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Il discorso della montagna
Eberhard Schockenhoff

Il discorso della montagna

Appello a essere cristiani

Prezzo di copertina: Euro 28,50 Prezzo scontato: Euro 24,23
Collana: Books
ISBN: 978-88-399-2885-6
Formato: 13,5 x 21 cm
Pagine: 288
Titolo originale: Die Bergpredigt. Aufruf zum Christsein
© 2017

In breve

Nel Vangelo di Matteo, i capitoli 5–7 sono il brano più pericoloso e rivoluzionario della Bibbia cristiana. Quali sono le questioni fondamentali che pone oggi quel peculiare testo?

Descrizione

Il discorso della montagna non dà risposte rassicuranti, a buon mercato, ma pone domande decisive, nel rispondere alle quali viene interpellata da cima a fondo la nostra condotta di vita. Tradurre per il nostro presente il discorso tenuto da Gesù in Matteo 5–7 esige grande onestà, richiede cioè che lo si accetti come una spina nel fianco del cristianesimo. La tentazione di “addomesticare” le Beatitudini e le cosiddette antitesi di Gesù, per disinnescarne il potenziale dirompente, è sempre dietro l’angolo.
Schockenhoff, noto teologo tedesco studioso di etica, raccoglie la sfida di leggere il testo in modo rigoroso e credibile, cercando di applicarne le sollecitazioni esigenti alle sfide etiche del presente – nell’ambito privato dell’esistenza personale, nella convivenza sociale degli uomini e nella cooperazione tra i popoli nel sistema internazionale degli stati.

Recensioni

Con una frase fatta, ma molto efficace, si dice che il Discorso della montagna è la “magna charta” del Nuovo Testamento perché ne delinea la fisionomia, le caratteristiche, la natura. Si dice anche che riporta e sintetizza l’insegnamento morale di Gesù, oggi si direbbe la sua etica. Ma sappiamo che l’etica di Gesù non l’incontriamo nella sua forma originaria, bensì nell’interpretazione dei vangeli. Più che di un’etica di Gesù si dovrebbe dunque parlare di un’etica dei vangeli. Che in prospettiva teologica non può che rimandare all’ethos, allo stile di vita di Gesù, oltre che al suo insegnamento. Ed è proprio in riferimento a tale insegnamento che il Discorso della montagna rappresenta uno dei testi morali più importanti e significativi del Nuovo Testamento.

Sarebbe però sbagliato leggerlo e interpretarlo soltanto o anche primariamente sotto l’aspetto morale. Il Discorso della montagna è più che un testo morale e non contiene solo temi morali. Non si può d’altra parte negare che in tale testo l’interesse per la morale sia così esplicito e articolato da fare di esso la maggiore esposizione sistematica dell’insegnamento morale attribuito a Gesù. Tanti elementi morali messi assieme non si trovano in nessuna parte dei vangeli e più in generale del Nuovo Testamento.

Non dovrebbe quindi meravigliare l’attenzione che i teologi morali hanno sempre dedicato a tale testo. Le loro analisi, i loro commenti, fra i quali è da annoverare ora anche quello del nostro A., che insegna Teologia morale nella Facoltà teologica dell’Università di Friburgo in Germania, non si contano più.

