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La Chiesa e il suo dono
Roberto Repole

La Chiesa e il suo dono

La missione fra teo-logia ed ecclesiologia

Prezzo di copertina: Euro 30,00 Prezzo scontato: Euro 28,50
Collana: Biblioteca di teologia contemporanea 197
ISBN: 978-88-399-0497-3
Formato: 15,7 x 23 cm
Pagine: 432
© 2019

Descrizione

Il tema della missione della Chiesa – missione vista come connaturale al suo esserci – desta oggi un forte interesse sul piano sia teologico, sia magisteriale, sia pastorale. Non è detto tuttavia che al parlare di missione corrisponda sempre una ripensamento della stessa, che permetta di uscire realmente da vecchi schemi e assuma fino in fondo la necessità di rileggere la missione ecclesiale dentro un contesto, come quello occidentale, profondamente e visibilmente mutato.
Il presente studio di Roberto Repole intende assumere questa sfida offrendo la proposta di un nuovo paradigma, quello del dono. Appare così come la Chiesa viva di un dono, quello divino, e come ciò che essa realmente trasmette non sia altro che il dono di cui vive, il quale può essere mantenuto solo in quanto donato da altri: nell’unica forma possibile, quella del dono appunto, che è autentico solo a determinate condizioni.
Si tratta di un paradigma adatto ad evitare una delle accuse che esplicitamente ed implicitamente viene fatta oggi ad ogni proposta di missione, di rappresentare cioè sempre e comunque una forma di violenza – senza cadere, per questo, in una riduzione della missione a dialogo in assenza di verità. Si tratta altresì di un paradigma capace di farsi carico di alcune delle sfide attuali più incalzanti: la fine della cristianità, la secolarizzazione, il pluralismo religioso e gli effetti di una globalizzazione in cui la logica economicista rischia di permeare tutto.

Recensioni

Roberto Repole va alla ricerca di un modo singolare in cui la Chiesa possa esplicare il suo esserci nel mondo come Chiesa missionaria per sua natura nella varietà degli spazi sociali, culturali e religiosi odierni. Lo fa senza fretta, con uno stile scientifico rigoroso, attento ai dettagli. Si sofferma in maniera accurata su ogni passaggio chiave senza smarrire l'unità del discorso. Analisi e sintesi sono favorite da un importante utilizzo delle note e supportate da un ampio corredo bibliografico.

L'autore circoscrive la sua proposta all'orizzonte culturale e sociale occidentale: un contesto a lui familiare, non più in regime di cristianità nelle sue strutture fondamentali, segnato dal fenomeno della secolarizzazione, dal pluralismo religioso e dalla globalizzazione. Coglie nelle trasformazioni epocali in atto un'opportunità per un ripensamento della missione come dimensione strutturale all'esserci della Chiesa... una missione che deve tener conto della legittima molteplicità dei punti di vista.

La domanda che ispira il lavoro del nostro autore si esplica anzitutto in riferimento alle istanze democratiche e alla secolarizzazione – se si assume come vero che la secolarizzazione non significa la fine della fede ma di un certo tipo di credenza, allora ci si deve domandare come sia possibile la proposta cristiana in modo che esprima l'unica signoria di Cristo in un contesto dove è strutturale la possibilità della non credenza. Quali aspetti della proposta cristiana un tale contesto invita a riconsiderare e a mettere in evidenza? E quali modalità di pensiero della missione sono invece soggette a critica in un tale contesto?

Nel contempo, Repole suggerisce che tale sfida – colta in tensione tra il disarmo del linguaggio della fede e il dialogo tra le religioni – invita a domandarsi se sia possibile un ripensamento della missione che contempli strutturalmente, senza evidentemente intaccare l'unica signoria di Cristo, la possibilità di un pluralismo nell'accesso alla fede e nel vissuto della stessa fede. E cioè di aderire a Cristo e di appartenere alla Chiesa e che, d'altro canto, non faccia smarrire la fondamentale importanza dell'unità che l'essere stesso della Chiesa attesta.

L'investigazione trae beneficio, da un lato, dai frutti del rinnovamento missionario del primo Novecento in materia di sistematizzazione del discorso missionario. Dall'altro, attinge dal pensiero patristico, dalla novità espressa dal Vaticano II e precisata dal magistero post-conciliare: la missione non è un'appendice della Chiesa, bensì è la struttura del suo essere Chiesa perigrinante che trova la sua origine e la sua ragione d'essere nella missio Dei. Basando le sue analisi sulla fondazione trinitaria e pneumatologica della missione – e sulla singolarità dell'evento cristologico –, lavora con i concetti di «dono» e «ospitalità» di Cristo e in Cristo in correlazione alla vita liturgico-sacramentale come simbolica del dono divino recepito e ridonato – ridondato – dalla Chiesa. È in questo orizzonte che la riflessione sul dono potrebbe rappresentare un'opportunità di ripensamento e una strada da imboccare per ripensare quanto fonda la Chiesa e quanto la rende per natura missionaria, in un modo particolarmente adatto al contesto attuale.

Alla luce delle analisi preliminari sullo sviluppo storico-concettuale della missione in epoca contemporanea e sulla rilettura del concetto di «dono» – sviluppata anche in dialogo interdisciplinare con alcune voci autorevoli –, Repole indica due tratti imprescidibili della dimensione della possibilità del dono come paradigma della missione: la reciprocità e la ridondanza – che implicano libertà, gratuità, asimmetria, benevolenza e pure la possibilità del rifiuto, della non corrispondenza. La recezione del dono in quanto tale comporta il rendere disponibile per altri che non siano il donatore la generosità, la gratuità e la bontà di cui il donatario è stato fatto oggetto e in caso di doni specifici, la ridondanza dello stesso dono, in un'attivazione della libertà personale che implica anche sempre un'interpretazione viva di quanto si è ricevuto e si trasmette ad altri.

La missione della Chiesa nasce dal dono divino: la Chiesa è in un debito di annuncio che si nutre della ridondanza di quel dono singolare che ha la sua origine nel mistero trinitario e rimanda alla singolarità dell'evento-dono cristologico, per mezzo del quale le donne e gli uomini non sono più stranieri ma ospiti nella casa di Dio. Niente e nessuno è escluso da quello spazio di vita che si è aperto in Dio: anzitutto, per l'umano corporeo di Gesù nella sua risurrezione dalla morte, e per il dono del suo Spirito, anche per ciascun uomo, in Cristo; realtà che trova una prima realizzazione, per quanto parziale e in itinere, in quella porzione di umanità che corrisponde al Donatore nella fede e in una vita filiale e fraterna, che è la Chiesa. In altre parole, il dono dell'ospitalità in Cristo che la Chiesa deve all'umanità non può essere offerto se non per la mediazione di una ospitalità nella Chiesa stessa. Rendere disponibile, nella missione, il dono di un'ospitalità per tutti e per ciascuno in Cristo che si offre alla libera adesione degli uomini, e offrirsi come spazio di ospitalità sono, per la Chiesa, un unico movimento.

Repole si mostra consapevole della complessità e delle molteplici implicazioni che la proposta di elevare la categoria del dono a «paradigma» comporta. Implicazioni che si ripercuotono su tutti gli interlocutori dell'annuncio, cristiani compresi. L'autore tocca, tra gli altri aspetti, una questione che resta aperta a ulteriori indagini: in che modo la catergoria della missione-dono interpella le altre religioni, in un dialogo che non sia sterile e disintegrante delle rispettive identità – nella coscienza che tracce dello stesso Cristo vivo nello Spirito possono essere presenti in altre tradizioni religiose, venendo a costituire anche delle mediazioni partecipate per i loro adepti.

Una seconda questione «aperta» dal testo è quella del valore che va ad assumere la categoria del dono in quanto «paradigma» in relazione a spazi semantici e simbolici che sono assai diversi da quelli occidentali. Il paradigma del dono non può prescindere, se vuole davvero essere recepito come dispostivo universale che regola l'andamento della missione, da uno studio etnografico polivocale della nozione di «dono» come pure di altre nozioni adiacenti (es. il concetto di «benevolenza») che in altre culture e società non è scontato esplichino le stesse funzioni come in Occidente. Ciò richiede uno sbilanciamento nella mentalità degli altri, la disponibilità di assumere come punto di osservazione quello altrui, almeno come traiettoria provvisoria che spinge la ricerca teologica su presupposti speculativi e articolazioni nella comprensione ed elaborazione della grammatica teologica del dono divino – e dell'evento cristologico – che possono risultare assai differenti rispetto al modo – o ai modi – in cui sono recepiti e rappresentati in Occidente.

Qui si apre una tematica tanto antica quanto nuova, il rapporto tra traditio fidei, receptio fidei e trasformazione: «la missione è vera», scrive Repole, «nella misura in cui certamente la Chiesa offre ciò di cui vive, facendosi spazio ospitale per altri, ma – secondo il registro tipico dell'ospitalità – venendo anche accolta e, in un certo senso, trasformata dalle persone concrete che incontra. Certamente, la trasformazione non può essere tale da contraffare il dono di cui vive la Chiesa: per questo è indispensabile che la Chiesa non smarrisca mai la memoria apostolica quale primo, singolare e fondamentale riconoscimento del dono».

Il richiamo al ruolo attivo delle Conferenze episcopali e dei Patriarcati – voce rappresentativa e autorevole capace di intervenire su questioni coinvolgenti una fetta consistente di umanità – è una strada suggerita dal nostro autore per accorciare le distanze tra le Chiese locali (e i contesti in cui sono immerse) e implementare la ricerca di nuovi modi in cui la Chiesa può ridonare con fedeltà creativa il suo dono.


R. Marinaccio, in Rivista di Teologia dell’Evangelizzazione 48 (2020) 505-508

Il volume di R. Repole, docente di teologia sistematica presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale – sezione di Torino, è un attento studio sulla dimensione missionaria della Chiesa come elemento essenziale ed imprescindibile nell’oggi della comunità credente.

Il magistero degli ultimi pontefici ha fatto del tema della missionarietà un fattore di costante richiamo. Se Paolo VI ha offerto alcuni spunti fondamentali per un rilancio in Evangelii nuntiandi, Giovanni Paolo II ha espresso tale istanza attraverso un paradigma destinato a diventare celebre, quello della «nuova evangelizzazione», espressione volta ad indicare la necessità, soprattutto per le Chiese occidentali di antica tradizione, di tornare ad annunciare il Vangelo senza più ritenere che esso sia un bagaglio scontato della nostra cultura e del nostro tempo. Anche Benedetto XVI ha colto tale urgenza, sebbene in una chiave diversa rispetto ai pontefici che lo hanno preceduto: per Ratzinger, la vera priorità della missione oggi non è più adeguarsi ai modelli tipici del passato (missione estera, impedita, compiuta, ecc.) ma si gioca nella proposta veritativa e nella sfida alla cultura relativistica.

Indubbiamente, però, solo con Papa Francesco la missione è divenuta il baricentro della riflessione teologica e pastorale, al punto che in Evangelii gaudium Bergoglio fa della evangelizzazione il criterio per un più generale ripensamento teologico ed ecclesiologico. Nella prima parte dell’Esortazione Apostolica il Papa motiva il senso di una scelta di campo così esplicita, per la quale «misericordia» e «Chiesa in uscita» assurgono indubbiamente ad essere due delle maggiori priorità che egli intende suggerire alla Chiesa come imprescindibili percorsi di rinnovamento e di conversione. A tal proposito Papa Francesco scrive: «Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione. La riforma delle strutture, che esige la conversione pastorale, si può intendere solo in questo senso: fare in modo che esse diventino tutte più missionarie, che la pastorale ordinaria in tutte le sue istanze sia più espansiva e aperta, che ponga gli agenti pastorali in costante atteggiamento di “uscita” e favorisca così la risposta positiva di tutti coloro ai quali Gesù offre la sua amicizia» (EG, 27).

Lo studio di Repole assume all’interno della propria riflessione teologica sulla missione il paradigma del dono. Nella prima parte del saggio, l’A. ripercorre la storia della missionarietà nel corso della Chiesa concentrandosi soprattutto sul contributo del Concilio Vaticano II e del magistero pontificio successivo. La missione appartiene da sempre alla natura della Chiesa, non è una scelta di tipo politico, filantropico, caritativo o di semplice divulgazione di una causa significativa che dovrebbe animare i cristiani sul modello del proselitismo. La Chiesa è per natura missionaria, motivo per il quale l’assenza di missionarietà non comporterebbe una Chiesa monca o semplicemente priva di qualcosa, bensì una non-Chiesa. Affermare che la missionarietà sia una dimensione costitutiva della natura della Chiesa vuol dire implicitamente ammettere che non esiste Chiesa senza missione. Questo comporta non solo il dovere di curare tale spinta perché sia al centro delle preoccupazioni della comunità cristiana, ma di farlo anche in modo adeguato all’interno della cultura del nostro tempo.

