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Il cavaliere, l’amata e satana
Franco Manzi

Il cavaliere, l’amata e satana

Sentieri odierni del Vento nell’Apocalisse

Prezzo di copertina: Euro 20,00 Prezzo scontato: Euro 19,00
Collana: Biblioteca Biblica 30
ISBN: 978-88-399-2030-0
Formato: 16 x 23 cm
Pagine: 280
© 2020

In breve

Con un linguaggio limpido, attuale e teologicamente fondato, il libro aiuta a superare un approccio fondamentalista all’Apocalisse, libro biblico di perenne attualità.

Descrizione

L’Apocalisse di Giovanni – libro sacro ed enigmatico, che parla di angeli e demoni, di visioni celesti e sciagure terrene – intriga gli spiriti più curiosi e quelli più superstiziosi. A chi crede in Cristo suggerisce però, ancora oggi, «ciò che lo Spirito dice alle Chiese»: il Risorto, che appare in visione al profeta Giovanni come un cavaliere su un destriero bianco, ha già vinto e continua a sconfiggere Satana e le forze mortifere da esso dispiegate contro la Chiesa, l’amata fidanzata di Cristo stesso. Prendendo parte a tale vittoria, essa si appresta a diventare sua sposa per sempre.
Il presente saggio decifra magistralmente alcune tra le più misteriose profezie di cui è colma quest’ultima opera del Nuovo Testamento. Richiamando quattro parole-chiave – storia, profezia, liturgia, teologia –, l’autore giunge a un’acquisizione interessante: il veggente dell’Apocalisse ha offerto ai lettori una sorta di manuale di discernimento spirituale dei segni di Dio. A questo scopo ha fatto uso di numerosi simboli (astri, numeri, colori, animali, città ecc.) per insegnare ai cristiani perseguitati dall’Asia Minore della fine del I secolo – ma anche ai nostri contemporanei – a riconoscere l’appello di Dio nei fatti della storia, nei sentieri della Chiesa e nelle vicende stesse della vita.

Recensioni

A chi ha la fortuna di visitare la cripta romanica della cattedrale di Saint–Étienne ad Auxerre non può sfuggire l’affresco di Cristo su un cavallo bianco, in mezzo a una schiera di angeli. Immagine rarissima che raffigura l’Adventus Christi, vale a dire l’entrata di Gesù a Gerusalemme, secondo la tradizione pittorica prevalente avvenuta in groppa a un asino. Per gli studiosi a Auxerre non vi sarebbe un richiamo al cavallo bianco citato nell’Apocalisse, eppure l’accostamento viene spontaneo. Scrive infatti Giovanni: «E vidi, quando l’Agnello sciolse il primo dei sette sigilli, e udii il primo dei quattro esseri viventi che diceva come con voce di tuono: “Vieni!”. E vidi: ecco, un cavallo bianco. Colui che lo cavalcava aveva un arco, gli fu data una corona ed egli uscì vittorioso per vincere ancora» (Ap 6,1–2). Il bianco del primo cavallo simboleggia la purezza e l’innocenza ed è il colore predominante di tutta l’Apocalisse. Per la mistica Adrienne von Speyr, il cavaliere personifica «la fede pura, la quintessenza del cristianesimo». Un’ìnterpretazione dei simboli cromatici dell’ultimo libro della Bibbia che finisce per toccare anche gli altri tre cavalli che appaiono in successione: quello rosso è il cavallo delle guerre e delle stragi, quello nero rappresenta l’ingiustizia, quello verde la morte.

Così legge queste quattro figure il teologo ed esegeta Franco Manzi nel volume Il cavaliere, l’amata e Satana. Sentieri odierni del vento nell’Apocalisse, edito da Queriniana (pagine 274, euro 20), un denso saggio in cui rivisita il racconto di Giovanni, che non sarebbe l’apostolo ma un suo discepolo omonimo, alla luce del tempo presente.

