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Liber pastoralis
Franco Giulio Brambilla

Liber pastoralis

Prezzo di copertina: Euro 14,50 Prezzo scontato: Euro 12,00
Collana: Giornale di teologia 395
ISBN: 978-88-399-0895-7
Formato: 12,3 x 19,5 cm
Pagine: 248
© 2017, 20172

In breve

Una raccolta dei “temi pastorali maggiori”.
Un’agenda pratica per il cammino della chiesa italiana: per tornare all’essenziale, uscire dal chiuso delle sacrestie e slanciarsi nel mare aperto della testimonianza

Descrizione

Questo Liber pastoralis non è solo il racconto della cura animarum dei pastori, ma soprattutto raccoglie la sfida di edificare la testimonianza dei cristiani e la chiesa come testimonianza.
È una meditazione sapienziale sui capitoli essenziali per la vita delle persone e per far crescere la comunità credente, affinché siano luogo del vangelo accolto e trasmesso al mondo. La sua scommessa è di vincere l’”accidia pastorale” che serpeggia nelle comunità e mina come un male oscuro l’impegno cristiano nel tempo presente.
Venti agili capitoli che percorrono i “temi pastorali maggiori”. Un’agenda per il cammino della chiesa perché esca dal chiuso delle sue sicurezze e si slanci nel mare aperto della testimonianza. Per ritornare all’essenziale e alla trasparenza della gioia del vangelo.

Commento

Indice: La cura animarum oggi – Lo Spirito e la sposa – La testimonianza dei cristiani – Le forme pratiche della testimonianza – Gli attori della testimonianza – L’annuncio della Parola – L’omelia e la catechesi – La celebrazione dei sacramenti – L’actuosa participatio – La carità fraterna – Il servizio ai poveri e la missione alle genti – L’attenzione all’umano – L’iniziazione cristiana – La pastorale giovanile – La confessione – Il matrimonio – La pastorale familiare – La benedizione delle famiglie – La visita agli ammalati – Il funerale

Recensioni

Riaccendere la passione pastorale – Il «Liber pastoralis» di Franco Giulio Brambilla

L’articolo di don Giuliano Zanchi (segretario generale della Fondazione Bernareggi di Bergamo e redattore della Rivista) illustra la coraggiosa proposta di un Liber pastoralis esplicitamente pensato quale «ideale vademecum per i pastori e per i loro collaboratori, su cui confrontarsi e su cui discernere: per chiedersi cosa c’è da potare, che altro c’è da valorizzare, che altro ancora da creare di nuovo» nella Chiesa italiana oggi. L’autore del libro – mons. Franco Giulio Brambilla, vescovo di Novara e vicepresidente della Cei – muove dalla percezione di un malessere diffuso nella vita delle nostre comunità, quel senso di accidia nei confronti del compito pastorale, che finisce col mettere «il pilota automatico dell’inerzia operativa». Per riaccendere la passione pastorale occorrono immaginazione, pensiero, discernimento e visione prospettica. Sono le frequenze su cui è sintonizzata la proposta del vescovo di Novara, che, dopo aver delineato la cornice generale in cui situare l’esercizio del ministero, propone una sapiente rilettura dei concreti ambiti in cui si sviluppa l’azione pastorale.

Il primato del compito pastorale

Se dovessi indicare il punto di condensazione e di coerenza delle molte sollecitazioni offerte dall’attuale pontificato direi che esso sta nel primato che nella vita cristiana va sempre garantito al compito pastorale. Semplicemente delineata in una dottrina e prescritta come una morale, la via cristiana è destinata a rimanere una delle tante ideologie che hanno solcato il mare della storia, anch’essa pronta come tutte a risvegliare il dispotismo che sonnecchia nell’inconscio di ogni utopia, portata a risucchiare le singole esistenze di esseri umani unici e irripetibili nell’ingranaggio di un formale accorpamento religioso. A lungo abbiamo tenuto stretti schemi mentali che vedevano nella pastorale il livello meramente applicativo di una dottrina e di una morale che a monte decidono della sostanza del fatto cristiano. Oltretutto legati a una concezione sostanzialmente individualistica della relazione religiosa. Non è nemmeno detto che da questi schemi ci siamo realmente liberati. La torva resistenza che molte iniziative di Papa Francesco continuano a suscitare sembrano dimostrare il contrario.

Invocare il primato della pastorale non significa naturalmente sottovalutare la necessaria consistenza della elaborazione dottrinale e del discernimento morale. Ma sapere che quando la dottrina e la morale non sono a servizio della pastorale diventano subito esercizi autoreferenziali che finiscono, prima o poi, col togliere respiro alle concrete possibilità di una reale pratica cristiana. La sostanza della testimonianza cristiana sta nell’esercizio concreto di una fraternità umana a cui le comunità credenti danno vita in nome del Vangelo. La vita cristiana, se non dà veramente forma a una vita, non è nemmeno realmente cristiana. Il primato che la deve dominare sta quindi nel rendere possibile il reale esperimento terreno di una vita evangelica realmente praticata da qualcuno in mezzo agli uomini. Sapendo che la vita circoscrive per sua natura l’ambito di tutto quello che è condizionato, contingente, situato e specifico, che non assume la forma del vangelo se non sulle basi della sua irriducibile storicità. Il compito pastorale è proprio quello mediante il quale la comunione dei discepoli trova di volta in volta le condizioni più opportune perché in un determinato tempo e in un determinato luogo la vita degli esseri umani possa assumere la forma del vangelo cristiano, coscienti del fatto che il vangelo non respira veramente se non animando i tessuti organici della storia e la circolazione sanguigna della cultura.

