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La Chiesa e il suo dono
Roberto Repole

La Chiesa e il suo dono

La missione fra teo-logia ed ecclesiologia

Prezzo di copertina: Euro 30,00 Prezzo scontato: Euro 28,50
Collana: Biblioteca di teologia contemporanea 197
ISBN: 978-88-399-0497-3
Formato: 15,7 x 23 cm
Pagine: 432
© 2019

Descrizione

Il tema della missione della Chiesa – missione vista come connaturale al suo esserci – desta oggi un forte interesse sul piano sia teologico, sia magisteriale, sia pastorale. Non è detto tuttavia che al parlare di missione corrisponda sempre una ripensamento della stessa, che permetta di uscire realmente da vecchi schemi e assuma fino in fondo la necessità di rileggere la missione ecclesiale dentro un contesto, come quello occidentale, profondamente e visibilmente mutato.
Il presente studio di Roberto Repole intende assumere questa sfida offrendo la proposta di un nuovo paradigma, quello del dono. Appare così come la Chiesa viva di un dono, quello divino, e come ciò che essa realmente trasmette non sia altro che il dono di cui vive, il quale può essere mantenuto solo in quanto donato da altri: nell’unica forma possibile, quella del dono appunto, che è autentico solo a determinate condizioni.
Si tratta di un paradigma adatto ad evitare una delle accuse che esplicitamente ed implicitamente viene fatta oggi ad ogni proposta di missione, di rappresentare cioè sempre e comunque una forma di violenza – senza cadere, per questo, in una riduzione della missione a dialogo in assenza di verità. Si tratta altresì di un paradigma capace di farsi carico di alcune delle sfide attuali più incalzanti: la fine della cristianità, la secolarizzazione, il pluralismo religioso e gli effetti di una globalizzazione in cui la logica economicista rischia di permeare tutto.

Recensioni

Se la sinodalità è «il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio», la «Chiesa in uscita missionaria» è una delle novità che maggiormente caratterizzano il magistero di papa Francesco. Ne aveva parlato pochi giorni dopo la sua elezione a vescovo di Roma. Attorno al tema della «Chiesa in uscita missionaria» è costruito il programma pastorale consegnato all’esortazione apostolica Evangelii gaudium dove, in un tempo come il nostro che non è «solo un’epoca di cambiamento, ma un cambiamento d’epoca», «la riforma della Chiesa in uscita missionaria» per annunciare a tutti la gioia del Vangelo è indicata come la prima delle sette questioni sulle quali Francesco intende soffermarsi (EG 17), essendo l’azione missionaria il paradigma di ogni opera della Chiesa (EG 15).

L’insistenza sulla necessità di una «Chiesa in uscita missionaria» o – come si usava dire in anni passati – di una «nuova evangelizzazione» non lascia forse trasparire la fatica che si sta facendo per continuare a trasmettere, soprattutto nei paesi di antica cristianità, la gioia del Vangelo? E ancora. Nell’immaginare e nel contribuire a costruire una «Chiesa in uscita missionaria» si ha davvero coscienza che annunciare il Vangelo in un contesto di scristianizzazione e di secolarizzazione è cosa profondamente diversa rispetto al farlo quando la società poteva ritenersi «naturalmente cristiana»?

Sono due domande che – immagino – si sia posto Roberto Repole, docente di teologia sistematica presso la Facoltà teologica di Torino e autore di numerose pubblicazioni su tematiche ecclesiologiche, nell’accingersi a scrivere il poderoso e illuminante volume edito di recente per i tipi dell’Editrice Querinana di Brescia con il titolo La Chiesa e il suo dono – La missione fra teo-logia ed ecclesiologia.

Obiettivo e struttura del saggio

Obiettivo del saggio è quello di offrire un nuovo paradigma in grado di ripensare la presenza della Chiesa «per sua natura missionaria» nel contesto dell’attuale cultura contrassegnata da una secolarizzazione che fragilizza la fede, dal pluralismo religioso che ha come effetto una relativizzazione della propria visione del mondo e da una globalizzazione che si nutre spesso del mito tecnocratico ed economico che provoca diseguaglianze e violazioni inaccettabili della dignità umana. Questo nuovo paradigma è individuato nel “dono”.

