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Dio è anche giardiniere
Christophe Boureux

Dio è anche giardiniere

La Creazione come ecologia compiuta

Prezzo di copertina: Euro 26,00 Prezzo scontato: Euro 22,10
Collana: Biblioteca di teologia contemporanea 175
ISBN: 978-88-399-0475-1
Formato: 16 x 23 cm
Pagine: 248
Titolo originale: Dieu est aussi jardinier. La Création, une écologie accomplie
© 2016

In breve

Alla luce di numerosi testi biblici, sviluppando un ragionamento raffinato e a tratti inatteso, il domenicano Boureux propone una lettura della Creazione come ecologia compiuta. Dimostra cioè che l’essere umano, creatura di Dio, non è stabilito né come despota né come amministratore del mondo, bensì è chiamato ad essere ospite attento, scientificamente e moralmente responsabile, riconoscente della convivialità con tutti gli esseri alla quale è chiamato.

Descrizione

A partire dal XVII secolo, il pensiero sulla creazione è stato in massima parte dominato da un teismo illuministico che concepiva Dio come principio quasi impersonale, privo di soggettività. Oggi, però, di fronte alla crisi ecologica è più che mai urgente che la razionalità teologica prenda in carico, secondo un nuovo profilo, sia il Dio di Gesù Cristo sia il mondo creato. Ecco allora che Christophe Boureux ridà un ruolo centrale alla sola nozione in grado di illuminare la scena: la creazione in Cristo, «primogenito di ogni creatura».
Nei testi biblici il Risorto appare a Maria Maddalena in veste di giardiniere. Prende cioè la figura di quel Dio che, al momento della creazione del mondo, realizza un giardino e lo affida alle cure dei progenitori. Il giardino è un luogo di convivialità universale. E il giardiniere è chiamato a orchestrarne gli elementi, lavorando a questa convivialità: egli diviene così, in qualche modo, l’annunciatore della ricapitolazione in Cristo di tutte le cose.
Boureux offre una riflessione stimolante sulla posta in gioco ecologica, spingendosi oltre l’abituale concetto di “natura”: declinando il tema della “creazione” come paesaggio, egli dice l’instaurazione paziente di un’interdipendenza fra tutte le entità, destinate a dare il meglio di se stesse. L’umano non è né despota né amministratore del mondo, bensì ospite attento, scientificamente e moralmente riconoscente della convivialità di cui è responsabile.
Straordinaria avventura intellettuale, questo libro, colto e raffinato, è destinato a sorprendere positivamente e a divenire complemento ideale al percorso suggerito dall’enciclica papale Laudato si’ sulla cura della casa comune.

Recensioni

Da sempre conosciuto come il Creatore, Dio può essere anche "giardiniere". Così almeno secondo il teologo francese Christophe Boureux - responsabile del parco forestale di 70 ettari del convento de la Tourette, nei pressi di Lione, ideato da Le Corbusier. Il suo libro - Dio è anche giardiniere (Queriniana 2016) -, infatti, è un invito ad abitare il mondo da giardinieri, custodi, della creazione, non da padroni. Per questo, ci invita ad adottare un punto di vista "universale", meglio uno "sguardo" (dal francese envisager, verbo legato al volto e allo sguardo) capace di superare l'antropocentrismo e l'opposizione tra gli umani e gli altri esseri viventi. L’uomo non è la misura della creazione.

Riflettere sulla creazione, secondo il teologo d'oltralpe, significa imparare a scoprire il vero volto del Creatore, le cui tracce sono presenti nel giardino della creazione e impegnano le creature a salvaguardarne la bellezza. Per abitare il mondo in maniera responsabile è perciò necessario, secondo Boureux, pensarlo come un giardino, come un paesaggio, come un intreccio di natura e di cultura. In ebraico la parola "giardino" (gan) deriva dal verbo ganan, che significa proteggere. Un giardino recintato, non nel senso che oltre i suoi confini vi sia il nulla, ma per indicare lo spazio entro il quale l'essere umano è chiamato ad esercitare la sua cura, al fine di trasmettere ai propri discendenti un giardino non ferito e sfigurato, ma simbolo della vita ricevuta e donata. L’essere umano eredita il giardino e quindi è chiamato a trasmetterlo, coltivandolo nei limiti della propria vita.

Il principale obiettivo del comando "soggiogate e dominate [la terra]" (Gen 1,28) non è perciò il dominio, il possesso, ma la conservazione della vita. Si può pensare che Dio abbia posto l'uomo nel giardino proprio perché se ne occupi. Dove occuparsene significa anche il lavoro, da non concepire in contraddizione con la perfetta gioia del paradiso o come una maledizione seguita alla cacciata dal medesimo. La colpa di Adamo ed Eva è non occuparsi del giardino. Si sono lasciati ingannare dal serpente, che mostrò loro un frutto pronto da mangiare, tacendo sul fatto che per ottenerlo bisognava piantare, innaffiare e concimare il terreno, potare ecc. La colpa di Adamo ed Eva non fu tanto l'ossessione di conoscere il bene e il male, come realtà in sé, quanto l'incuria nei confronti delle creature del giardino. Il loro destino non era quello di restare nel giardino senza lavorare, ma di vegliare su di esso, con responsabilità, quali sentinelle della creazione.

Per ritornare ad essere custodi del giardino, gli umani dovranno riprendere il posto che hanno ceduto alle macchine, agli algoritmi. Inoltre, dovranno essere consapevoli che le proprie azioni nel giardino avranno una conseguenza sulle generazioni future. Il vero custode coltiva un'etica della responsabilità che promuova sia il "diritto alla vita" di ogni essere vivente, sia la conservazione della vita per il bene del mondo presente e delle future generazioni. La colpa degli umani. nel seguire l'invito del tentatore, fu di mangiare del frutto della vita senza preoccuparsi di saperlo produrre e di conoscere l'arte della coltivazione. Diventare giardinieri avrebbe voluto dire chinarsi responsabilmente sulla terra generatrice del frutto della vita.