Molti ricorderanno il boom persino esagerato dell’Apocalisse ai tempi del passaggio di millennio e al riguardo dice l’autore nell’introduzione: «Senza dubbio, parlare dell’Apocalisse di questi tempi è di notevole attualità! È un libro sacro e misterioso, che parla di angeli e demoni, visioni celesti e sciagure terrene. Intriga gli spiriti religiosamente più curiosi, gli inquieti e anche i superstiziosi. I più suggestionabili, che corrono spesso da maghi, veggenti e fattucchiere, trovano in quest’opera enigmatica della Bibbia molteplici conferme alle loro ingenue previsioni sulla fine del mondo». Eppure, sgombrato il campo dai nuovi profeti di sventura e dalle facili letture fondamentalistiche, va anche rilevato come sia errato accantonarlo come hanno fatto alcuni biblisti e teologi, allontanando dall’ambito della discussione i riferimenti ai Novissimi e alla realtà del male e del maligno. Le visioni inquietanti del libro di Giovanni, gli sconvolgimenti cosmici e le sciagure inflitte all’umanità hanno un significato teologico che va correttamente interpretato.

Ed è questo l’intento del volume: «Le piaghe dell’Apocalisse non sono da intendere come prove o punizioni pedagogiche impartite direttamente da Dio», i cui segni di rivelazione «sono finalizzati unicamente a risvegliare, quasi come degli elettroshock, le coscienze obnubilate dei peccatori, per indicare loro la strada verso la salvezza». Va escluso perciò che sia Dio la causa diretta del male degli uomini, così come va rigettata l’idea che Dio sia del tutto indifferente alle vicende umane. Aggiunge Manzi: «Al di là dell’immaginario che possono suscitare le profezie di minaccia dell’Apocalisse, il Dio–Abbà di Gesù non flagellerà mai l’umanità con catastrofi naturali o con epidemie purificatrici». Parole da rileggere in questi mesi di coronavirus che qualcuno ha voluto interpretare come un castigo di Dio.

Nel recente romanzo Sete, in Italia tradotto da Voland, la scrittrice francese Amélie Nothomb reinterpreta l’ultima notte di Gesù prima della passione e della morte e ci immette appieno nella vertigine del pensiero di Cristo, che fu pienamente e fino in fondo uomo e amò la vita sino all’ultimo. Giustamente Luca Doninelli recensendo il libro sul “Giornale” ha parlato di «vette teologiche» raggiunte dalla Nothomb, che «ha “sete” di farci ascoltare Cristo». Ne parlo qui perché c’è una frase della scrittrice sul male che mi ha colpito e che mi pare opportuno riportare: «Nella mia posizione, mi concedo ogni blasfemia: non credo al diavolo. Credere in lui è inutile. C’è già abbastanza male sulla terra senza doverne aggiungere altro». Eppure, come ha ben capito C.S. Lewis nelle sue memorabili Lettere di Berlicche, la questione è tutt’altro che chiusa. L’identità del “grande Drago”, del “serpente antico” è un mistero insondabile, così come resta per noi umani, come ha scritto il teologo Ugo Vanni, uno dei più acuti lettori dell’Apocalisse, «l’incomprensibilità opaca della potenza del male». Il grande tentatore, la cui presenza non va né enfatizzata né minimizzata come ricorda nei suoi scritti Joseph Ratzinger, arriva a insinuarsi nella politica e nell’economia e non a caso Karol Wojtyla denunciò le “strutture di peccato”. A sua volta Hans Urs von Balthasar, a proposito delle multiformi raffigurazioni del Maligno presenti nel libro di Giovanni, rilevò che «non è possibile concludere né a un impero organizzato, né a una netta distinzione fra diavoli e demoni: l’antidivino è a un tempo uno e molti, è anonimo e amorfo». Stesse conclusioni cui giunse Georges Bernanos nel romanzo Monsieur Ouine, in cui tutti i personaggi descritti, persino il paesino in cui si svolge l’azione, sono posti sotto scacco.