La tesi originale e innovativa che Repole propone è riassumibile nei termini che seguono: la Chiesa nasce dal dono di Dio, vive di esso e svolge la sua missione anzitutto partecipando, nello Spirito, della reciprocità di Cristo rispetto al Padre, la quale comporta una reciprocità dei cristiani tra di loro e una condivisione del dono divino (“ridondanza”) con l’intera umanità.

Il volume è strutturato in due grandi parti. Nella prima parte l’autore, soffermandosi in particolare sul magistero del concilio Vaticano II, illustra l’indissociabilità dei termini Missione e Chiesa (cap. 1), ripensandoli all’interno del panorama culturale occidentale della postmodernità e della fine del regime di cristianità (cap. 2). Evidenzia, quindi, i limiti di alcuni paradigmi missionari del passato, oggi improponibili (cap. 3) e propone di adottare il paradigma del dono che, anche grazie alla riflessione fenomenologica che su di esso è stata fatta, ritiene quale preziosa opportunità per ripensare la missione connaturale alla Chiesa in modo da renderla plausibile nell’oggi e farne risplendere in modo nuovo il senso, senza svilirla né menomarla (cap. 4).

Nella seconda parte, interamente dedicata al ripensamento della missione della Chiesa secondo il paradigma del dono, dopo aver evidenziato come la Chiesa nasca dal dono divino, riassumibile nell’invio, da parte del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo all’umanità (cap. 5), considera come un tale dono sia riassumibile nell’ospitalità degli uomini e delle donne in Cristo e comporti un dinamismo di reciprocità asimmetrica con il Dio autore del dono e Dono stesso (cap. 6) e mostra, infine, come la fedeltà al dono dell’ospitalità ricevuta comporti l’annuncio evangelico come ridondanza del dono divino a beneficio di tutta l’umanità (cap. 7).

Missione e Chiesa: termini indissociabili

Che la missione evangelizzatrice non riguardi soltanto i paesi non evangelizzati, ma sia connaturale a quanto la Chiesa è e rappresenta nel mondo è un elemento acquisito in modo rinnovato con il magistero del concilio Vaticano II e con la riflessione teologica che l’ha preceduto (a volte anticipato) e seguito, investigandolo e sviscerandolo. Ne tratta diffusamente il primo capitolo del saggio (pp. 13-41).

Mentre il Proemio del Decreto conciliare sull’attività missionaria della Chiesa presenta quest’ultima in termini di «sacramento universale di salvezza» che «si sforza di portare l’annuncio del Vangelo a tutti gli esseri umani» (Ad Gentes 1), l’incipit del primo capitolo afferma che «la Chiesa durante il suo pellegrinaggio sulla terra è per sua natura missionaria, in quanto è dalla missione del Figlio e dalla missione dello Spirito Santo che essa, secondo il piano di Dio Padre, deriva la propria origine» (AG 2). Questa fondamentale acquisizione è dovuta – secondo Repole – ad almeno tre fattori.

Uno è rappresentato dal rinnovamento teologico che si è avuto intorno al tema della missione, a partire dall’inizio del secolo XX anche in collegamento con la nascita del movimento ecumenico. L’altro è rinvenibile nella presa di coscienza che l’Europa occidentale, tradizionalmente cristiana, può ormai essere definita essa stessa come «terra di missione» che obbliga la Chiesa a ripensare la sua presenza in un contesto di fine della cristianità. Il terzo è costituito dalla consapevolezza che, con il concilio Vaticano II, per la prima volta nel corso della sua storia la Chiesa ha iniziato a pensarsi in termini non più di Chiesa europea occidentale ma di «Chiesa mondiale».

Chiesa missionaria in una società secolarizzata, pluralista e globalizzata

La complessità del nostro contesto culturale viene magistralmente indagata dall’autore, in un proficuo dialogo con autorevoli filosofi, sociologi e teologi contemporanei: è il contenuto del secondo capitolo (pp. 42-79) del volume. Tre sono gli elementi che caratterizzano profondamente la cultura attuale, coi quali ci si deve confrontare per reinterpretare la missione evangelizzatrice della Chiesa: la secolarizzazione che segna la fine del regime di cristianità, il pluralismo religioso che obbliga a confrontarsi con credenti e comunità religiose diverse dal cristianesimo, la globalizzazione che si nutre spesso del mito tecnocratico ed economico che provoca diseguaglianze e violazioni inaccettabili della dignità umana.