Le turbolenze generate da questo necessario riassestamento sembrano del resto avere una storia lunga. Si potrebbe pensare che gli ultimi cinque secoli cristiani siano stati in qualche modo dominati dalla preoccupazione di restituire vigore a uno slancio pastorale in grado di generare cristiani e non semplicemente governare fedeli. L’esplicita natura pastorale del Vaticano II andrebbe così ricollegata all’intenso programma di riorganizzazione pastorale scaturita dal concilio di Trento, che il contesto storico ha spinto ad appoggiare sui pilastri della dottrina e della disciplina, ma che aveva l’intenzione di dare forma pratica a una cura d’insieme, in un modo così creativo ed efficiente da rimanere fino a oggi il nostro inconscio operativo. Il Vaticano II può essere visto come una ripresa coerente alla fine della modernità di quella preoccupazione pastorale che il concilio di Trento aveva onorato proprio ai suoi inizi. Dopo Trento era servita la genialità di uomini come Carlo Borromeo e Francesco di Sales per tradurre tempestivamente la riforma pastorale del concilio nell’applicazione di un modello complessivo di vita cristiana, dotandolo non solo di un modello coerente di Chiesa e di pastorale, ma anche delle basi imprescindibili di un ideale cristiano, provvisto di una spiritualità intimamente connessa a una antropologia. Gli auspici erano diventati invenzione pratica. Questa grande genialità, insieme spirituale e operativa, forse non si è analogamente attivata dopo il Vaticano II, lasciato così a galleggiare nel fluido di pulsioni applicative piuttosto disorganiche, del resto messe alla prova da transizioni inarrestate e incalzanti, perciò alla fine bersaglio dei pruriti, delle prudenze, dei rancori, dei risentimenti, dei pentimenti, delle ritrattazioni e dei contrordini che hanno animato la nostra vita ecclesiale negli ultimi decenni.

Lo sforzo programmatico della Evangelii Gaudium di Papa Francesco sembra riafferrare, non senza un certo evidente azzardo, il filo di quella necessaria declinazione pratica che è sostanzialmente mancata allo spirito della più recente riforma conciliare, mettendosi del resto lungo la linea di una tradizione molto più remota e profonda di quanto non sappiano realmente i molti suoi ingenui difensori di oggi. Ma è lo stile complessivo di questo sorprendente pontificato, dalle prediche a santa Marta alle scarpe nere ai piedi, dai temi sinodali a certe nomine episcopali, che mostra in ogni modo possibile l’intenzione di spingere di nuovo la Chiesa a centrare le proprie preoccupazioni attorno al primario compito della cura pastorale. Tornare quindi a essere di nuovo un segno per tutti, ma chiedendosi soprattutto come e di che cosa.

Sintonizzata su queste frequenze, arriva la coraggiosa prova di immaginazione e di pensiero, di discernimento e di prospettiva, con cui Franco Giulio Brambilla, vescovo di Novara e già Preside della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, rinnova la tradizione del Liber pastoralis. Pubblicato per Queriniana proprio con questo titolo, si cimenta a ravvivare, con dichiarata umiltà, quel compito di invenzione e di cura che i nobili precedenti onorati lungo la storia (su tutti la Regula pastoralis di Gregorio Magno) non devono affatto inibire di fronte alle necessità del presente. La situazione anzi lo esige. Le preoccupazioni da cui nasce questo libro non riguardano infatti semplicemente l’impressione di trovarsi di fronte a un sistema di pratiche pastorali alle volte divaganti da un solido centro di coerenza, modellate su prospettive di fondo spesso variegate e inconciliabili, in qualche caso addirittura puramente meccaniche e vagamente contraddittorie. Si riferiscono piuttosto alla percezione di un diffuso senso di resa nei confronti del compito pastorale: una sorta di ‘accidia’, sedimentata e silenziosa, una rassegnata indolenza che ha messo il pilota automatico dell’inerzia operativa, contaminata peraltro dai molti psichismi che nel dibattito ecclesiale vanno dando libero corso alle ideologie di parte. Questo marciare un po’ catatonico del nostro quotidiano tran tran parrocchiale ha bisogno anzitutto di buoni incoraggiamenti a «risvegliare la passione della carità pastorale» (p.10), a cui questo libro intende dare il suo contributo, cercando di sollecitarne l’intensità a un livello del discernimento che sfugga contemporaneamente al «duplice pericolo dell’idealismo spiritualista e del pragmatismo procedurale» (p.25). Riacquisire una concreta passione pastorale non significa sospendersi all’irrealistica aspettativa di futuribili alquanto mentali. Non significa nemmeno gettarsi alla cieca nel furore quantitativo delle molte ‘iniziative’ da moltiplicare con stakanovismo operativo. La centratura spirituale di una rinnovata e consapevole passione pastorale agisce anzitutto facendo mente locale sulla natura del compito e configurando un ordine nel dedalo delle pratiche, ma soprattutto conducendo l’opera di questo discernimento sotto la luce dello scenario antropologico verso il quale essa si rende necessaria. Bisogna infatti intendersi qui su un criterio di fondo: la vitalità anche istituita della presenza cristiana nella storia, anche quando si prende cura di se stessa, deve sempre avere coscienza di essere relativa a quel mondo di umani che la circonda e che compone il suo presente. La passione che anima il compito testimoniale non può perciò ritrovare coscienza e metodo se non allo specchio di queste miriadi di coinquilini del mondo, che la vita tratta tutti allo stesso modo, e a cui del resto Dio ha già garantito la sua incondizionata benevolenza, ben prima della stesura dei nostri piani pastorali.

Composto di venti agili capitoli, senza che nell’indice vi sia traccia di particolari suddivisioni, questo libro articola almeno tre parti, sempre martinianamente nutrite di esplicite ispirazioni bibliche, oltre che innervate di quella rara congiunzione di competenze, che la biografia dell’Autore è in grado di garantire, in cui la dotazione teologica si unisce all’esperienza pastorale.

Forma pratica e natura comunitaria della testimonianza cristiana

La prima delle parti, che occupa i primi cinque capitoli con l’intenzione di tratteggiare «lo sfondo e il quadro dell’agire pastorale» (p. 142), può essere sintetizzata nella risonanza fra queste due armoniche: il carattere pratico e fraterno della testimonianza cristiana e la natura comunitaria della ministerialità ecclesiale.

A lungo ci siamo consegnati all’idea che il cristianesimo per poter essere fatto dovesse prima essere detto: cominciamo ora a capire che il cristianesimo per poter essere detto deve anzitutto essere fatto. La testimonianza cristiana deve prima di ogni cosa offrirsi nella forma visibile di una reale pratica comunitaria, nella quale l’umanità nuova, a cui il Dio di Gesù vuole aggregare ogni essere umano, possa apparire come una possibilità reale e non puramente immaginaria, quindi anche profetica e attrattiva. Il compito primario della testimonianza cristiana è dare al vangelo la carne e il sangue della sua praticabilità storica e terrena la cui forma eminente sta nella prova reale di una vera vita fraterna. Ritornare in sintonia con questo paradigma di fondo della testimonianza credente richiede contestualmente di riscattare l’ideale antico e nobile della cura animarum dalla sua concezione verticale e individualistica in cui il pastore resta solitario supervisore di una comunità sostanzialmente passiva.

