il fenomeno dell’urbanizzazione, ossia il processo storico attraverso il quale un numero sempre crescente della popolazione si concentra nelle città o nelle loro periferie, sta determinando un lento e progressivo spopolamento di interi territori, le cosiddette “aree interne”. In un paese come il nostro, nel quale circa la metà dei comuni è distante da adeguati servizi scolastici, sanitari e di trasporto, tale fenomeno produce ricadute significative sul piano ambientale, artistico, sociale ed ecclesiale.
Questi territori, non più presidiati dall’uomo e privi di una costante manutenzione, risultano particolarmente esposti a disastri ambientali e a dissesti idrogeologici. Patrimoni artistici di inestimabile valore, che non possono essere trasferiti altrove – si pensi, ad esempio, a una chiesa – rischiano, in assenza di comunità che li abitino e se ne prendano cura, un inevitabile deperimento. A ciò si aggiunge un circolo vizioso ben noto: la carenza di servizi essenziali favorisce l’abbandono dei territori, mentre la diminuzione della popolazione conduce alla progressiva sospensione dei servizi stessi.
Si parla di “aree interne” in riferimento a comuni o frazioni che vanno da poche decine di abitanti a qualche migliaio e che distano dai centri dotati di servizi essenziali da un minimo di 27,7 minuti necessari per raggiungere il polo più vicino, fino a circa 70 minuti, soglia oltre la quale si parla di aree ultraperiferiche. Tali territori richiedono un’attenzione particolare non solo dal punto di vista sociale, ma anche da una prospettiva propriamente pastorale e interpellano la chiesa, a partire dalla sua cellula fondamentale: la parrocchia. In molti contesti, le parrocchie restano le uniche istituzioni capaci di custodire una dimensione di aggregazione comunitaria, senza venir meno al loro compito specifico: annunciare il Cristo vivente in mezzo agli uomini.
Sul tipo di pastorale da proporre in questi contesti, dal 2021 una trentina di vescovi provenienti da tredici regioni si incontrano periodicamente per un confronto. Il volume in esame raccoglie tre delle relazioni maturate in questi anni, redatte da altrettanti vescovi-teologi. La cura dell’opera è affidata a Felice Arrocca, teologo ed esperto di san Francesco, già vescovo di Benevento e recentemente nominato vescovo di Assisi.
Nel suo contributo, Mariano Crociata, vescovo di Latina-Terracina-Sezze-Priverno e presidente della Commissione degli episcopati dell’Unione europea, riflette sull’identità della parrocchia e su ciò che ne costituisce il nucleo essenziale, ponendosi la domanda: «Quali sono gli elementi costitutivi della vita di fede, e quindi della chiesa?». La risposta ruota attorno al tema della convocazione: la comunità ecclesiale è un’assemblea «convocata da Dio per mezzo di Gesù nella forza dello Spirito». Ne derivano due elementi irrinunciabili senza i quali non si può parlare di parrocchia: la Parola e l’eucaristia. Anche il ministero ordinato trova qui la sua ragion d’essere, in quanto presiede all’annuncio e alla celebrazione.
A partire da questa dimensione essenziale, la riflessione si estende al rapporto tra parrocchia e territorio. Oggi, in molte realtà, «il territorio di residenza non è più così determinante nella conduzione dell’esistenza di molte persone». Gli individui abitano infatti una pluralità di territori: quello della residenza, del lavoro, del tempo libero e di altre attività. Tale fenomeno deve essere tenuto in considerazione nell’elaborazione di una pastorale che non può più essere uniforme, ma deve differenziarsi dal centro urbano alle aree più interne. A ciò si aggiunge un mutamento nell’appartenenza ecclesiale, sempre più vissuta in forma elettiva piuttosto che territoriale: i fedeli tendono a frequentare le comunità in cui si sentono accolti e nutriti spiritualmente, indipendentemente dalla parrocchia di appartenenza canonica. Non va infine trascurato l’impatto del digitale, che contribuisce a una parziale smaterializzazione dell’esperienza ecclesiale.
La sfida individuata dal presule di Latina consiste nel passaggio da una pastorale di inquadramento, tipica di un contesto in cui la fede era trasmessa in modo quasi spontaneo dalla famiglia e la parrocchia aveva prevalentemente il compito di amministrare i sacramenti, a una pastorale di generazione, che richiede un ripensamento radicale in un tempo in cui i “fondamentali della fede” non sono più garantiti dalla famiglia. In questa prospettiva, appare irrealistico immaginare che il parroco possa sostenere da solo l’intero carico pastorale: da qui l’importanza delle équipe battesimali e di una corresponsabilità più ampia di tutti i battezzati.
L’intervento di Roberto Repole, cardinale arcivescovo metropolita di Torino e vescovo di Susa, si concentra invece sulla figura del ministro ordinato e sulle caratteristiche che essa è chiamata ad assumere nelle zone interne – indicazioni che risultano, peraltro, significative anche per le trasformazioni in atto in molte realtà parrocchiali. La proposta è quella di superare un modello di presbitero gravato in egual misura dalla responsabilità dei tre munera: insegnare, santificare e guidare/ amministrare. Proprio quest’ultima dimensione appare oggi particolarmente critica, a causa del moltiplicarsi delle parrocchie affidate a un unico parroco e della crescente complessità amministrativo-burocratica.
Il cardinale torinese suggerisce di ripensare la gestione amministrativa del parroco ispirandosi alla forma di vigilanza propria del ministero episcopale. Infatti, non ritiene efficace una totale separazione del presbitero dalla responsabilità economica: la rappresentanza legale del parroco garantisce che le risorse della comunità siano impiegate secondo le finalità proprie della chiesa. Ciò evita anche il rischio di «una concezione del presbitero esclusivamente cultuale e sacrale», che ricorda modelli del passato. L’estremo opposto, ugualmente problematico, è quello di un parroco assorbito dagli aspetti pratici della vita parrocchiale.
Ecco allora l’interessante proposta di interpretare la presidenza del presbitero secondo la logica dell’episkopē, ossia della sorveglianza, più che dell’intervento diretto e immediato su ogni questione. Questo approccio, oltre che alleggerire le agende, consentirebbe ai parroci responsabili di più comunità di evitare il rischio di un ministero eccessivamente presenzialista e accentratore, paradossalmente più marcato di quanto avvenisse quando vi erano più presbiteri per ciascuna parrocchia.
Infine, il contributo di Franco Giulio Brambilla, vescovo di Novara, si concentra sull’organizzazione delle parrocchie nelle zone interne, proponendo il passaggio da una logica secondo cui tutte le parrocchie «devono avere tutto» a un «coraggioso modello integrato», capace di risparmiare risorse e qualificare gli interventi pastorali. La retorica del «piccolo è bello», osserva il presule, «si paga spesso con la dispersione delle energie».
G. Bozza, in
Studia Patavina 1/2026, 183-185