Il secondo capitolo, conseguentemente, si incarica di analizzare i profondi fenomeni di secolarizzazione che hanno caratterizzato l’Occidente negli ultimi cinquant’anni, dei quali Repole offre una lettura che si distanzia profondamente dal catastrofismo e dal pessimismo che talora coinvolge numerosi contemporanei (credenti). Senza ingenuità e falsi irenismi, l’A. mostra la necessità di ripensare la missione nel contesto attuale, «con le sue potenzialità di interconnessione positiva dell’umanità e con i pericoli che vengono da una tecnica e da una economia che possono spersonalizzare, oggettivare e schiavizzare milioni di uomini» (79). Dopo aver richiamato nel capitolo terzo alcuni modelli legati alla tradizione, l’A. inizia a sviluppare la riflessione sul paradigma del dono come possibile sentiero attraverso il quale rendere esplicito il mandato missionario della Chiesa. Egli lo fa entrando in dialogo con alcuni dei maggiori pensatori che hanno riflettuto sul dono negli ultimi decenni, in modo particolare Jankélévitc, Derrida, Marion, Godbout e Ricoeur.

La seconda parte dello studio consta di tre capitoli nei quali trova approfondimento ecclesiologico il dono come criterio di una sincera e disinteressata evangelizzazione. Il dono può essere compreso in termini teologici a partire dal mistero della Trinità, nella quale Padre, Figlio e Spirito Santo vivono di un amore pericoretico assoluto che è anche modello della nostra relazionalità. Nel capitolo quinto, Repole accompagna il lettore in un lungo percorso che dall’esegesi di alcuni significativi passaggi del Nuovo Testamento attraversa parte della teologia patristica (Agostino) e medievale (Riccardo di San Vittore), per arrivare ai contemporanei Balthasar, Bulgakov e Moltmann. Lo sviluppo sistematico di questa prospettiva conduce il teologo torinese nel capitolo sesto a formulare in termini più espliciti il rapporto tra Chiesa e dono. Dopo essersi confrontato con due approcci ecclesiologici significativi, quali quello di Heribert Mühlen e Ioannis Zizioulas, Repole riprende i grandi modelli della tradizione (corpo di Cristo, popolo di Dio, ecc.) attualizzandoli nell’ottica di una ospitalità inclusiva per la quale i credenti, lungi dal ritenersi un’enclave di privilegiati o di convocati secondo logiche meritocratiche, restituiscono l’esperienza del dono che essi hanno fatto per primi in modo assolutamente gratuito ed incondizionato. In ogni esperienza umana ed autentica del dono si realizza una reciprocità per la quale donatore e donatario si fanno spazio a vicenda, «si ospitano in modo tale da non risolvere il rapporto in una reciprocità di tipo mercantile, nella quale si finisce sempre per oggettivare l’altro e, dunque, per non accoglierlo nella sua reale alterità» (271).

Solo conservando questa logica i cristiani potranno concepire l’evangelizzazione come la condivisione di un’esperienza gioiosa e vitale e potranno limitare prospettive funzionalistiche per fare posto alla gratitudine, alla riconoscenza e alla reciprocità. In questo senso, l’annuncio, osserva l’A., diventa un debito che il credente deve agli altri. Essere missionari ed essere discepoli pertanto, in una prospettiva ecclesiogenetica, sono realtà che finiscono per coincidere. Sovente si sente dire da più parti che la Chiesa attraverserebbe una fase missionaria simile a quella dei primi secoli, quando si è trovata ad annunciare la persona di Gesù Cristo in un mondo pagano e perlopiù ostile. Repole non nasconde qualche perplessità di fronte a questa prospettiva perché l’annuncio cristiano oggi può in effetti incontrare persone che non hanno mai udito parlare di Gesù Cristo e non hanno alcuna esperienza della Chiesa, ma «potrà coinvolgere anche moltissime persone che, in realtà, sono anche formalmente cristiane, benché si siano radicalmente distaccate dall’appartenenza ecclesiale, e possano dunque avere una forte precomprensione del cristianesimo e della Chiesa stessa» (337). Ogni equiparazione tra periodi storici distanti tra loro andrebbe vista con prudenza. Piuttosto occorre chiedersi come la Chiesa possa essere missionaria nel tempo presente, ossia quale stile essa debba assumere e se ci siano forme più adeguate rispetto ad altre per intercettare con creatività e speranza le domande degli uomini e delle donne del nostro tempo.

Per Repole, l’unica chance «può essere rappresentata da un annuncio che si offra semplicemente come ridondanza di quel dono divino, del quale la Chiesa e i cristiani vivono» (338). In questo modo la missione della Chiesa finisce per liberarsi dall’essere ostaggio del risultato, del consenso, della risposta, dell’opinione pubblica, della costruzione di una forma di religiosità civile, del denaro e del potere. La dinamica del dono, infatti, conduce la Chiesa ad assumere «con radicalità la libertà, contemplando fino in fondo la possibilità che l’annuncio evangelico venga rifiutato o cada nell’indifferenza» (339).

Quella del dono, in definitiva, è una via che permette a Repole di riflettere sulla missione in termini nuovi e originali, assumendo come prospettiva di fondo il contesto culturale attuale, riletto tuttavia non come una contingenza particolarmente sciagurata, bensì come il kairós evangelico, il momento opportuno nel quale annunciare un Dio provvidente e misericordioso che è da sempre impegnato nell’opera redentiva dell’uomo.


E. Brancozzi, in Rassegna di Teologia 4/2020, 693-695

La Chiesa e il suo dono, l'ultimo libro di Roberto Repole, teologo di Torino per anni presidente dell'Associazione Teologica Italiana, reca un sottotitolo che attira l'attenzione: "La missione tra teologia ed ecclesiologia". Nel nostro Paese la "teologia della missione" non è ovunque riconosciuta come disciplina autonoma. Eppure la bibliografia sul tema è sterminata e conosce ottimi interpreti in G. Colzani, S. Dianich, M. Antonelli e altri. Se non mancano studi specialistici, manca una consapevolezza ecclesiale diffusa. Con questo saggio profondo e appassionato, la teologia della missione in Italia fa un deciso passo in avanti.

Repole offre al dibattito teologico un saggio in cui trova una sintesi efficace la ricerca di numerosi pensatori nell'ambito della filosofia, della teologia e degli studi biblici. Egli rilegge anche il pensiero patristico (soprattutto i Cappadoci) e del Medioevo, in particolare quello di Riccardo di San Vittore. Ripercorre lucidamente tante pagine del pensiero cristiano mettendo la missione al centro del discorso teo-logico, ovvero di Dio. «La Chiesa non ha una missione, è la missione ad avere una Chiesa» (401) ribadisce Repole, riprendendo un'acquisizione di teologi della missione (Hastings, Bevans e Schroeder).

Il saggio (421 pagine assai dense, con un impressionante apparato di note e di bibliografia) segnala già nel titolo la sua proposta innovativa: La Chiesa e il suo dono. Il dono dunque. Dono qualificato dall'aggettivo possessivo suo, in corsivo. Si comprende presto quale sottolineatura intenda l'autore con suo. Il dono è innanzitutto di Dio e appartiene alla Chiesa in quanto ricevuto dalla Trinità, essa stessa una comunità di persone che vive di dono reciproco. Il termine “dono" è carico di impegnativi significati teologici e filosofici, prestandosi ad una svolta nella comprensione in sé della Chiesa, cioè della sua missione. Essa è un dono tanto per chi è chiamato a realizzarla quanto per chi ne è destinatario.

Non è sempre stato così. La storia della missione e delle sue giustificazioni teologiche e ideologiche, che Repole sintetizza efficacemente, ha avuto derive intolleranti e persino violente: in una parola antievangeliche. A partire da Ad Gentes, la missione ha lasciato le terre delle "necessità assolute" (dalle quali sono conseguite le derive impositive) per approdare a quelle gratuite del dono.

Lo studio è diviso in sette capitoli, un efficace epilogo sintetico e proiettato su possibili vie di trasformazione ecdesiale. I primi quattro capitoli sono frutto di uno straordinario sforzo di lettura teologica, biblica e soprattutto filosofica del tema che sta al cuore del libro: il dono. Per lunghi secoli «la teologia si chiedeva angosciata quanti si sarebbero salvati tra la massa dannata» (25). La motivazione all'origine di istituti missionari nati nel XIX secolo era il pensiero della dannazione eterna degli "infelici" senza la "bella luce del vangelo". Ora la missione rischia, secondo Repole, di appiattirsi tra le posizioni tradizionali secondo cui la verità può essere imposta e un dialogo tra le religioni che sostituisca la missione, accettando l'inevitabilità del relativismo senza verità. L’origine teologica della missione non è una "necessità assaluta", ma il dono che ha la sua origine e la sua destinazione nella Trinità.

Repole descrive i contesti della secolarizzazione, globalizzazione e postmodernità: non sono un mondo senza religione, senza cristianesimo o senza Dio. Non si tratta di semplici cambiamenti, piuttosto di una metamorfosi: niente è come prima. Sono fenomeni che hanno un forte impatto sulla religione: credere o no è una legittima opzione, anche per il credente più devoto. Il cristianesimo è la religione dell'uscita dalla religione, intesa come forza che unifica la cultura e la società, e inevitabilmente ha nel pluralismo il proprio orizzonte. Sulla scia di Taylor, Repole ritiene che i differenti contesti offrano possibilità di nuove forme di vita religiosa.

Il libro entra nel cuore filosofico del tema quando si chiede: che cosa è in gioco con il dono? La risposta non è scontata e c'è disaccordo tra gli studiosi. Repole ne prende in considerazione, e attentamente, molti, tra i quali Husserl, Heidegger, Derrida, Marion. L’itinerario investigativo è suggestivo e piuttosto complesso, giacché il dono ha a che fare con l'essere e la vita. Repole respinge la posizione radicale di Derrida, ovvero che il dono sia impossibile in quanto sancirebbe disuguaglianza e ingiustizia. D'accordo con Marion, l'A. sostiene che considerare il dono impossibile significherebbe arrendersi all'idea che l'unica regola della realtà sia l'economia di interesse. L'esperienza della paternità mostra invece che il dono c'è anche quando non sia possibile la restituzione: il figlio non può restituire al padre ciò che ha ricevuto ma può donarlo, a sua volta, ad altri. La ridondanza diviene una categoria chiave: il dono stabilisce una relazione e crea legami sociali. Con Ricoeur, Repole afferma che la logica del dono è quella dello squilibrio: ricambiare in termini esatti al dono ricevuto creerebbe estraneità poiché, in questo caso, si prenderebbe distanza dal donatore e si chiuderebbe la relazione con lui. La restituzione del dono è inesatta, incerta, asimmetrica e dunque libera. Dono e libertà, non necessari, obbligano a un ripensamento della realtà: non c'è dono senza libertà, ridondanza e asimmetria.

L’ampia riflessione teologica muove dalla genesi della Chiesa, che è originata dal dono trinitario. Repole dà grande importanza al tema dell'ospitalità degli uomini in Dio che Cristo si è guadagnato con la sua umanità risorta. Dio accoglie nello spazio di Dio, quanto Dio non è e in Gesù accoglie gli uomini. Per questo Repole predilige, di gran lunga, la definizione di Chiesa come corpo di Cristo o, più compiutamente, come «popolo di Dio nella forma del corpo di Cristo per la forza dello Spirito» (277). Si leggono pagine importanti su come oggi il “dono" descriva meglio di termini tradizionali quali “sacrificio", “espiazione" e "riscatto" la pro-esistenza di Gesù per gli uomini. Bisogna dunque procedere ad una risignificazione di questi termini perché non risultino insensati per il nostro tempo. Molto efficace è la descrizione del ruolo dello Spirito, «la Persona che unisce le persone», nelle dinamiche del dono divino. È lo Spirito che rende possibile l'ospitalità in Dio. I discepoli non ricevono lo Spirito senza passare per il corpo di Gesù, la sua umanità. L’essere umano di Gesù viene assunto dal Verbo eterno e i discepoli vengono assunti nella personalità umana di Gesù.

Il dono di Dio, essendo gratuito, cioè senza contraccambio, è irreversibile, ridondante e asimmetrico. E significa così la relazione tra Dio e la Chiesa. L'ospitalità è un concetto che ritorna spesso: l'essere uniti a Cristo grazie allo Spirito non vuoi dire venirne assorbiti, ma esserne ospitati. Così non si elimina l'alterità di quanti vivono della vita di Cristo. Essa genera fratellanza, alla quale Repole dedica bellissime pagine: il dono supera un'idea gerarchica della Chiesa. La Chiesa di fratelli e sorelle vive della reciprocità del dono, e ciò viene prima della gerarchia e della stessa ministerialità. Non c'è nessuna piramide nella Chiesa, nemmeno quella rovesciata. Se Dio si dona gratuitamente, è in-utile, cioè non è utilizzabile e commercializzabile. Non è la "necessità" il fondamento della missione. Si corrisponde a Dio senza scopo, se non di rendergli grazie. La Chiesa non ha altra finalità che ridondare il dono di Dio che la fa esistere.