Qui comincia a risuonare la seconda armonica. Alla natura specifica del mandato testimoniale cristiano va restituito il suo carattere condiviso e comunitario, legato alla comune responsabilità per il vangelo assunta mediante il battesimo, chiamata a realizzarsi in una pluralità di ‘ministeri’ che vanno pensati sullo sfondo dell’unico sacerdozio di tutti i fedeli. Non si tratta di riesumare vecchi schemi polemici fra ordine e laicato. Piuttosto va pensata la ministerialità della Chiesa come attributo congenito della comunità come tale, estraendola anzitutto dalla sua propensione a valere prevalentemente come schema delle interne spartizioni gerarchiche, portandola piuttosto a definire l’insieme dei carismi, sinfonico e plurale, che alla Chiesa vengono sollecitati dal suo compito di essere segno per il mondo. In questo senso gli ‘attori della testimonianza’, i cui molti elenchi neotestamentari appaiono ‘irriducibili a un solo schema’, andranno sempre più chiamati da quel laicato che già senza tematizzare troppo la cosa si trova a declinare la forma evangelica negli ambiti dell’esistenza comune, esercitando un ‘ministero’ cui ancora non si è capaci di dare un nome. La posta in gioco della testimonianza in effetti appare condensata in questa sfida.

I paradigmi sociali e antropologici del presente possono anche essere percepiti come enigmatici e provocatori, ma non esiste altra materia in circolazione che anche oggi da credenti siamo chiamati a modellare perché il vangelo prenda ancora vita. Il seme è sempre fatto per il terreno. Non viceversa. La libertà spirituale e l’acutezza interpretativa necessarie a stare in questo compito richiedono l’ingresso accelerato in una logica di sinodalità su cui finora si è consumata molta retorica e realizzata poca pratica. La parola è suadente. Ma gli atteggiamenti che configura, in alto e in basso dell’ingranaggio ecclesiale, possono respirare solo in forme di esercizio davvero praticabili. Si tratta di un livello ‘politico’ che decide di una sostanza tutta spirituale.

Le forme dell’agire pastorale

Con la dotazione di questo sguardo preliminare, nel quale la recensione dei guadagni agisce congiuntamente alla formulazione degli auspici, una seconda parte del liber pastoralis si addentra nell’illustrazione ragionata delle forme pratiche dell’agire pastorale, accettando di svolgerne il racconto sullo sfondo della tradizionale triade annuncio, rito e carità. La loro rapida scansione, che suppone il lettore pratico di vita ecclesiale, prova nel contempo a ribadirne il senso e a diagnosticarne i limiti, provando anche ad aprire sentieri, con una attenzione insieme franca e premurosa, con quella severità che si usa riservare alle cose che si amano. Anzitutto a quel primato della Rivelazione di Dio in Gesù che a noi arriva mediante il testamento di una Parola che ci resta fra le mani e sulle labbra in maniera sempre incerta e immeritata.

Questo primato dovrebbe anzitutto misurare ogni ora e ogni momento la qualità del nostro annuncio evangelico. Che genere di ‘uditori’ siamo? E cosa diventa questo ‘primo ascolto’ nelle pratiche che lo avvolgono delle nostre migliori intenzioni testimoniali? Uno sguardo alle pratiche svela, ormai senza troppa sorpresa, una dispersione retorica della parola, insignificante nell’omelia, inefficace nelle catechesi, sostanzialmente incapace di essere davvero utile formazione in cristiani adulti di una fede matura. Uno degli inceppi più vistosi sta nello scollegare il destinatario della comunicazione. Sempre presupposto, mai coinvolto. La parola evangelica di cui proviamo a essere un’eco virtuosa non riceve mai sufficientemente ossigeno dalle categorie di senso del nostro tempo. Sicché essa arde poco nella coscienza dei suoi destinatari. Si spegne presto. Peraltro sempre trattata semplicemente come linguaggio, mai come vera ispirazione.

Le nostre pratiche pastorali traboccano di parole che vorrebbero generare scelte, ma sono sguarnite di esperienze che potrebbero suscitare coscienza. Una di queste è certamente la liturgia, luogo dei sensi prima ancora che ambito della parola, tempo sintetico della fraternità comunitaria e momento dell’atto comune di fede, che però porta sempre con sé i dinamismi di base della ritualità antropologica e del comune senso del sacro. La cura pastorale della liturgia comunitaria, finita per molto tempo fra gli ozi di margine di un cristianesimo sensibile a cause più concrete, resta il punto di condensazione di una presenza cristiana che mentre sembra occuparsi di sé in realtà ha già il pensiero rivolto al mondo. Essa è nel contempo forma e figura della vita fraterna che la comunità custodisce per se stessa ma che allarga fuori dai propri recinti nell’esercizio della carità. La fraternità mantiene viva la qualità testimoniale della fede cristiana anziché la natura prestazionistica dell’appartenenza religiosa. In questo senso essa non potrà mai essere aggregazione elettiva dei simili, ma sempre convocazione dei differenti.

I cristiani si raccolgono, ma non si appartano. Devono sempre rimanere segno di una umanità destinata a stare insieme. Senza lasciare nessuno ai margini. Per questo il povero sta davanti a tutti come supremo indicatore morale. Le opere della carità, anche quando prodotte per rispondere a bisogni elementari e immediati, hanno di mira una fedeltà al povero che deve andare oltre la soddisfazione delle sue necessità, per stare piuttosto nel segno di una comune integrità dell’umano basata su criteri di sobrietà e di giustizia. Stare coi poveri rende umani. Forse anche cristiani.