Secondo il docente torinese di teologia sistematica, un modello plausibile nell’oggi di missione della Chiesa dovrebbe comprendere le seguenti istanze: il Vangelo, lungi dall’imporsi come un atto di violenza, di prevaricazione o di imposizione, deve proporsi sempre nello stile del rispetto del principio della caritas nei confronti dell’altro; il dialogo autentico con altri credenti e altre comunità religiose, pur necessario, non può comportare il ridimensionamento della fede cristiana e la relativizzazione della verità; l’annuncio del Vangelo è intimamente congiunto alla promozione dell’umano, alla sollecitudine per i poveri e al contrasto di ogni forma di reificazione delle persone.

Per ricercare un nuovo paradigma in grado di ripensare la missione della Chiesa nell’oggi, Repole ritiene utile, nel terzo capitolo (pp. 80-100) del saggio, richiamare sommariamente i modelli fondamentali secondo cui la missione è stata pensata nell’arco della storia (il modello della «Chiesa antica» caratterizzato dall’intolleranza contro il paganesimo e il giudaismo), quello della «missione realizzata» per la quale era inconcepibile che esistessero civiltà e religioni diverse dal cristianesimo, quello ad gentes motivato dall’esigenza di “propagare la fede” in luoghi sconosciuti fino alla scoperta delle Americhe, senza tralasciare quello del (difficile) confronto con l’illuminismo e la modernità che sognava (e ancora sogna, in certi contesti) un impossibile ritorno al regime di cristianità medioevale.

Il paradigma del dono

Il nuovo paradigma per ripensare in modo convincente la missione evangelizzatrice della Chiesa dopo la fine del regime di cristianità e nell’attuale contesto di pluralismo religioso e di globalizzazione è individuato nel “dono”: categoria intrinsecamente connessa al cristianesimo e sulla quale già in passato Repole ci aveva regalato una bella riflessione. «Se è vero – scrive il docente torinese di teologia sistematica – che il mondo attuale è segnato dalla secolarizzazione, dal pluralismo religioso e dalla globalizzazione, non è meno vero che esso è anche caratterizzato dalla pratica del dono e da una riflessione su di esso, che ha avuto una crescente importanza in questi ultimi anni» (pp. 99-100).

Nelle oltre cinquanta pagine del quarto capitolo (pp. 101-150) l’autore dialoga con alcuni tra i pensatori contemporanei che si sono occupati del dono, tanto sul piano filosofico quanto su quello antropologico-sociale. Dal confronto con essi è possibile far emergere quattro caratteristiche fondamentali del dono:

(1) il dono, per essere tale, deve essere gratuito, privo di interesse e non volto a ricercare alcun contraccambio;

(2) ciò non significa che tale generosa gratuità sia priva di finalità. Il dono, infatti, mira ad una reciprocità buona tanto del donatore che del donatario, all’interno di una gratuità libera e liberante che comporta anche il rischio che il dono venga rifiutato;

(3) se però il dono va a buon fine, il donatore si rende presente al donatario e al contempo lo accoglie, in modo che tra i due nasca un legame buono sintetizzabile nella loro reciproca ospitalità;

(4) il dono, infine, può essere ricevuto come tale solo se dona a sua volta se stesso, cioè se il donatario ne garantisce la “ridondanza” nei confronti di altri in modo creativo e dinamico. C’è dono, cioè, solo laddove vi sia la sua ridondanza.

Rileggere la missione della Chiesa utilizzando la prospettiva del dono è quanto Roberto Repole si propone di fare nella seconda parte del suo lavoro.

Il dono che fonda la Chiesa

Per dimostrare come all’origine e a fondamento della Chiesa ci sia Gesù Cristo e lo Spirito Santo, quale dono straordinario fatto da Dio a beneficio dell’intera umanità, nelle quasi cento pagine del capitolo quinto (pp. 157-247) l’autore allarga la sua riflessione in tre direzioni. Con riferimento alla vicenda di Gesù di Nazaret morto e risorto, la cui prassi può essere sintetizzata all’insegna della sovrabbondanza del dono del «regno di Dio» dalle potenzialità profondamente umanizzanti, offre una preziosa sintesi di cristologia. In relazione, poi, all’altra fondamentale dimensione del dono divino fatto all’intera umanità e che fonda la Chiesa, costituita dal dono dello Spirito, delinea i tratti essenziali di una teologia dello Spirito o pneumatologia. Con una «operazione sempre vertiginosa, ma inevitabile per portare ad intelligenza la fede in Dio» (p. 208), cerca, infine, di penetrare la vita intima di Dio – Dono per eccellenza e Vita straripante – il cui più grande desiderio è quello di far partecipare tutta l’umanità alla sua stessa vita in quanto Dio è smisurato nel suo amore.