Repole domanda di chiudere definitivamente i conti con il regime di cristianità. In fin dei conti anche i tentativi di "nuova evangelizzazione", della difesa di "valori non negoziabili" e della "Chiesa in uscita" sono modalità per sfuggire o rinviare la fine della cristianità. I "grandi progetti" pastorali o missionari rischiano di girare attorno alla moltiplicazione di eventi, iniziative e battaglie culturali che finiscono per scoraggiare il popolo cristiano, che si sente funzionale a obiettivi che mai si realizzano. Continuare su questa strada significa prosciugare le energie dei cristiani e lasciarli delusi, come se fosse colpa loro se il mondo non è cristiano.

Lo spirito della “riconquista" ha informato gran parte del movimento missionario dalla prima epoca moderna (XVI secolo) al Concilio Vaticano II. Vivere la vita cristiana con la gioia del dono, che è libero e disinteressato, e lascia liberi di rifiutare o rimanere indifferenti, potrebbe togliere tanti motivi di ansia o angoscia. Repole esprime una gravissima preoccupazione circa il futuro delle parrocchie, che non possono sopravvivere così, neanche nella loro dimensione territoriale. Circa il rapporto tra Chiesa locale e universale, si auspica l'emancipazione dal controllo di Propaganda Fide.

Repole ha un'ottima capacità di sintesi e una grande chiarezza. I modelli storici della missione sono sintetizzati in modo efficace. Non sono mancati tuttavia, nella complessa storia della missione, filoni minoritari preziosi per uno sguardo più articolato circa i movimenti missionari e i loro modelli di riferimento. Ad esempio la vicenda della missione monastica della Chiesa siro-orientale che è arrivata in Cina nel VII secolo: la missione spirituale francescana del Medioevo, ispirata al rinnovamento della forma apostolica della missione (le missioni erano fondate da gruppi di dodici frati); l'idea di missione di Gioacchino da Fiore che ha, se non altro, il merito di tentare una teologia della storia a partire dalla Trinità.

Se il dialogo religioso è una sfida nel mondo occidentale diventato pluralista, lo è ancora di più in quelle aree in cui le grandi religioni predominano e ospitano, in modo più o meno accogliente, la quasi insignificante minoranza cristiana. Dunque la sfida della fine della cristianità non è l'unico grande contesto della missione universale. Repole lo riconosce. Il suo contributo può essere comunque utile in contesti non occidentali poiché i fenomeni della secolarizzazione, post-modemità e globalizzazione hanno un impatto universale. E nella globalizzazione secolare e postmoderna non sono le religioni tradizionali, che per secoli hanno propiziato in numerosi paesi la via della spiritualità e delle virtù, le protagoniste della rinascita religiosa, ma l'inquietante fenomeno dei movimenti religiosi impregnati di sincretismo e relativismo, fondamentalismo e forme di leadership carismatiche che manipolano le menti. Dunque cristianesimo e grandi religioni hanno un vasto campo di collaborazione per rispondere all'avanzamento di ideologie religiose violente, fanatiche e alienanti.

Trovo che potrebbe essere un buon guadagno, insieme al dono, introdurre nella missione il tema dell'amicizia, che pure ha una pregnanza evangelica, biblica e filosofica. Vattimo, spesso citato da Repole, per contrastare la violenza nelle religioni propone la via del cristianesimo amichevole verso l'umanità. Matteo Ricci, nella Cina nel XVI secolo, iniziò la missione nel nome Dell'amicizia (1595), la virtù che univa, in nome della libertà, le civiltà dell'umanesimo cristiano europeo e della Cina confuciana. L'amicizia vive di elettività e di gratuità («Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici» Gv 15,13). L’opera di Cristo abbatte il muro dell'inimicizia che separa i popoli (Ef 2,14).

Il dono e l'amicizia: due nomi per la missione oggi.


G. Criveller, in Teologia 3/2020, 508-510

Professeur de théologie systématique à la Faculté de théologie de l’Italie septentrionale et ancien président de l’Association théologique italienne, Roberto Repole écrit un nouvel ouvrage dans sa spécialité, l’ecclésiologie. Son intention est de répondre à l’accusation habituelle de violence et proposer un nouveau paradigme dans le contexte actuel caractérisé par la sécularisation et la mondialisation. Comme le dit le titre, ce paradigme inédit sera celui du don. Pour le montrer, le Turinois déploie son propos comme un vaste syllogisme : l’identité de l’Église est sa mission (première partie) ; or, la mission s’éclaire à partir du don (seconde partie) ; donc, le mode d’être de l’Église est le don (épilogue).

La 1re partie parcourt les trois modèles passés de la mission (comme universalisation avant la paix constantinienne, comme mission réalisée au Moyen Âge et comme missio ad gentes à l’époque moderne). Pour élaborer le paradigme du don, l’A. convoque les philosophies du don élaborées par Derrida et Marion, dont il corrige l’asymétrie par la réciprocité. La seconde partie est rythmée par les trois actes du don : le don qui fonde l’Église, don du Christ et de l’Esprit, qui se fonde ultimement dans la Trinité immanente ; le don dont vit l’Église (l’hospitalité des hommes dans le Christ, la gratitude et le désintéressement) ; la redondance du don ou sa répétition, qui est le cœur même de la mission dans le monde, ce dernier acte ouvrant à une communion.

Quant aux sources, l’on pourra regretter que ne soient pas mobilisés, en philosophie, les penseurs de la réciprocité du don comme Nédoncelle ou Wojtyla, en théologie, Balthasar ou Barth qui ont si étroitement lié être et mission. Quant au contenu, l’on s’étonnera de ce que la réceptivité soit si peu élaborée ; surtout, si l’on se réjouit de cette mutualité qui corrige le don unilatéral, l’on interrogera l’absence d’appropriation (de vasque) qui risque de faire verser la dynamique dative vers un canal allant de la réception à la donation. Dans la parole capitale du Christ qui ouvre le livre : « Vous avez reçu gratuitement, donnez gratuitement » (Mt 10,8), le second verbe est au présent, mais le premier est à l’aoriste. Demeure un ouvrage très clair et pédagogique qui relit de manière neuve l’ecclésiologie à la lumière de la dynamique du don.


P. Ide, in Nouvelle Revue Théologique 143/1 (2021), 170

«La Chiesa è missionaria in quanto è essa stessa il frutto della doppia missione del Figlio e dello Spirito Santo da parte del Padre, espressione nella storia delle stesse processioni intratrinitarie e la cui intenzionalità ultima è la salvezza escatologica dell’umanità tutta. La missione è così inscritta nell’essere stesso della Chiesa» (30): «la Chiesa è «per sua natura missionaria» (394). Questa certezza teologica sta alla radice del significativo lavoro di Roberto Repole, che offre un «logos e non semplicemente delle suggestioni accattivanti» (393) riguardo alla «realtà della missione» (393) della Chiesa, mostrandone e custo­dendone tuttavia la costitutiva trascendenza (cf. 7).

Il manuale è diviso in due parti. La prima parte ha come obiettivo quello di «rintracciare un paradigma che permetta di ripensare la missione della Chiesa in un contesto culturale come quello occidentale attuale» (12; 394), con la consapevolezza che la missione ecclesiale stessa e la riflessione teolo­gica su di essa sono impensabili senza considerare il contesto in cui avven­gono (cf. 11; 39).

L’Autore offre un’analisi della cultura occidentale in cui viviamo, arric­chita da un efficace riferimento a pensatori contemporanei, identificando nella categoria della secolarizzazione lo strumento utile per una interpretazione condivisa della realtà. L’approfondimento teorico permette di esplicitare, fra i tratti prevalenti che caratterizzano tale cultura secolarizzata, quelli del plura­lismo religioso, di un marcato individualismo e di una certa globalizzazione con effetti ambivalenti. Assumendo dunque con rigorosità la constatazione che «il mondo occidentale non si può più dire cristiano» (77), Repole esplicita l’esigenza di un nuovo modello di missione. L’accenno ai modelli proposti in altre epoche dalla Chiesa stessa, per realizzare il mandato cristico alla missio­narietà, permette di evidenziare come oggi sia necessario un paradigma che eviti gli estremi del fanatismo religioso e del relativismo (cf. 78). Consapevole così della «necessità di imboccare un nuovo sentiero» (99) per comprendere adeguatamente la novità del Concilio Vaticano II, che riporta «la missione al centro della vita ecclesiale» con la conseguente «insistenza sulla partecipa­zione di tutto il popolo di Dio a questa missionarietà della Chiesa» (97), Re­pole ipotizza «la riflessione sul dono» come «opportunità di ripensamento» e categoria interpretativa adeguata per rileggere e proporre la realtà della mis­sione come «strutturale» (99) all’identità della Chiesa.

 

Si avvia così un approfondimento di tale categoria ermeneutica, interro­gando le prospettive di pensatori che si sono interessati del dono da un punto di vista socio-antropologico e teoretico-filosofico. Il nostro Autore interagisce e integra nella propria disanima gli aspetti utili alla comprensione della cate­goria del dono, senza risparmiare una opportuna critica degli elementi proble­matici di alcune letture contemporanee. Ne risulta, in sintesi, la comprensione del dono come di una realtà che «ha a che fare con lo specifico dell’uomo», poiché in esso «emerge quanto di più personale esiste: l’uomo nella sua libertà, nella sua sovrabbondanza, nella sua capacità di dare avvio a qualcosa di ine­dito e non scontato» (146). Nell’esperienza del dono si riconosce uno squilibrio che mira «a realizzare una relazione e a confermare un legame tra chi dona e chi riceve il dono» (147). Si tratta quindi di un’esperienza essenzialmente relazionale, in cui vi è la necessità di «un’ospitalità reciproca tra donatore e donatario» (395) e di «una ridondanza del dono» (395) che lo fa restare tale in quanto a sua volta continua a essere donato.

L’analisi apre la via per la seconda parte del libro, dove si mostra «in che senso la missione [della Chiesa] possa essere letta secondo la “logica del dono” e come un tale ripensamento risulti una possibilità per dei credenti in Cristo che vogliano continuare ad annunciare realmente il Vangelo in questo nostro tempo» (154). I tre capitoli che strutturano questa parte, la più consistente del trattato, descrivono i passi del fondamento teo-logico, del vissuto del Dono e dell’esplicita ridondanza del dono stesso.

È necessario evidenziare infatti come «all’origine e a fondamento della Chiesa c’è anzitutto il dono che il Padre fa del suo Figlio, culminante nel dono dello Spirito che da Cristo, anche in quanto uomo, può passare a noi» (396). Ne risulta la realtà di una «ospitalità dell’umano corporeo di Gesù in Dio stesso» mediante la risurrezione di Cristo, che rende possibile la comunicazione agli uomini del dono dell’unione e della riconciliazione, come «ospitalità dei molti in lui che si concretizza nella Chiesa» (397). Vi è un’asimmetricità nel dono che Dio fa di sé alla Chiesa: «un Dono che è gratuito e irreversibile» (246), «costante e ininterrotto» (397), per cui alla comunità dei cristiani spetta un tratto proprio dell’essenza della missione stessa, che è la «perenne e costante gratitudine, il riconoscimento per ciò che la fa esistere, ovvero la presenza in lei della Persona divina dello Spirito» (247). Appare assai decisiva la sottolineatura di questa ori­ginale e originante «dimensione […] mistica» (247) della missione ecclesiale.

Il passaggio consequenziale, previo a un inopportuno affanno progettuale, è quello di lasciar agire in lei lo Spirito per «vivere del Dono» (248). In unalogica sacramentale, infatti, «la Chiesa può essere strumento della missione di Dio solo ed esclusivamente nella misura in cui costituisce, in terra, il segno di ciò cui questa missione intende portare: l’ospitalità dei molti nel Cristo, che porta a partecipare della stessa vita del Cristo e ad entrare in comunione gli uni con gli altri. Perché questa ospitalità in Cristo sia condivisibile deve essere, per quanto in modo incipiente, vissuta nella Chiesa: con tutta quella gratitudine, quella riconoscenza e quel “senza scopo” che questo comporta» (283). In altre parole, l’Autore insiste sulla necessità di uno stile ecclesiale che, nell’essere impregnato di reciprocità verso il Padre e costruttore di «un tessuto di reciprocità» (294) fraterna e ospitale, rende credibile la comunità cristiana in ciò che poi è spinta ad annunciare.