Rimane la constatazione che l’Apocalisse è un libro di speranza ove il male alfine è sconfitto. «Il teodramma della storia – precisa Manzi – si protrarrà fino alla fine dei tempi: costi quel che costi, Dio desidera che tutti i suoi figli si lascino liberamente salvare da Cristo e dal suo Spirito». E rimane il fatto che quanto abbiamo compiuto di bene non sarà cancellato e quanto abbiamo compiuto di male sarà sanato. Lo dice bene un altro scrittore, il premio Nobel Isaac Bashevis Singer, in un racconto sulla vita di un pover’uomo chiamato Heinsherik: «Credo che, da qualche parte dell’universo, debba esserci un archivio nel quale sono conservati tutti i patimenti e gli atti di sacrificio umani. Non ci sarebbe giustizia divina se la storia di Heinsherik non abbellisse per l’eternità l’infinita biblioteca di Dio».


R. Righetto, in Avvenire 25 agosto 2020, 19

L’Apocalisse di Giovanni, il testo più enigmatico del Nuovo Testamento, è insieme una diagnosi del male, un teodramma, un’architettura della speranza e il libro dell’Agnello. Il suo linguaggio è realistico, rivestito però di simboli che hanno bisogno di essere decodificati. L’a. individua strati diversi di simboli: cosmici, numerici, cromatici, zoomorfi, che raccontano la lotta fra il bene e il male.

Se il contenuto presenta una successione di tragedie naturali e umane, queste non sono da ricondurre a un male metafisico ma alle scelte umane. Passato, presente, futuro sono strettamente legati perché in ogni tempo la politica crea nuovi idoli, nuovi feticci del potere che vanno compresi per intravedere la promessa della salvezza.


G. Azzano, in Il Regno Attualità 14/2020, 415

«Il quinto angelo suonò la tromba... e gli fu consegnata la chiave del pozzo dell’Abisso. Egli lo aprì e dal pozzo salì un fumo come quello di un enorme camino, capace di oscurare sole e aria. Dal fumo uscirono sulla terra cavallette alle quali fu concesso un potere analogo a quello degli scorpioni della terra. Fu detto loro di non devastare l’erba della terra né gli arbusti e gli alberi, ma soltanto gli uomini senza il sigillo di Dio sulla fronte. Ma fu concesso loro non di ucciderli, ma solo di tormentarli per cinque mesi con un tormento simile a quello dello scorpione quando punge un uomo». Sono alcuni versetti (9,1-5) dell’Apocalisse neotestamentaria. È la catastrofe che segue lo squillo del quinto dei sette trombettieri angelici: dal pozzo infernale, simile a un vaso di Pandora, quel suono fa emergere un inquinamento atmosferico e una pandemia, i cui virus sono comparati alla tradizionale piaga dell’agricoltura, quella delle cavallette, non più destinata ai vegetali ma pronta a infierire sull’umanità peccatrice.

Non è mancato, in questi mesi di coronavirus, qualche sparuto ma bellicoso fondamentalista religioso che ha applicato una pagina così incandescente modulandola sulla teoria mai stinta né estinta della retribuzione, retta dal binomio delitto-castigo. Invano da tempo l’esegesi corretta cerca di schiodare dalle menti questa ermeneutica di un libro biblico che, sotto il rivestimento fosforescente dei suoi simboli cosmici, zoomorfi, cromatici, teratomorfici, somatici, sociali, propone un’ermeneutica della storia umana, certamente sgangherata e talora tragica, ma la cui corsa non è verso l’Abisso, pur spalancato, bensì alla meta luminosa di «un cielo nuovo e una terra nuova». In essa è insediata una «città santa, la Gerusalemme nuova, discesa dal cielo» (21,1-2) nelle cui case e vie non si aggirano più quei lugubri cittadini che abbiamo imparato a conoscere in questi ultimi giorni: «Morte, Lutto, Lamento, Affanno». Ci sarà, infine, un Dio che passerà «tergendo ogni lacrima dai loro occhi» (21,4).

È facile comprendere che un’opera così provocatoria ed emozionante abbia generato una sterminata coreografia artistica, letteraria, musicale e persino cinematografica (chi non conosce Apocalypse now o Il settimo sigillo?), oltre ovviamente a un numero imponente di commenti (in questo s’era cimentato persino Isaac Newton con una sua libera esegesi fieramente antiromano-cattolica).