Cosa vuol dire per la Chiesa vivere del dono di Dio

Il dono divino che fonda la Chiesa, consistente nell’invio, da parte del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo all’umanità, è riassumibile nel trovare, da parte dell’umanità, spazio e accoglienza – che Repole riassume nella categoria dell’“ospitalità” – in Cristo, la quale instaura una libera, reciproca e gratuita risposta d’amore tra donatore e donatario, andando oltre ogni rapporto di tipo mercantile fondato sulla logica del do ut des.

Nel capitolo sesto dell’opera (pp. 248-315), l’autore offre una risposta alla seguente domanda: che cosa vuol dire, per la Chiesa, popolo di Dio, vivere della reciprocità di un dono che non impone, non violenta, non strumentalizza, ma che semplicemente “ospita”?

Almeno quattro le risposte. In primo luogo, la missione ecclesiale non può essere intesa unicamente come un fatto intellettualistico, ma deve essere primariamente un’esperienza vissuta e resa disponibile. La Chiesa può sentirsi ed essere in uscita missionaria e il Vangelo raggiungere altri anche in un’epoca come la nostra segnata dalla fine della cristianità solo se i cristiani renderanno ragione della loro fede cristica innanzitutto attraverso la loro testimonianza di vita personale, familiare e sociale. Inoltre, la prospettiva del dono mostra come la Chiesa debba essere pensata non come qualcosa di raggiunto, ma quale evento continuo e dinamico (“ecclesiogenesi”) che implica un «movimento dall’alto» e un corrispettivo «movimento dal basso»: è dono e compito, non cosa fatta. Scrive Repole: «La Chiesa nasce quando viene creduta la notizia che Gesù è il Signore. Ciò non di meno questa nascita non si arresta mai, se quel che avviene è di trovare spazio in Cristo» (p. 280). In terzo luogo, vi è una dimensione fondamentale che la Chiesa deve mantenere e testimoniare: il suo esistere come spazio in questo nostro mondo in cui Dio venga riconosciuto, lodato, amato e corrisposto, con la stessa libertà, la medesima intenzione di gratuità e lo stesso disinteresse con i quali Dio ha donato se stesso nel suo Figlio e continua incessantemente, attraverso di lui, a donare il suo Spirito. Questo è già un aspetto decisivo della missione della Chiesa ed è qualcosa che rappresenta un Vangelo, oggi, rispetto alla logica utilitarista e strumentalizzante che caratterizza alcuni aspetti della nostra cultura. Infine, una Chiesa che voglia rendere disponibile il Vangelo per gli uomini e le donne di oggi non può che coinvolgere tutto il popolo di Dio. Oggi costituisce patrimonio assodato a livello teologico che il compito missionario coinvolga tutti e ciascuno dei credenti in Cristo. Ma non è detto che i cristiani siano messi nella condizione di esercitare davvero tale diritto-dovere, anche a motivo della carenza di idonee, robuste e permanenti proposte formative ad essi indirizzate.

Un dono da condividere

«La Chiesa non potrebbe essere fedele al dono che la abita e la fa esistere se non rendendolo disponibile per altri. Non farlo, accaparrarlo, ritenerlo un possesso esclusivo sarebbe il modo con cui dissolverlo quale dono, pervertendolo in una realtà che ne snatura il tratto caratteristico della gratuità» (p. 316). Il dono, come il bene, è diffusivum sui. C’è dono solo laddove vi sia la sua ridondanza.