Attenzione all’umano

La terza grande parte del libro, ampia quasi la metà dell’insieme, si distende nell’enumerazione di quegli ambiti specifici che il lavoro pastorale di questi decenni ha acquisito come elementi irrinunciabili del proprio copione di base, nuclei di condensazione della cura in cui la sostanza evangelica del segno cristiano prova a intrecciarsi con la densità di senso delle esperienze umane, dall’iniziazione cristiana, alla pastorale giovanile, alla confessione, il matrimonio, la famiglia, l’accompagnamento nella malattia, la morte e il funerale. L’apparente convenzionalità di questo elenco viene smentita dall’essere al contrario ripreso alla luce del discernimento con cui la Chiesa italiana negli ultimi decenni ha sentito il bisogno di «correggere il ripiegamento talvolta autoreferenziale della sua missione pastorale, inducendo l’urgenza dell’“attenzione antropologica”, cioè di una pastorale attenta all’umano» (p.142). I due più recenti convegni ecclesiali, quelli di Verona e Firenze, hanno lavorato in modo abbastanza convergente nel far transitare i criteri di fondo dell’azione pastorale dallo schema della triade tradizionale a quello disegnato sugli ambiti della vita. Non si tratta di un gioco di prestigio nominalistico. Nemmeno dell’astrusa inventiva di una ingegneria pastorale. Ma dell’acquisita coscienza dello stallo a cui è condannata una testimonianza cristiana che non sia più in grado di scorrere nelle elementari esperienze della condizione umana: «L’attenzione all’umano, quindi, significa per la pastorale della Chiesa uno sguardo nuovo sugli uomini e sulle donne di oggi, sulle forme pratiche della loro vita, per dirvi e donarvi il vangelo di Gesù» (p.142). La ‘svolta antropologica’ con cui la teologia del Novecento ha preparato e accompagnato il coraggio del Vaticano II forse trova solo adesso, presto o tardi che sia, le condizioni per innervarsi in un coerente stile evangelico. Questo ritorno all’uomo della pastorale cristiana, che in molti osteggiano come una rinuncia a quelle che vengono immaginate come le prerogative del divino, non significa l’adagiarsi incondizionato fra le molte penombre del costume corrente, ma il riconsegnarsi a quella fraternità di base che consente poi anche il giusto discernimento dei molti idoli che vi hanno piantato i loro piedistalli. Non si tratta nemmeno di lucrare sul saldo fra sfide e opportunità. Ma stare spassionatamente e incondizionatamente dove starebbe Dio. Sempre a fianco dell’uomo. Della sua maldestra ebrezza come del suo indifeso ardore. Alla cura cristiana tocca perciò «stare con la gente, la lingua della vita, le fatiche della famiglia, la passione civile», dove insomma la sostanza spirituale della condizione umana prende consistenza prima ancora di essere avvolta dalla parola religiosa.

La rassegna dei gesti pastorali di cui cominciamo a intuire la profondità antropologica, procede in questo libro sapendo di limitarsi a qualche evocazione, ma non lesina giudizi, segnala i vicoli chiusi, indica priorità, suggerisce percorsi, valuta atteggiamenti, prefigura scenari, mostra le pieghe tra le quali la buona volontà deve aggirarsi con circospezione. Avverte di certe sabbie mobili del senso che i tempi chiedono comunque di affrontare.

Due grandi questioni trasversali mi sembrano percorrere, nel contempo come insidia e come compito, questa specie di cavalcata sulle pratiche cristiane alle prese con la vita. La prima sta nel bisogno di restituire solidità a una ‘antropologia integrale’, riscattata dai molti scorpori che la cultura moderna e postmoderna ha operato sulla concezione dell’umano, in cui appunto ne va della tenuta dello ‘spirituale’ nell’uomo. In questo senso la cultura cristiana avrebbe le carte in regola per tenere con fermezza le linee di questa difesa. Le serve però una reale competenza antropologica. Oltre che un sincero atteggiamento di amore per il presente. Non si fa discernimento dominati dal rancore. La seconda sfida consiste nello sforzo di riallacciare i nodi della trasmissione generazionale. Il compito educativo viene a tutti i livelli ipotecato da questo inedito scollarsi della catena con cui nelle relazioni primarie quanto in quelle sociali ci si consegna il deposito del senso. La crisi della formazione cristiana non può essere compresa nelle sue ragioni di fondo senza avere coscienza di queste dinamiche.

Si tratta anche di restituire a questi processi la loro connaturale vocazione a ‘produrre’ adulti. L’auspicio di una rinnovata capacità ‘generativa’ dell’intera vita sociale deve interessare il cristianesimo con molta più grave pensosità che le sgarbate schermaglie dei suoi restauratori d’interni. Il discernimento antropologico e la questione educativa sono vera sostanza di processi pastorali per cui occorre al più presto ritrovare la passione. Una manciata di pagine al termine del libro lascia il lettore con un congedo per nulla retorico. Il ‘ministero pastorale’ della Chiesa, ci avverte mons. Brambilla, va mutando persino a nostra insaputa, modellato dalle manate della storia. In capriole di contesto come quelle che stiamo vivendo, più che grandi strategie di azione, sono decisivi gli atteggiamenti che si decide di tenere fermi.

Il rancore spingerebbe appunto verso l’indolenza. Quell’accidia con cui in fondo si vorrebbe lasciare il mondo a se stesso. Ma essa non mancherebbe semplicemente di buon cuore, mancherebbe proprio di fede. Ai discepoli del regno infatti, avvertiti che il seme se ne infischia anche del loro sonno, tocca «restare responsabili di fronte al tempo presente» (240). Proprio per ogni presente della storia il Maestro ha lasciato il suo Spirito, non istruzioni per l’uso. La sua assistenza va dunque spesa come un talento di cui rischiare l’investimento, non come un feticcio di cui temere la perdita. Essa ci chiama a esercitare senza viltà il compito di trasformare noi stessi, se questo va a beneficio di tutti. «Tutto ciò che ho scritto non è nient’altro che la declinazione della famosa espressione del libro degli Atti degli apostoli: “Lo Spirito Santo e noi…” (At 15,28)». Questo è il nostro presente. Non dubitiamo del fatto che lo Spirito stia facendo la sua parte. Ma noi?


G. Zanchi, in La Rivista del Clero Italiano 2/2017, 118-127

Il liber pastoralis è un racconto sapienziale che percorre i capitoli essenziali della cura d'anime. Una tale meditazione sul ruolo del pastore si rende ancora più importante in un’epoca di grandi cambiamenti anzi in un tempo che Papa Francesco definisce come «non solo un'epoca di cambiamento ma un cambiamento d'epoca».

In questa linea monsignor Franco Giulio Brambilla, teologo noto per opere monumentali tra cui menzioniamo Il crocifisso risorto e la sua Antropologia teologica, presenta un percorso semplice, quasi un libero canovaccio senza alcuna pretesa di sistematicità, dei temi, dei luoghi e delle figure indispensabili per un armonico e comune impegno nella cura animarum.