Il suo commento è suddiviso in due parti. Nella prima parte, Fondamenti esegetici e teologici (pp. 11-122), l’A. affronta temi e problemi di carattere generale, introduttivo, a cominciare da una breve introduzione (pp. 13-15) nella quale definisce il Discorso della montagna «il testo più provocatorio di tutta la Bibbia». Vengono poi passati in rassegna tutta una serie di altri temi e problemi attinenti alla sua interpretazione e validità. A cominciare da un primo capitolo, Nome, forma e struttura del Discorso della montagna (pp. 16-25), nel quale veniamo a sapere che il nome proviene da Agostino; la forma è quella di un appello rivolto ai cristiani; la struttura è piuttosto complessa e si compone di un’apertura (Mt 5,1-2), di diverse pericope riguardanti le beatitudini (Mt 5,3-12), le metafore del sale e della luce (Mt 5,13-16), il richiamo all’osservanza della legge e dei profeti (Mt 5,17-19), alcune istruzioni riguardanti la giustizia superiore (Mt 5, 20), le antitesi, gli insegnamenti, il Padre nostro (Mt 5,21-7,11), la regola aurea (Mt 7,12), e una chiusura relativamente ampia nella quale vengono riportate le reazioni degli uditori e nuovi insegnamenti morali (Mt 7,13-29). Seguono tre altri capitoli, nel primo dei quali l’A. prende in considerazione alcuni Modelli interpretativi teologici (pp. 26-75) che rimandano alla comprensione del Discorso della montagna rispettivamente nella chiesa antica, che suddivide i cristiani in semplici e perfetti; nella chiesa moderna, in particolare nelle chiese della Riforma, dove si parla di due ordinamenti materiale e spirituale di Dio e di un duplice uso della legge; e infine nella chiesa contemporanea, che intravede nel Discorso della montagna più linee interpretative: alcune, in linea con la Riforma protestante, parlano ora di un’etica interinale fino al ritorno di Cristo, ora un’etica intenzionale per il tempo presente; altre, più in linea con la riforma cattolica, vedono in esso ora il compimento della legge, ora il programma per un cristianesimo dell’azione. In un capitolo successivo l’A. focalizza alcuni Punti scottanti della discussione esegetica (pp. 76-106), in particolare il rapporto tra i discepoli e la folla come destinatari primari e secondari del discorso di Gesù; il rapporto di Gesù con il contesto socio-storico nel quale è vissuto; la sua posizione nei confronti della legge e dei profeti; il rapporto tra promessa del vangelo e cristianesimo dell’azione. In un ultimo capitolo, L’unità interna del Discorso della montagna (pp. 107-122), l’A. affronta il problema dell’intreccio tra incondizionata benevolenza di Dio ed esigenza etica e configura il Discorso della montagna come una specie di ellisse all’interno della quale egli colloca l’etica di Gesù tra Paolo e Matteo, il rapporto tra beatitudini e antitesi, e una risposta alla domanda in che senso sia da interpretare la radicalità delle richieste del Discorso della montagna.

Nella seconda parte del volume, Un’interpretazione per il presente: concretizzazioni esemplari (pp. 123-274), l’A. riprende più analiticamente le singole pericope e da teologo morale le commenta con uno sguardo attento soprattutto ai risvolti pratici e attualizzanti del testo. A cominciare anche qui da una breve riflessione, quasi una seconda introduzione, su Il Discorso della montagna come insegnamento di Gesù (pp. 125-131), da interpretare nella forma di un’azione di istruzione chiaramente distinta dalla precedente azione di annuncio; ma soprattutto da vivere come una legge di libertà che gira attorno a tre fulcri principali: il duplice comandamento dell’amore di Dio e del prossimo; la conversione e il rinnovamento di tutto l’essere dell’uomo; la disponibilità e l’impegno ad aiutare in modo concreto e fattivo chi si trova nel bisogno. Seguono una serie di analisi e considerazioni sulle Beatitudini (pp. 132-174), a iniziare da quelle ricorrenti al di fuori del contesto del Discorso della montagna, dalla novità di quelle proposte da Gesù, dal loro significato come interpellanza e stile di vita dei cristiani. È quindi la volta di una nuova serie di analisi e considerazioni sulle due metafore, Sale della terra, luce del mondo (pp. 175-183), di cui è relativamente facile cogliere il senso letterale, meno quello simbolico; sulla Giustizia superiore (pp. 184-191), come compimento della legge sia in senso quantitativo, ampliamento e completamento del suo contenuto, che qualitativo, nel senso di un’altra giustizia radicalmente superiore a quella degli scribi e dei farisei; sulle Antitesi (pp. 184-231), il controllo dell’ira e la riconciliazione, il matrimonio e il divorzio, i giuramenti, la ritorsione, l’amore per il nemico; sul Divieto di giudicare (pp. 232-236), che da una parte proibisce di ergersi a giudici degli altri, dall’altra impone di riconoscere i propri errori; sull’Ammonimento contro l’ipocrisia (pp. 237-240), che sposta l’accento dall’atto interiore, che nessuno vede, all’atto esteriore, all’azione di chi esibisce le opere buone per guadagnare il plauso degli uomini e non quello di Dio; sul Padre nostro (pp. 241-256), la grande preghiera cristiana che da una parte mette in chiaro l’esclusiva relazione filiale di Gesù con il Padre suo, dall’altra invita a mettere la nostra vita a disposizione di Dio padre di tutti, Padre nostro; sulla Regola d’oro (pp. 257-264), nella quale Gesù riprende una formula comune diffusa in tutto il mondo antico: “Non fare ad altri ciò che non vuoi sia fatto a te”, e la riformula in senso positivo riagganciandola alla sua pretesa di non abolire la legge, ma di portarla a compimento; e infine sulla Preoccupazione sbagliata (pp. 265-271) di chi si affanna troppo fino a dimenticare Dio, mentre Gesù esorta a riporre la fiducia nella sua provvidenza, avvalorando l’esortazione con un duplice espediente retorico di deduzione dal maggiore al minore (confronto tra vita e nutrimento, tra corpo e vestito) e dal minore al maggiore (confronto tra uccelli del cielo e gigli del campo con i discepoli di Gesù). Il commento si conclude con una riflessione sul Mettere in pratica le parole di Gesù e la casa costruita sulla roccia (pp. 272-274), che è un appello a seguire Gesù, a mettersi alla sua sequela, a costruire un mondo che somigli a una casa, una famiglia, in cui regnino la giustizia e la pace.