Su queste basi, che rompono decisamente una logica economica non com­patibile con la logica del dono, la Chiesa potrà interrogarsi, nella costante pratica del discernimento, su come «ridondare il dono ricevuto» (316), in una strana e liberante consapevolezza che in fondo tale dono è un «debito» (321) della Chiesa stessa verso coloro a cui è diretto. Insomma, per ogni cri­stiano e per tutti i cristiani vi è «il dovere di annunciare il Vangelo» (321). In quest’ultimo tratto del suo lavoro, Repole propone così una valida rilettura della dinamica missionaria strutturata in tre forme di «debito […] nei confronti del mondo e di tutti gli uomini con cui [la Chiesa] viene a contatto» (334). Si tratta del debito di una parola e di un annuncio esplicito (cf. 337), possibile in una dinamica di reciprocità («da persona a persona», 341) propria di una Chiesa locale e di comunità accoglienti; di «una prassi di solidarietà e di acco­glienza» (336), che promuova l’umano in ogni sua forma, restituendo dignità agli esclusi e favorendo un arricchente dialogo inter-religioso; di una presenza pubblica profetica.

Il testo offre una visione della missione ecclesiale ancorata saldamente alla tradizione teologica e pastorale della Chiesa, ma capace di tradurre in categorie accessibili e accettabili per il mondo d’oggi l’immutata identità della Chiesa. Infatti, «per la Chiesa […] vivere e trasmettere il dono, ricevere il presente di Dio e renderlo disponibile per altri non possono che essere simultanei» (402), per cui è dimostrato che «la questione dello stile […], della testimonianza non possa essere mai secondaria alla realtà della missione ecclesiale» (404-405).


L. Garbinetto, in Teresianum 71 (2020/2), 460-462

Il tema della missione della Chiesa desta oggi un forte interesse sulpiano sia teologico, sia magisteriale, sia pastorale. Non è detto tuttavia che al parlare di missione corrisponda sempre un ripensamento della stessa, che permetta di uscire realmente da vecchi schemi e consenta di rileggere la missione ecclesiale dentro un contesto, come quello occidentale, profondamente e visibilmente mutato. Lo studio dell'Autore intende assumere questa sfida offrendo la proposta di un nuovo paradigma, quello del dono. Appare così come la Chiesa viva di un dono, quello divino, e come ciò che essa realmente trasmette non sia altro che il dono di cui vive, il quale può essere mantenuto solo in quanto donato da altri. Si tratta di un paradigma che cerca di evitare una delle accuse che viene fatta oggi ad ogni proposta di missione, di rappresentare cioè sempre e comunque una forma di violenza. Un paradigma capace di farsi carico di alcune delle sfide attuali più incalzanti: la fine della cristianità, la secolarizzazione, il pluralismo religioso e gli effetti di una globalizzazione in cui la logica economicista rischia di permeare tutto.


L. Cabbia, in Rogate Ergo 12/2020, 58

Uno studio di ecclesiologia che intenda inserirsi con competenza argomentativa e rigore metodologico all'interno del dibattito odierno sulla natura della chiesa deve fondare la sua riflessione su un chiaro statuto epistemologico. In virtù di questo, si può asserire che il volume di Roberto Repole entra a pieno titolo nel dibattito odierno circa l'autocoscienza della chiesa. L’autore individua nella categoria del «dono», su cui tanto è stato scritto soprattutto in ambito filosofico e antropologico, un nuovo paradigma euristico, all'interno del quale ripensare, nell'hodie, la missione ecclesiale. Quest'ultima è colta come la modalità attraverso cui Cristo continua a rendersi presente nel mondo, come «il logico sviluppo della fede nel Risorto; dunque, come qualcosa che non può non essere, se si crede nella risurrezione di Gesù. Non solo, essa è da connettersi alla certezza che il Risorto continua a vivere e ad abitare la sua chiesa, tanto da essere resa possibile proprio da questa assicurata e permanente presenza» (p. 14).

A partire da questo riferimento cristologico, Repole delinea - nel solco tracciato dal Vaticano II - le tappe fondamentali che hanno portato all'odierna teologia della missione nel contesto della secolarizzazione: «La chiesa dovrà infatti essere missionaria dentro questa specifica, complessa e inedita realtà» (p. 43). Quale modello di missione può essere assunto, oggi, dalla chiesa? Dopo aver illustrato alcuni paradigmi, Repole infine presenta il proprio e lo rintraccia nella dinamica del dono. Quest'ultimo non si perde nella logica del do ut des, ma si manifesta in alcuni lemmi, quali donazione, donabilità, gratuità e libertà. Da un'attenta fenomenologia del dono, l'autore individua l'asimmetria, la reciprocità e la ridondanza che lo caratterizzano e su queste egli fonda la sua riflessione sulla missione ecclesiale.

Il primo dono ricevuto dall'ecclesia fa riferimento alla presenza e all'azione gratuita di Dio che irrompe nella storia dell'uomo in Cristo e nello Spirito; in virtù di questa forma cristologico-pneumatica del dono, che si ripresenta in modo sempre nuovo attraverso l'evento liturgico, Repole recupera, nella loro profonda interazione, due immagini proprie (e non metaforiche) di chiesa: come corpo di Cristo, «luogo nel quale Cristo continua a effondere i suoi doni che, come si sa, sono come il riverbero del Dono per eccellenza che è il suo Spirito» (p. 268), e come popolo di Dio, soggetto collettivo che si innesta, per Cristo enello Spirito, nel dinamismo filiale di reciprocità con il Padre, per proiettarsi, in modo reciprocante, verso il mondo. Ed è proprio questo "ridondare il dono" ricevuto a caratterizzare la natura missionaria della chiesa, colei che «continua, pur nella novità, la missione del Cristo» (p. 327).

Il presente volume di Repole sipresenta come un tentativo riuscito di approfondire la natura missionaria della chiesa attraverso il paradigma euristico del dono, offrendo così alla riflessione ecclesiologica odierna un rigoroso orizzonte formale, capace di tenere conto in modo equilibrato sia di un piano fenomenico-sociologico, sia di uno misterico-teologico (entrambi necessari per esprimere il significato di una realitas complexa qual è la chiesa), e ribadisce la veridicità delle parole di Jürgen Moltmann (Kirche in der Kraft des Geistes [La chiesa nella forza dello Spirito], p. 23), secondo il quale «non dalla chiesa si può ricavare un'intelligenza della missione, bensì dalla missione un'intelligenza della chiesa».


A. Clemenzia, in CredereOggi 239 (5/2020) 170-172

La recente istruzione, a cura della Congregazione del clero, La conversione pastorale della comunità parrocchiale al servizio della missione evangelizzatrice della Chiesa evidenzia, soprattutto nella prima parte, quanto ogni conversione pastorale dell’agire ecclesiale richieda sempre una conversione missionaria. Vi si legge al numero 5: «La Chiesa annuncia che il Verbo, "si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi" (Gv 1,14). Questa Parola di Dio, che ama dimorare tra gli uomini, nella sua inesauribile ricchezza è stata accolta nel mondo intero da popoli diversi, promuovendone le più nobili aspirazioni […]. Non è pensabile, quindi, che una tale novità, la cui diffusione fino ai confini del mondo è ancora incompiuta, si affievolisca o, peggio, si dissolva. Perché il cammino della Parola continui, occorre che nelle comunità cristiane si attui una decisa scelta missionaria». Appoggiandosi poi all’ampio magistero di Francesco al riguardo, l’istruzione puntualizza che tutto questo riguarda direttamente propria la parrocchia.

La ripresa autunnale delle attività pastorali prevede ora quasi sempre dei momenti di confronto, a diversi livelli, nelle nostre comunità e mi pare di poter affermare che aver davanti a sé una tale chiara indicazione possa aiutarci per meglio programmare il cammino per il nuovo anno pastorale. Specialmente dopo la tremenda tempesta legata alla pandemia da Covid-19. Per ripartire, per ricominciare, ci serve dunque nulla di meno che una decisa scelta missionaria.

Ma come intendere una tale espressione nel nostro contesto culturale? Come declinarla più specificatamente per tradurla in un sentimento ed in una postura condivisi da parte di ogni credente, di ogni parrocchiano? A me pare che un’attenta lettura e meditazione del recente testo di Roberto Repole, La Chiesa e il suo dono. La missione fra teo-logia ed ecclesiologia (Queriniana, 2019, pagine 421) offra in merito a questi interrogativi stimoli e piste di riflessione davvero illuminanti.

L’autore, del resto, non nasconde a sé stesso né il difficile contesto contemporaneo nel quali i credenti sono chiamati a portare la loro testimonianza della bella parola del Vangelo (fine della cristianità, secolarizzazione, pluralismo) né il nodo che tiene insieme una certa idea di Chiesa e una certa idea di missione. Toccare allora il tema della missione vorrà dunque disporsi a riflettere non solo sulla cultura in cui viviamo ma anche su quale idea di Chiesa guida l’azione pastorale spicciola.

Se, infatti, il rinnovamento della pastorale passa dall’assunzione di un nuovo coraggio missionario, quest’ultima non richiede nulla di meno che la disponibilità a ripensare il nostro immaginario ecclesiale, in una riflessione a tutto campo "teo-logica", dice l’autore, in una riflessione cioè che si lasci ultimamente e nuovamente illuminare dalla rivelazione che, del volto di Dio, Gesù compie.

La strada su cui procedere, a questo punto, la indica bene il titolo del godibilissimo volume di Repole: la chiave di volta per tenere insieme la Chiesa, la sua missione e il nostro tempo è rintracciata nel tema del "dono", accostato qui grazie ad un accurato ascolto delle riflessioni filosofiche contemporanee. E il risultato complessivo ottenuto dallo scavo di pensiero compiuto da queste pagine di Repole appare di grande vantaggio per una Chiesa che voglia sempre di più favorire il cammino della Parola: «Se ci si domanda, ora, quale sia il dono che la Chiesa e i cristiani in essa debbono rendere disponibile al resto dell’umanità, si potrebbe sinteticamente rispondere - sulla base del percorso sin qui svolto - che si tratta dello stesso dono che la fonda e la sostiene, il cui effetto è di aver trovato ospitalità in Cristo, entrando con lui, per lui e in lui in una reciprocità asimmetrica con il Padre, che si esplica nella reciprocità fraterna dei cristiani. Quanto si tratta, cioè di donare gratuitamente agli altri è che […] niente e nessuno è escluso dal quello spazio di vita che si è aperto in Dio».


A. Matteo, in Avvenire 4 novembre 2020, 20

Sorto nel 1850, in un periodo in cui prevaleva il pensiero della dannazione eterna degli infelici pagani, il Pime inviava nel mondo missionari disposti all'eroismo per salvare il maggior numero di anime. Era questo lo scopo della missione, e per molto tempo «la teologia si è chiesta angosciata quanti, tra la massa dannata, si sarebbero potuti salvare» (K. Rahner). I missionari salvavano le anime e fondavano la Chiesa, nella convinzione che al fuori di essa non c'era salvezza.

Roberto Repole, già presidente dell'Associazione Teologica Italiana, ha scritto un impegnativo saggio in cui tratta, con una visione piuttosto innovativa, la teologia della missione, superando la prospettiva angusta della sua necessità per la salvezza delle anime. Il volume "La Chiesa e il suo dono. La missione fra teologia ed ecclesiologia", si sofferma sulle comunità cristiane dei Paesi occidentali, ma apre, al contempo, uno sguardo universale.

È un volume dai contenuti molto ampi, di cui proponiamo solo alcuni spunti. È bello che un teologo italiano si confronti con il tema della missione. In molte scuole teologiche questa disciplina non è inclusa nel piano degli studi. Tuttavia non manca, in Italia, la qualità della riflessione teologica, manca piuttosto una consapevolezza ecclesiale diffusa sul significato pervasivo della missione.

Con lo studio profondo e appassionato di Repole, si fa un deciso passo in avanti. Già il Concilio Vaticano II aveva fondato la teologia missionaria su basi nuove. La missione non è reclutamento degli altri per portarli nel proprio gruppo (J. Ratzinger), ma una cosa buona che si diffonde da sé, un bene che va condiviso. L'origine teologica della missione non è l'angoscia per una necessità assoluta, quelladi battezzare i pagani per strapparli alla perdizione, ma un dono libero, che ha la sua origine e la sua destinazione nella Trinità.

Il saggio di Repole muove dalle acquisizioni del Concilio, e grazie a uno straordinario approfondimento - filosofico, biblico e teologico - circa il significato di dono, reimposta la teologia della missione proprio su questo suggestivo e fecondo concetto. Un'idea che sta già tutta nel titolo: "La Chiesa e il suo dono". Dono che è suo, di Dio.

Ma che cosa è in gioco con il dono? La risposta non è scontata. L'autore percorre un itinerario suggestivo poiché il dono ha a che fare con la vita. Se Jacques Derrida ritiene che il dono sia impossibile, in quanto sancirebbe la disuguaglianza tra chi dà e chi riceve, Repole sostiene che il dono è invece possibile, altrimenti l'utilità economica rimarrebbe l'unica regola della realtà. il dono autentico, del resto, non è economico, è "inutile", cioè non utilizzabile. Il dono c'è, e ha la forza di creare relazioni e legami sociali. Proprio la ridondanza, lo squilibrio e l'asimmetria del dono lo rendono libero, impossibile da catalogare in logiche utilitaristiche.