Il vescovo di Novara spiega che scrive questo testo per rimediare alla grave tentazione dell'accidia pastorale. L'accidia, un vizio ben descritto nell'antichità, è tra i vizi capitali forse il più attuale e più insidioso dei nostri tempi.

La cura delle anime è la suprema delle arti – insegnava san Gregorio Magno – ma il concetto di cura d'anime va chiarito in un periodo in cui la fede è considerata una dimensione terapeutica, una specie di Croce Rossa dei mali sociali.

La riflessione del vescovo parte dalla considerazione sulla cura delle anime e sulla sinodalità nel vissuto ecclesiale considerandoli come due stipiti per entrare nella soglia della riflessione sulla testimonianza di vita del popolo cristiano. Tale testimonianza non è riservata solo ai chierici, ma è compito il privilegio di tutti i cristiani. L'autore, infatti, va al di là della famosa espressione del decretum Gratiani – che teorizza che ci sono due generi di cristiani, i chierici e i laici (duo sunt genera Christianorum), trasformando i laici in semplici utenti, anzi, clienti dei servizi forniti dalla casta sacerdotale – per recuperare l'immagine della Prima Lettera di Pietro delle «pietre vive» che si rivolge a tutto il popolo di Dio, popolo sacerdotale chiamato a testimoniare la vita in Cristo. In tal contesto, l'autore dedica particolare attenzione all'educazione della coscienza testimoniale in diversi ambiti di prassi caritativa e di formazione teologica e spirituale.

Il libro consta di venti capitoli che vanno dalla costituzione della comunità, come già accennato, fino al congedo da questa vita con il rito del funerale, passando per dimensioni importanti del vissuto personale e comunitario, tra cui i sacramenti dell’iniziazione cristiana, la liturgia, i vari sacramenti, la prassi della carità, ecc.

Il libro è sicuramente per pastori che vorrebbero dialogare con la sensibilità e con la formazione di un altro pastore. Ma è anche per chi vorrebbe guardare la Chiesa con gli occhi e la cura di un pastore, un episcopus.


R. Cheaib, in 28 febbraio 2017

La pastorale come arte

La pastorale è un’arte. Lo dice fin dall’inizio il vescovo Franco Giulio nel suo libro Liber pastoralis, citando Gregorio Magno – autore di una Regula pastoralis. È qualcosa che riguarda l’intelligenza dell’agire, che ha a che fare con delle pratiche che hanno una loro ratio ma che non si lasciano semplicemente dedurre da astratti teoremi. Non è un sapere deduttivo, piuttosto una sapienza che s’impara vivendo, agendo, praticando, sperimentando.

Quando si è introdotti a questa pratica, è un po’ come quando uno diventa padre o madre: non sai prima quello che dovrai fare con precisione. Quando un prete viene destinato, diventa parroco o vicario, quando un credente viene chiamato a fare il catechista o il ministro dell’eucaristia, non gli viene dato il “libretto delle istruzioni”. Non significa che non ci si possa preparare studiando, significa che tutti gli studi non bastano per introdurti ad una pratica che impari facendo. Come per le arti: tutti i libri sulla pittura non ti bastano per affrontare una tela. Si impara in bottega e, certo, anche studiando.

Neppure questo è un “libretto delle istruzioni”, non propone ricette facili. Il suo intento è un altro, quello di tenere viva una passione per le pratiche ordinarie che sono l’anima di una pastorale. Lo dice lo stesso vescovo Franco Giulio presentando il testo: «Il libro intende rimediare alla grave tentazione dell’accidia pastorale e risvegliare la passione della carità pastorale, cuore della spiritualità del presbitero diocesano e della dedizione alla Chiesa locale. La passione è prima di tutto una cosa che si patisce. Essa porta nella vita del pastore le ferite delle persone e soprattutto delle famiglie. Poi, però, il pastore secondo il cuore di Dio si lascia contagiare dalla storia della gente che gli è affidata, si appassiona per la loro vicenda, cammina con loro e si consola quando riesce a far brillare la luce del vangelo nel cammino della comunità. In questo continuo scambio tra patire e appassionarsi, egli trova la bellezza del ministero pastorale e la sua intima gioia».

Dalla “cura animarum” alla testimonianza del popolo di Dio

Sempre l’autore ci indica l’intenzione che anima il libro: «Il focus della proposta è molto semplice: a partire dalla visione di Chiesa conciliare come popolo di Dio, occorre passare dalla cura animarum alla cura della testimonianza dei cristiani e della Chiesa come testimonianza».

La stanchezza che a volte abita nelle nostre comunità non è dovuta a una mancanza di generosità, quanto al fatto che dopo il concilio Vaticano II, che ha rivisitato l’immagine della Chiesa, la parrocchia stenta a trovare il suo volto; essa sembra rimasta sostanzialmente quella tridentina: centrata sulla figura del prete, con un ruolo passivo dei laici; avendo come centro una pratica sacramentale e un approccio dottrinale e moralistico nell’annuncio del Vangelo; oltre, certo, al perdurare di un’attenzione caritativa che non è venuta mai meno.

Non che queste cose non vadano più bene: è che devono trovare un nuovo assetto. Anzitutto nel soggetto della pastorale: il popolo di Dio nel suo insieme. E poi nel linguaggio e nelle forme dell’annuncio che, prima di essere dottrinali, devono ritrovare la forza persuasiva di una narrazione, dove la testimonianza e la biografia dei protagonisti (uomini e donne, giovani e vecchi, credenti con i loro dubbi e la loro fede) impara la gioia di camminare a fianco degli uomini e delle donne regalando la luce del vangelo con gratuità e freschezza. Dalla cura animarum, che era sostanzialmente un compito del prete vissuto in modo isolato, alla testimonianza dei cristiani, e alla forma profetica di una fraternità – quella della parrocchia, appunto, fatta da cristiani comuni, che tiene dentro cammini diversi – che diventa Chiesa che testimonia. Lo fa con uno stile di comunione, sinodale che sarebbe già una buona notizia! (cf. i capp. 1-5).