Il volume, come si può intuire, offre un’analisi paradigmatica di come la comunità di Matteo ha attualizzato per il suo tempo, mediante assimilazione e trasmissione creativa, i contenuti del messaggio di Gesù. E di come chi tenta oggi di seguire Gesù sulla strada dell’essere cristiani incontri fin dall’inizio un grande problema, in quanto il mondo in cui viveva Gesù o la comunità di Matteo non è più il nostro mondo; e viceversa il mondo in cui viviamo noi non è più il mondo di Gesù e nemmeno della comunità di Matteo.

L’A. tenta di chiarire, se non proprio risolvere, questo problema attraverso una serie di snodi che costituiscono altrettanti passaggi di un confronto dialettico dove la tesi: «Al centro del cristianesimo non c’è un programma religioso o ideologico e neppure un’idea filosofica, ma una persona viva: Gesù Cristo» (p. 5) viene ripresa e approfondita nel confronto con un’altra tesi più nascosta e implicita: «Ma al centro del cristianesimo c’è anche una comunità che celebra una persona viva, Gesù Cristo, e ne traduce il messaggio di amore». A me pare che l’A. risolva questa dialettica avvalendosi di una “retorica progressiva” i cui tratti essenziali sono: esegesi rigorosa, ermeneutica teologica, ma soprattutto utilizzazione del concetto di “concretizzazione esemplare”, nel quale s’intravede un’argomentazione in base alla quale la storia può svilupparsi in una direzione costruttiva e creativa, non polemica.

Ma questa nozione di retorica è sufficiente per individuare il rapporto che si stabilisce fra tradizione e traduzione del messaggio? Fra ciò che si ritiene essenziale e deve essere quindi trasmesso e ciò che si ritiene storico, culturale, ed è bene lasciare andare, consegnare al passato? A mio parere uno strumentario meno “retorico” e piú “analitico”, più attento a distinguere concettualmente fra atteggiamenti e comportamenti, valori morali e non morali, etica normativa e parenesi, avrebbe forse contribuito a discernere nel Discorso della montagna alcune indicazioni normative che si possono tranquillamente considerare “concretizzazioni esemplari” della vita e dello stile di Gesù – si pensi alle Beatitudini – e altre che viceversa avrebbero bisogno di ulteriori analisi e “rielaborazioni etico-normative”: si pensi alle Antitesi. Il rischio infatti è di scambiare ciò che è storico, culturale, con ciò che è essenziale o si presuppone in modo irriflesso che lo sia.