Repole dedica, con puntuali, illuminanti e coinvolgenti considerazioni, a questa decisiva particolarità del dono e della missionarietà della Chiesa il contenuto dell’ultimo capitolo del suo lavoro (pp. 316-392). E lo fa evidenziando come il dono di cui la Chiesa vive e che ha la missione di rendere disponibile a tutti debba essere “ridondato” in tre direzioni: nell’annuncio, nella prassi e nella presenza pubblica. In un orizzonte di fine cristianità e di secolarizzazione come quello delle contemporanee società occidentali l’annuncio e la trasmissione della fede devono esplicitarsi in termini di fioritura dell’umano, grazie alla testimonianza non solo di singoli cristiani ospitali ma di comunità cristiane ospitali. Scrive Repole: «Evangelizzazione e promozione umana, annuncio evangelico e prassi liberatoria, non soltanto non sono antitetici, ma rappresentano come le due facce della stessa medaglia» (p. 336).

In un tempo come il nostro nel quale l’afasia di molte istituzioni finisce con l’avallare forti diseguaglianze sociali o riduzioni dell’umano provocate dalla globalizzazione dell’indifferenza, la Chiesa rende disponibile il dono di cui vive sia attraverso la cura e la prassi ospitale in particolare verso i poveri e le vittime delle ingiustizie, sia attraverso la vigilanza critica nei confronti di tutti i meccanismi che producono «marginalizzazione o amputazione dell’umano» assieme ad «esclusione delle persone o riduzionismi antropologici».

Fa parte della missione evangelizzatrice della Chiesa anche il dialogo interreligioso. Quest’ultimo, se intrattenuto dalla Chiesa con le altre religioni gratuitamente e come effusione del dono inesauribile e mai definitivamente circoscrivibile che la fa esistere e di cui vive, «le consente – scrive Repole – di scoprire nuove profondità dello stesso Cristo in nome del quale essa si dona» (p. 378), nella consapevolezza che «tracce dello stesso Cristo vivo nello Spirito» e «raggi della verità» si possono trovare in altre tradizioni religiose.

Da ultimo, il dono di cui vive la Chiesa non è in alcun modo riducibile ad un fatto individuale. Esso coinvolge la totalità della sua vita, compresa la dimensione sociale e pubblica. L’importanza della presenza ecclesiale anche nella scena pubblica e in ordine al buon funzionamento della società è giustamente affermata nel concilio Vaticano II. Paradigmatico, al riguardo, continua ad essere quanto affermato dalla Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Nella giusta visione dei rapporti tra la comunità politica e la Chiesa che una società pluralista implica, la Chiesa «nella fedeltà al Vangelo e nello svolgimento della sua missione nel mondo ha come compito di promuovere ed elevare tutto ciò che di vero, buono e bello si trova nella comunità umana», rafforzando in tal modo «la pace tra gli uomini a gloria di Dio» (GS 76). La Chiesa, infatti, crede fermamente che il suo messaggio sia «in armonia con le aspirazioni più segrete del cuore umano quando essa difende la dignità della vocazione umana», non tolga «alcunché all’uomo», ma infonda invece «luce, vita e libertà per il suo progresso» (GS 21).


A. Lebra, in SettimanaNews 13 aprile 2020

«La Chiesa nasce dal dono divino, vive di esso, e lo ridona all'umanità anzitutto con il suo stesso essere». Questo il nucleo della visione della Chiesa e della sua missione evangelizzatrice che ci propone il teologo Roberto Repole (docente di teologia sistematica presso la Facoltà teologica dell'Italia Settentrionale, sezione di Torino) in questo nuovo e impegnativo libro, La Chiesa e il suo dono. La missione fra teo-logia ed ecclesiologia («Biblioteca di teologia contemporanea» 197, Queriniana, Brescia 2019, pp. 421), che partendo dal tema della missione della Chiesa, finisce per coinvolgere l'intero campo della teologia. In esso troviamo, infatti, una proposta coerente e riuscita di ripensare o reinterpretare, attraverso il concetto di dono, il tutto del cristianesimo nel contesto occidentale attuale, caratterizzato dalla secolarizzazione, dal pluralismo culturale e religioso e dalla globalizzazione; fenomeni ben analizzati nella prima parte del lavoro.

Il dono divino, da cui la Chiesa nasce, di cui vive e che ridona, è infatti anzitutto Gesù Cristo, dono del Padre celeste, e poi il suo Santo Spirito, dono che il Padre offre attraverso l'umanità del Figlio incarnato e risorto. La riflessione sulla Chiesa e la sua missione si allarga quindi al tema di Gesù Cristo, offrendoci una preziosa sintesi di cristologia; al tema dello Spirito, delineandoci i tratti fondamentali della teologia dello Spirito o pneumatologia; e al tema della vita intima di Dio, caratterizzata da quelle relazioni di totale dono reciproco tra le persone del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, che costituiscono il mistero della Santa Trinità di Dio.