Le cose di sempre: la sapienza nella vita ordinaria di una parrocchia

Spesso gli amici mi chiedono: “Che cosa succede in parrocchia?”. “Nulla di nuovo – mi piacerebbe poter dire –, le cose di sempre”. Non si tratta di inventare cose nuove, ma di ritrovare la sapienza iscritta nella vita ordinaria di una parrocchia. E così nel Liber pastoralis troviamo capitoli che articolano le pratiche normali di una comunità cristiana: la parola di Dio (annuncio e omelia, capitoli 6-7), i sacramenti e la liturgia (capitoli 8-9; 15-16; 18-20) e la carità (capitoli 10-12). Con una precisazione importante. Se negli anni dopo il concilio si è provato a ripensare alla pratica della parrocchia articolandola secondo lo schema dei tria munera (profetico, sacerdotale e regale), ovvero parola di Dio, liturgia e sacramenti, e carità, ci si è accorti che questo schema, pure lecito, rischiava di assecondare un’immagine autoreferenziale dell’azione pastorale.

La Chiesa italiana con il convegno di Verona (che non a caso ha avuto come teologo di riferimento Franco Giulio Brambilla allora non ancora vescovo) ha provato a spostare l’asse verso gli ambiti della vita (affetti, lavoro, festa, fragilità, tradizione, cittadinanza) e, nel convegno di Firenze, di «raccordare la trilogia della missione della Chiesa con gli ambiti della vita umana, mediante cinque vie – uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare – che fossero capaci di accogliere la forza dirompente dell’esortazione apostolica Evangelii gaudium di papa Francesco» (p. 61). Come si vede, il cantiere è in movimento!

L’arte della pastorale ha il suo cuore nel discernimento

Questo testo, se non vuole essere un ricettario, a cosa mira? A riaccendere una passione intelligente, che aiuti nell’arte pastorale, in particolare in quel compito delicato e difficile che consiste nel discernimento pastorale. Una parrocchia, mentre continua a fare le cose di sempre, deve sempre tenere viva la domanda: “dove ci sta spingendo lo Spirito, dove agisce, dove ci sta indicando le priorità?”. Questa è forse la domanda più difficile, che non ha risposte pronte, ma chiede l’arte di ascoltare e di scegliere, di dare delle priorità e di accettare di tralasciare alcune altre cose. Un testo come questo fornisce criteri di discernimento più che ricette di facile consumo. Poi ciascuna comunità dovrà cucinare con quello che ha, sapendo che, come una brava donna di cucina, a volte nessuno ti ridà la dose giusta, e devi trovare il famoso q.b. (“quanto basta”) con il fiuto della pratica!

Un pastore teologo

L’opera del vescovo Franco Giulio è un bell’esempio di che cosa succede quando un teologo viene chiamato a fare il pastore. Certo, prima di fare il vescovo, Franco Giulio ha coltivato una passione per la pastorale sul campo: nel sostegno alla Chiesa di Milano (penso all’aiuto considerevole nei diversi ambiti di rinnovamento, e soprattutto nella nuova articolazione delle parrocchie, Unità Pastorali e Comunità Pastorali), nel servizio in tutte le diocesi per la Formazione dei preti (credo che non siano molte le diocesi nelle quali non è stato a fare una qualche conferenza). Poi, all’intelligenza dello studio e della formazione si è aggiunta la pratica di chi, come vescovo, deve guidare una porzione di Chiesa a lui affidata. Ma si capisce che non mai perso il gusto di leggere le questioni pratiche entro un quadro teoretico: a lui non manca certo la capacità di “inquadrare” le questioni pratiche con i fondamenti teologici, cristologici, antropologici, ecclesiologici, spirituali e morali. È un bell’esempio di come la teologia serva alla Chiesa ma anche di come la pratica della Chiesa stimoli l’intelligenza del teologo. Speriamo che continui!


A. Torresin, in Settimananews.it 19 febbraio 2017

Brambilla: “Cari sacerdoti non state soli al comando, vi ammalerete di accidia”. Liber pastoralis, libro del vescovo di Novara vicepresidente Cei: un vademecum per risvegliare nelle parrocchie la cura delle anime con l’aiuto dei laici.

Un forte richiamo contro il pericolo incombente dell’accidia pastorale, «che fa capolino nel vissuto di tanti pastori, vescovi e preti, ma anche di molti collaboratori laici, uomini e donne», in una parola un monito dai rischi dell’isolamento del sacerdote, perché un prete da solo al comando non basta più per la «cura animorum», la cura delle anime. Questo il filo conduttore di Liber Pastoralis, l’ultimo libro di Franco Giulio Brambilla, vescovo di Novara e vicepresidente Cei, pubblicato dalla Editrice Queriniana di Brescia. 

Si tratta di un vademecum ragionato per ridestare i pastori della Chiesa da quella «sorta di torpore, di rassegnazione che attraversa stancamente le parole e i gesti, che si trascinano senza smalto osservando la perdita d’incidenza delle comunità cristiane sul tessuto umano. La marginalità del cristianesimo sembra narcotizzare la coscienza, prima che l’annuncio e la cura delle persone».

Spiega Brambilla: «Ho scritto questo libro per rimediare alla grave tentazione dell’accidia pastorale e per risvegliare la passione, vero cuore della spiritualità del presbiterio diocesano e della dedizione alla chiesa locale. Quella di domani sopravviverà solo se sarà chiesa di tutti, vale a dire una comunità che metterà in campo i carismi e le responsabilità di molti a servizio della grande folla». Quella di oggi, dice, è invece una chiesa sovraccarica di attese e bisogni, la vita delle comunità sembra quasi stremata per le molte incombenze che dal basso e dall’alto sono richieste alla figura del parroco e alla parrocchia. 

«Basterebbe conservare la posta che un sacerdote riceve in un anno - osserva il vescovo nel volume - per registrare le richieste attribuite al suo ruolo e gli impegni previsti sulla sua agenda. Egli si sente come in croce tra le attese della gente e i compiti che gli vengono di volta in volta affidati». Come uscire da questo laccio che si stringe sempre di più? C’è urgenza di una partecipazione dei laici che esca dalla «routine degli onesti collaboratori dell’apostolato gerarchico» e apra lo spazio per corresponsabilità a tempo pieno o parziale. Indicazioni pratiche: inserimento stabile di diaconi nell’animazione liturgica, del servizio pastorale e della carità. Ma anche figure di direttori di oratorio e di animatori di pastorale giovanile. Oppure di coppie di sposi collegati stabilmente a centri di formazione, di aiuto e accompagnamento alla vita matrimoniale e alle situazioni di famiglie dal cuore ferito. 