G. Trentin, in Studia Patavina 64 (3/2017) 577-580

In sintesi, il libro del noto teologo docente di morale a Freiburg i. Br., Schockenhoff, pone a tema il rapporto tra vita morale e beatitudini, anche se correttamente il titolo (e il lavoro) interessa direttamente tutto il «discorso della montagna», secondo la nota location della versione matteana del vangelo (Mt 5-7). La preoccupazione manifesta è la necessità di riflettere sulle condizioni di possibilità di un'etica teologica fondata sulle basi salde del vangelo, in grado di dare senso, forza alla vita di tutti i battezzati, e di proporre un’adeguata spiritualità. È proprio la versione di Matteo che caratterizza il discorso della montagna come insegnamento etico, anche perché è rivolto ai discepoli che già pare abbiano risposto alla chiamata (iniziale) e aderito all'annuncio del regno di Dio (kerygma). […]

Qui è opportuno comprendere il motivo per cui vale la pena di affrontare la lettura di questo libro. Non è solo l'ennesima sintesi delle acquisizioni esegetiche sul brano più folgorante del vangelo, e nemmeno la rassegna dei suoi possibili effetti concreti già maturati nella storia. «Siccome il discorso della montagna ha determinato in ogni tempo la visione dell'essere cristiani» (p. 9) anche oggi è necessario accoglierne le sfide non solo per i singoli, ma anche e soprattutto per la chiesa «se si vuole che il suo appello ad essere cristiani possa essere seguito da coloro che lo ascoltano oggi» (p. 8).

Schockenhoff, con un linguaggio accessibile a tutti, prende per mano il lettore e lo conduce all' «ascolto» del tema centrale del discorso, ne fa intendere bene l’accordo principale e sul suo cantus firmus discute le varie nodosità del brano.

Nella seconda parte del libro (pp. 123-274) «l'attenzione principale è posta sulle singole componenti e sequenze del discorso della montagna», ma con l'intento di offrire «non una presentazione sistematica dell'etica cristiana, ma una discussione delle sue direttive in base a esemplari concretizzazioni» (p 9). Anche perché, secondo l'autore, «dall'insegnamento di Gesù non si può ricavare una dottrina morale completa come fu fatto successivamente dal magistero della chiesa» (p. 129). E quindi ne sviluppa coerentemente i «fulcri» fondamentali: il duplice comandamento di amare Dio e il prossimo; il rinnovamento personale a partire dal proprio cuore; l'evidenza pratica cogente del comportamento (concreto) dell'amore al prossimo.

Interrogarsi sul discorso della montagna è interrogarsi su Cristo Gesù e sulla sua presenza in mezzo a noi. Questo afferma il libro. Dal discorso della montagna non scaturiscono prassi necessarie per ottenere la grazia, ma matura una grazia, uno «spirito» (GS 72), che permette di agire secondo il vangelo. È l'espressione di una tensione che fa appello alla realtà del regno già presente, ma sempre e costantemente in arrivo. È (dovrebbe essere) la vita del cristiano nella dialettica tra promessa e impegno, tra dono ed esigenza. Una tensione solamente dalla quale può nascere e darsi, appunto, un'etica delle beatitudini. Un'etica, tuttavia, che confonde ogni sistema morale e smaschera l'insufficienza d'ogni altra etica.


D. Passarin, in CredereOggi 222 (6/2017) 150-152

«Il Sermone della montagna è andato diritto al mio cuore». Era l'inverno tra il 1888 e il 1889 e Gandhi a Londra studiava giurisprudenza, e veniva a contatto con le pagine del Vangelo di Matteo (cc. 5 -7) contenenti questo grandioso discorso di Cristo ambientato dall'evangelista su un monte forse più simbolico che topografico, probabile ammiccamento al Sinai dalla cui vetta era scesa la voce divina per Israele in marcia dall'Egitto verso la terra promessa della libertà.

Non per nulla Lutero che al Discorso aveva dedicato a Wittenberg vari sermoni, editi nel 1532, non esitava - forzando il latino - a definire il Gesù del Monte il Mosissimus Moses, in pratica il Mosè all'ennesima potenza. Alle spalle del Riformatore c'era già una vasta produzione di commenti esegetici di quel testo matteano, a partire da quell'ideale archetipo che era il De sermone Domini in monte di s.Agostino.

Un itinerario che è approdato fino a Benedetto XVI: nel suo Gesù di Nazaret (primo volume pubblicato nel 2007) riservava a quel discorso oltre cento pagine classificandolo come «la Torah del Messia ... del tutto nuova, diversa, ma che proprio così porta a compimento la Torah di Mosè».