L'intuizione da cui nasce l'opera è che il concetto di dono, riscoperto nella sua ricchezza antropologica dalla filosofia e dalla sociologia contemporanee, possa costituire un fecondo «nuovo paradigma per ripensare la missione della Chiesa dopo la fine della cristianità. E possa anche chiarire perché la Chiesa non solo abbia un compito missionario ma sia missionaria per sua stessa natura, come la riflessione pastorale e teologica confluita nel Vaticano II ha messo in luce. I Paesi occidentali, un tempo cristiani, sono ampiamente scristianizzati; «terra di missione» è ormai diventata l'intera Europa e non solo i cosiddetti «Paesi di missione» extraeuropei. Una terra di missione particolare, perché ha già conosciuto e vissuto il cristianesimo e ora è diventata critica nei suoi confronti, gelosa della propria autonomia e libertà, timorosa che la religione sia inscindibile dall'imposizione violenta della verità, e addirittura scettica sulla possibità stessa che si dia una verità non relativa ai tempi e alle culture, ma con valore universale, come la fede cristiana ritiene essere la verità di Cristo.

La visione dell'annuncio cristiano come dono offerto alla libertà degli uomini, sembra in effetti particolarmente adatta, come sostiene l'autore, a evitare sia che la verità cristiana sia intesa come violenta, sia che per timore di apparire violenti si riduca la missione a un dialogo senza proposta di verità. Ma la categoria di dono, analizzata nella sua complessità, permette di illuminare di luce nuova diversi aspetti della missione. Il dono, infatti, non va confuso con il semplice regalo di qualcosa a qualcuno, ma come un aprirsi all'altro in totale gratuità, andando oltre i rapporti economici di scambio mercantile. Una gratuità che non è senza scopo, perché mira a istituire quelle relazioni di reciproca accoglienza e ospitalità che fanno la ricchezza della convivenza umana; tale solo se intessuta di legami nati dal libero dono reciproco tra le persone.

Applicata in modo analogico al rapporto di Dio con gli uomini, la categoria di dono, che potremmo considerare una felice traduzione di quella tradizionale di «grazia», permette di vedere nel dono divino che fu nascere la chiesa, il desiderio di Dio di entrare in relazione di reciproco dono d'amore con l'uomo sollecitando la sua libera risposta d'amore. Di intendere la chiesa che vive del dono di Dio come il luogo in cui si è ospitati da Dio in Cristo, facendo «corpo» con lui e vivendo la reciprocità fraterna di considerare che il dono che la chiesa è chiamata a ridonare nella missione è anzitutto il suo stesso essere «comunità ospitale», che facendo spazio a Dio fa anche spazio a ogni escluso e sa farsi voce profetica in loro favore.

Il libro non manca di preziosi suggerimenti pastorali, come l'invito a evitare una visione funzionalistica della Chiesa. Il "debito" (come lo chiama San Paolo) dell'annuncio del Vangelo al mondo non può essere infatti disgiunto dal debito di una prassi verso l'umanità emarginata ed esclusa, come pure dal debito di una presenza pubblica, con la coscienza di avere qualcosa di importante da donare al mondo in crisi di gratuità fraterna e bisognoso di spiritualità e di speranza.


G. Ferretti, in La Voce e il Tempo 23 febbraio 2020, 15

La Chiesa possiede da sempre un paradigma: quello del dono. Esso sottende l’attività missionaria della Chiesa stessa, assumerlo significa svincolarsi dalle accuse che storicamente sono state mosse a quest’ultima, di rappresentare una forma di violenza. Vivere il «suo» dono, invece, può e deve voler dire per la Chiesa essere in grado di farsi carico di alcune priorità quali la fine della cristianità, il pluralismo delle fedi, le sfide della secolarizzazione, la globalizzazione dei mercati che rende tutto e tutti merce. Con una ricostruzione teologica a iniziare dai documenti elaborati dalla Chiesa, in dialogo con la filosofia e con i suoi esponenti più critici, l’a. offre la possibilità di intendere un logos non meramente consolatorio.
D. Segna, in Il Regno Attualità 4/2020, 94

La sfida di don Roberto Repole, docente di Teologia sistematica alla Facoltà teologica dell'Italia settentrionale, è di ripensare concetti abusati e svuotati di senso. Nello specifico: «evangelizzazione» e «Chiesa in uscita».