Ora è la volta di uno studioso milanese, docente della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale e a quella di Lugano, Franco Manzi. Il suo, in verità, non è un commentario ma un saggio sintetico, posto all’insegna di una triade emblematica presente nel testo sacro, Il Cavaliere, l’Amata e Satana, dotato di una mappa affidata a quattro (più uno) «sentieri» interpretativi, simili a punti cardinali. L’ultimo è, in realtà, una sorta di survey globale, un «filo d’Arianna» che permette di ricostruire sinteticamente lo spartito strutturale dell’opera.

Questo progetto, formulato in un linguaggio piano, permette di percorrere il terreno accidentato, tormentato e anche affascinante di quei 22 capitoli, non smarrendosi in deviazioni o vicoli ciechi. Si parte squadernando l’alfabeto simbolico a cui sopra accennavamo, un vero e proprio giardino ove allo sfolgorare di alcune immagini gloriose si accompagnano i terrificanti segni maligni alla Hieronymus Bosch: basterebbe solo inseguire i quattro cavalli misteriosi coi rispettivi cavalieri, dal bianco col Cristo risorto che lo cavalca, al rosso guidato dalla Guerra, dal nero retto dall’Ingiustizia fino al verdastro sul quale incede possente la Morte (6,1-8). Questo itinerario è destinato a introdurre il lettore nel cuore dell’Apocalisse, che è una «rivelazione», come dice il termine greco. Anzi, essa si autodefinisce come una «profezia», ossia la decifrazione di un senso celato all’interno del fluire frenetico della storia, è un «discernimento» che vaglia il groviglio degli eventi, estraendone un senso e un fine più che una fine.

Ora, nel grembo della storia si assiste a un parto trascendente e glorioso che ha il suo apice nel c. 12 quando la Donna, che è il popolo di Dio, genera il «Cristo totale», duramente ma vanamente aggredito dal drago satanico dissacratore. Ormai sorge l’alba del nuovo mondo la cui sinfonia è intonata nelle pagine finali. Ad esse ci siamo già riferiti: si leva solenne la figura del Cristo vincitore a cui è associata la Chiesa. Quello che è stato «un viaggio nella notte» si trasforma in un’epopea di luce, per cui - come ribadiva Tarkovskij che pensava a un film - l’Apocalisse ha il suo picco non nella punizione ma nella speranza, divenendo un «racconto del nostro destino» non catastrofico ma salvifico. […]


G. Ravasi, in Il Sole 24 Ore 19 aprile 2020, XII

Ci troviamo davanti a un’eccellente opera di introduzione alla lettura di un testo biblico difficile quanto intrigante, soggetto spesso a letture catastrofistiche e “apocalittiche” fuorvianti, a volte attuate addirittura da lettori cristiani poco avvertiti e formati.

Apocalisse e apocalittica

Manzi ricorda l’importanza di una lettura non fondamentalista di questo testo, ricco di simbolismi che vanno interpretati secondo una coerenza compatta che ha alla sua base l’ambiente dell’Antico Testamento e dell’apocalittica paratestamentaria (II sec. a.C. – II sec. d.C.). Molti testi di genere apocalittico non entrarono nel canone cattolico della Grande Chiesa.

L’autore dell’apocalisse – che si autodefinisce “Giovanni” con probabile intento pseudoepigrafico, ma molto probabilmente un discepolo dell’apostolo Giovanni appartenente all’ambiente giovanneo efesino (più che “scuola giovannea”) – descrive il cammino della Chiesa lungo la storia, guidata da Cristo risorto (Il “cavaliere bianco” del titolo di Manzi). Nel corso degli avvenimenti storici, fra i quali le persecuzioni alla fine del I sec. d.C. in Asia Minore, la Chiesa avanza fra le tempeste del male come la fidanzata ufficiale dell’Agnello sgozzato ma vittorioso e vivo per diventare la sua sposa al compimento dei tempi. Cristo risorto ha già vinto la guerra contro il male, anche se le battaglie periferiche devono essere ancora condotte a livello ecclesiale e personale.

