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Commentario biblico per il XXI secolo
John J. Collins, Gina Hens-Piazza, Barbara E. Reid, Donald Senior (edd.)

Commentario biblico per il XXI secolo

Prezzo di copertina: Euro 195,00 Prezzo scontato: Euro 185,00
Collana: Grandi opere
ISBN: 978-88-399-0122-4
Pagine: 2176+VIII
© 2025

In breve

Prefazione di papa Francesco

Edizione italiana a cura di Davide Arcangeli, Flavio Dalla Vecchia, Mirko Montaguti


«La Bibbia è il libro del popolo del Signore. La parola di Dio unisce i credenti e li rende un solo popolo. Questa è l’importanza e la missione della scienza biblica al servizio della comunità di fede, il tipo di scienza che si esprime in questo volume di commenti biblici» (dalla prefazione di papa Francesco).

Chi ha apprezzato e utilizzato per oltre cinquant’anni le precedenti edizioni del Grande commentario biblico, uscito in Italia nel 19741 e 19972, per i tipi di Queriniana, scoprirà che questa magnifica nuova edizione si conferma essere un aiuto insuperabile per lo studio biblico oggi. Completamente riscritta, è sensibilmente diversa dalle prime due edizioni: a giudizio dei lettori, risulta molto più leggibile e molto tecnica, pur mantenendo l’eccellente livello qualitativo di analisi del testo che già garantiva nelle precedenti versioni.

Descrizione

Questa è la terza edizione completamente rinnovata, ossia riscritta ex novo da altri specialisti, del Grande commentario biblico. Accolta con favore da papa Francesco – che ha impreziosito il volume con una sua prefazione –, l’opera presenta il commento esegetico a tutti quanti i libri biblici in un unico volume e, con i suoi contenuti originali, porta questo testo di riferimento al passo con gli studi più recenti.
Il gruppo internazionale di collaboratori ha il pregio di presentare una gamma diversificata di prospettive, assicurandosi di parlare a una Chiesa di dimensioni globali.
Il volume dischiude la varietà delle interpretazioni all’interno della comunità degli studiosi di scienza bibliche e, al tempo stesso, consente di esaminare il contenuto storico, letterario, religioso e teologico dei testi delle Scritture. In questo, il Commentario biblico per il XXI secolo riesce a sintetizzare i risultati della moderna scienza biblica con rigore e chiarezza:
– per l’autorità degli esegeti e degli studiosi coinvolti
– per la molteplicità dei dati presentati
– per la completezza dell’informazione
– per l’aggiornata bibliografia utilizzata.
Nell’edizione italiana le indicazioni bibliografiche sono state accuratamente riviste, sia indicando le versioni italiane degli studi citati nell’originale inglese, sia integrandole con le più importanti monografie in lingua italiana.

Commento

Per ciascun libro della Bibbia: a) una introduzione aggiornata, b) il commento completo e c) una bibliografia selezionata.

In aggiunta al commento, oltre 100 contributi monografici di importanti studiosi cattolici provenienti da Stati Uniti, Regno Unito, Europa e Australia.

Una risorsa affidabile ed essenziale per quanti amano tenere in casa un commentario all’intera Bibbia, che illumini la loro lettura del testo sacro.

Recensioni

In quella specie di "corte dei miracoli" che popola il romanzo Notre-Dame de Paris (1831) di Victor Hugo c'è anche un alchimista: nel suo laboratorio campeggia tra le altre una scritta in greco, mega biblion mega kakón «grande libro grande male». Il motto, che risale al poeta Callimaco (III sec. a.C.), era stato adottato da una corrente letteraria che amava gli epigrammi brevi, eleganti e incisivi, a differenza dell'epos espanso di tradizione omerica. È ovvio che non sempre questo principio è fondato e che è giusto smitizzarlo.

È ciò che vale per un volume apparso recentemente in libreria: da anni non ricevevo un tomo così mastodontico di quasi 2.200 pagine di ampio formato e di fitta lineatura, posto all'insegna di una delle ultime prefazioni firmate da papa Francesco.

Il titolo designa esplicitamente il genere: si tratta di un commentario integrale ai 73 libri della Bibbia, non però a pie' di pagina (il testo sacro, infatti non è riprodotto, per cui sarà necessario avere accanto un'edizione dellaBibbia), ma in un discorso continuo di grande efficacia.