Il dono, dunque, non è nell'ordine della necessità, ma della gratuità. Se Dio si dona gratuitamente - e il suo dono è ridondante, squilibrato e asimmetrico (cioè impossibile per noi da uguagliare) - il dono è solo dono, e genera solo la libertà di accoglierlo.

Questo vale anche per la missione. Non è la "necessità" il suo fondamento, ma la gratuità e la libertà del dono ricevuto dalla Trinità. Non è la Chiesa che fa la missione, che salva le anime: «La Chiesa non ha una missione, è la missione ad avere una Chiesa». Il dono che viene da Dio suscita una comunità di fratelli e sorelle che liberamente e gioiosamente lo accolgono.

Repole ha pagine molto belle che descrivono la comunità cristiana come il luogo dove, attraverso la pratica dell'ospitalità, si rilancia gratuitamente il dono ricevuto. L'ospitalità, infatti, non è assimilazione degli altri nel proprio schieramento; rispetta l'alterità, accogliendola fraternamente. Per Repole ospitalità e fratellanza sono le dimensioni fondamentali delle comunità dei discepoli di Gesù: il dono supera la fissazione gerarchica della Chiesa. Non c'è nessuna piramide, neanche rovesciata. Se la vita cristiana è gioia per un dono libero e "in-utile", i cristiani non hanno motivo di vivere nell'angoscia.

Repole si chiede come mai allora ci sono tanto scoraggiamento, stanchezza e abbandono nelle comunità ecclesiali. Forse perché, afferma l'autore, non hanno ancora metabolizzato e accettato ciò di cui molti sociologi hanno acuta consapevolezza: ovvero la fine della cristianità in Italia e nei Paesi occidentali. Cristianità intesa come fondamento pubblico della vita sociale, che si è sgretolata in conseguenza dei fenomeni contemporanei di secolarizzazione, postmodernità, globalizzazione e pluralismo religioso.

Repole si spinge a rilevare che i programmi pastorali di nuova evangelizzazione e persino quelli di "Chiesa in uscita" sono carichi di volontarismo incapace di fare conti con la nuova realtà, e cioè con il fatto che la gente non ha più come riferimento la vita di fede organizzata dalla Chiesa. Forse quei piani pastorali tendono a riproporre la fede come "necessità" e non come dono gratuito.

Inoltre, secondo Repole, progetti pastorali o missionari fatti soprattutto di grandi eventi e battaglie culturali possono finire con lo scoraggiare le comunità ecclesiali, chiamate a realizzare obiettivi che non hanno successo. Da qui scaturirebbe anche un senso di colpa per il fatto che il mondo è sempre meno cristiano. Questo, almeno, da una prospettiva occidentale. In molti Paesi, in particolare dell'Asia, il fenomeno della secolarizzazione non è ancora così pervasivocome in Occidente. E il cristianesimo non si è trasformato in "cristianità": le comunità ecclesiali sono infatti minoranze, qualche volta persino discriminate.

Il dialogo interreligioso in Asia (e non solo) non è una novità: da lungo tempo la Chiesa ha accolto, con profonda consapevolezza teologica, il dialogo fra credenti di diverse tradizioni come una via previlegiata della missione. Su questo punto le chiese asiatiche hanno un'esperienza sul campo e una elaborazione teologica che possono essere un dono per le comunitàecclesiali nel mondo occidentale, diventato solo di recente religiosamente plurale.


G. Criveller, in Mondo e Missione 11/2020, 40-41

Chi conosce il libro, ormai classico, di David J. Bosch, Transforming Mission (Trad. italiana La trasformazione della missione, Queriniana, Brescia 2000) sa che si sono elaborati parecchi paradigmi (almeno 11, se non vado errato) con cui si può interpretare la missione. Già il fatto della moltiplicazione dei paradigmi succedutisi, mostra che la missione è un evento e un processo di una profondità quasi inesauribile dovuto certamente al fatto che la missione ha le sue radici nella ss.ma Trinità e si svolge in un mondo in continua accelerata evoluzione.

In quest’ultimo decennio la missione è tornata ad essere un tema imprescindibile della teologia. Papa Francesco ha riportato la missione in primo piano nel suo progetto di riforma della Chiesa e la “Chiesa in uscita” (Evangelii gaudium 20) è un’idea centrale nel magistero di Francesco che ha chiesto a ogni Chiesa una «conversione pastorale e missionaria che non può lasciare le cose come stanno» (Evangelii gaudium 25) come obiettivo centrale del proprio programma pastorale. Se la Chiesa vuol tornare a essere pienamente se stessa, deve ricuperare il suo “essere missione”.

Finito il regime di cristianità, in un tempo segnato dal fenomeno della secolarizzazione e in un contesto di rapida globalizzazione, la Chiesa deve fare i conti con un molteplice pluralismo e non può pretendere di esportare sic et simpliciter la verità di cui è depositaria e servitrice e imporla a chi non la conosce: cederebbe a un indebito complesso di superiorità e trasformerebbe l’annuncio in una forma di violenza che la Chiesa non deve permettersi; nello stesso tempo, essa non può ignorare il mandato missionario di Gesù finendo in un relativismo religioso che vive la missione come un «dialogo in assenza di verità» (p. 153): una contraddizione della missione.

E allora, alla fine, che cos’è missione? Archiviate le missioni (dette anche missioni estere), il termine missione rischia di essere un termine pass-partout applicabile ad ogni impegno da quello politico all’economico, dal sociale al religioso e apostolico. È quindi importante e urgente continuare a precisare il senso e l’ambito di questo termine che si colloca tra la teologia e l’ecclesiologia. Questo è il tentativo messo in atto – secondo noi con successo – da don Roberto Repole, prete della diocesi di Torino, docente di teologia sistematica alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, sezione di Torino, presidente dal 2011 al 2019 dell’Associazione teologica italiana. Egli affronta il vasto campo della missione della Chiesa e vi si addentra con un nuovo paradigma, il paradigma del dono, come dice il titolo del suo libro: La Chiesa e il suo dono, la missione fra teo-logia ed ecclesiologia, apparso nella Biblioteca di teologia contemporanea della Queriniana (2019).La tesi dell’opera è chiaramente esposta nel titolo: la missione è il dono della Chiesa, la quale è in se stessa dono, perché si riceve da Dio Trinità che, pure nel mistero del Verbo incarnato, si rivela essere dono o, se si vuole, ospitalità offerta all’umanità.

Per comprendere il senso del dono, Repole interroga la filosofia contemporanea e mostra anzitutto che non ogni dono è necessariamente dono, perché che ci sono dei doni che creano dipendenza e non libertà. Per questo Jacques Derrida conclude con affermazione provocatoria: «se c’è un dono, esso è impossibile», che vuol dire che il dono, in quanto dono, produce un contro-dono nella reciprocità, una specie di restituzione. Reagisce e completa quest’affermazione Jean-Luc Marion, il quale afferma che il dono è possibile e vive di gratuità, perché non richiede nulla in contraccambio; esso crea reciprocità e, nella sua sovrabbondanza, produce una ulteriore apertura che è ridondanza: bonum diffusivum sui, perché il dono si riassume nel fare spazio all’altro, nel concedergli ospitalità.

Dopo aver assodato la possibilità e le condizioni del dono, Repole, nella seconda parte dell’opera, scruta con rispetto e devozione – in pagine non solo di profonda teologia, ma spesso anche di afflato mistico che nutrono il cuore e fanno pregare – il mistero della ss.ma Trinità che è il grembo della missione. Tutto nella Trinità è dono. In essa il Figlio, dono del Padre e da lui inviato nel mondo, riceve dal Padre il dono dello Spirito per trasmetterlo al mondo attraverso la sua Chiesa. Il Figlio, al momento della sua risurrezione, ascende al Padre portando con sé tutta la natura umana che egli ha assunto nell’incarnazione e così la Chiesa diventata grazie allo Spirito il corpo di Cristo, animato dal dono dello Spirito, si trova accolta, ospitata nella ss.ma Trinità. Così anche la Chiesa, ospitata dal Padre nella comunione dello Spirito Santo, ridonda il dono ricevuto, facendosi dono, ospitalità per il mondo, ospitalità per tutti. Ospite di Cristo e in Cristo, la Chiesa popolo di Dio nella forma di Corpo di Cristo e in forza dello Spirito, vive della vita di Dio e ne fa dono al mondo quando annuncia il mistero pasquale di Gesù: «Se ciò che si deve donare nell’annuncio è lo spazio che si è aperto in Cristo, questo non verrà “detto” se non laddove ci siano dei cristiani che si fanno essi stessi spazio ospitale per gli altri uomini: l’annuncio non può avvenire senza questa testimonianza; e viceversa» (p. 343). Questa è la missione della Chiesa la quale, sia detto qui per inciso, rigenera continuamente se stessa e, grazie alla missione, è continuamente in fieri (cf. p. 279). La missione è il dono ricevuto e condiviso nell’annuncio, nel dialogo con le culture e le religioni non cristiane, nel servizio del mondo, soprattutto ai più poveri e agli scarti della società e nella creazione di altre comunità che, a loro volta, vivono lo stesso dinamismo del dono.

Chi conosce un po’ lo svolgersi della missione, sia in senso diacronico nel corso cioè della sua storia, sia nel senso sincronico nella sua attuale dinamica, troverà in questo libro di Repole una preziosa conferma del cammino della missione nella storia e nella prassi missionaria e un’illuminata presentazione delle sue attuali componenti emerse in questi ultimi decenni della storia. Comprenderà anche la logica di certe scelte fatte da papa Francesco che possono sembrare incomprensibili e, a qualcuno, anche non ortodosse, soprattutto se non ha seguito il cammino della storia e della Chiesa in questi ultimi tempi.

Il libro di Repole è un libro che dovrebbe leggere chi vuol conoscere e vivere la missione, come una dinamica connaturale con il divenire cristiano. Non basta ripetere che la Chiesa è «per sua natura missionaria» (Ad gentes 2) e che deve essere “Chiesa in uscita”, bisogna cercare le ragioni di quest’affermazione e trarne coerentemente le conseguenze nella vita delle comunità cristiane. Questo è ciò che il libro di Repole permette di fare e per questo è un libro da consigliare.


G. Ferrari, in SettimanaNews.it 12 agosto 2020

Pochi anni dopo la sua partecipazione come esperto al Concilio Vaticano II, Joseph Ratzinger dà alle stampe, nel 1972, un testo che echeggia l’ecclesiologia del Concilio dal titolo Il nuovo popolo di Dio. In questo testo, Ratzinger sottolinea – per usare un termine polisemico di Jean-Luc Marion – la natura «a-donata» della Chiesa affermando che «la Chiesa non è una cerchia a sé stante di salvati, intorno alla quale esisterebbero i condannati; essa esiste piuttosto, per sua essenza, per gli altri, una realtà concreta aperta agli altri. E siamo qui in effetti nell’ambito della missione: essa è infatti anzitutto semplicemente l’inevitabile ed indispensabile espressione di quel ‘per’, di quell’apertura, che determina profondamente la chiesa a partire da Cristo. Quale segno dell’amore divino, quell’essere gli uni per gli altri attraverso il quale la storia è stata salvata e ricondotta a Dio, la chiesa non dev’essere un circolo esoterico, ma è essa stessa essenzialmente uno spazio aperto». Queste poche righe potrebbero riassumere l’intento dell’imponente saggio di Roberto Repole, La Chiesa e il suo dono. La missione fra teo-logia ed ecclesiologia, pubblicato per i tipi della Queriniana.

Come struttura, il volume consta di una introduzione, due grandi parti con un totale di sette capitoli e un epilogo. Come tesi, l’A. propone di fare una lettura della missione, nel mutato contesto dell’Occidente, in chiave di dono, quale «sentiero» ermeneutico per rileggere la missione ecclesiale «in un modo che sia, al tempo stesso, fedele ai dati fondamentali della Rivelazione attestata dalla Scrittura e trasmessa dalla Chiesa e capace di risultare vivo, reale e plausibile nell’oggi» (p. 154).

Già il titolo – La Chiesa e il suo dono – costituisce una dichiarazione di intenti. Esso esprime già qualcosa di quanto costituirà il fulcro del percorso che si troverà nelle pagine del libro. «La Chiesa vive di un dono, quello divino, e ciò che trasmette realmente è solo il dono di cui vive, il quale può essere mantenuto in quanto donato ad altri: nell’unica forma possibile, quella del dono appunto che, come si vedrà, è autentico solo a determinate condizioni. Si tratta di un paradigma che pare adatto ad uscire da una delle accuse che esplicitamente ed implicitamente viene fatta oggi ad ogni proposta di missione, di rappresentare cioè sempre e comunque una forma di violenza; senza cadere per questo in una riduzione della missione a dialogo in assenza di verità». 