Secondo la classica teologia di stampo apocalittico, nella storia si sta svolgendo, infatti, una lotta senza quartiere tra il bene e il male, riflesso terreno della lotta che si svolge in cielo fra potenze sovrumane. La lotta è dura, ma per i cristiani non v’è ombra di dubbio su chi sarà – su chi è già stato – il vincitore definitivo. Cristo Risorto ha già riportato la sua vittoria pasquale, che deve solo irraggiare la sua potenza salvifica nella storia, nel tempo e nello spazio del cuore degli uomini, delle società e della Chiesa stessa.

Quattro sentieri

Manzi ricorda opportunamente che, alla creatività simbolica dell’autore dell’Apocalisse, deve corrispondere un’attenta opera di creatività interpretativa del lettore, che trova la sua sede migliore nell’assemblea liturgica del giorno del Signore. Nel momento della lettura della parola di Dio essa interpreta alla sua luce gli eventi storici. Il singolo può perdersi in false interpretazioni “a briglie sciolte” che non rendono conto dell’insieme dei segnali simbolici espressi dall’autore biblico che vanno decodificati nell’ambito di una struttura ermeneutica solida e coerente, compatta. I simboli possono essere naturali e convenzionali e bisogna essere provveduti nella loro decodifica.

Manzi propone cinque sentieri da percorre per non perdersi nella foresta oscura ma splendida dell’Apocalisse.

I simboli

Il primo sentiero indicato da Manzi è quello della decodifica dell’alfabeto dei simboli: astri, numeri e colori, con il loro corteo di sconvolgimenti cosmici, scomparsa progressiva del sole e della luna ecc. Il mondo sta conoscendo una trasformazione profonda, questo il messaggio.

Dio attrae a sé per salvare attraverso Cristo risorto, Agnello vittorioso. Quelli che, a prima vista, appaiono essere “castighi di Dio”, in realtà sono autocastighi degli uomini che si chiudono alla potenza salvifica di Dio. Sono visioni di minaccia per risvegliare coscienze intorpidite, perché gli uomini non facciano accadere per colpa propria ciò che le visioni contengono come minaccia. Gli angeli e la creazione reagiscono contro i peccatori. Dio-Abbà di Gesù è univocamente buono (un bellissimo chiodo fisso negli scritti di Manzi…) e questo si manifesta attraverso la silenziosa provvidenza dello Spirito di Gesù che tutto vede e abbraccia amorevolmente («occhi davanti e di dietro», i «sette spiriti»). Il diavolo divisore, Diabolos, l’Avversario, Satana invece “distrae” gli uomini da Dio per dannare, servendosi di potenze storiche di natura socio-politico-economica che infarciscono le società con strutture di peccato e di massificazione disumana.

La proliferazione storica del peccato non ha però l’ultima parola e la società antidivina e antiumana simboleggiata da “Babilonia” – che rappresenta Roma e l’impero romano, così come ogni potenza disumanizzante – sarà distrutta completamente. Stessa sorte toccherà agli sgherri al suo servizio: il profeta che spaccia una controinformazione fasulla al servizio della bestia, il press agent che, con la sua propaganda asfissiante e manipolatrice, “anima” la bestia e induce gli uomini ad adorarla…