Il taglio diventa, perciò, quasi narrativo; eppure tutti i dati esegetici sono evidenti in filigrana, come lo è per la strumentazione preliminare delle introduzioni che delineano le coordinate e l'attrezzatura necessarie per affrontare il successivo viaggio testuale. Per questa imponente operazione, che eredita e trasforma un precedente esperimento intitolato più esplicitamente Grande commentario biblico (1968), è stata convocata una novantina di studiosi anglofoni cattolici secondo le diverse competenze.

Le originalità di questo sussidio sono molteplici ed è difficile documentarle in poche righe. I sondaggi che ho condotto, selezionando i libri biblici più "usati" a livello di lettura personale o comunitaria, ma anche con qualche puntata nei "minori" (ad esempio, il profeta Abdia propone uno scritto di sole 291 parole ebraiche, a differenza di Geremia che si espande in 21.819, e lo stesso vale per alcuni libri neotestamentari), rivelano la capacità significativa di far trasparire tutti i contenuti e i dati che sostanziano il dettato dei vari testi sacri.

La vastità dell'offerta si esprime anche nelle citate introduzioni: sempre per esemplificare, si provi a scorrere le premesse ai Vangeli sinottici globalmente assunti e ai singoli Matteo, Marco e Luca. Un'ulteriore indiscussa originalità è da scoprire nell'altrettanto monumentale apparato di contributi monografici, posti ai due estremi del tomo. In apertura è scontato che siano tracciate le mappe preliminari della geografia, dell'archeologia, della storia e dei vari contesti.

Più inattesi i finali «Articoli generali» sui quali vorremmo soffermarci perché costituiscono una sorta di volume autonomo di teologia e tematica biblica. Così, si ha un vero e proprio nuovo testo che abbraccia l'arco delle molteplici questioni, soprattutto ermeneutiche che spesso travagliano il lettore delle Sacre Scritture. Solo per esemplificare ecco alcuni percorsi, a partire da quella trilogia lessicale e ideale che definisce l'originalità dei testi sacri: rivelazione, ispirazione, canone. Quante volte, infatti, ci si interroga sull'intreccio tra divino e umano nelle pagine bibliche, oppure si è imbarazzati davanti al perimetro obbligato dei libri biblici e ci si chiede: perché questi 73 e non altri, ricchi di spiritualità, come ad esernpio, il Vangelo apocrifo di Tommaso?

La raggiera si allarga lungo tracciati evidenti come quelli del nesso Bibbia e liturgia o quello ecumenico e interreligioso o l’uso pastorale del messaggio biblico «come lampada per i passi e luce sul cammino della vita» (così il Salmo 119,105). Più impegnativa è l'applicazione etica di quel messaggio: interessanti sono le proposte metodologiche qui esaminate e formulate a suo tempo da Fritz Tillman, William C. Spohn e Yiu Sing Lucas Chan, quest'ultimo morto nel 2015 a soli 47 anni e anche a me del tutto ignoto ma interessante soprattutto per la sua Biblicai Ethics in the 21st Century e il ricco ventaglio delle sue ricerche.

A proposito degli interrogativi inediti che la contemporaneità rivolge al testo sacro che è anche – come si è soliti dire – «il grande codice della cultura occidentale», non mancano le analisi dell'approccio femminista, di quello sociale (caro alla teologia della liberazione), del rimando contestuale (africano e afroamericano, asiatico e latinoamericano) e della sempre più vivace attenzione alla dimensione letteraria delle Sacre Scritture (suggestive le letture "retoriche" di alcuni passi biblici) sviluppata con molta creatività.

Come comprenderà chi ci ha seguito fin qui, è giustificabile che siano necessarie sia questa folla di studiosi (purtroppo, secondo un vezzo autarchico, le loro bibliografie sono solo in inglese), sia l'enorme massa del volume: chi lo acquista si procura in verità un'intera biblioteca di commentari e di analisi delle varie discipline bibliche, a cui attingere per le più diverse questioni e interrogazioni.

Sempre in questa linea e con la stessa imponenza (quasi mille pagine), anche se con un'impostazione specifica possiamo, in finale, segnalare del medesimo editore il Nuovo Testamento letto dagli ebrei a cura di M.Z. Brettler e A.-J. Levine (2023), un'opera sorprendente che vede il coinvolgimento di un'ottantina di studiosi ebrei.


G. Ravasi, in Il Sole 24 Ore 23 novembre 2025, III

Esistono opere che è corretto definire «monumentali», ma non tanto per la loro mole o il numero di pagine quanto per la completezza e l’autorevolezza sia del testo sia degli autori. In questa categoria rientra senza dubbio il Commentario biblico per il XXI secolo, che in ambito internazionale è meglio noto con il suo titolo originale: The Jerome Biblical Commentary (JBC). Jerome è un chiaro riferimento a san Girolamo e vuole marcare un tributo di riconoscenza e di ispirazione nei confronti della sua famosa Vulgata, risalente alla fine del IV secolo.