Nell'antichità il simbolo dell'ouroboros rappresentava il serpente che si morde la coda, formando così un cerchio, in cui il serpente diventa il simbolo dell'autosufficienza, della completezza senza l'alterità. La colpa dell'uomo e della donna è l'aver ceduto all'autosufficienza (ouroboros), al desiderio, mangiando con avidità il frutto senza aver lavorato e senza preoccuparsi dell'armonia del giardino che era stato loro affidato. Il giardino è il simbolo biblico dell'incontro dell'uomo con Dio. Continuerà ad esserlo, a condizione che Dio trovi l'essere umano in piedi, al lavoro. Ciò presuppone la consapevolezza che "è ormai tempo di svegliarsi dal sonno, perché la nostra salvezza è più vicina" (Rm 13,11).

Una riflessione senz'altro stimolante, quella di Boureux, che si spinge oltre l'abituale concetto di "natura", declinando il tema della creazione come interdipendenza fra tutte le entità, destinate a dare il meglio di se stesse. Siamo d'accordo con l'editore quando afferma che "questo libro, colto e raffinato, è un complemento ideale al percorso suggerito dall'enciclica papale Laudato si' sulla cura della casa comune".


B. Kabwana Minani, in Missione Oggi 3/2018, 62

L'uscita dell'enciclica di papa Francesco Laudato si', ormai a maggio del 2015, aveva riportato al centro dell'attenzione ecclesiale il tema della creazione, dei suoi guasti e della sua cura responsabile. Pur rivolgendosi a tutti gli uomini di buon volontà indistintamente, il papa aveva rifatto dell'ecologia, e dell'ecologia integrale, un fatto anche di fede, citando in modo particolare il suo predecessore Giovanni Paolo II: «Se il solo fatto di essere umani muove le persone a prendersi cura dell'ambiente del quale sono parte, "i cristiani, in particolare, avvertono che i loro compiti all'interno del creato, i loro doveri nei confronti della natura e del Creatore sono parte della loro fede" [n. 64; la citazione è tratta da GIOVANNI PAOLO II, Messaggio per la Giornata mondiale della pace 1990, 15]».

Coniando persino il binomio «spiritualità ecologica» (n. 216), l’enciclica per tanti versi sfìda il pensiero cristiano, e perciò la teologia, a un approccio sul tema non scontato, più audace e originale, maggiormente attento ai dati biblici ma allo stesso tempo alle acquisizioni tecniche e scientifìche. Tra l'altro, citando abbondantemente i documenti anche degli episcopati dei paesi cosiddetti del terzo e quarto mondo, e sdoganando il pensiero di Teilhard de Chardin (nota 53), richiamandolo attraverso un lontano discorso di Paolo VI che di questo controverso teologo gesuita francese ebbe a dire che «ha saputo leggere dentro le cose un principio intelligente che deve chiamarsi Iddio» (Discorso in uno stabilimento chimico-farmaceutico, 24 febbraio 1966), ma anche un'omelia, certamente non "sospetta", di Benedetto XVI (Omelia nella celebrazione dei Vespri ad Aosta, 24 luglio 2009).

Se, e quanto, qualcosa si sia mosso tra gli studi teologici non sono in grado di dirlo. Colpisce allora constatare che in realtà qualcosa si era già mosso prima. È il caso di questo testo, pubblicato in Francia già nel 2014, frutto delle riflessioni teologiche di Christophe Boureux, domenicano, professore a Lione, ma con un'ulteriore nota biografìca che lascia ben sperare sin dall'inizio della lettura: esperto in agraria, l'autore è responsabile dei settanta ettari che circondano il convento di Sainte Marie de la Tourette, noto per i suoi originali tratti architettonici, progettati dal famoso architetto Le Corbusier. L’incontro felice tra competenze teologiche e naturalistiche dà vita a un testo che, seppur denso e colto, prende per mano il lettore e lo conduce a scoprire la creazione non semplicemente come uno degli ambiti della riflessione teologica o addirittura un'attualissima emergenza mondiale dov' è dovere che anche i teologi dicano alfìne la loro, ma, come afferma a più riprese l'autore, quale il "paesaggio" della nostra fede.

Lì dove non possiamo proprio prescindere dalla creazione se davvero vogliamo credere alla maniera del Dio di Gesù Cristo. Credere e anche vivere a quella stessa maniera, perché da questo approccio particolare discende, sorprendentemente, anche un'etica della creazione. Riscoprendo in maniera ben più fondata la parte dell'uomo in tutto questo, paradossalmente allo stesso tempo parte ma anche "altro", anzi "altro responsabile", rispetto al tutto della creazione. L'ecologia come comunemente la intendiamo resta, perciò, sullo sfondo, perché è molto più importante ripartire continuante dalla «creazione in Cristo, primogenito di ogni creatura». Il percorso di riflessione suggestivo che l'autore propone è coerente con questo approccio, anche nei suoi passaggi biblici non scontati o da rileggere in tal senso. Nel senso che se in un testo del genere ci si aspetta sicuramente il brano genesiaco della creazione, ma forse non proprio quello dell'apparizione del Risorto alla Maddalena o il sogno di Pietro della tovaglia che scende dal cielo imbandita di ogni ben di… Dio. Appunto.


