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La verità rende liberi o la libertà rende veri?
Karl-Heinz Menke

La verità rende liberi o la libertà rende veri?

Uno scritto polemico

Prezzo di copertina: Euro 24,00 Prezzo scontato: Euro 22,80
Collana: Giornale di teologia 422
ISBN: 978-88-399-3422-2
Formato: 12,3 x 19,3 cm
Pagine: 240
Titolo originale: Macht die Wahrheit frei oder die Freiheit wahr? Eine Streitschrift
© 2020

Descrizione

Da qualche tempo – osserva Menke – nella teologia cattolica si nota una drammatica polarizzazione. Temi come il celibato, il sacerdozio femminile, l’ammissione dei divorziati ai sacramenti, i matrimoni tra persone dello stesso sesso, l’organizzazione partecipativa della comunità sono diventati sempre più la linea di faglia di un movimento tellurico.
Non si tratta di semplici cambiamenti su questo o quel singolo punto della morale sessuale o dell’ecclesiologia. Non abbiamo a che fare con semplici strategie di adattamento o di liberalizzazione. No: ne va di qualcosa di sovversivo.
L’autore di questo pamphlet volutamente polemico spiega tutto ciò come frutto di una lettura radicale dell’autonomia del soggetto, fondata sull’affermazione kantiana del «diritto dell’uomo di condurre la propria vita secondo fini che lui stesso si è posto». Menke perciò caratterizza questa posizione come un capovolgimento del primato della verità sulla libertà.
Un grido d’allarme sulla transizione che il cristianesimo sta attraversando ai giorni nostri.

Recensioni

Un testo che si presenta intenzionalmente “polemico” (Streitschrift) va sempre letto con attenzione, soprattutto se è disponibile anche la corrispettiva replica. È il caso della disputatio tra due nomi di peso nell’ambito della teologia tedesca contemporanea, come il teologo Karl-Heinz Menke (presbitero, già collaboratore della Conferenza episcopale tedesca e membro della Commissione teologica internazionale, premio Ratzinger 2017, membro della Commissione di studio sul diaconato femminile su chiamata di papa Francesco) e Magnus Striet, noto teologo fondamentale di Friburgo e curatore, insieme al teologo morale Stephan Goertz, della collana « Katholizismus im Unbruch » [Cattolicesimo in trasformazione], edita dalla casa editrice Herder. Oggetto della controversia è il grido d’allarme lanciato dal pamphlet di Menke circa l’errata concezione della libertà come autodeterminazione – propugnata, a suo avviso, da Goertz e Striet – alla quale Menke contrappone, « come antitesi » (p. 8), una libertà fondata sulla verità rivelata (il Lógos incarnato).

La polemica, che affronta argomenti adatti a un pubblico di lettori specialisti, si apre con la confutazione della tesi secondo la quale la libertà si determina da sé. La radice filosofica del concetto moderno di libertà – argomenta Menke – è ancora una volta il programma di autoemancipazione inagurato da Kant con la sua filosofia trascendentale. La “colpa” degli autori della collana « Katholizismus im Umbruch » consiste nell’appoggiarsi troppo all’immanentismo kantiano e alla relativa “autonomia teonoma”. L’autonomia della libertà si fonda sulla concezione di Dio inteso come postulato del pensiero (al quale Menke contrappone il Dio della rivelazione biblica). Le conseguenze di una verità determinata dalla libertà intesa come auto-originaria e come autonomia sono la regressione del concetto di coscienza da percezione pre-riflessiva della verità a semplice giudizio spontaneo della ragione pratica (con riferimento a Newman: dal sense of duty al generico moral sense) e l’interpretazione in senso soggettivistico del rapporto tra colpa e peccato, in particolare nell’ambito della morale sessuale (Menke cita una frase di Striet: « la colpa diventa peccato soltanto nella fede »). All’autonomia della morale e della persona, Menke obietta, commentando le parole di Veritatis splendor, che l’eteronomia della legge di Dio non può essere in contraddizione con la legge collegata alla dignità e alla libertà umana.

La cartina al tornasole delle polarizzazioni interne al mondo cattolico, sostiene Menke, è ravvisabile nel dibattito seguito ai famosi dubia formulati dai quattro cardinali Brandmüller, Burke, Caffarra e Meisner sull’esortazione apostolica Amoris laetitia (AL). In gioco « non è tanto una crisi della dottrina, ma della fede » (p. 82). Per Menke « in AL non sono messe in forse la dottrina della chiesa e la sua autocomprensione sacramentale » (p. 79), ma il problema è che gli sposi cristiani spesso non credono che il loro matrimonio sia una rappresentazione, resa possibile dalla grazia, dell’assoluta fedeltà di Cristo alla chiesa. Venendo meno la relazione personale di fede con Cristo, vissuta insieme, viene meno il presupposto fondamentale della sacramentalità del vincolo coniugale. Non si tratterebbe, quindi, come afferma Striet, di dare un completamento sociologico alla svolta antropologica contemporanea, quanto di riconoscere che nella tarda modernità la chiesa è diventata, nel contesto di una società radicalmente pluralistica, come un “piccolo gregge”, senza dimenticare con questo « il dovere dell’orientamento missionario della propria diversità » (p. 91). Menke non fa mistero di preferire questa opzione per una chiesa di minoranza in un contesto pluralistico, anche se – a onor del vero – non mancano tratti di una certa idealizzazione del rapporto tra i coniugi nelle argomentazioni, come quando l’A. scrive, ad esempio: « Se due sposi si dessero la regola di comunicare assieme a Cristo almeno una volta al giorno, cioè di pregare insieme, allora il loro litigio piú lungo potrebbe durare ventiquattro ore, cioè da una preghiera comune fino alla successiva » (p. 82).

A motivo dell’abbandono del fondamento sacramentale della chiesa come comunione di comunicazione con il Lógos divino, Menke vede nel progetto editoriale di Goertz e Striet il rischio di una « tragica sciagura » (p. 102): quella di perdere la fede. I toni utilizzati da Menke sono drammatici, ponendo delle alternative forse troppo radicali: « Sentimento al posto dell’azione, interiorità privata al posto dell’inserimento in una comunità di professione di fede, ispirazione al posto di incarnazione e pluralismo al posto di obbligatorietà sono le caratteristiche di una fede diventata a un tempo debole e privata » (pp. 102-103). Menke vede nel cristianesimo della Riforma luterana, al quale dedica un intero capitolo, il paradigma del « capovolgimento del primato della verità rispetto alla libertà » (p. 184) e chiosa: « Se Goertz e Striet avessero ragione, il cristianesimo della Riforma dovrebbe essere fiorente rispetto al cristianesimo della tradizione cattolica e ortodossa. Accade invece il contrario » (p. 145). L’A. conclude con un riferimento balthasariano, ribadendo che l’autentica realizzazione della libertà consiste nella percezione della verità (Wahr-nehmung) del Lógos divino nella realtà.

Le ragioni delle “antitesi” di Menke vanno evidentemente contestualizzate all’interno del dibattito nell’attuale società e chiesa tedesche, molto polarizzato. Certamente l’intenzionalità dichiaratamente polemica del pamphlet di Menke e il procedimento antitetico, che pone un’alternativa secca tra verità e libertà, senza lo sforzo di argomentarne la reciproca implicazione, magari a partire dal modello biblico, rischiano di alimentare la polarizzazione piú che contribuire in modo costruttivo al dibattito. La denuncia di una nuova crisi modernista, con i relativi toni di condanna, rende piú difficile un possibile dialogo con gli interlocutori chiamati in causa.


S. Didonè, in Studia Patavina 67 (2020) 3, 529-531