Le scene descritte nell’Apocalisse, una volta decodificate in modo coerente e a partire dalle corrette prospettive principali, sono di una modernità strabiliante. Gli sconvolgimenti cosmici procedono verso la nuova creazione. Nella fase storica, simboleggiano l’autodistruzione progressiva del male e, nella fase escatologica, annunciano il compimento definitivo del bene. Occorre quindi essere attenti a quelle che Manzi chiama «le visioni pedagogiche degli sconvolgimenti cosmici». Esse mettono davanti agli occhi del lettore l’ira antropomorfica di Dio e dell’Agnello che non possono sopportare il male e ciò che egli definisce «l’inconsistente “fantasma” di un Dio implacabilmente giusto». Se non si possiedono le giuste coordinate simbolico-teologiche, si finisce per deformare l’immagine di Dio, con conseguenze catastrofiche per la fede cristiana e per la sua immagine di Dio proposta agli uomini. L’attenta decodificazione dei simboli deve fare attenzione anche ai numeri simbolici: il nome del seicentosessantasei, la perfezione del sette, l’imperfezione del sei, la parzialità del tre e mezzo e dei suoi multipli, l’illimitatezza del centoquarantaquattromila. Decisiva è pure la decodifica dei colori simbolici che connotano il personaggio al quale sono correlati: il Risorto sul cavallo bianco, la guerra sul cavallo rosso, l’ingiustizia sul cavallo nero, la morte sul cavallo verde, la profezia dei quattro cavalli e cavalieri.

L’autore dell’apocalisse interpreta profeticamente la storia, guidato dalla stella fissa costituita dalla vittoria di Cristo risorto nella sua pasqua di Agnello sgozzato ma vivo. Una profezia attuale per tutti i tempi.

Il discernimento profetico

Il secondo sentiero indicato da Manzi è quello del discernimento profetico della storia a cui abbiamo già accennato. Nelle persecuzioni subite dalle Chiese, occorre discernere la potenza del male ma soprattutto la certezza della vittoria pasquale di Cristo risorto. Egli vuole vincere le debolezze e le mollezze delle Chiese, incoraggiandole alla perseveranza e alla testimonianza fino al martirio.

La teologia apocalittica, e il genere letterario apocalittico di cui si serve, intende leggere in profondità la storia, esprimendo la certezza della vittoria pasquale di Cristo attraverso simboli, visioni profetiche, incoraggiamenti nella vittoria finale del bene sul male. Occorre che le sette Chiese dell’Asia minore (e quelle di tutti i tempi) si scuotano dal torpore e dalla tiepidezza, si aprano nuovamente a Cristo per rinnovare la propria fede e la propria testimonianza “controcorrente” nell’ambiente in cui si trovano a vivere in precarietà, se non nella persecuzione (locale) vera e propria. È in un contesto liturgico comunitario, in particolare nel giorno del Signore, che la Chiesa potrà ricevere la forza dello Spirito per interpretare i tempi e vivere la propria testimonianza.

Nell’ultimo libro della Bibbia cristiana rifulge la “rivelazione” (apokalypsis) del Dio vivente, della sua azione incessante nella storia, dell’amore efficace di Cristo e del fine salvifico della storia. La Chiesa è chiamata a vivere un’etica del discernimento fondata sulla speranza incrollabile nel Risorto. Nella storia e nella conclusione ci saranno due movimenti contemporanei. Nella fase storica avverrà la diffusione universale dell’ateismo pratico incarnato dal simbolo di “Babilonia”, la grande prostituta, l’incarnazione della civiltà massificata e disumanizzata, chiusa a Dio. La fase escatologica della storia vedrà però l’autodistruzione definitiva dell’ateismo pratico.

L’Apocalisse propone anche l’altro versante, quello del Bene, una visione contemplativa dell’opera salvifica di Cristo risorto nella sua Chiesa, “Gerusalemme”. La fase storica corrisponde alla preparazione della fidanzata alle nozze con l’Agnello, mentre quella escatologica prevede nella contemplazione l’amore nuziale della sposa per l’Agnello. Il discernimento della Chiesa può attuarsi fruttuosamente nella preghiera liturgica e nella conversione continua attuata grazie all’ascolto orante della parola di Dio, già attestata nell’Antico Testamento.

Il parto del “Cristo totale”

Il terzo sentiero proposto da Manzi ai suoi lettori è quello del parto del “Cristo totale” e il suo combattimento, simboleggiato dalla visione dei tre segni celesti di Ap 12ss: la donna vestita di sole, popolo di Dio nel mondo ma non del mondo, partorisce il Cristo (“totale”); l’enorme drago rosso, simbolo della potenza distruttiva e seduttrice di satana sugli uomini e della strumentalizzazione satanica delle strutture di potere; il parto del figlio e la crescita del corpo ecclesiale di Cristo, accompagnato dall’infaticabile aiuto divino assicurato alla donna.