F. Scarsato, in CredereOggi 218 (2/2017) 174-176

Se dovessimo definire il genere di questo volume, probabilmente dovremmo collocarlo a metà strada fra un saggio di teologia biblica e un manuale di etica ecologica. L’A., infatti, vi passa in rassegna alcuni luoghi della Scrittura, con l’intenzione di individuare le risorse di cui dispone la tradizione cristiana per far fronte all’attuale crisi ecologica. Nel fare questo, l’A. non si limita ad esaminare i primi capitoli della Genesi, come accade di solito nelle riflessioni teologiche concernenti la creazione, ma attinge anche ad altri testi della Scrittura (Sal 92; Gv 20; At 10-11; Col 1). Il risultato è un’interpretazione assai originale di queste pagine dell’Antico e del Nuovo Testamento, sia per il fatto che esse vengono lette alla luce del singolare amore che l’A. nutre per la natura (oltre al suo impegno accademico, egli è infatti il responsabile del parco che circonda il convento di Sainte Marie de la Tourette, progettato da Le Courbusier nel 1956), sia perché queste stesse pagine vengono interpretate tenendo conto di alcune tendenze ermeneutiche e di alcune categorie di pensiero mutuate dall’esegesi e dalla filosofia contemporanee. Nell’interpretazione del giardino dell’Eden, ad esempio, l’A. mostra di essere debitore, in modo particolare, a A. Wénin, mentre, per quanto riguarda la lettura del giardino della risurrezione, a M. Foucault e alla sua categoria di eterotopia.

La tesi di fondo sviluppata nei cinque capitoli di cui si compone il volume è che le forme utilizzate fino ad ora dalla teologia cristiana, sulla scorta della sacra Scrittura, per rappresentare la creazione (l’alleanza di tipo matrimoniale, il rituale liturgico, l’adozione filiale) non sono più in grado di esprimerla, nel contesto attuale, come istituzione del Dio Trinità, comprendente gli esseri umani e le altre creature. L’A. suggerisce pertanto di affiancare a queste categorie tradizionali una nozione nuova, quella di paesaggio, che consente di presentare la creazione sia come una verità di fede, sia come una pratica cristiana. In forza di quest’ultima, gli uomini e le «altre entità» – per usare lo stesso termine con cui l’A. definisce comunemente gli animali e le piante – possono vedere progressivamente dispiegata la loro creatività. Prendendo atto del fatto che, nel corso del suo ministero, Gesù ha attivato la creatività di ogni essere che ha incontrato sul proprio cammino, la Chiesa primitiva ha riconosciuto in lui quella parola di Dio nella quale tutte le cose sono state create (cf. Col 1,15-17). Dire, quindi, che l’uomo è stato creato ad immagine di Dio significa, per l’A., riconoscere che la vocazione dell’uomo è di contribuire alla liberazione di se stesso e degli altri esseri. Quanto più l’uomo entra in un paesaggio e racconta in prima persona le «entità» che vi si trovano, facendo proprio lo stile di Gesù, tanto più egli stabilisce con esse un rapporto pacifico di ospitalità. Gesù Cristo è stato il primo narratore della creazione: offrendo se stesso, egli ha consegnato il mondo come una creazione da raccontare. Oggi i suoi discepoli, facendo uso della scienza e della tecnica, possono proseguire questa sua missione.

Di grande valore sono soprattutto alcune sezioni del volume, in cui l’A. ripensa alcune categorie classiche della teologia della creazione, quali, ad esempio, il tempo e lo spazio. Proprio perché, a partire da Cristo, la parola è ciò mediante cui la creazione viene sempre di nuovo istituita, l’A. mostra una cura particolare nell’uso delle parole. Nel Sal 92, ad esempio, l’A. scorge tre significati cristiani del tempo. L’aiōn è il tempo donato, il tempo dell’azione di grazie e della libertà, il tempo di cui facciamo esperienza quando ascoltiamo la musica, quando ci dedichiamo ad un hobby, quando celebriamo la liturgia, tutte esperienze in cui siamo liberati dall’angustia del tempo che passa. Il chronos è, invece, il tempo in cui si dibatte la nostra esistenza quotidiana, il tempo delle preoccupazioni legittime, delle lotte necessarie, il tempo in cui bisogna fare uno sforzo di discernimento per tenere a freno i deliri di onnipotenza e dare importanza alla vita, anziché divorarla. Il kairos è, infine, il momento opportuno per fare quello che c’è da fare, rispondendo di ciò che si è ora, in funzione di ciò che si è stati. Perché la voracità del tempo chronos non abbia la meglio, il tempo della creazione sollecita le creature a decidersi dinanzi al dono del tempo che Dio ha loro dischiuso. In concreto, questo significa, per ogni creatura, trovare il proprio ritmo, senza che esso sia determinato da attività, persone o costrizioni esteriori, e rispettare il ritmo delle altre creature, condizione indispensabile per una positiva coabitazione.

Come abbiamo già accennato, lo spazio della creazione è letto, invece, attraverso la categoria di eterotopia, coniata da M. Foucault per indicare un luogo reale, assolutamente differente da qualsiasi altro spazio sociale, che, proprio per questo, viene contestato e rovesciato dallo spazio eterotopico. La singolarità dello spazio della creazione riposa sul fatto che esso è caratterizzato dalla fede in Cristo. In forza di essa, il mondo pensato e il mondo vissuto si riconciliano e le creature si incrociano senza annichilirsi. Lo spazio della creazione determina nell’uomo una predisposizione al riconoscimento di sé e delle altre creature, chiede all’uomo un atteggiamento di riconoscenza, gli permette di partire all’esplorazione – e non esclusivamente alla conquista – del mondo che lo circonda.

In conclusione, il volume è un’ulteriore prova del fatto che, quanto più la teologia accetta il confronto con le sfide del proprio tempo, tanto più essa si mantiene fedele alla sua missione e vede ampliarsi i propri orizzonti.


F. Badiali, in Rivista di Teologia dell’Evangelizzazione 1/2017, 213-215

Dominicain, prof. de théol. à l’Univ. cath. de Lyon, l’A. travaille aussi dans la gestion paysagère et forestière du domaine de La Tourette. Il s’est notamment fait connaître en 2001 par un beau livre sur les plantes de la Bible et leur symbolique (réédité en 2014). Cet ouvrage s’inscrit dans son prolongement, en l’élargissant à la problématique de la création. Il cherche à répondre tant à l’exploitation éhontée de notre environnement jusqu’à la destruction, qu’à la critique acerbe de certains courants écologiques à l’égard d’une prétendue responsabilité de la Bible dans cette exploitation de la nature. Le livre, qui, à côté de l’Écriture et de certains théologiens, convoque volontiers les grandes oeuvres picturales, médite sur la création pensée comme un paysage et sur le Créateur, qui est le Christ, comme un jardinier.