Va rifondato il senso della missionarietà, per uscire da vecchi paradigmi e collocarli in un contesto storico mutato. Il paradigma proposto è quello del "dono divino": «La Chiesa vive di un dono, quello divino, e ciò che trasmette realmente è solo il dono di cui vive, il quale può essere mantenuto in quanto donato ad altri».


In Jesus 1/2020, 94

Che il nostro mondo occidentale non sia più “normalmente cristiano” (se mailo è stato!) è sotto gli occhi di tutti.È ormai comune a quanti svolgono un qualche compito pastorale la sensazione netta che la trasmissione del Vangelo alle nuove generazioni non sia affatto scontata. Per questo non ha destato particolare stupore nei più avveduti il fatto che, in questi ultimi decenni, dal magistero papale sia giunto un pressante invito a una nuova evangelizzazione e più di recente, con papa Francesco, a una Chiesa in uscita missionaria.

Tanto più che chi ha respirato il rinnovamento teologico avvenuto prima del Vaticano II, sedimentatosi nei testi conciliari e sviluppatosi nei decenni successivi, sa benissimo che non si può più ritenere la missione un’appendice della vita ecclesiale. Essa non è qualcosa che riguarderebbe solo i “Paesi di missione” e coinvolgerebbe attivamente soltanto quei cristiani che lasciano il loro Paese per andare a vivere in territori lontani. Il ripensamento ecclesiologico di cui il Vaticano II è testimone ha mostrato che la Chiesa è per natura missionaria (cf. Ad gentes 2). E che non esiste nessun luogo nel quale essa potrebbe continuare a essere se stessa sospendendo la missione, né può esistere un cristiano che non ne sia responsabile.

Per cogliere come ciò sia poi ancorato ai testi della Scrittura basterebbe leggere con attenzione il libro degli Atti degli apostoli: la Chiesa arriva a scoprirsi per quello che è solo nel momento in cui si avverte inviata a tutti gli uomini. Se la Chiesa è per natura missionaria, non ogni contesto nel quale essa vive è però identico. L’ha rilevato il Concilio e l’ha ribadito Giovanni Paolo II. La Chiesa è ovunque missionaria, ma i contesti diversi rendono diversa anche la missione: non è lo stesso un “luogo” nel quale non si è ancora udito l’annuncio evangelico e uno nel quale esiste già la Chiesa. Forse, è lecito spingersi un poco oltre e riconoscere che non solo la missione non è identica in ogni “luogo”, ma che la peculiarità di un dato clima culturale obbliga a ripensare la missione dall’interno di quel preciso contesto.

Se ciò è vero non ci si può esimere dallo sforzo di ripensare la missione ecclesiale, come qualcosa che contrassegna l’essere stesso della Chiesa, dall’interno del nostro attuale contesto occidentale: anche per evitare che l’invito a una Chiesa “in uscita” divenga l’ennesimo slogan privo di profondità. E, peggio ancora, che i pochi cristiani rimasti si sentano frustrati o addirittura colpevolizzati da un tale invito, quasi che si trattasse di “fare” ancora di più di quanto si sta già faticosamente operando.

La proposta fatta nel mio libro La Chiesa e il suo dono (Queriniana) nasce proprio dal tentativo di ripensare la missione ecclesiale dall’interno di un contesto culturale come il nostro, nel quale si vive ormai un certo sospetto verso ogni prospettiva veritativa, in cui quella della fede è un’opzione che sta accanto a

quella contraria della non credenza, nel quale si vive uno strutturale pluralismo religioso oltre a una globalizzazione che, insieme a tanti aspetti positivi, porta con sé gli effetti deleteri di un mito economicista e tecnocratico che induce a una lettura strumentale e funzionale degli stessi uomini... In tale orizzonte, la missione rischia di essere compromessa in due modi: o perché finisce di venire interpretata, sempre e comunque, come un atto impositivo o perché viene ridotta a un dialogo in assenza, però, di verità.