«Non bisogna lasciarsi guidare dallo stato di emergenza (diminuzione del clero) per promuovere l’istanza di nuovi ministeri e missioni». La “sveglia” di Brambilla va al cuore del problema che investe l’animazione della comunità, con la scuola, l’oratorio, le associazioni che manifestano una grave difficoltà a trovare presenze significative e rincalzi giovanili, perché «il tempo dedicato a educare non è più di moda». 

A proposito di educazione, un capitolo è dedicato al senso edificante della predicazione durante la celebrazione della messa. «La predica deve essere edificante non semplicemente istruttiva», scrive il presule. E utilizza il termine latino «spectaculum» per mettere in guardia dal rischio di prediche-show. «Cari parroci, non dobbiamo catturare l’attenzione in modo tale che l’interesse si plachi nel come si parla o nell’inscenatura del discorso, in cui si satura la curiosità dell’uditore». Insomma, è meglio essere meno spettacolari e buonisti, ma più costruttivi in modo da stimolare e suscitare interrogativi.


G. Quaglia, in www.lastampa.it/vaticaninsider 7 febbraio 2017

Perché un Liber pastoralis? Che cos’è e per chi è pensato tale percorso? Ho custodito l’intuizione di questo libro per molti anni. Il desiderio di por mano all’opera è rinato alla fine del Sinodo sulla Famiglia e dopo il Convegno di Firenze. In quell’occasione Papa Francesco diceva: «Permettetemi solo di lasciarvi un’indicazione per i prossimi anni: in ogni comunità, in ogni parrocchia e istituzione, in ogni Diocesi e circoscrizione, in ogni Regione, cercate di avviare, in modo sinodale, un approfondimento della Evangelii gaudium, per trarre da essa criteri pratici e per attuare le sue disposizioni».

Questo appello ha risvegliato un ricordo della mia giovinezza, quando mi capitò tra le mani un testo di grande intensità spirituale, dal titolo di Seelsorge (Cura d’anime) di D. Bonhoeffer. Si trova nel vol. 14 delle Dietrich Bonhoeffer Werke (1996), e appartiene al periodo eroico della formazione dei pastori nel seminario di Finkenwalde, tradotto col titolo Una pastorale evangelica (22005). Mi ha sempre suscitato il desiderio di poter dire da cattolico le cose che condivido con Bonhoeffer, di integrare quanto mi sembra parziale, di eguagliare lo stile e la sua scrittura inarrivabili.

L’ultimo stimolo mi è venuto pochi giorni prima dell’ingresso nella Diocesi di Novara. Andai a trovare il cardinal Martini per salutarlo e per ricevere la sua benedizione. Egli mi domandò con un filo impercettibile di voce: che programma hai per Novara? Allargai le braccia, quasi per scusarmi, ma egli non mi lasciò finire. Mi regalò la primizia del suo Il vescovo (2011), l’unico libro scritto dopo aver terminato il ministero a Milano. Era l’ultimo anno di sua vita tra noi. Lo lessi d’un fiato in una notte. E mi tornò alla mente il mio progetto. Sono passati cinque anni. È giunta l’ora di mettere in pagina i “temi pastorali maggiori”, quasi un’agenda per il domani.

Perché, allora, scrivere un Liber pastoralis? Un libro può essere scritto per evitare un pericolo e suscitare una passione. Il pericolo è quello dell'"accidia pastorale”. Essa fa capolino nel vissuto di tanti pastori, vescovi e preti, ma anche di molti collaboratori laici. È una sorta di torpore, di rassegnazione che attraversa stancamente le parole e i gesti, che si trascinano senza smalto, rassegnandosi alla perdita d’incidenza della fede sul tessuto umano. I Padri del deserto hanno descritto l’accidia come il pensiero cattivo che paralizza la vita del monaco, ma forse potremmo dire del credente. E quindi anche del pastore.

Una citazione di W. Kasper illustra bene il pericolo: «La chiesa soffre di una stanchezza interna. Essa non viene sfidata. O meglio, sembra non venire sfidata. Non è messa esteriormente in discussione e all’apparenza la situazione non sembra drammatica, ma parallelamente la chiesa è per molti una realtà non interessante, quasi noiosa, che lascia fredde le persone e le rende indifferenti. La perdita dell’orizzonte della speranza ci rende culturalmente e spiritualmente stanchi, pesanti, spenti. I padri della chiesa e i grandi teologi del medioevo hanno definito questa posizione la tentazione originaria dell’accidia». Non potremmo forse dire che tale deperimento mina al cuore la coscienza di molti pastori di oggi?

Il libro intende rimediare alla grave tentazione dell’accidia pastorale e risvegliare la passione della carità pastorale, cuore della spiritualità del presbitero diocesano e della dedizione alla chiesa locale. La passione è prima di tutto una cosa che si patisce. Essa porta nella vita del pastore le ferite delle persone e soprattutto delle famiglie. Poi però il pastore secondo il cuore di Dio si lascia contagiare dalla storia della gente che gli è affidata, si appassiona per la loro vicenda, cammina con loro e si consola quando riesce a far brillare la luce del vangelo nel cammino della comunità. In questo continuo scambio tra patire e appassionarsi, egli trova la bellezza del ministero pastorale e la sua intima gioia.

Per chi è un Liber pastoralis? La risposta a questa domanda sembrerebbe facile: per i pastori, i vescovi, i preti e i diaconi. Certamente. Oggi però l’interesse all’azione pastorale della chiesa si rivolge a una platea più ampia di persone. Non solo per la drammatica diminuzione del clero e l’aumento della sua età media, ma per il ricupero della figura di chiesa degli apostoli. È la chiesa di popolo, che è il soggetto vero e proprio dell’agire pastorale.

La chiesa di domani sopravvivrà solo se sarà la chiesa di tutti. Oggi si parla molto di carismi, ma la loro comprensione è prevalentemente spontaneista e movimentista. L’originalità dei carismi del Nuovo Testamento non sta tanto nei doni straordinari, ma nello straordinario dei doni dello Spirito dati a ciascuno. Il dinamismo spirituale e l’azione pastorale sono un’unica realtà. L’uno è il dono di Dio, l’altra è la responsabilità dei credenti, l’uno è il mistero nel tempo, l’altra è la storia che rende presente il corpo di Cristo.