Gandhi, però, dopo aver esaltato la potenza spirituale di quelle pagine che lo avevano "innamorato" di Gesù, non esitava ad aggiungere: «In Occidente questo messaggio fondamentale ha subito varie deformazioni... Molto di quello che viene considerato come cristianesimo è una negazione del Discorso della montagna». Basti solo scorrere quell'emozionante portale d'ingresso che sono le cosiddette "Beatitudini" (5,1-12) per confermare l'annotazione del Mahatma.

Lo stesso Lutero anticipava la convinzione del cancelliere Otto Bismarck, affermando l’inconciliabilità di quel dettato evangelico con la prassi politica. Proprio per la sua carica "utopica" nel senso più alto del termine, gli appelli che sono risuonati su quel monte sono stati nei secoli variamente strattonati in un conflitto di interpretazioni molteplici. Per alcuni sono un nuovo ed esigente codice di leggi; per altri sono una guida spirituale per eletti, capaci di inerpicarsi lungo i sentieri di altura della mistica; per il celebre teologo e filantropo Albert Schweitzer sono una proposta di vita per il tempo "interinale" della storia in cui siamo immersi prima che sopraggiunga la meta ultima dell'escatologia quando «Dio sarà tutto in tutti», come assicurava s. Paolo; per molti quegli appelli rivelano, invece, l'atteggiamento radicale che Cristo postula al suo discepolo, il vero cristiano, che è tale non solo obbedendo ad alcune norme ma lo è nella totalità costante del suo essere, mente, anima, cuore ...

Come districarsi in questo delta ermeneutico così ramificato? La via regina è sempre quella della ripresa del testo in una lettura accurata che tenga conto, certo, dei vari riflettori puntati sulle parole di Gesù da una tradizione secolare, ma che cerchi di ascoltarne prima di tutto il suono primordiale, il tenore di fondo del suo messaggio.

In questa linea collochiamo due commenti che sono apparsi recentemente quasi in contemporanea. Il primo è offerto da un noto teologo morale tedesco, Eberhard Schockenhoff, che propone sostanzialmente due momenti interpretativi. Il primo è, per così dire, centripeto e risale alla matrice originaria evangelica, ma non per un'analisi esegetica dei 109 versetti in cui è attualmente distribuito il Discorso, quanto piuttosto per individuarne i nodi scottanti: i destinatari, il fondale socio-storico, il contrappunto con la legge mosaica («è stato detto agli antichi..., ma io vi dico», un'espressione che Schockenhoff interpreta acutamente), la struttura tematica intima di un discorso così variegato.

Si perviene, così, a quella radicalità a cui sopra accennavamo, comparata dall'autore a un'ellisse i cui due fuochi sono la grazia divina e l'etica umana, in una dinamica d'amore: «ciò che distingue la radicalità dell'ethos di Gesù da un rigorismo morale e da un eroismo sovrumano si vede nella relazione di esso con la misericordia, con la quale i discepoli devono imitare la perfezione del loro Padre celeste». Si apre, così, il secondo movimento del saggio del teologo tedesco, quello che potremmo considerare "centrifugo" perché dal centro testuale si dirama fino all'oggi attraverso una serie di "concretizzazioni esemplari". Sono capitoli in cui il testo evangelico fiorisce in tutta la sua paradossale attualità, procedendo da quella vetta che sono le Beatitudini fino a divenire «sale della terra e luce del mondo», attraverso la pratica di una "giustizia superiore" e meno legalista in ambiti delicati come l'amore per il nemico, il matrimonio, le relazioni interpersonali e sociali, il giudicare, la "regola d'oro" del fare al prossimo ciò che fai per te stesso, fino a risalire verso Dio con la preghiera del "Padre nostro". Quest'ultima, in verità, come notava Simone Weil, a differenza di tutte le orazioni, parte non dal basso dell'uomo che invoca ma dall'alto di un Dio che si rivela.

La ricchezza del commento attualizzato di Schockenhoff non disinnesca il potenziale dirompente del Discorso della montagna ma lo innesta nel tessuto quotidiano personale, sociale e persino politico conservandone il fuoco, secondo il famoso detto di Cristo: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra e quanto vorrei che fosse già acceso!» (Luca 12.49).