Nella prima parte, l’A. tematizza la necessaria circolarità tra la missione costitutiva della Chiesa e il contesto di tale missione. «La Chiesa offre il Vangelo al mondo sempre e solo dall’interno della cultura in cui vive» (p. 11). Per questo motivo, risulta indispensabile effettuare un auditus temporis et alterius necessario per trovare un «nuovo paradigma» missionario che esprima nell’oggi la perenne natura missionaria della Chiesa. Il primo capitolo riflette, quindi, sulla missione della Chiesa tra natura e contesto, argomentando che proprio perché la Chiesa esiste nella storia e in un contesto, le contingenze storico-culturali non le sono indifferenti. La circolarità ermeneutica è opportunamente sottolinea da Giacomo Canobbio che scrive: «di fatto la Chiesa si modella in dipendenza dalle circostanze storiche che determinano le modalità della missione; questa, a sua volta, si struttura a seconda dell’idea di Chiesa con la quale si procede. C’è una circolarità tra missione e figura di Chiesa».

Il secondo capitolo riprende il cruciale tema dell’inculturazione della missione della Chiesa e riflette sulla sfida evangelizzatrice sullo sfondo della secolarizzazione. Tra i vari interlocutori con i quali l’A. si interfaccia primeggiano G. Vattimo, C. Taylor, U. Beck e Z. Bauman. Accogliendo criticamente le varie provocazioni di questi attenti lettori della postmodernità, l’A. delinea il profilo di una missione possibile nel nostro tempo contraddistinto dalla secolarizzazione, dal pluralismo culturale e religioso, dalla liquidità e dalla virtualità tecno-comunicativa. Alcune delle sue caratteristiche sono: la sfida di una missione che non si proponga o imponga come un atto di violenza o di prevaricazione, ma che si fondi sul polo imprescindibile della caritas; un ripensamento del modello missionario che renda ragione della speranza cristiana nel contesto della possibilità della non credenza, assumendo cioè la secolarizzazione non come «la fine della fede ma di un certo tipo di credenza» (p. 78); l’assunzione dello strutturale pluralismo della ricerca religiosa, di personalizzazione dei cammini di spiritualità e di anelito all’autenticità. Queste e altre sfide impongono un ripensamento della missione perché sia adeguata per l’oggi, senza tradire le sue radici, ma costruendosi sullo sfondo di altri modelli del passato.

Il terzo capitolo espone sostanzialmente quattro paradigmi missionari. Il primo è il paradigma dell’antichità cristiana quale tempo dell’inculturazione e della plantatio ecclesiae. Il paradigma medievale della «missione realizzata» dove il cristianesimo aveva una sua particolare localizzazione e i missionari “uscivano” per andare a predicare agli infedeli. Una missione contraddistinta come «contra gentes» (cf. p. 89).  Il terzo paradigma è quello che accompagna la scoperta delle Americhe e che risveglia la coscienza missionaria come ad gentes in quanto si scopre – secondo una felice espressione di S. Xeres – che «il paganesimo non era più soltanto alle spalle ma, nuovamente, di fronte». La quarta sfumatura di paradigma è la rinnovata coscienza generata dall’onda conciliare e che potrebbe essere riassunto con le parole di Paolo VI nella Evangelii nuntiandi dove afferma che evangelizzare «è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda. Essa esiste per evangelizzare».

Il quarto capitolo accoglie la sfida dei paradigmi precedenti e propone, nella declinazione della categoria del dono, una chiave feconda perché la Chiesa possa interpretare il suo ruolo, anzi, la sua identità missionaria. L’A. dialoga criticamente con il decostruzionismo di J. Derrida che nega la possibilità del dono e J.-L. Marion che propone caratteristiche che consentono al dono di sussistere e di essere tramandato. Marion parte dall’analogatum della paternità il cui dinamismo evidenzia come la possibilità di diffondere il dono avviene solo donando ad altri. Il ricevente, a sua volta, garantisce la permanenza del dono attraverso ciò che Marion chiama «la ridondanza del dono», rimettendolo cioè in circolo appena lo ha ricevuto.

La seconda parte del volume costituisce in sostanza una declinazione teo-logica delle categorie della fenomenologia del dono desunte da Marion. La Chiesa è chiamata ad accogliere il dono trinitario e a ridondarlo «in un’attivazione della libertà personale che implica anche sempre un’interpretazione viva di quanto si è ricevuto e si trasmette ad altri. La ridondanza implica cioè sempre una “fedeltà creativa”» (p. 149). Il capitolo quinto che apre la seconda parte riflette sul dono fondamentale e fondativo, la vita trinitaria. Il capitolo è un ricco prisma di riflessione teologica che attraversa la dogmatica trinitaria, cristologica, soteriologica e pneumatologica per evidenziare quanto il filo d’arianna del dono sia pertinente, pervasivo e trasversale in quello che riassuntivamente si può chiamare con l’A. «il Dono che fonda la Chiesa». Dalla riflessione si evince che il dono d’amore con il quale Dio agisce ad extra è radicato nell’amore che Dio è ad intra e si fonda su di esso. «Se c’è nel mondo una autodonazione radicale di Dio è perché essa si fonda su quella ancora più radicale di Dio in se stesso» (p. 211). La donazione trinitaria si esprime coerentemente nella creazione, nell’incarnazione, nella redenzione e nel dono dello Spirito Santo il cui nome proprio nella Trinità, come intuito dalla teologia tradizionale, è proprio «il Dono».

Il capitolo sesto esplora il vissuto che la Chiesa è chiamata a vivere prima di ridondarlo e proprio per poterlo ridondare. Due interlocutori risultano privilegiati in questa sezione: H. Mühlen e I. Zizioulas. Il primo, in particolare, evidenzia, con la sua celeberrima espressione che definisce la Chiesa «una Persona (lo Spirito) in molte persone (in Cristo e in noi)», come la Chiesa è chiamata in primis a vivere del dono ricevuto. Ne risulta che la Chiesa è anzitutto missionaria per il fatto stesso di corrispondere gratuitamente alla graziosità del Padre, partecipando della reciprocità del Figlio nello Spirito Santo. Solo su questo fondamento si può parlare di «ridondare il dono», tema del settimo e ultimo capitolo che riflette sulla Chiesa missionaria in questo mondo. In questo capitolo l’A. sottolinea come la Chiesa «non potrebbe essere fedele al dono che la abita e la fa esistere se non rendendolo disponibile per altri» (p. 316). L’ecclesiogenesi non potrebbe essere in alcun modo ridotta ad un momento puntuale, ma a una perpetua perpetrazione del Dono, ricevuto e ridondato.

In breve, la «Chiesa trasmette il dono che la fa vivere, trasmettendo se stessa, in un annuncio e in una pratica con cui offre ad altri di partecipare dell’ospitalità in Cristo di cui essa beneficia, nell’unico dinamismo in cui ciò sembra ancora plausibile nel tempo attuale, della fine della cristianità, della secolarizzazione e del pluralismo religioso» (p. 400).


R. Cheaib, in Theologhia.com 27 aprile 2020

Se la sinodalità è «il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio», la «Chiesa in uscita missionaria» è una delle novità che maggiormente caratterizzano il magistero di papa Francesco. Ne aveva parlato pochi giorni dopo la sua elezione a vescovo di Roma. Attorno al tema della «Chiesa in uscita missionaria» è costruito il programma pastorale consegnato all’esortazione apostolica Evangelii gaudium dove, in un tempo come il nostro che non è «solo un’epoca di cambiamento, ma un cambiamento d’epoca», «la riforma della Chiesa in uscita missionaria» per annunciare a tutti la gioia del Vangelo è indicata come la prima delle sette questioni sulle quali Francesco intende soffermarsi (EG 17), essendo l’azione missionaria il paradigma di ogni opera della Chiesa (EG 15).

L’insistenza sulla necessità di una «Chiesa in uscita missionaria» o – come si usava dire in anni passati – di una «nuova evangelizzazione» non lascia forse trasparire la fatica che si sta facendo per continuare a trasmettere, soprattutto nei paesi di antica cristianità, la gioia del Vangelo? E ancora. Nell’immaginare e nel contribuire a costruire una «Chiesa in uscita missionaria» si ha davvero coscienza che annunciare il Vangelo in un contesto di scristianizzazione e di secolarizzazione è cosa profondamente diversa rispetto al farlo quando la società poteva ritenersi «naturalmente cristiana»?

Sono due domande che – immagino – si sia posto Roberto Repole, docente di teologia sistematica presso la Facoltà teologica di Torino e autore di numerose pubblicazioni su tematiche ecclesiologiche, nell’accingersi a scrivere il poderoso e illuminante volume edito di recente per i tipi dell’Editrice Querinana di Brescia con il titolo La Chiesa e il suo dono – La missione fra teo-logia ed ecclesiologia.

Obiettivo e struttura del saggio

Obiettivo del saggio è quello di offrire un nuovo paradigma in grado di ripensare la presenza della Chiesa «per sua natura missionaria» nel contesto dell’attuale cultura contrassegnata da una secolarizzazione che fragilizza la fede, dal pluralismo religioso che ha come effetto una relativizzazione della propria visione del mondo e da una globalizzazione che si nutre spesso del mito tecnocratico ed economico che provoca diseguaglianze e violazioni inaccettabili della dignità umana. Questo nuovo paradigma è individuato nel “dono”.

La tesi originale e innovativa che Repole propone è riassumibile nei termini che seguono: la Chiesa nasce dal dono di Dio, vive di esso e svolge la sua missione anzitutto partecipando, nello Spirito, della reciprocità di Cristo rispetto al Padre, la quale comporta una reciprocità dei cristiani tra di loro e una condivisione del dono divino (“ridondanza”) con l’intera umanità.

Il volume è strutturato in due grandi parti. Nella prima parte l’autore, soffermandosi in particolare sul magistero del concilio Vaticano II, illustra l’indissociabilità dei termini Missione e Chiesa (cap. 1), ripensandoli all’interno del panorama culturale occidentale della postmodernità e della fine del regime di cristianità (cap. 2). Evidenzia, quindi, i limiti di alcuni paradigmi missionari del passato, oggi improponibili (cap. 3) e propone di adottare il paradigma del dono che, anche grazie alla riflessione fenomenologica che su di esso è stata fatta, ritiene quale preziosa opportunità per ripensare la missione connaturale alla Chiesa in modo da renderla plausibile nell’oggi e farne risplendere in modo nuovo il senso, senza svilirla né menomarla (cap. 4).

Nella seconda parte, interamente dedicata al ripensamento della missione della Chiesa secondo il paradigma del dono, dopo aver evidenziato come la Chiesa nasca dal dono divino, riassumibile nell’invio, da parte del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo all’umanità (cap. 5), considera come un tale dono sia riassumibile nell’ospitalità degli uomini e delle donne in Cristo e comporti un dinamismo di reciprocità asimmetrica con il Dio autore del dono e Dono stesso (cap. 6) e mostra, infine, come la fedeltà al dono dell’ospitalità ricevuta comporti l’annuncio evangelico come ridondanza del dono divino a beneficio di tutta l’umanità (cap. 7).

Missione e Chiesa: termini indissociabili

Che la missione evangelizzatrice non riguardi soltanto i paesi non evangelizzati, ma sia connaturale a quanto la Chiesa è e rappresenta nel mondo è un elemento acquisito in modo rinnovato con il magistero del concilio Vaticano II e con la riflessione teologica che l’ha preceduto (a volte anticipato) e seguito, investigandolo e sviscerandolo. Ne tratta diffusamente il primo capitolo del saggio (pp. 13-41).

Mentre il Proemio del Decreto conciliare sull’attività missionaria della Chiesa presenta quest’ultima in termini di «sacramento universale di salvezza» che «si sforza di portare l’annuncio del Vangelo a tutti gli esseri umani» (Ad Gentes 1), l’incipit del primo capitolo afferma che «la Chiesa durante il suo pellegrinaggio sulla terra è per sua natura missionaria, in quanto è dalla missione del Figlio e dalla missione dello Spirito Santo che essa, secondo il piano di Dio Padre, deriva la propria origine» (AG 2). Questa fondamentale acquisizione è dovuta – secondo Repole – ad almeno tre fattori.

Uno è rappresentato dal rinnovamento teologico che si è avuto intorno al tema della missione, a partire dall’inizio del secolo XX anche in collegamento con la nascita del movimento ecumenico. L’altro è rinvenibile nella presa di coscienza che l’Europa occidentale, tradizionalmente cristiana, può ormai essere definita essa stessa come «terra di missione» che obbliga la Chiesa a ripensare la sua presenza in un contesto di fine della cristianità. Il terzo è costituito dalla consapevolezza che, con il concilio Vaticano II, per la prima volta nel corso della sua storia la Chiesa ha iniziato a pensarsi in termini non più di Chiesa europea occidentale ma di «Chiesa mondiale».