Les deux premiers chap., qui concernent plus le contenant, traitent du temps de la création qui est histoire (chap. 1) et de son espace qui est géographie (chap. 2). Les chap. suivants traitent du contenu, c’est-à-dire des créatures : elles sont à la fois conjointes dans le théâtre de la creation (chap. 3) et différenciées (chap. 4), déjà là et inventées (chap. 5 qui traite des objets techniques).

Gageons que cet ouvrage, bien informé et souvent suggestif, ouvrira un dialogue avec ceux, heureusement de plus en plus nombreux, que l’écologie passionne et mobilise. Un seul regret, mais de taille : cette approche, légitimement narrative et herméneutique, se paie d’un parti-pris anti-métaphysique très peu argumenté, opposant récit et discours sur l’être (p. 253), confondant théologie naturelle et déisme (p. 11s). Sur ce dernier point, les ouvrages écrits et traduits par Paul Clavier ou celui, tout récent de Serge-Thomas Bonino, « Celui qui est » (Parole et Silence, 2016), suffisent à refuter ces caricatures encore trop diffusées.


P. Ide, in Nouvelle Revue Théologique 139/1 (2017) 153-154

Il domenicano Christophe Boureux è responsabile del parco forestale di 70 ettari che circonda il convento de la Tourette, presso Lione, ideato da Le Corbusier; è però anche docente di Teologia e Antropologia religiosa presso la Facoltà di teologia dell’Institut Catholique de Lyon. Tale duplice suggestiva competenza è essenziale anche per comprendere il senso di un testo che ha ricevuto attenzione anche dal quotidiano cattolico Avvenire il 14 febbraio 2015 (www.avvenire.it/Cultura/Pagine/GIARDINIERE-.aspx).

Nell’intervista ivi presentata l’A. sottolineava i tanti giardini presenti nella sua riflessione, ma anche il fatto che «ad accomunare tutti questi luoghi è un profondo intreccio fra natura e cultura». Del resto, aggiungeva, «la vita secondo l’insegnamento di Cristo non ha lo scopo di tornare nel giardino dell’Eden, ma d’instaurare il giardino della città eterna dell’Apocalisse, dove tutti i popoli convergono nella lode e nella pace. Dunque, non vi è giardino senza una sorta di coscienza urbana molto forte». Già queste parole evidenziano la ricca metaforologia utilizzata nel suo testo, che per pensare la creazione utilizza pure termini come teatro, ruolo, interdipendenza concreta; a evitare un’unilaterale comprensione di Dio come regista onnipotente, egli sottolinea però, come «la parola di Dio si concretizza nella misura in cui viene ricevuta e messa in pratica». Centrale pure il tema della cura, radicata in una prospettiva cristologica: «Cristo è la prima creatura e tutte le creature possono imitare il modo in cui Gesú aveva cura di tutte le persone che incontrava».

Ci siamo soffermati cosí ampiamente sulle parole pronunciate da Boureux nell’intervista concessa a D. Zappalà perché esse rendono ragione di quanto scritto dall’editore presentando il volume come «complemento ideale al percorso suggerito dall’enciclica papale Laudato si’ sulla cura della casa comune». In effetti, lo stesso A. dichiara che è sua intenzione «far scaturire dal deposito della tradizione e della Scrittura alcune potenzialità di senso non ancora sfruttate per contribuire alla soluzione dei problemi ecologici che oggi si pongono dinanzi a noi» (p. 14). Una lettura attenta del testo, però, evidenzierà anche le profonde differenze di stile tra la stessa enciclica e l’opera di Boureux. Se, infatti, la caratteristica del testo di papa Francesco è una semplicità che sa comunicare anche temi complessi, il teologo domenicano preferisce utilizzare moduli complessi, letterariamente raffinati e ricchi di riferimenti, ma non sempre lineari nell’esposizione. Lo stesso abbondante uso dei testi biblici è assai particolare, attento a valorizzarne sensi che ad altri lettori potrebbero apparire meno evidenti, magari inseguendone la storia degli effetti attraverso l’arte e la cultura contemporanea o soffermandosi con cura sulle etimologie dei termini che vi compaiono.

Proprio la ricchezza di detours tramite i quali l’A. conduce il proprio approfondimento fa sí che talvolta il lettore debba ritornare sui propri passi per ritrovare il filo del discorso. È questo un dato significativo anche per queste righe di presentazione, che scontano tale fatica interpretativa di chi scrive nell’accostarsi a un testo certo significativo. Quello che è chiaro è che la prospettiva è decisamente teologica: sia nel senso che gli scenari disegnati dai saperi del tempo (inclusi quelli scientifici) vengono piú evocati che analizzati, sia perché manca ogni sforzo di esaminare le questioni ambientali col taglio analitico della riflessione etica (esemplare l’ampia discussione della questione alimentare, condotta su un piano prevalentemente biblico, ma che si ritrae dinanzi a soluzioni concrete: «la crisi ecologica non ha un carattere essenzialmente etico, anche se ha una dimensione etica imprescindibile in cui vanno esercitate le virtú cardinali», p. 138). Lo scopo dichiarato di Boureux, infatti, è soprattutto di offrire alcuni orizzonti di senso, in un percorso certo non facile, ma interessante anche da un punto di vista letterario e culturale. Le cautele epistemologiche cui ci ha educati la teologia del Novecento vengono solo richiamate, come presupposti solo di rado tematizzati, per un procedere del discorso che mira a intrecciare sensi tra ambiti di sapere diversi; esemplare in tal senso la considerazione del «giardino della risurrezione come eterotopia» (p. 79), orientata al riconoscimento (ma la stessa parola francese evoca anche la riconoscenza e la ricognizione). Il dato centrale è però soprattutto che «dicendo il mondo come Creazione, noi confessiamo che l’interdipendenza delle entità si conforma alla vita secondo Cristo e che per capire come la vita debba essere vissuta e interpretata è necessario riferirsi a un attore che chiamiamo Dio, conformemente a ciò che ne dice Cristo Gesú» (p. 224).