Che cosa è, infine, un Liber pastoralis? Un percorso per l’agire pastorale della chiesa deve essere anzitutto un grande racconto. Il racconto è il linguaggio della memoria. Non si tratta di un trattato di teologia pastorale, ma una meditazione sapienziale sui capitoli essenziali della cura d’anime. È la cura della vita delle persone per far crescere una comunità credente, perché sia luogo del vangelo accolto e trasmesso al mondo.

Il focus della proposta è molto semplice: a partire dalla visione di chiesa conciliare come popolo di Dio, occorre passare dalla cura animarum alla cura della testimonianza dei cristiani e della Chiesa come testimonianza.  Questo è il leitmotiv del percorso, che si articola in tre momenti: il primo aiuta a riflettere sul passaggio alla cura della testimonianza dei cristiani (cc. 1-5); il secondo introduce le tre armoniche della missione, annuncio, celebrazione e carità, con le forme pratiche che le mediano (cc. 6-11); il terzo mette l’attenzione all’umano (c. 12) alla prova dei “temi pastorali maggiori” (iniziazione e pastorale giovanile, confessione, matrimonio e pastorale familiare, benedizione delle famiglie, visita ai malati e funerale: cc. 13-20). Un ventaglio di temi che lascia aperte altre piste per continuare il racconto. Ogni tempo è chiamato a riscrivere l’azione dello Spirito negli atti degli apostoli.


F.G. Brambilla, in L’Osservatore Romano 4 febbraio 2017

Il Convegno ecclesiale nazionale di Verona del 2006 ha portato a termine il grande sforzo di passare dalla tradizionale pastorale di settore a un'attenzione globale per l'identità della persona e per le sue relazioni fondamentali esemplificate da cinque ambiti di approfondimento (affetti, lavoro, festa, fragilità, tradizione e cittadinanza). Il Convegno ecclesiale di Firenze del 2015 è andato ancora oltre, indicando cinque vie da percorrere (uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare) che tracciano la direzione di un compito educativo per una «nuova generazione dell'umano in Cristo».

Ora, in un periodo segnato da profondo mutamento epocale che impone di tornare all'essenziale, è il tempo di un nuovo «umanesimo generativo» che si concentri su cinque azioni pastorali: desiderare, concepire, mettere al mondo, prendersi cura, lasciare andare. Lo spiega il vescovo di Novara e vicepresidente della Cei per il Nord Italia, Franco Giulio Brambilla, in un libro che uscirà nei prossimi giorni intitolato, non a caso, Liber pastoralis (Queriniana, 248 pagine, 14,50 euro). Titolo tanto semplice quanto impegnativo per un testo che non vuole essere un trattato di teologia pastorale ma «un ideale vademecum per i pastori e per i loro collaboratori su cui confrontarsi e su cui discernere: per chiedersi cosa c'è da potare, che altro c'è da valorizzare, che altro ancora da creare di nuovo». In attesa del confronto e del discernimento con i colleghi pastori e teologi, Brambilla offre la sua ricetta, dipanando il ragionamento lungo venti capitoli, dalla cura animarum al funerale, passando attraverso testimonianza, annuncio della Parola, omelia e catechesi, vita fraterna, servizio ai poveri, iniziazione cristiana, giovani, confessione, famiglia, malati e altro ancora.

Il vescovo-teologo lascia da parte i toni da trattato specialistico per privilegiare una scrittura divulgativa che consente una lettura agevole. E, capitolo dopo capitolo, dopo un'analisi dell'esistente spesso tracciata senza fare sconti a nessuno, offre il suo punto di vista, la sua proposta per «ripensare l'insieme dell'agire pastorale della Chiesa». Perché la bella e ormai inflazionata espressione "Chiesa in uscita” rischia di rimanere una pia esortazione se non si procede – annota – allo snellimento di una «Chiesa obesa perché senza elasticità, scioltezza e libertà da molti gravami». Quali siano questi gravami lo racconta in modo esplicito lo stesso autore. Innanzitutto la pretesa di impostare la cura pastorale in modo verticistico mentre, sempre più evidentemente, «la figura del ministro dovrà essere caratterizzata dalla "orizzontalità" e dalla "comunionalità"». Mentre i laici passeranno dalla figura di "collaboratori dell'apostolato gerarchico" alla riscoperta della vocazione battesimale di "corresponsabili" «nell'edificazione della Chiesa-segno-per-il-mondo. Se è terminato il tempo della parrocchia autosufficiente, allora è finita anche la figura del pastore isolato e monocratico». Un passaggio urgente perché, scrive ancora Brambilla, non «bisogna lasciarsi guidare dallo stato di emergenza (diminuzione del clero) per promuovere l'istanza di nuovi ministri e missioni». Nel lungo elenco di nuove ministerialità da lui ipotizzato c'è per esempio la figura di direttore di oratorio o coppie di sposi «stabilmente legati a centri di formazione, di aiuto e di accompagnamento alla vita matrimoniale e alle situazioni di famiglie dal cuore ferito».

Sulle forme specifiche di ministerialità per le famiglie, il vescovo di Novara torna anche nel capitolo appunto dedicato alla pastorale familiare, dove sollecita un «particolare impegno nel costituire una rete di famiglie che sappia abitare il territorio, leggendo le molteplici necessità della realtà sociale, diventando interlocutrice sia delle diverse comunità cristiane sia della società civile». Nello stesso ambito Brambilla - tra i protagonisti al Sinodo ordinario dei vescovi sulla famiglia nel 2015 - riflette anche sul dibattuto capitolo VIII di Amoris laetitia, spiegando che la questione dell'accesso ai sacramenti dei divorziati risposati non può essere banalizzata ma va inserita «come un momento del dialogo di discernimento: non è una norma canonica, ma è l'eventuale esito di un cammino». Inoltre questa prassi «potrebbe arricchire la coscienza futura della Chiesa e renderla capace di una maggiore integrazione aprendosi a riconciliazione rilevanti nello spazio ecclesiale». Auspicio che il vicepresidente della Cei inquadra in una prospettiva più ampia, tesa al recupero del «tratto qualificante del cattolicesimo italiano» che ha bisogno di una «ripresa creativa» e di essere rimesso in circolo «per riattivare la sua linfa vitale».


L. Moia, in Avvenire 14 gennaio 2017