La vittoria di Cristo e della Chiesa su Satana

Il quarto sentiero è rappresentato dalla vittoria di Cristo e della Chiesa su Satana. Dio vince su Satana e la sua strumentalizzazione sociale, politica ed economica. Dio vince “strutture di peccato” in ambito politico, rappresentate dalla bestia-pantera dello stato totalitario e dal bestia-agnello della propaganda politica.

I settori in cui s’infiltra il «serpente antico» con le disumanizzazioni sataniche sono infatti – secondo l’Apocalisse – quelle della politica, dell’economia e quelle del terziario. Se c’è l’impossibilità di smascherare il volto “celeste” di Satana, esiste però la doverosità di smascherare le sue trame terrene. Ferma deve essere però una certezza incrollabile: la vittoria di Cristo risorto su Satana, una verità biblica che non deve essere mai dimenticata.

La struttura letteraria

Può essere utile riportare per i lettori quello che Manzi chiama il filo d’Arianna per l’Apocalisse, la delineazione cioè di una possibile struttura letteraria che permette una lettura corretta e fruttuosa di un libro non facile da comprendere. La sua logica ripetitiva ciclica è, allo stesso tempo, progressiva, tesa verso la conclusione festosa delle nozze dell’Agnello con la sua sposa che si purifica nel cammino storico ma, allo stesso tempo, scende dal cielo come puro dono divino.

Nelle sue linee essenziali la struttura proposta da Manzi è bipartita, di lunghezza diseguale. La prima parte (Ap 1,4–3,22) è costituita dalle lettere alle sette Chiese, in vista della loro conversione, con una bella struttura a raggiera. Elementi sottolineati con forza sono il raggio di attrazione salvifica verso il Risorto e la comunione delle Chiese in Cristo. La seconda parte (Ap 4,1–22,5), molto più lunga, abbraccia varie sezioni.

Dapprima vi è la sezione introduttiva del trono di Dio (Ap 4,1–5,14), con la descrizione dell’esperienza spirituale del profeta e del libro dei desideri storico-salvifici di Dio. La sezione dei sette sigilli (Ap 6,1–7,17) è seguita da quella delle sette trombe (Ap 8,1–11,14), con la descrizione simbolica della nuova creazione in atto e delle parziali conseguenze letali dei peccati. La sezione dei tre segni e delle sette coppe (Ap 11,15–16,16) abbraccia l’illustrazione simbolica del parto del “Cristo totale” e la furia di Satana, simboleggiata dall’incremento delle alterazioni cosmiche. La sezione conclusiva della fine dei tempi (Ap 16,17–22,5) tratteggia, dapprima, in modo molto vivido la fine di Babilonia e, in seguito, lo splendore della gloria di Gerusalemme con la visione della comunione eterna con Dio. L’epilogo sponsale (Ap 22,6-21) delinea in modo lirico il desiderio sponsale della Chiesa e l’esercizio del desiderio sponsale di Dio.

La vita della Chiesa nella storia è un itinerario con varie tappe, che possono essere viste come un’ampia partitura musicale e, allo stesso tempo, anche come un complesso “teodramma”. L’itinerario verso la «nuova Gerusalemme» è come un viaggio nella notte, illuminato però dall’affidamento completo della “fidanzata” (gynē, Ap 19,7) a Cristo, per divenire la sua bellissima sposa escatologica (nymphē, Ap 21,2; 22,17; nymphē-gynē, Ap 21,9).

Il pregevole volume di Manzi, scritto come sempre in modo scorrevole, informato e didattico, si conclude con una Bibliografia selezionata sull’Apocalisse (pp. 257-264: Commentari scientifici e divulgativi; Monografie e miscellanee, Articoli) e l’Indice dei nomi (pp. 265-268).


R. Mela, in SettimanaNews.it 3 aprile 2020