Tanta ricchezza a servizio di un’intuizione centrale: la creazione va considerata (in francese envisager, un verbo legato al volto e allo sguardo, ma anche alla congettura) come paesaggio, come intreccio di natura e di cultura (un termine da cui è impossibile escludere anche la dimensione tecnica e scientifica). L’opera umana, richiamata nel testo dalla figura del giardiniere si rivela essenziale per la stessa azione creatrice; il gesto di nominazione delle creature affidato ad Adamo è parte essenziale della sua vocazione: è grazie a esso che la stessa vita acquisisce senso: «lo scienziato è il portaparola [...] delle entità, che dà loro un nome e [...] permette loro di esprimersi» (p. 160). Un umano che non deve peraltro pretendere di afferrare ingenuamente la totalità, tentando di sfuggire alla finitezza, ma che è chiamato piuttosto a operare entro la creazione e a farlo con tutti gli strumenti – culturali e operativi – offertigli dai saperi del tempo: «gli utensili non sono un di piú rispetto all’esistenza umana: ne sono costitutivi» (p. 187); «la creazione avviene nella responsabilità tecnica assunta dall’umano» (p. 191), ma anche «raccontando nuove storie» (p. 217).

È avendo in mente tale prospettiva che è possibile tentare di seguire la riflessione di Boureux attraverso il tempo (o meglio, i tempi – cap. I) e lo spazio (cap. II) della creazione, attraverso la pluralità delle figure a essa associate (teatro, riconoscimento, condivisione – cap. III). Fortemente accentuata l’interdipendenza delle creature – tutto il capitolo IV ha al centro la questione della loro coabitazione; la stessa coltivazione, opera del giardiniere «trova il suo senso nell’aiuto reciproco che suscita tra le entità del mondo» (p. 45), sull’«accordo e il riconoscimento delle creature fra di loro» e sul conseguente «reciproco rispetto dei loro ritmi» (p. 59).

Altrettanto significativa la presa in carico della sofferenza delle creature: l’A. ritiene che «è possibile concepire la teoria dell’evoluzione [...] come il racconto della sofferenza delle entità viventi» (p. 108) e della loro ricerca di libertà, «cioè di una promozione della loro creatività» (p. 111).

Di piú – pur al di fuori di ogni concordismo – egli coglie nella «rivelazione della sofferenza delle creature» operata dalla ricerca scientifica e dall’ecologia, un «contributo all’opera della salvezza apportata da Cristo» (p. 121). La figura dell’ospitalità e della convivialità – strettamente collegata con l’opera di Cristo – viene indicata come un punto di riferimento importante; la mitezza delle beatitudini viene evocata come forma di vita fondamentale per vivere la creazione nel segno della condivisione. Certo, è importante, per chi voglia avventurarsi in questa lettura, lasciarsi trasportare dai fascinosi giochi di riferimenti che innervano ogni sezione del testo. Altrettanto importante è mantenere fermo lo sforzo di comprensione a vasto raggio, nella fiducia che parecchie delle suggestioni aperte nel testo troveranno ripresa e condensazione nelle sezioni finali.


S. Morandini, in Studia Patavina 63 (2016/3) 741-743

Pensare all’ambiente avendo cura della casa comune - come ha ricordato Papa Francesco nell’enciclica Laudato si’ - rientra nell’orizzonte di una fede vissuta prima ancora che in un impegno sociale e politico. La sensibilità per la natura è parte costitutiva dell’uomo religioso e, in particolare, del cristiano che nella sua professione di fede afferma: «Credo in Dio, Padre Onnipotente, creatore del cielo e della terra». L’origine di uno stile di vita ecologico trova fondamento nella riflessione sulla Creazione, nella presa in carico dello spirito dei sette giorni della Genesi e dell’incarnazione di Cristo. Scrive il teologo riformato Karl Barth ne La dogmatica ecclesiale che «lo scopo della creazione è quello di rendere possibile la storia dell’alleanza di Dio con l’uomo, un’alleanza che possiede il suo punto di partenza, il suo centro e il suo fine in Gesù Cristo». Custodire il mondo diventa una prioritaria responsabilità di chi lo abita per non deturpare l’azione di Dio né ostacolare la sua presenza. Il Cristianesimo ha sempre alimentato la visione della natura come dono ricevuto e come strumento di conoscenza per arrivare a Dio. Una distorta lettura dell’affermazione biblica «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra, soggiogatela» (Genesi) ha indotto alcuni ad attribuire ai cristiani il saccheggio dell’ambiente in quanto portatori di un pensiero di dominio e di sfruttamento. In altre direzioni, invece, andrebbero ricercate le radici storico-culturali della profonda alterazione del rapporto uomo-natura. Per il teologo Wolfhart Pannenberg, autore di Antropologia in prospettiva teologica (Queriniana), il secolarismo ha giocato un ruolo da protagonista nel dissesto ambientale perché, cancellando Dio dall’orizzonte dell’agire umano, ha reso tutto possibile e ha eletto il dispotismo a criterio naturale di qualsiasi relazione.