Fin dalla prima edizione statunitense del 1968, il volume si caratterizza come un ampio manuale di base di sicuro riferimento per l’esegesi biblica di ambito cattolico, ma in generale è apprezzato dagli studiosi e dagli uomini di cultura di tutte le confessioni religiose, senza tuttavia escludere i laici non credenti interessati ad approfondire la lettura delle Sacre Scritture.

La traduzione in lingua italiana è condotta sulla terza edizione, pubblicata in lingua inglese nel 2022, e tutto il Commentario è stato completamente riveduto e aggiornato non soltanto per tener conto dei progressi negli studi biblici verificatisi dal 1990 (data della seconda edizione) ai giorni nostri, ma anche per renderlo maggiormente fruibile alle persone del nostro secolo.

I testi sono tutti redatti da specialisti per ogni singola materia (se ne contano almeno una novantina). Come viene riconosciuto nella Prefazione, oggi sono a disposizione dei commentatori molteplici strumenti, che vanno dal metodo storico-critico all’analisi retorica, dall’approccio canonico all’analisi narrativa, dall’indagine semiotica agli approfondimenti sociologici, antropologici, culturali e psicologici; e si può ben dire che gli autori dei singoli commenti facciano ricorso a svariati di essi, con talvolta punti di vista o prospettive di approccio chiaramente differenti, che contribuiscono a fornire al lettore un quadro d’insieme pluralistico, al passo con i tempi e teologicamente stimolante.

La prima parte del Commentario è costituita da una serie di articoli introduttivi dedicati alla geografia biblica, all’archeologia dell’Antico e del Nuovo Testamento, alla storia d’Israele, al Gesù storico e alla prima comunità cristiana: articoli propedeutici certamente indispensabili per calare nel contesto storico-ambientale originale gli scritti del canone biblico cattolico. La seconda e la terza parte sono rispettivamente dedicate ai testi dell’antica e della nuova Alleanza, con uno schema didascalico molto appropriato, perché ogni libro della Bibbia viene affrontato tramite un’ampia introduzione e un puntuale commento, corredandolo infine con una strutturata bibliografia, molto utile per coloro che vogliono indagare ulteriormente i singoli aspetti trattati.

La quarta e ultima parte è interamente dedicata agli approfondimenti di ordine generale. In essa si trattano argomenti complementari ai commenti biblici, ma tutt’altro che secondari, come per esempio la storia dell’interpretazione della Bibbia nella Chiesa, le questioni connesse alla natura della Rivelazione biblica, all’ispirazione e al canone, nonché alla liturgia, all’etica, all’ecumenismo e ai punti di vista interpretativi degli esegeti di differenti aree geopolitiche (africana, latinoamericana, nordamericana, asiatica e, ovviamente, europea).

Particolarmente importante è infine la Prefazione di papa Francesco, che rappresenta uno dei suoi ultimi scritti prima di tornare alla casa del Padre. In essa Francesco ricorda come «la relazione tra il Signore risorto, la comunità dei credenti e la Sacra Scrittura sia essenziale per la nostra identità di cristiani», tanto è vero che «San Gerolamo ha potuto affermare che l’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo» (p. 9). La Bibbia dunque «unisce i credenti e li rende un popolo», e pertanto è indispensabile non soltanto leggerla quotidianamente, ma anche conoscerla in profondità per ricavarne tutta l’ispirazione che da essa promana in diversi rivoli e in differenti strati.

Francesco riteneva fondamentale il contributo della scienza biblica alla Chiesa, così come si è espresso in questo autorevole Commentario; infatti, «il ministero di chi disvela la parola di Dio al popolo di Dio è un compito sacro che richiede studio serio, amore profondo e apertura alla bellezza e alla potenza delle Scritture» (p. 10). Lo studio attento e contemplativo della Bibbia fa comprendere ai suoi lettori, e tra loro soprattutto ai credenti, di essere «depositari di un bene che rende più umani e aiuta a condurre una vita nuova» (ivi). A ben guardare, non c’è dunque niente di più prezioso della fede contenuta nei testi sacri per tracciare una rotta sicura per la propria esistenza.