Chiesa missionaria in una società secolarizzata, pluralista e globalizzata

La complessità del nostro contesto culturale viene magistralmente indagata dall’autore, in un proficuo dialogo con autorevoli filosofi, sociologi e teologi contemporanei: è il contenuto del secondo capitolo (pp. 42-79) del volume. Tre sono gli elementi che caratterizzano profondamente la cultura attuale, coi quali ci si deve confrontare per reinterpretare la missione evangelizzatrice della Chiesa: la secolarizzazione che segna la fine del regime di cristianità, il pluralismo religioso che obbliga a confrontarsi con credenti e comunità religiose diverse dal cristianesimo, la globalizzazione che si nutre spesso del mito tecnocratico ed economico che provoca diseguaglianze e violazioni inaccettabili della dignità umana.

Secondo il docente torinese di teologia sistematica, un modello plausibile nell’oggi di missione della Chiesa dovrebbe comprendere le seguenti istanze: il Vangelo, lungi dall’imporsi come un atto di violenza, di prevaricazione o di imposizione, deve proporsi sempre nello stile del rispetto del principio della caritas nei confronti dell’altro; il dialogo autentico con altri credenti e altre comunità religiose, pur necessario, non può comportare il ridimensionamento della fede cristiana e la relativizzazione della verità; l’annuncio del Vangelo è intimamente congiunto alla promozione dell’umano, alla sollecitudine per i poveri e al contrasto di ogni forma di reificazione delle persone.

Per ricercare un nuovo paradigma in grado di ripensare la missione della Chiesa nell’oggi, Repole ritiene utile, nel terzo capitolo (pp. 80-100) del saggio, richiamare sommariamente i modelli fondamentali secondo cui la missione è stata pensata nell’arco della storia (il modello della «Chiesa antica» caratterizzato dall’intolleranza contro il paganesimo e il giudaismo), quello della «missione realizzata» per la quale era inconcepibile che esistessero civiltà e religioni diverse dal cristianesimo, quello ad gentes motivato dall’esigenza di “propagare la fede” in luoghi sconosciuti fino alla scoperta delle Americhe, senza tralasciare quello del (difficile) confronto con l’illuminismo e la modernità che sognava (e ancora sogna, in certi contesti) un impossibile ritorno al regime di cristianità medioevale.

Il paradigma del dono

Il nuovo paradigma per ripensare in modo convincente la missione evangelizzatrice della Chiesa dopo la fine del regime di cristianità e nell’attuale contesto di pluralismo religioso e di globalizzazione è individuato nel “dono”: categoria intrinsecamente connessa al cristianesimo e sulla quale già in passato Repole ci aveva regalato una bella riflessione. «Se è vero – scrive il docente torinese di teologia sistematica – che il mondo attuale è segnato dalla secolarizzazione, dal pluralismo religioso e dalla globalizzazione, non è meno vero che esso è anche caratterizzato dalla pratica del dono e da una riflessione su di esso, che ha avuto una crescente importanza in questi ultimi anni» (pp. 99-100).

Nelle oltre cinquanta pagine del quarto capitolo (pp. 101-150) l’autore dialoga con alcuni tra i pensatori contemporanei che si sono occupati del dono, tanto sul piano filosofico quanto su quello antropologico-sociale. Dal confronto con essi è possibile far emergere quattro caratteristiche fondamentali del dono:

(1) il dono, per essere tale, deve essere gratuito, privo di interesse e non volto a ricercare alcun contraccambio;

(2) ciò non significa che tale generosa gratuità sia priva di finalità. Il dono, infatti, mira ad una reciprocità buona tanto del donatore che del donatario, all’interno di una gratuità libera e liberante che comporta anche il rischio che il dono venga rifiutato;

(3) se però il dono va a buon fine, il donatore si rende presente al donatario e al contempo lo accoglie, in modo che tra i due nasca un legame buono sintetizzabile nella loro reciproca ospitalità;

(4) il dono, infine, può essere ricevuto come tale solo se dona a sua volta se stesso, cioè se il donatario ne garantisce la “ridondanza” nei confronti di altri in modo creativo e dinamico. C’è dono, cioè, solo laddove vi sia la sua ridondanza.

Rileggere la missione della Chiesa utilizzando la prospettiva del dono è quanto Roberto Repole si propone di fare nella seconda parte del suo lavoro.

Il dono che fonda la Chiesa

Per dimostrare come all’origine e a fondamento della Chiesa ci sia Gesù Cristo e lo Spirito Santo, quale dono straordinario fatto da Dio a beneficio dell’intera umanità, nelle quasi cento pagine del capitolo quinto (pp. 157-247) l’autore allarga la sua riflessione in tre direzioni. Con riferimento alla vicenda di Gesù di Nazaret morto e risorto, la cui prassi può essere sintetizzata all’insegna della sovrabbondanza del dono del «regno di Dio» dalle potenzialità profondamente umanizzanti, offre una preziosa sintesi di cristologia. In relazione, poi, all’altra fondamentale dimensione del dono divino fatto all’intera umanità e che fonda la Chiesa, costituita dal dono dello Spirito, delinea i tratti essenziali di una teologia dello Spirito o pneumatologia. Con una «operazione sempre vertiginosa, ma inevitabile per portare ad intelligenza la fede in Dio» (p. 208), cerca, infine, di penetrare la vita intima di Dio – Dono per eccellenza e Vita straripante – il cui più grande desiderio è quello di far partecipare tutta l’umanità alla sua stessa vita in quanto Dio è smisurato nel suo amore.

Cosa vuol dire per la Chiesa vivere del dono di Dio

Il dono divino che fonda la Chiesa, consistente nell’invio, da parte del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo all’umanità, è riassumibile nel trovare, da parte dell’umanità, spazio e accoglienza – che Repole riassume nella categoria dell’“ospitalità” – in Cristo, la quale instaura una libera, reciproca e gratuita risposta d’amore tra donatore e donatario, andando oltre ogni rapporto di tipo mercantile fondato sulla logica del do ut des.

Nel capitolo sesto dell’opera (pp. 248-315), l’autore offre una risposta alla seguente domanda: che cosa vuol dire, per la Chiesa, popolo di Dio, vivere della reciprocità di un dono che non impone, non violenta, non strumentalizza, ma che semplicemente “ospita”?

Almeno quattro le risposte. In primo luogo, la missione ecclesiale non può essere intesa unicamente come un fatto intellettualistico, ma deve essere primariamente un’esperienza vissuta e resa disponibile. La Chiesa può sentirsi ed essere in uscita missionaria e il Vangelo raggiungere altri anche in un’epoca come la nostra segnata dalla fine della cristianità solo se i cristiani renderanno ragione della loro fede cristica innanzitutto attraverso la loro testimonianza di vita personale, familiare e sociale. Inoltre, la prospettiva del dono mostra come la Chiesa debba essere pensata non come qualcosa di raggiunto, ma quale evento continuo e dinamico (“ecclesiogenesi”) che implica un «movimento dall’alto» e un corrispettivo «movimento dal basso»: è dono e compito, non cosa fatta. Scrive Repole: «La Chiesa nasce quando viene creduta la notizia che Gesù è il Signore. Ciò non di meno questa nascita non si arresta mai, se quel che avviene è di trovare spazio in Cristo» (p. 280). In terzo luogo, vi è una dimensione fondamentale che la Chiesa deve mantenere e testimoniare: il suo esistere come spazio in questo nostro mondo in cui Dio venga riconosciuto, lodato, amato e corrisposto, con la stessa libertà, la medesima intenzione di gratuità e lo stesso disinteresse con i quali Dio ha donato se stesso nel suo Figlio e continua incessantemente, attraverso di lui, a donare il suo Spirito. Questo è già un aspetto decisivo della missione della Chiesa ed è qualcosa che rappresenta un Vangelo, oggi, rispetto alla logica utilitarista e strumentalizzante che caratterizza alcuni aspetti della nostra cultura. Infine, una Chiesa che voglia rendere disponibile il Vangelo per gli uomini e le donne di oggi non può che coinvolgere tutto il popolo di Dio. Oggi costituisce patrimonio assodato a livello teologico che il compito missionario coinvolga tutti e ciascuno dei credenti in Cristo. Ma non è detto che i cristiani siano messi nella condizione di esercitare davvero tale diritto-dovere, anche a motivo della carenza di idonee, robuste e permanenti proposte formative ad essi indirizzate.

Un dono da condividere

«La Chiesa non potrebbe essere fedele al dono che la abita e la fa esistere se non rendendolo disponibile per altri. Non farlo, accaparrarlo, ritenerlo un possesso esclusivo sarebbe il modo con cui dissolverlo quale dono, pervertendolo in una realtà che ne snatura il tratto caratteristico della gratuità» (p. 316). Il dono, come il bene, è diffusivum sui. C’è dono solo laddove vi sia la sua ridondanza.

Repole dedica, con puntuali, illuminanti e coinvolgenti considerazioni, a questa decisiva particolarità del dono e della missionarietà della Chiesa il contenuto dell’ultimo capitolo del suo lavoro (pp. 316-392). E lo fa evidenziando come il dono di cui la Chiesa vive e che ha la missione di rendere disponibile a tutti debba essere “ridondato” in tre direzioni: nell’annuncio, nella prassi e nella presenza pubblica. In un orizzonte di fine cristianità e di secolarizzazione come quello delle contemporanee società occidentali l’annuncio e la trasmissione della fede devono esplicitarsi in termini di fioritura dell’umano, grazie alla testimonianza non solo di singoli cristiani ospitali ma di comunità cristiane ospitali. Scrive Repole: «Evangelizzazione e promozione umana, annuncio evangelico e prassi liberatoria, non soltanto non sono antitetici, ma rappresentano come le due facce della stessa medaglia» (p. 336).

In un tempo come il nostro nel quale l’afasia di molte istituzioni finisce con l’avallare forti diseguaglianze sociali o riduzioni dell’umano provocate dalla globalizzazione dell’indifferenza, la Chiesa rende disponibile il dono di cui vive sia attraverso la cura e la prassi ospitale in particolare verso i poveri e le vittime delle ingiustizie, sia attraverso la vigilanza critica nei confronti di tutti i meccanismi che producono «marginalizzazione o amputazione dell’umano» assieme ad «esclusione delle persone o riduzionismi antropologici».

Fa parte della missione evangelizzatrice della Chiesa anche il dialogo interreligioso. Quest’ultimo, se intrattenuto dalla Chiesa con le altre religioni gratuitamente e come effusione del dono inesauribile e mai definitivamente circoscrivibile che la fa esistere e di cui vive, «le consente – scrive Repole – di scoprire nuove profondità dello stesso Cristo in nome del quale essa si dona» (p. 378), nella consapevolezza che «tracce dello stesso Cristo vivo nello Spirito» e «raggi della verità» si possono trovare in altre tradizioni religiose.

Da ultimo, il dono di cui vive la Chiesa non è in alcun modo riducibile ad un fatto individuale. Esso coinvolge la totalità della sua vita, compresa la dimensione sociale e pubblica. L’importanza della presenza ecclesiale anche nella scena pubblica e in ordine al buon funzionamento della società è giustamente affermata nel concilio Vaticano II. Paradigmatico, al riguardo, continua ad essere quanto affermato dalla Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Nella giusta visione dei rapporti tra la comunità politica e la Chiesa che una società pluralista implica, la Chiesa «nella fedeltà al Vangelo e nello svolgimento della sua missione nel mondo ha come compito di promuovere ed elevare tutto ciò che di vero, buono e bello si trova nella comunità umana», rafforzando in tal modo «la pace tra gli uomini a gloria di Dio» (GS 76). La Chiesa, infatti, crede fermamente che il suo messaggio sia «in armonia con le aspirazioni più segrete del cuore umano quando essa difende la dignità della vocazione umana», non tolga «alcunché all’uomo», ma infonda invece «luce, vita e libertà per il suo progresso» (GS 21).


A. Lebra, in SettimanaNews 13 aprile 2020

«La Chiesa nasce dal dono divino, vive di esso, e lo ridona all'umanità anzitutto con il suo stesso essere». Questo il nucleo della visione della Chiesa e della sua missione evangelizzatrice che ci propone il teologo Roberto Repole (docente di teologia sistematica presso la Facoltà teologica dell'Italia Settentrionale, sezione di Torino) in questo nuovo e impegnativo libro, La Chiesa e il suo dono. La missione fra teo-logia ed ecclesiologia («Biblioteca di teologia contemporanea» 197, Queriniana, Brescia 2019, pp. 421), che partendo dal tema della missione della Chiesa, finisce per coinvolgere l'intero campo della teologia. In esso troviamo, infatti, una proposta coerente e riuscita di ripensare o reinterpretare, attraverso il concetto di dono, il tutto del cristianesimo nel contesto occidentale attuale, caratterizzato dalla secolarizzazione, dal pluralismo culturale e religioso e dalla globalizzazione; fenomeni ben analizzati nella prima parte del lavoro.