L’enciclica Laudato sì, nel rilanciare l’urgenza della salvaguardia del pianeta, invita a considerare i fondamenti che rendono possibile e duraturo tale impegno il cui orizzonte va ampliato per abbracciare una vera “ecologia umana” dove natura e uomo vengano sottratti alla schizofrenia permanente che separa ecologia e antropologia. A rafforzare teologicamente il concetto di “Creazione come ecologia compiuta” è da poco uscito il saggio Dio è anche giardiniere di Christophe Boureux, teologo domenicano e docente a Lione. Il suo lavoro restituisce centralità all’evento originario invitando a «considerare-guardare la Creazione come paesaggio cristiano». Usa il termine “paesaggio” attribuendogli la forza di descrivere e far capire anche visivamente le relazioni strette esistenti tra ogni componente del mondo. Un “paesaggio cristiano” – specifica - che mostra il volto delle cose e del loro Creatore. Boureux conduce il lettore nel “teatro della Creazione”, facendone capire il tempo, lo spazio, l’urgenza della condivisione e l’umanizzazione portata in essa dagli animali. L’ecologia resta sullo sfondo, non è oggetto specifico di trattazione, perché il teologo francese vuole che si rifletta sulla sola nozione in grado di valorizzare, illuminandoli, i concetti di natura e di esistenza: ovvero la «creazione in Cristo, primogenito di ogni creatura». È la via per non assolutizzare la tecnica, conservare la centralità dell’uomo, ristabilire la relazione tra Dio e la realtà. La “Creazione secondo Cristo” evita di fermarsi alla riduzione creazionista o di abbandonarsi a una visione solo evoluzionistica.


G. Santambrogio, in Il Sole 24 Ore 27 novembre 2016

L’autore offre una riflessione stimolante sulla posta in gioco ecologica, spingendosi oltre l’abituale concetto di “natura”: declinando il tema della “creazione” come paesaggio, egli dice l’instaurazione paziente di un’interdipendenza fra tutte le entità, destinate a dare il meglio di sé stesse. L’umano non è né despota né amministratore del mondo, bensì ospite attento, scientificamente e moralmente riconoscente della convivialità di cui è responsabile. Un libro colto e raffinato, destinato a sorprendere positivamente e a divenire complemento ideale al percorso suggerito dall’enciclica papale Laudato si’ sulla cura della casa comune.


In www.cittanuova.it 2 settembre 2016

Nei “giorni del creato” (1° settembre – 4 ottobre) porta la firma del domenicano francese Christophe Boureux la proposta di un testo che delinea, per la prima volta, in maniera completa la teologia della creazione. 58 anni, docente di teologia fondamentale all’Institut Catholique di Lione e già membro del Comitato di direzione della rivista Concilium, l’Autore, specialista in agraria, è responsabile dell’area sperimentale di 70 ettari di terreno che circondano il monastero di Sainte Marie de la Tourette ad Éveux nei pressi di Lione (noto per la progettazione di Le Corbusier) coinvolta in un progetto di gestione paesaggistica e forestale.

Forte della sua preparazione specifica e dell’esperienza diretta della realtà della terra da coltivare (perché si rivela sempre più anacronistico parlare di ambiente partendo da una sola formazione umanistica o scientifica non biologica) è uno dei teologi più convinti della necessità di affrontare il tema alla radice nella prospettiva del «compimento della creazione»: la pienezza della presenza delle creature di fronte a se stesse e in relazione le une alle altre, ciascuna secondo i propri ritmi. Ma nel suo ultimo testo offre una lettura per molti versi inedita dei temi-chiave della Laudato si’.

[…]

In parallelo all’acquisizione a livello scientifico, al termine degli anni ’60, della necessità di una salvaguardia dell’ambiente, in campo cattolico molti passi sono stati compiuti (molta autocritica si è aggiunta in questi ultimi anni), la teologia della creazione è oggi un dato di fatto – anche se ancora carente la sua acquisizione a livello di formazione – e la Laudato si’ rappresenta il punto di arrivo di un lungo, faticoso processo.

Ed è la nozione di paesaggio (curioso: uno dei temi oggetto della 1° prova scritta agli ultimi esami di stato-maturità) così come ci deriva dalla cultura occidentale che per Boureux – autore di diversi testi, tra cui uno stracitato sulle piante nella Bibbia – sembra essere quella più in grado di aprirci alla considerazione dell’insieme delle creature nel loro ambiente ecologico, simbolico, storico, tecnico e fisico e contemporaneamente superare l’antropocentrismo innaturale che ha fatto sì che l’uomo fosse depredatore del suo stesso ambiente di vita. Un uomo che non è immerso in un mondo fisico a lui estraneo, ma egli stesso «prodotto di un mondo in divenire». Guardare alla creazione come ad un «paesaggio cristiano» – è la sua tesi – significa raccontare in modo comprensibile la fede nella creazione, se pure con una pluralità di lessici, pittorico, narrativo, semantico, teorico…

Ad un occhio attento ai ritmi della natura, paesaggio significa innanzitutto terra che offre i suoi doni e le sue risorse per il sostentamento dell’uomo; terra, in fin dei conti, da coltivare per vivere. Così il tema del giardino – che scaturisce dal mattino di Pasqua quando il Risorto appare a Maria Maddalena in veste di giardiniere – rappresenta un’altra immagine (che forse ad alcuni potrà apparire inedita o non appropriata, ma non è così) di quel Dio che, al momento della creazione, plasma un giardino e lo affida alle cure degli umani, né despoti, né semplici amministratori, ma ospiti attenti, scientificamente educati e moralmente riconoscenti della convivialità ricevuta in dono.

Il tempo della creazione «non si riduce all’alternativa compiuto/incompiuto, non è relegato nel passato immemorabile dell’origine», ma «sollecita senza posa una decisione delle creature dinanzi al dono del tempo che Dio ha dischiuso loro» e ogni entità non umana, e Dio stesso, vive non solo nel tempo, anche nello spazio (preghiamo che la sua volontà «sia fatta come in cielo così in terra»). Far teologia della creazione significa allora diventare anche sia storiografo – per leggere e scrivere il tempo – sia geografo – per leggere e scrivere lo spazio della terra in cui vive.