R. Timossi, in La Civiltà Cattolica 4198 (7 ottobre 2025) 237-239

Mai troppo incoraggiata nella tradizione cattolica, la lettura diretta della Bibbia è uno dei meriti del Concilio Vaticano II. Ma già alla fine del XIX secolo il tentativo dei modernisti di rispondere alle esigenze della critica storica aveva cercato di rinnovare anche in questo ambito. Represso con durezza da Roma il modernismo, al difficile processo del rinnovamento biblico cattolico ha poi molto contribuito – con strascichi e colpi di scena che arrivano fino alla vigilia del concilio – l'azione di tre papi: Pacelli Montini e Ratzinger. Contraddittorio e non del tutto chiarito resta invece il ruolo di Roncalli, che pure aveva intuito e aperto il concilio.

Il ruolo di Pio XII

A riconoscere il ruolo di Pio XII è nel 1968 un'opera innovativa nel contesto dell'effervescenza postconciliare: The Jerome Biblical Commentary,intitolato al traduttore per antonomasia delle sacre Scritture, san Girolamo. La storia di questo straordinario commento e delle sue tre edizioni racconta il travaglio di una riforma non più procrastinabile.

Tradotto in spagnolo e in Italia dalla Queriniana, la più importante editrice di testi teologici nel nostro paese, il commento statunitense si rivela subito un successo. Le vendite oltrepassano in poco tempo le duecentomila copie, un numero incredibile per un'opera così imponente.

Un ventennio più tardi sensazionali scoperte archeologiche e i nuovi indirizzi interpretativi impongono una seconda edizione. Anch'essa pubblicata dalla Queriniana, l'opera viene dedicata, come già quella del 1968, alla memoria di Pio XII, «grande promotore degli studi biblici cattolici nel XX secolo». Nel 1989 la dedica include Paolo VI, scomparso da un decennio: il pontefice bresciano ha infatti «difeso e consolidato il progresso di questi studi durante e dopo il secondo concilio Vaticano». Manca il nome del «papa buono», che per cinque anni aveva regnato tra Pacelli e Montini.

Oltre trent'anni dopo, nel 2022, arriva il terzo Jerome. Del tutto nuovo, in oltre duemila pagine presenta e spiega brano per brano, in modo chiaro tutti i libri della Bibbia. Al commento si affiancano trattazioni sintetiche sulla geografia, sull'archeologia, sulla storia relative ai testi sacri cristiani e sulle nuove letture della Bibbia: femminista, africana, latinoamericana, asiatica, ecumenica. Intanto nel 2006 era uscito a Nairobi un African Bible Commentary, interamente scritto nel continente.

Il terzo Jerome

Vero monumento, il terzo Jerome è stato appena tradotto (Commentario biblico per il XXI secolo,Queriniana), e la dedica ai pontefici italiani è sostituita – nell'introduzione dei quattro curatori John Collins, Gina Hens-Piazza, Barbara Reid, Donald Senior – da quella a papa Francesco, che ha firmato anche la prefazione.

Autori delle prefazioni ai commenti precedenti erano anch'essi due gesuiti: nel 1968 il tedesco Augustin Bea e nel 1989 l'italiano Carlo Maria Martini. Il primo, specialista dell'Antico Testamento, rettore del Pontificio istituto biblico e confessore di papa Pacelli, era un convinto sostenitore dell'ecumenismo e soprattutto del dialogo con gli ebrei. Il secondo, specializzato nella critica testuale e poi arcivescovo di Milano, è stato una delle figure maggiori del cattolicesimo contemporaneo. Bea spiegava il motivo della dedica a Pio XII. È stato proprio papa Pacelli a superare mezzo secolo di stagnazione nello studio della Bibbia e a porre così le basi dell'«aggiornamento» voluto dal Concilio Vaticano II anche in questo ambito.

Gli studi di Lagrange

Un primo rinnovamento negli studi biblici era stato infatti approvato da Roma nel 1893 con l'enciclica Providentissimus Deus di Leone XIII. Ma poco più tardi al modernismo radicale e per alcuni aspetti inaccettabile Roma aveva reagito con una spietata repressione, che senza distinzioni aveva fatto terra bruciata di ogni fermento innovatore. Venne travolto persino il massimo rappresentante della ricerca biblica cattolica, il domenicano Marie-Joseph Lagrange, peraltro mai censurato dalla Santa sede. il biblista fondatore della celebre École biblique di Gerusalemme – l'istituzione francese che pubblicherà l'omonima Bibbia, eccellente e diffusissima (in Italia appena ripresentata dalla bolognese Edb) – muore nel 1937.