Parlavamo di due commentari: il secondo è quello di un esegeta, docente alla Pontiftcia Università Gregoriana, Massimo Grilli. Il suo scritto segue apparentemente il percorso classico che procede isolando le varie unità testuali, identificate in cinque blocchi, sottoposti a un'accurata analisi secondo le loro specifiche articolazioni. A questa lettura si allega una cornice che, da un lato, inquadra il Discorso nel suo contesto alla ricerca di una coesione e, dall'altro, lo protende verso "il lettore modello" (l'allusione è a Eco che ha coniato e configurato questa tipologia) in un intreccio tra "indicativo" divino e "imperativo" morale umano. Dicevamo che la lettura di Grilli è solo apparentemente quella a cui si è abituati nei commenti esegetici perché il suo scavo è sempre attento a rilevare le iridescenze tematiche e spirituali di ogni frase o parola, di ogni singola struttura testuale così che emerga l'incrocio tra l'”ortodossia", cioè il messaggio/confessione di fede, e l’”ortoprassi", il riflesso esistenziale e morale, l'etica della responsabilità.

Concludendo possiamo dire che, attorno alle parole di Cristo si è certamente dipanata un'imponente indagine ermeneutica: essa, però non si è esaurita nelle aule asettiche dell'accademia ma si è allargata sulla piazza rumorosa della storia. Aveva ragione un altro esegeta, Gerhard Barth, quando dichiarava che il Discorso della montagna, al pari della Lettera aiRomani di s. Paolo, ha tenuto sotto pressione e ha seminato inquietudine nella Chiesa più di ogni altro testo biblico o religioso. Proprio per questo Mauriac non esitava ad affermare: «Chi non ha letto il Discorso della montagna non è in grado di sapere cosa sia il cristianesimo».


G. Ravasi, in Il Sole 24 Ore 16 luglio 2017

La spina nel fianco del cristianesimo. «II testo più provocatorio di tutta la Bibbia». Così è il Discorso della montagna nei capitoli 5-7 del Vangelo di Matteo.

Il teologo e studioso di etica Eberhard Schockenhoff ne analizza i fondamenti esegetici e teologici e lo rilegge per il nostro presente, avvalendosi di casi esemplari.

Secondo lo studioso ogni movimento ecclesiale, fuori o dentro la Chiesa, si è rifatto al Discorso. Ogni cristiano deve sentirsi pungolato dalle sue domande, sia come singolo, sia come essere umano in relazione con gli altri.


In Jesus 5/2017

Nel Vangelo di Matteo il Discorso della montagna, che comprende i cc. 5, 6 e 7, rappresenta per molti la carta d’identità del cristiano. Questo discorso è l’autorivelazione di Dio o è il risultato dell’elaborazione di un rabbino? I comandamenti lì presenti sono dei precetti o dei consigli? Sicuramente li incontriamo nella Bibbia, soprattutto nei Salmi, ma Gesù li legge in termini escatologici, e non come frutto delle opere. Certamente in Luca le beatitudini sono rivolte ai discepoli, mentre in Matteo assumono un carattere universale. I precetti di Gesù, seppure inapplicabili in senso rigoroso, impegnano però il fedele a declinarli nelle singole situazioni, e l’a. svolge un approfondimento a questo proposito. L’etica della responsabilità e l’etica dell’intenzione trovano comunque una sintesi nella «via caritatis».
G. Azzano, in Il Regno Attualità 6/2017

I capitoli 5-7 del Vangelo di Matteo presentano il Discorso della montagna. Esso non dà risposte rassicuranti, a buon mercato, ma pone domande decisive che interpellano tutta la nostra condotta di vita. Parte da questo presupposto il libro di Schockenhoff, noto teologo tedesco studioso di etica. L’autore legge il testo in modo rigoroso e credibile, cercando di applicarne le sollecitazioni esigenti alle sfide etiche del presente, nell’ambito privato dell’esistenza personale, nella convivenza sociale degli uomini e nella cooperazione tra i popoli nel sistema internazionale degli Stati.
F. Mariucci, in La Voce 9 (10 marzo 2017)