Se ci risultano familiari le indicazioni di spazio fornite dalla Scrittura (la strada e l’immagine del cammino, insieme all’attaccamento alla terra e alla propria casa), il giardino della risurrezione diventa un luogo reale, uno spazio finito, ma allo stesso tempo indefinito, perché coabita con lo spazio infinito di Dio, come ogni angolo della creazione. «Il giardino non è altrove, lontano alla fine del viaggio: è la strada per giungere all’incontro con Dio».

Con una narrazione che rivela la sua profonda conoscenza specialistica della natura, a tratti arricchita da una delicata vena poetica di chi è capace anche di altrettanta “contemplazione”, Boureux offre un testo che è già una pietra miliare nel panorama della riflessione cattolica sul creato descrivendo un ambiente naturale che diventa «il teatro», umanizzato dalle creature, in primo luogo gli animali, «un pullulare indefinito di storie in cui si manifesta l’interdipendenza».

Il dono di Dio è visto come un «mondo condiviso», fatto di relazioni, che l’uomo è chiamato a custodire e coltivare, con le sue mani e gli utensili a disposizione. Significativo (e non sempre scontato) il riconoscimento del ruolo positivo della tecnica («perfino le grandi scimmie come gli scimpanzé hanno una capacità di usare utensili per nutrirsi o attaccare i loro simili») e il richiamo alla responsabilità dell’umano, all’azione dei giardinieri e degli agricoltori che si allarga a quella dei pescatori, dei falegnami, degli artigiani, degli ingegneri, degli scienziati («le scienze contribuiscono all’avvento della creazione»).

Per far sì, allora, che la teologia della creazione disegni un’etica della creazione «perché la creazione, secondo Cristo, è sempre lo spazio dell’avvicinamento e dell’approssimarsi, lo spazio della sollecitudine e della cura».


M.T. Pontara Pederiva, in www.settimananews.it 2 settembre 2016

La nature, le jardin, les plantes sont des thèmes de prédilection de Christophe Boureux, dominicain, docteur en théologie et en anthropologie religieuse, enseignant la théologie systématique à l’Université catholique de Lyon, mais travaillant aussi dans la gestion paysagère et forestière. L’A. non seulement parle de ce qu’il connaît bien, mais l’intérêt de cet ouvrage est de mettre en perspective des données disons « écologiques » avec la théologie chrétienne, ce qui donne une méditation avant tout théologique, pleine de profondeur, sur la Création et le Dieu jardinier qui offre à l’être humain (selon les thèmes des cinq chapitres) du temps, de l’espace, un théâtre où les acteurs sont en interaction (y compris avec et en Christ, selon les jeux prépositionnels de l’alliance), des animaux qui humanisent le paysage, et finalement un monde à partager et à raconter !

Citant Karel Capek, l’A. rappelle qu’« un vrai jardinier n’est pas un homme qui cultive les fleurs : c’est un homme qui cultive la terre, c’est une créature qui s’enfouit dans le sol, laissant le spectacle de ce qui est au-dessus à nous les badauds, bons à rien. Il vit enfoncé dans la terre… ». Et avec ce jardin, Ch. Boureux ose une féconde prise en compte de la complexité de la nature. Celle-ci n’est d’ailleurs pas évoquée dans le corps de l’ouvrage, mais seulement en conclusion ! Une manière d’éviter des ambiguïtés historiques, mais aussi de traiter de la nature sans « bloquer » ou « rebiffer » le lecteur, sans se laisser piéger par les apories de la nature (naturalismes…).

Impossible d’entrer dans les détails de cet ouvrage très dense qui commente divers passages bibliques pour « en-visager » la création sous différents aspects, toujours surprenants. Ainsi le temps de la création n’est-il pas d’abord une méditation sur le/les commencement(s) du livre de la Genèse, même si ces textes sont aussi pris en compte. L’A. s’appuie surtout sur le Psaume 92 et distingue les trois significations chrétiennes du temps qui, dans le grec biblique, sont l’aion, le chronos et le kairos ; en somme le temps/l’éternité qui englobe une période de temps, le temps qui passe par notre corps et dans lequel l’existence humaine s’inscrit, et enfin le temps favorable qui se condense dans la décision juste. Ce qui nous vaut aussi des réflexions sur le don, la convoitise, les frontières, l’altérité, la relation de parole et en fin de compte, le temps responsable.

La thématique de l’espace est traitée de manière similaire, non pas comme l’on pouvait peutêtre s’y attendre, de manière géographique, mais à partir de la notion de paysage, ce paysage qui fait défaut dans les évangiles où il est surtout question, écrit l’A., de villes et de régions montagneuses, de torrents, de bords de mer… Ce qui donne plus de poids encore au jardin de la résurrection du matin de Pâques, quand Jésus rencontre Marie-Madeleine, un jardin qui est « figure biblique de la rencontre de l’humain avec Dieu ».

Avec le temps et l’espace, le cadre est là pour évoquer l’alliance qui met en relation, le paysage avec ses animaux, et ce monde à partager… Un ouvrage fort stimulant.


Marie-Jo Thiel, in Revue des sciences religieuses 90 (1/2016) 133

Dio è anche giardiniere è il suggestivo titolo dell’ultimo libro del teologo domenicano Christophe Boureux, appena pubblicato da Queriniana (pp 241, euro 26) nella prestigiosa collana «Biblioteca di teologia contemporanea».

Il volume indaga sull’armonia del creato, spezzata dal peccato e dalla devastazione, che potrà essere rinnovata solo a partire da una rilettura che valorizzi l’impronta trinitaria, sostituendo all’ambiguo e polisemico termine “la natura” quello di “le entità” o “il creato”. Il grande nemico di questa nuova prospettiva è un uso distorto della tecnica, che asservisce le entità deviandole verso la società dello sperpero.