In sostanza il frutto degli studi di Lagrange viene ripreso nel 1943 da Pio XII con la grande enciclica biblica Divino afflante Spiritu. Un vero spartiacque – scrive ora nel Commentario Donald senior – «che avrebbe ribaltato parecchi decenni di sospetto sugli studiosi accademici cattolici della Bibbia» e che «resta la magna carta dell'interpretazione cattolica della Scrittura». L'importanza del documento pacelliano era stata riconosciuta nel 1969 da una donna, la biblista luterana Suzanne de Dietrich che aveva scritto come l'enciclica avesse aperto agli studiosi cattolici «possibilità di ricerca completamente nuove». E il suo giudizio confermava un'osservazione del cardinale Bea nella prefazione al primo Jerome:«L'orientamento biblico dei documenti conciliari» che si deve all'influsso della Divino afflante Spiritu spiega il loro apprezzamento da parte dei non cattolici.

Contro le nuove tendenze

Nella seconda edizione del commento biblico anche Martini scriveva dell'aspetto ecumenico. «Gran parte del progresso compiuto dallo studio della Bibbia negli ultimi decenni e documentato in quest'opera è frutto dell'intensa ricerca di interpreti appartenenti a diverse chiese cristiane», osservava il cardinale, unico cattolico nel gruppo dei biblisti che hanno curato l'edizione critica del Nuovo Testamento (The Greek New Testament)destinata ai traduttori in centinaia di lingue moderne.

Ma, morto Pacelli, contro le nuove tendenze della ricerca biblica favorite in ambito cattolico dall'enciclica di Pio XII vi era stato – tra il 1961 e il 1962, mentre si prepara il concilio – un colpo di coda dei conservatori più intransigenti, i tre cardinali italiani Alfredo Ottaviani, Giuseppe Pizzarda ed Ernesto Ruffini. L'offensiva parte dalla Pontificia Università Lateranense, con l'obiettivo di colpire soprattutto il Pontificio istituto biblico. E il risultato è la clamorosa sospensione dall'insegnamento – approvata da Giovanni XXIII – che il Sant'Uffizio impone a due autorevoli biblisti gesuiti: il francese Stanislas Lyonnet e il tedesco Maximilian Zerwick.

Sintomatico del clima di quegli anni è un episodio ricordato con arguzia da Raymond Brown, uno dei curatori dei primi due Jerome,in una monumentale ed esemplare trattazione (La nascita del Messia, Cittadella). A essere messi in discussione dalle nuove tendenze erano soprattutto i racconti evangelici dell'infanzia di Cristo, tanto che negli Stati Uniti un biblista ricevette per Natale un augurio dove figuravano i magi: arrabbiatissimi di essere stati liquidati come figure letterarie, questi chiedevano allo studioso di essere ricevuti.

Giovanni XXIII, pur distante e amareggiato dall'attacco dei conservatori, era molto preoccupato per le tendenze degli studi biblici cattolici, soprattutto sul Nuovo Testamento, come nel 2024 ha ricostruito il cileno Juan Carlos Ossandón Widow in uno studio sull'Anuario de Historia de la Iglesia. Una testimonianza diretta viene dal diario del gesuita Roberto Tucci, il direttore della Civiltà Cattolica che quarant'anni più tardi Giovanni Paolo II creerà cardinale. Papa Roncalli è convinto infatti «che su alcuni punti si intacca il Vangelo stesso», annota nel 1961 il religioso dopo una lunga udienza.

Il ruolo di Ratzinger

Iniziato però il Vaticano II, di fronte alla bocciatura dello schema preparatorio sulla Bibbia, considerato dalla maggioranza conciliare un testo molto conservatore, papa Roncalli decide di ritirarlo. Ma solo il suo successore Paolo VI revoca, già nel 1964, la grave misura presa tre anni prima contro Lyonnet e Zerwick. E grazie alle mediazioni di Montini alla fine del concilio viene approvata quasi all'unanimità la costituzione dogmatica Dei verbum sulla rivelazione divina. Il documento del concilio ispira l'insegnamento cattolico degli ultimi decenni. Guidata da Ratzinger, la Pontificia commissione biblica pubblica infatti nel 1993 e nel 2001 due rivoluzionari documenti sull'interpretazione dei testi sacri cristiani e sul valore delle Scritture ebraiche. Poi nel 2010 Benedetto XVI firma l'esortazione apostolica postsinodale Verbum Domini.

Anche se il lascito principale del papa teologo resta soprattutto un altro: tra il 2007 e il 2012, la limpida e convincente trilogia su Gesù di Nazareth. Che Ratzinger definisce però non «un atto magisteriale», ma l'espressione della sua «ricerca personale del "volto del Signore"».


G.M. Vian, in Domani 13 aprile 2025

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