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La follia di Dio
John D. Caputo

La follia di Dio

Una teologia dell’incondizionale

Prezzo di copertina: Euro 24,00 Prezzo scontato: Euro 22,80
Collana: Giornale di teologia 428
ISBN: 978-88-399-3428-4
Formato: 12,3 x 19,3 cm
Pagine: 208
Titolo originale: The Folly of God. A Theology of the Unconditional
© 2021

In breve

«Tanto irriverente quanto serio, tanto irragionevole quanto avveduto, tanto teologico quanto a-teologico, La follia di Dio domanda fino a che punto siamo disposti a inoltrarci nella teologia della croce e cosa siamo disposti a lasciar cadere» The Christian Century.

Descrizione

Prendendo le mosse dalla Prima lettera ai Corinzi, letta attraverso il decostruzionismo di Derrida, il saggio offre una prospettiva di riconcettualizzazione radicale: rifiutare l’idea metafisica di Dio come Ente supremo, onnisciente e onnipotente, per riconoscerne la natura di “evento” che si concretizza nei termini elusivi e folli di una “chiamata”.
Caputo rigetta il teismo metafisico classico e avanza il programma di una “teologia debole”. Quest’ultima scalza la dicotomia fra secolarismo e religione o fra ateismo e teismo, per innervarsi in ogni aspetto della vita umana; e adotta come proprio linguaggio caratteristico una “teopoetica”.
Riscrivendo i paradigmi teologici, Caputo riscrive anche il senso e la possibilità stessa della fede. Di qui l’idea di un regno di Dio «non ha bisogno di Dio» e che si traduce in una ricerca appassionata dell’agápe e della giustizia nel mondo.
Un progetto provocante e visionario, “radicale” perché intende “scavare alle radici”, destinato a rivoluzionare il modo abituale di pensare Dio

Recensioni

L’espressione «follia di Dio» è impiegata, in questo libro, nel senso della Prima lettera di San Paolo ai Corinzi (cfr 1 Cor 1,22-25): la follia di Dio è più saggia degli esseri umani e la debolezza di Dio è più forte degli esseri umani. John Caputo, teologo e filosofo statunitense di formazione cattolica, è un noto esponente della cosiddetta «teologia debole o del forse o dell’in­condizionale». In essa Dio non è pensato come un principio di potenza, una garanzia materiale di successo mondano, ma come la voce che chiama a operare il bene senza condizioni, accordi contrattuali, vantaggi idolatrici. Dio non «esiste» come la causa efficiente da cui tutto dipende, ma come l’e­mergere di un appello alla libertà.

Più che «esistere» al modo di una cosa, Dio «insiste» affinché noi, pren­dendoci cura di chi ha fame, sete, è ignudo, prigioniero, colmiamo ciò che manca al corpo di Dio e completiamo – facciamo «esistere» – ciò che Dio ha consegnato alle nostre deboli mani. Il Regno promesso viene attraverso la nostra risposta, senza ricompense o garanzie che il bene trionferà in forza di un Deus ex machina.

Il credente scommette sulla speranza di giustizia, ma non è mosso da cal­coli retribuzionisti, da secondi fini opportunistici – fosse pure la vita eterna –; invece è scosso e rapito dal fascino dell’azione degna, dall’obbedienza a un comando di prossimità, dalla dedizione misericordiosa verso l’altro che sof­fre. Tutto avviene in modo simile al richiamo di bellezza che un artista av­verte nell’abbozzo dell’opera che grazie a lui sta prendendo forma. La teolo­gia come deduzione metafisica cede il posto a una «teopoetica», a un insieme di generi discorsivi (narrazione, poesia, ermeneutica, parabole, formule apo­fatiche, immaginazioni visive).

L’interessante testo di Caputo, che valorizza la lezione di Eckhart, Der­rida, Bultmann, Benjamin, Vattimo e Tillich, meriterebbe un’analisi critica più dettagliata. L’inoggettivabilità del sacro scaccia l’idolatria dottrinale, ma rischia di smarrire la dimensione «drammatica» e storica del Vangelo. Per l’A., la nozione di un Regno che non avrebbe bisogno di Dio – è Dio che avrebbe bisogno del Regno – si connette con la «divinità» di Dio quale regione oscura da cui il Dio celeste sarebbe emerso (Eckhart, citato a p. 34).

Manca però una giustificazione argomentativa – e non solo allusiva – dei criteri che distinguerebbero la «pazzia» (patologica) dalla «stoltezza» che la croce rappresentava per i pagani, secondo Paolo. L’apologia della secolarizza­zione, quale itinerario «ateo» verso una religione più autentica, andrebbe de­clinata attraverso una contestazione più esplicita dei nuovi idoli della potenza: la medicalizzazione forzata della vita, l’avidità dello sfruttamento ecologico, il conformismo indifferente. Chi crede nel Cristo risorto conferma la sua op­posizione alla morte e all’ingiustizia, attendendo cieli e terra nuovi, che Dio promette rivendicando a sé la garanzia di sconfiggere le tenebre. La religione non è un’ironica canzone di lode a un futuro sognato ma irrealizzabile, né uno spettro che spaventa le nostre esistenze, ma la fiducia nella potenza del Cristo («Noi annunciamo Cristo crocifisso: […] potenza di Dio e sapienza di Dio», 1 Cor 1,24), che si è manifestato come colui che guariva i malati, mondava i lebbrosi e donava la vista ai ciechi.


P. Cattorini, in La Civiltà Cattolica 4105 (3 luglio 2021) 92-93

Prendendo le mosse dalla Prima lettera ai Corinzi, letta attraverso il decostruzionismo del filosofo Derrida, il saggio offre una prospettiva di riconcettualizzazione radicale: rifiutare l'idea metafisica di Dio come Ente supremo, onnisciente e onnipotente, per riconoscerne la natura di "evento" che si concretizza nei termini elusivi e folli di una "chiamata". L'Autore rigetta il teismo metafisico classico e avanza il programma di una "teologia debole", una teologia che scalza la dicotomia fra secolarismo e religione o fra ateismo e teismo, per innervarsi in ogni aspetto della vita umana; e adotta come proprio linguaggio caratteristico una "teopoetica".

Riscrivendo i paradigmi teologici, l'Autore riscrive anche il senso e la possibilità stessa della fede. Un progetto provocante e visionario, che vuole "scavare alle radici", e rivoluzionare il modo abituale di pensare Dio.


L. Cabbia, in Rogate Ergo 4/2021, 61