Franco Giulio Brambilla, classe 1949, ordinato presbitero per l’Arcidiocesi di Milano nel 1975, dopo lunghi anni d’insegnamento della cristologia nella Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, di cui fu anche preside dal 2006 al 2012, nel 2007 venne nominato da papa Benedetto XVI ausiliare di Milano e nel 2011 vescovo di Novara. Dal 2025 al 2020 fu vicepresidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), mentre dal 2021 è presidente della Commissione episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi.
Questo qualificato curriculum teologico e pastorale s’intreccia nel suo ultimo lavoro. Come si legge fin dalle prime righe, «la fine del cosiddetto “catecumenato sociale” non comporta necessariamente la crisi di ogni possibilità di trasmissione della fede, ma richiede un cambiamento profondo dei modi con cui si trasmette e si riceve il dono di credere. […]. La sfida che sta davanti a noi invoca la capacità di collegare strettamente trasmissione della vita e introduzione alla fede» (p. 5). In effetti «siamo in difficoltà non solo a trasmettere la fede, ma anche a trasmettere la vita con i suoi significati» (p. 45). «Ecco allora la sfida: occorre trasmettere il saper-vivere in profonda simbiosi con il saper-credere, e viceversa. Non si può vivere senza credere, non si può credere che per vivere. E per vivere come risposta alla chiamata del bello, del bene e del vero!» (p. 51).
La prima parte dell’opera commenta il Credo composto durante il primo concilio ecumenico di Nicea (di cui nel 2025 si è celebrato il diciassettesimo centenario) e poi integrato nel 381 nel primo concilio di Costantinopoli. Consapevoli che «il “simbolo” è la bussola, non è il cammino, ma senza bussola il cammino della fede può perdersi nei sentieri interrotti della vita» (p. 12), il vescovo Brambilla propone di risolvere l’antica e annosa questione del Filioque sul ruolo dello Spirito Santo con questa formulazione: «che procede dal Padre mediante il Figlio» (p. 34).
La seconda parte è più “pastorale”, affrontando la questione dei padrini, oggi piuttosto insignificanti o addirittura fraintesi, tanto che alcune diocesi, soprattutto nel Meridione, li hanno aboliti. Il tentativo della CEI «di distinguere tra “padrini” e “testimoni”» nel rito del battesimo «si è rivelato poco comprensibile e applicabile» (p. 63). Occorre «passare dal padrino sponsor per un giorno al testimone sul cammino della crescita» (p. 68) ripensandolo come figura di raccordo tra famiglie e comunità. Per questo «è possibile immaginare una rete di famiglie che si scambino tra loro i padrini, che li propongano a quelle famiglie che non riescono a trovare figure disponibili e idonee» (p. 76).
L’ultimo capitolo è dedicato ai catechisti, nella prassi «più impiegati come supporter del vangelo, che come testimoni dotati di una specifica spiritualità. Per questo, dopo aver fatto la catechesi, ora dobbiamo fare i catechisti!» (p. 81). Fondamento di questo processo dev’essere l’ascolto della Bibbia, che «è una lettera indirizzata a noi» ma anche «a tutti, come un libro che è scritto per tutti, ma porta una dedica a mano per ciascuno, perché possiamo leggerla come una lettera unica e personale» (p. 96).
I compiti che il vescovo Brambilla indica per la comunità cristiana sono delicati e decisivi. Le proposte operative presenti nel libro (ed è un gran pregio poiché spesso in giro si leggono molte analisi ma poche piste concrete) richiedono uno sforzo non piccolo a tutti i livelli ma possono rappresentare una svolta nell’azione pastorale.
F. Casazza, in
Apulia Theologica 1/2026, 257-258