Il dono divino, da cui la Chiesa nasce, di cui vive e che ridona, è infatti anzitutto Gesù Cristo, dono del Padre celeste, e poi il suo Santo Spirito, dono che il Padre offre attraverso l'umanità del Figlio incarnato e risorto. La riflessione sulla Chiesa e la sua missione si allarga quindi al tema di Gesù Cristo, offrendoci una preziosa sintesi di cristologia; al tema dello Spirito, delineandoci i tratti fondamentali della teologia dello Spirito o pneumatologia; e al tema della vita intima di Dio, caratterizzata da quelle relazioni di totale dono reciproco tra le persone del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, che costituiscono il mistero della Santa Trinità di Dio.

L'intuizione da cui nasce l'opera è che il concetto di dono, riscoperto nella sua ricchezza antropologica dalla filosofia e dalla sociologia contemporanee, possa costituire un fecondo «nuovo paradigma per ripensare la missione della Chiesa dopo la fine della cristianità. E possa anche chiarire perché la Chiesa non solo abbia un compito missionario ma sia missionaria per sua stessa natura, come la riflessione pastorale e teologica confluita nel Vaticano II ha messo in luce. I Paesi occidentali, un tempo cristiani, sono ampiamente scristianizzati; «terra di missione» è ormai diventata l'intera Europa e non solo i cosiddetti «Paesi di missione» extraeuropei. Una terra di missione particolare, perché ha già conosciuto e vissuto il cristianesimo e ora è diventata critica nei suoi confronti, gelosa della propria autonomia e libertà, timorosa che la religione sia inscindibile dall'imposizione violenta della verità, e addirittura scettica sulla possibità stessa che si dia una verità non relativa ai tempi e alle culture, ma con valore universale, come la fede cristiana ritiene essere la verità di Cristo.

La visione dell'annuncio cristiano come dono offerto alla libertà degli uomini, sembra in effetti particolarmente adatta, come sostiene l'autore, a evitare sia che la verità cristiana sia intesa come violenta, sia che per timore di apparire violenti si riduca la missione a un dialogo senza proposta di verità. Ma la categoria di dono, analizzata nella sua complessità, permette di illuminare di luce nuova diversi aspetti della missione. Il dono, infatti, non va confuso con il semplice regalo di qualcosa a qualcuno, ma come un aprirsi all'altro in totale gratuità, andando oltre i rapporti economici di scambio mercantile. Una gratuità che non è senza scopo, perché mira a istituire quelle relazioni di reciproca accoglienza e ospitalità che fanno la ricchezza della convivenza umana; tale solo se intessuta di legami nati dal libero dono reciproco tra le persone.

Applicata in modo analogico al rapporto di Dio con gli uomini, la categoria di dono, che potremmo considerare una felice traduzione di quella tradizionale di «grazia», permette di vedere nel dono divino che fu nascere la chiesa, il desiderio di Dio di entrare in relazione di reciproco dono d'amore con l'uomo sollecitando la sua libera risposta d'amore. Di intendere la chiesa che vive del dono di Dio come il luogo in cui si è ospitati da Dio in Cristo, facendo «corpo» con lui e vivendo la reciprocità fraterna di considerare che il dono che la chiesa è chiamata a ridonare nella missione è anzitutto il suo stesso essere «comunità ospitale», che facendo spazio a Dio fa anche spazio a ogni escluso e sa farsi voce profetica in loro favore.

Il libro non manca di preziosi suggerimenti pastorali, come l'invito a evitare una visione funzionalistica della Chiesa. Il "debito" (come lo chiama San Paolo) dell'annuncio del Vangelo al mondo non può essere infatti disgiunto dal debito di una prassi verso l'umanità emarginata ed esclusa, come pure dal debito di una presenza pubblica, con la coscienza di avere qualcosa di importante da donare al mondo in crisi di gratuità fraterna e bisognoso di spiritualità e di speranza.


G. Ferretti, in La Voce e il Tempo 23 febbraio 2020, 15

La Chiesa possiede da sempre un paradigma: quello del dono. Esso sottende l’attività missionaria della Chiesa stessa, assumerlo significa svincolarsi dalle accuse che storicamente sono state mosse a quest’ultima, di rappresentare una forma di violenza. Vivere il «suo» dono, invece, può e deve voler dire per la Chiesa essere in grado di farsi carico di alcune priorità quali la fine della cristianità, il pluralismo delle fedi, le sfide della secolarizzazione, la globalizzazione dei mercati che rende tutto e tutti merce. Con una ricostruzione teologica a iniziare dai documenti elaborati dalla Chiesa, in dialogo con la filosofia e con i suoi esponenti più critici, l’a. offre la possibilità di intendere un logos non meramente consolatorio.
D. Segna, in Il Regno Attualità 4/2020, 94

La sfida di don Roberto Repole, docente di Teologia sistematica alla Facoltà teologica dell'Italia settentrionale, è di ripensare concetti abusati e svuotati di senso. Nello specifico: «evangelizzazione» e «Chiesa in uscita».

Va rifondato il senso della missionarietà, per uscire da vecchi paradigmi e collocarli in un contesto storico mutato. Il paradigma proposto è quello del "dono divino": «La Chiesa vive di un dono, quello divino, e ciò che trasmette realmente è solo il dono di cui vive, il quale può essere mantenuto in quanto donato ad altri».


In Jesus 1/2020, 94

Che il nostro mondo occidentale non sia più “normalmente cristiano” (se mailo è stato!) è sotto gli occhi di tutti.È ormai comune a quanti svolgono un qualche compito pastorale la sensazione netta che la trasmissione del Vangelo alle nuove generazioni non sia affatto scontata. Per questo non ha destato particolare stupore nei più avveduti il fatto che, in questi ultimi decenni, dal magistero papale sia giunto un pressante invito a una nuova evangelizzazione e più di recente, con papa Francesco, a una Chiesa in uscita missionaria.

Tanto più che chi ha respirato il rinnovamento teologico avvenuto prima del Vaticano II, sedimentatosi nei testi conciliari e sviluppatosi nei decenni successivi, sa benissimo che non si può più ritenere la missione un’appendice della vita ecclesiale. Essa non è qualcosa che riguarderebbe solo i “Paesi di missione” e coinvolgerebbe attivamente soltanto quei cristiani che lasciano il loro Paese per andare a vivere in territori lontani. Il ripensamento ecclesiologico di cui il Vaticano II è testimone ha mostrato che la Chiesa è per natura missionaria (cf. Ad gentes 2). E che non esiste nessun luogo nel quale essa potrebbe continuare a essere se stessa sospendendo la missione, né può esistere un cristiano che non ne sia responsabile.

Per cogliere come ciò sia poi ancorato ai testi della Scrittura basterebbe leggere con attenzione il libro degli Atti degli apostoli: la Chiesa arriva a scoprirsi per quello che è solo nel momento in cui si avverte inviata a tutti gli uomini. Se la Chiesa è per natura missionaria, non ogni contesto nel quale essa vive è però identico. L’ha rilevato il Concilio e l’ha ribadito Giovanni Paolo II. La Chiesa è ovunque missionaria, ma i contesti diversi rendono diversa anche la missione: non è lo stesso un “luogo” nel quale non si è ancora udito l’annuncio evangelico e uno nel quale esiste già la Chiesa. Forse, è lecito spingersi un poco oltre e riconoscere che non solo la missione non è identica in ogni “luogo”, ma che la peculiarità di un dato clima culturale obbliga a ripensare la missione dall’interno di quel preciso contesto.

Se ciò è vero non ci si può esimere dallo sforzo di ripensare la missione ecclesiale, come qualcosa che contrassegna l’essere stesso della Chiesa, dall’interno del nostro attuale contesto occidentale: anche per evitare che l’invito a una Chiesa “in uscita” divenga l’ennesimo slogan privo di profondità. E, peggio ancora, che i pochi cristiani rimasti si sentano frustrati o addirittura colpevolizzati da un tale invito, quasi che si trattasse di “fare” ancora di più di quanto si sta già faticosamente operando.

La proposta fatta nel mio libro La Chiesa e il suo dono (Queriniana) nasce proprio dal tentativo di ripensare la missione ecclesiale dall’interno di un contesto culturale come il nostro, nel quale si vive ormai un certo sospetto verso ogni prospettiva veritativa, in cui quella della fede è un’opzione che sta accanto a

quella contraria della non credenza, nel quale si vive uno strutturale pluralismo religioso oltre a una globalizzazione che, insieme a tanti aspetti positivi, porta con sé gli effetti deleteri di un mito economicista e tecnocratico che induce a una lettura strumentale e funzionale degli stessi uomini... In tale orizzonte, la missione rischia di essere compromessa in due modi: o perché finisce di venire interpretata, sempre e comunque, come un atto impositivo o perché viene ridotta a un dialogo in assenza, però, di verità.

Esiste, tuttavia, un sentiero percorribile per riproporne la valenza teologica in modo da evitare questi due scogli. Si tratta della strada offerta dal paradigma del dono, su cui c’è stato un forte interesse della stessa riflessione filosofica e antropologica contemporanea. Ciò che nel libro si sviluppa è precisamente questo: una rilettura della missione della Chiesa nella prospettiva del dono, nel tentativo di mostrare come sia particolarmente adatta a una Chiesa immersa nell’odierno quadro culturale. La Chiesa vive incessantemente del dono divino del Figlio e dello Spirito-Dono; e ciò comporta un essere ospiti di Dio, entrando in una reciprocità con lui, che si esplica in una reciprocità fraterna dei cristiani tra loro.

Ciò, tuttavia, non è tutto: la Chiesa è fedele al dono che la fa esistere solo rendendo disponibile per altri questo stesso dono di un’ospitalità in Dio, in una forma che dovrà avere i tratti della gratuità, della libertà e di un disinteresse che hanno come unico scopo entrare in una “relazione buona” con coloro che si incontrano nel cammino, rendendosi ospitali con essi, accoglienti e, al contempo, realmente accolti. La Chiesa fa ciò nell’annuncio evangelico offerto secondo una precisa dinamica, in una prassi caritativa di dono che è anche profezia per tutte quelle forme di ingiustizia che escludono invece che integrare le persone, oltre che in una presenza pubblica, capace di farla abitare in modo profetico i moderni Stati democratici.

Sono molti gli stimoli che da un percorso di questo genere paiono venire. Da un lato, tanti discorsi apparentemente “missionari” sembrano alludere in realtà di più alla propaganda; dall’altro, tutta l’indagine sul dono è di grande aiuto a vedere come un autentico stile di donazione sia tutt’altro che scontato.


R. Repole, in Vita Pastorale n. 12/2019, 54-55

Hanno suscitato ampia eco le proposte del Documento finale che la recente assemblea del sinodo dei vescovi per la regione Panamazzonica ha consegnato al Santo Padre, soprattutto la richiesta di aprire alle donne il lettorato e l’accolitato, la possibilità di ordinare presbiteri i diaconi permanenti sposati, l’istituzione della figura di donna dirigente di comunità. È importante collocare queste – che al momento sono proposte, non decisioni – in una più ampia riflessione sul ministero della Chiesa. In queste settimane sono usciti in contemporanea due libri dell’editrice Queriniana che aiutano in questo senso.

Non abbiate paura! (pp 155, euro 16): è curioso il fatto che l’opera del gesuita Bernard Sesboüé sia uscita originariamente in francese nel lontano 1996. Eppure, come spiega all’inizio l’arcivescovo Erio Castellucci (presidente della commissione episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi), tanti anni non sembrano passati poiché «ciò che accadeva nella Chiesa d’Oltralpe qualche decennio fa, infatti, è ciò che ora succede nel nostro paese, specialmente nel Nord». La forte riduzione numerica del clero impone una più intensa partecipazione dei laici ma bisogna fare attenzione a non confinare il parroco nel ruolo di un distante gestore, privo di contatto diretto con la gente. Occorre trovare un equilibrio tra la tentazione di clericalismo da parte dei presbiteri, che si traduce in un ripiegamento difensivo per mantenere il (poco) potere rimasto, e quella di conquista e rivendicazione da parte dei laici.

La Chiesa e il suo dono (pp 421, euro 30) è frutto delle ricerche del sacerdote torinese Roberto Repole, che dal 2011 al 2019 è stato presidente dell’Associazione teologica italiana e che attualmente è direttore del ciclo istituzionale della sezione torinese della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale. La parola dono è la chiave del volume: con questa categoria andrebbe descritta (e in un certo senso riscritta) la vita e la missione della comunità cristiana. Così si evitano i due estremi di uno stile tendenzialmente violento nel trasmettere la fede e di un dialogo privo di riferimento alla verità. La Chiesa si fa dono in quanto nasce dal dono d’amore della Trinità, che si fa presente concretamente nella storia con l’opera dei cristiani. Anche se un mondo di cristianità è al tramonto e che si tratta di un modello ormai non riproponibile, non deve mancare l’anelito missionario dal cuore dei credenti.

I due testi concorrono a superare una certa narrativa sulla Chiesa fortemente stereotipata andando al cuore del discorso: la Chiesa madre, maestra, famiglia delle famiglie.


F. Casazza, in La Voce n. 40 (14 novembre 2019) 14