Una metafora centrale del testo è legata alla festa di santa Maria Maddalena, recentemente celebrata. Alla “apostola degli apostoli” Gesù appare come giardiniere, che «indicherà come prenderci cura della Creazione che il Signore Dio ha stabilito al principio» (183). Rifacendosi al quadro del pittore Rembrandt, l’autore sottolinea che Cristo trasmette all’essere umano nel suo ambiente la vita dipanata nel tempo e nello spazio. La presenza di utensili nel vestito del Risorto evidenzia da un lato il suo entrare nella vita (bíos) e dall’altro che «la Creazione avviene nella responsabilità tecnica assunta dall’umano» (191).

La celebrazione della giornata mondiale di preghiera per la cura del creato, il 1° settembre prossimo, che verrà celebrata a livello nazionale in Piemonte, precisamente nella diocesi di Fossano, potrà trovare una traduzione di dibattito e orazione alle belle intuizioni di questo libro.
F. Casazza, in La Voce Alessandrina 30 (29 luglio 2016)

Cosa ne abbiamo fatto del paesaggio? È l’interrogativo che spesso ricorre sulle labbra di chi attraversa le affollate strade urbane o percorre rapidamente gli spazi metropolitani. Una nostalgia amara, molto spesso pungente, sorge negli occhi di chi non riesce più a chiamare paesaggio le piazze, le abitazioni o le vie della socialità cittadina. Quando parliamo di degrado del paesaggio intendiamo automaticamente l’offesa della cementificazione selvaggia o di scriteriati progetti urbanistici nei confronti del panorama naturalistico che circonda le nostre città. Ecco cosa ne abbiamo fatto del paesaggio: lo abbiamo ridotto a un panorama lontano e separato, a una sorta di quinta naturalistica, quasi esotica. Il paesaggio non è più il Creato, non è più il luogo vivo è vitale della Creazione. La trasformazione più radicale e pericolosa non sta tanto nell’aver deturpato il paesaggio naturalistico e ambientale, quanto nell’averlo reso uno scenario distaccato da ammirare o saltuariamente da visitare. Come il giardino dell’Eden è separato, non è più un posto vivibile perché non è il posto della vita, così la perdita del paesaggio è tutt’uno con lo smarrimento del senso della Creazione. Quel senso che ci fa vivere e godere pienamente del giardino che esce dalle mani di Dio, invece di sentirci relegati al ruolo di spettatori provvisori o di visitatori distratti di una scena inabitabile perché splendidamente inarrivabile. Abbiamo musealizzato il paesaggio, ogni tipo di paesaggio, non solo quello ecologico e naturalistico, ma anche quello sociale degli spazi urbani.

In evidente contrasto con questa tendenza si articola il discorso del teologo francese Christophe Boureux, Dio è anche giardiniere. La Creazione come ecologia compiuta. Nelle pagine di questo saggio appassionato e appassionante è possibile intravedere la nascita di una prospettiva nuova e inedita, quella che non semplicemente accosta l’ecologia alla teologia, ma che guarda a una teologia pienamente ed essenzialmente ecologica. Boureux traccia infatti i presupposti teorici e rinviene i fondamenti biblici di una vera e propria teologia ecologica. La Creazione non è la scena allestita da Dio perché l’uomo vi reciti il proprio dramma, ma è il processo con cui Dio indica all’uomo il modo con cui rapportarsi allo spazio in generale. In tal senso la teologia ecologica è chiamata innanzitutto a recuperare una concezione dinamica, storica e sociale dello spazio. La salvezza passa attraverso una riconversione dello sguardo dell’uomo, sguardo che molto spesso immobilizza e reifica la vitalità progressiva della Creazione stessa. Questo ri-voltarsi della prospettiva umana viene sintetizzato da Boureux nella capacità di «considerare-guardare (envisager) la Creazione come paesaggio cristiano» (p. 15). Il paesaggio cristiano infatti è sempre un paesaggio sociale, o meglio, è un paesaggio in cui la socialità e l’incontro, la cooperazione e la convivialità non sono mai dimensioni accessorie rispetto all’ambiente eco-sistemico. Ne è prova il fatto che nei racconti evangelici i riferimenti al paesaggio naturalistico sono pochissimi. Gli spazi di Gesù sono dei paesaggi sociali e di socializzazione, l’ambiente ecologico della sua predicazione è quello composto dalle folle, dai discepoli e dal gruppo dei dodici. Nel mondo biblico lo spazio è tale perché è un paesaggio da attraversare non da contemplare, né tantomeno da custodire. Gesù ha attraversato campi e strade, ha colmato distanze umane percorrendo vie assolate e polverose. Le vie infatti aprono gli spazi poiché sono l’attraversamento e il cammino a dare il senso della distanza o della prossimità non solo fisica. È questo il senso “ecologico” delle apparizioni pasquali e in modo particolare dell’incontro tra il Signore risorto e Maria di Magdala: «Maria lascia il giardino, non più scacciata da esso come Adamo ed Eva, ma portata da una parola di ri-conoscimento (reconnaissance). Ora per lei si tratta di camminare nella Creazione, come si è nel paesaggio, di geografizzarla» (p. 96).            


V. Rosito, in Avvenire 15 luglio 2016

Una bellissima riflessione teologica sulla creazione nel quadro di un monoteismo trinitario, capace di far entrare il lettore in quello sguardo ampio, universale, in cui ogni essere vivente assume un significato ben preciso solo se è pienamente connesso con tutti gli altri (esseri umani, animali, piante) e con il Dio trinitario. Il Dio cristiano è «anche giardiniere» e chiede a ogni uomo, che abita nel giardino da lui creato, di scorgervi «la traccia della chiamata alla trascendenza divina» (16). L'a., forte anche della sua esperienza sul campo - è sua la responsabilità dei 70 ettari che circondano il convento di Sainte Marie de la Tourette (Lione) -, riesce a dare il senso di tutta la concretezza della visione cristiana, che chiama ogni persona a una ecologia compiuta.
In Il Regno 12/2016