Esiste, tuttavia, un sentiero percorribile per riproporne la valenza teologica in modo da evitare questi due scogli. Si tratta della strada offerta dal paradigma del dono, su cui c’è stato un forte interesse della stessa riflessione filosofica e antropologica contemporanea. Ciò che nel libro si sviluppa è precisamente questo: una rilettura della missione della Chiesa nella prospettiva del dono, nel tentativo di mostrare come sia particolarmente adatta a una Chiesa immersa nell’odierno quadro culturale. La Chiesa vive incessantemente del dono divino del Figlio e dello Spirito-Dono; e ciò comporta un essere ospiti di Dio, entrando in una reciprocità con lui, che si esplica in una reciprocità fraterna dei cristiani tra loro.

Ciò, tuttavia, non è tutto: la Chiesa è fedele al dono che la fa esistere solo rendendo disponibile per altri questo stesso dono di un’ospitalità in Dio, in una forma che dovrà avere i tratti della gratuità, della libertà e di un disinteresse che hanno come unico scopo entrare in una “relazione buona” con coloro che si incontrano nel cammino, rendendosi ospitali con essi, accoglienti e, al contempo, realmente accolti. La Chiesa fa ciò nell’annuncio evangelico offerto secondo una precisa dinamica, in una prassi caritativa di dono che è anche profezia per tutte quelle forme di ingiustizia che escludono invece che integrare le persone, oltre che in una presenza pubblica, capace di farla abitare in modo profetico i moderni Stati democratici.

Sono molti gli stimoli che da un percorso di questo genere paiono venire. Da un lato, tanti discorsi apparentemente “missionari” sembrano alludere in realtà di più alla propaganda; dall’altro, tutta l’indagine sul dono è di grande aiuto a vedere come un autentico stile di donazione sia tutt’altro che scontato.


R. Repole, in Vita Pastorale n. 12/2019, 54-55

Hanno suscitato ampia eco le proposte del Documento finale che la recente assemblea del sinodo dei vescovi per la regione Panamazzonica ha consegnato al Santo Padre, soprattutto la richiesta di aprire alle donne il lettorato e l’accolitato, la possibilità di ordinare presbiteri i diaconi permanenti sposati, l’istituzione della figura di donna dirigente di comunità. È importante collocare queste – che al momento sono proposte, non decisioni – in una più ampia riflessione sul ministero della Chiesa. In queste settimane sono usciti in contemporanea due libri dell’editrice Queriniana che aiutano in questo senso.

Non abbiate paura! (pp 155, euro 16): è curioso il fatto che l’opera del gesuita Bernard Sesboüé sia uscita originariamente in francese nel lontano 1996. Eppure, come spiega all’inizio l’arcivescovo Erio Castellucci (presidente della commissione episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi), tanti anni non sembrano passati poiché «ciò che accadeva nella Chiesa d’Oltralpe qualche decennio fa, infatti, è ciò che ora succede nel nostro paese, specialmente nel Nord». La forte riduzione numerica del clero impone una più intensa partecipazione dei laici ma bisogna fare attenzione a non confinare il parroco nel ruolo di un distante gestore, privo di contatto diretto con la gente. Occorre trovare un equilibrio tra la tentazione di clericalismo da parte dei presbiteri, che si traduce in un ripiegamento difensivo per mantenere il (poco) potere rimasto, e quella di conquista e rivendicazione da parte dei laici.

La Chiesa e il suo dono (pp 421, euro 30) è frutto delle ricerche del sacerdote torinese Roberto Repole, che dal 2011 al 2019 è stato presidente dell’Associazione teologica italiana e che attualmente è direttore del ciclo istituzionale della sezione torinese della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale. La parola dono è la chiave del volume: con questa categoria andrebbe descritta (e in un certo senso riscritta) la vita e la missione della comunità cristiana. Così si evitano i due estremi di uno stile tendenzialmente violento nel trasmettere la fede e di un dialogo privo di riferimento alla verità. La Chiesa si fa dono in quanto nasce dal dono d’amore della Trinità, che si fa presente concretamente nella storia con l’opera dei cristiani. Anche se un mondo di cristianità è al tramonto e che si tratta di un modello ormai non riproponibile, non deve mancare l’anelito missionario dal cuore dei credenti.

I due testi concorrono a superare una certa narrativa sulla Chiesa fortemente stereotipata andando al cuore del discorso: la Chiesa madre, maestra, famiglia delle famiglie.


F. Casazza, in La Voce n. 40 (14 novembre 2019) 14