Disponibile
Camminare
Gisbert Greshake

Camminare

Vie, deviazioni, crocevia, viae crucis

Prezzo di copertina: Euro 13,00 Prezzo scontato: Euro 12,35
Collana: Spiritualità 193
ISBN: 978-88-399-3193-1
Formato: 13,2 x 19,3 cm
Pagine: 144
Titolo originale: Gehen. Wege – Umwege – Kreuzwege
© 2020

In breve

«Del cammino fanno parte l’incespicare e il cadere, gambe pesanti e spirito stanco, preoccupazioni e gioia, esperienze che pesano ed esperienze che incoraggiano. E tornerai sempre a incontrare persone che ti rialzano. E ti avvicinerai alla mèta» (Peter Müller).

Descrizione

Camminare è fondamentale per l’esistenza, non soltanto per la salute fisica. Anche la maggior parte dei problemi psichici insorgono o persistono per carenza di un movimento fatto con regolarità! Gisbert Greshake, stimato teologo e appassionato escursionista, esamina il fenomeno del camminare da un punto di vista olistico: dalla questione di cosa accada al corpo e all’anima camminando, fino al cammino come archetipo biblico della spiritualità. Emerge così che della vita umana fanno parte anche deviazioni, incroci e... viae crucis. Un invito spirituale all’andare, che incoraggia a osare il primo passo – quello con cui inizia ogni cammino.

«Camminare è molto, molto più del semplice moto fisico; coinvolge corpo, anima e mente. L’intera nostra vita è un unico grande invito a ripartire sempre, per percorrere un cammino. Soltanto allora essa è anche in viaggio verso una mèta che vale la pensa raggiungere. Perciò, se vuoi dare una direzione alla tua vita, va’, parti!».

Un gesto apparentemente senza importanza, da sempre metafora universale della vita, svelato nel suo senso più ricco da un grande teologo.

Recensioni

Abbiamo imparato, durante il periodo di pandemia causato dal Covid-19, che la vita può apprezzarla solo chi ogni giorno si muove con lentezza tra le intricate strade della quotidianità; assaporando e gustando i frutti che la condivisione offre a larghe mani. Abbiamo imparato e ci siamo esercitati a ritagliarci un po' di tempo per stare con noi stessi e riannodare i fili dell'anima che ci legano al cielo. Il passo si è fatto pesante sulle strade delle nostre città, dei nostri quartieri. Il nostro andare è divenuto vago e senza meta.

Questo tempo estivo, tradizionalmente legato alla pausa dal lavoro, può divenire un vero kairos (un tempo di grazia) per rientrare in noi stessi e ridare linfa positiva alla nostra mente ed al nostro cuore. L'estate diventa (per chi può) il periodo migliore dell'anno per intraprendere un cammino esteriore ed interiore; non importa se sulla riva del mare o tra gli impervi sentieri di montagna. L'importante è intraprendere un cammino!

È questo l'invito coinvolgente del teologo tedesco Gisbert Greshake che nel suo volume Camminare (recentemente pubblicato in Italia da Queriniana) evidenzia come «il percorrere un commino e molte altre azioni compiute dal corpo umano sono qualcosa di più che semplici procedure moteriali per il mantenimento, la tutela e il miglioramento dell'esistenza corporea. [...] Nel camminare si manifesta qualcosa di più profondo, di "interiore”, ovvero l'anima dell'essere umano. Perciò è importante anche uno sguardo più preciso sull'esecuzione (fisica) del comminare, sulla sua "fisiologia". Dietro di essa traspare qualcosa di significativo»(pp. 12-13).

È difficile, e sempre più complicato, nel frastuono della nostra ordinarietà poter orientare i passi sui giusti sentieri, soprattutto quando – come scrive nel sottotitolo il nostro autore – la nostra storia si evolve attraverso vie, deviazioni, crocevia, viæ crucis. A volte un percorso semplice si rivela accidentato; una salita in apparenza dalla pendenza semplice può trasformarsi in una faticosa arrampicata per cui non sono più sufficienti buoni muscoli e bastoni, perché occorre usare anche le mani per inerpicarsi sino alla cima. Eppure, anche in queste situazioni limite lo Spirito viene in aiuto alla mente: resistenza e resilienza si compensano! Proprio nelle circostanze in cui il nostro andare spedito assomiglia sempre più a quello dei grandi viaggiatori, il suo essere rallentato dalle vicissitudini della ordinarietà lo trasforma nell'incedere che fu di Cristo sulle strade del mondo.

Camminare è utile per il corpo, per la mente, per il cuore e per lo spirito!

In questa strana estate 2020, pertanto, non si può non condividere l'interessante idea del teologo Gisbert Greshake: «Abbiamo visto che comminare è molto, molto di più del moto fisico; include e comprende corpo, anima e mente. L'intera nostra vita è un unico grande invito a ripartire per un nuovo cammino. Soltanto allora essa è anche strada verso una meta che vale la pena raggiungere. Perciò il rigido imperativo: “Va’!". Oppure, per dirla con le porole invitanti di Peter Müller: Se vuoi dare una direzione alla tua vita devi partire e percorrere la tua strada, quella esteriore e quella interiore. [...] Ciò che conta è osare iI primo passo, perché soltanto con il primo passo dai alla tua vita una direzione»(pp. 113-114). Buona strada!


P. Manca, in Presenza Italiana luglio-agosto 2020, 23

Piccolo, prezioso libro, che affronta il camminare come esigenza fondamentale dell'esistenza, come esperienza di salvezza. Camminare è un'ineludibile esigenza fisica e psichica, perché la maggior parte dei problemi psichici insorgono per carenza di movimento fatto con regolarità, e serve anche per l'intera nostra vita fisica, mente, spirito.

Camminare è un invito a ripartire sempre, sembra dirci l'Autore, esperto teologo tedesco e anche escursionista, che affronta il tema con una prospettiva olistica e descrive ciò che accade alla persona nella sua ricerca di senso, non trascurando che della ricerca fanno parte anche le deviazioni da una meta che vale la pena comunque di raggiungere.

E così, nel ripartire sempre si scopre il camminare come archetipo biblico della spiritualità.


In Rocca 14/2020, 61

Se camminare, molto più di un atto fisico, è un’operazione che coinvolge corpo, anima e mente, non bisogna tralasciare il significato antropologico e spirituale del gesto. Lo analizza Gisbert Greshake, teologo cattolico tedesco e amante dell’escursionismo, in un saggio ricco di spunti non solo per un credente. Il camminare viene proposto come antidoto, e antitesi, alla cronocrazia, ovvero all’accelerazione dell’esistenza, in cui la vita è come una grande agenda in cui si spunta un appuntamento dopo l’altro. Un altro aspetto è la valenza sociale del cammino. Le escursioni fatte in compagnia “aprono agli altri, al loro ritmo di vita, ai loro bisogni, al loro modo di vivere le esperienze.... il vissuto comune fa cadere le maschere e porta a un rapporto reciproco ‘semplice’, disinvolto”. Interessante poi la riflessione sulle radici culturali dell’escursionismo, che l’autore rintraccia nel pellegrinaggio.
F. Sironi, in Dove 7/2020, 18

Gisbert Greshake, uno fra i maggiori teologi tedeschi viventi, dedica al camminare un volume agile e molto denso. Nella parte iniziale sono raccolte in una progressione incalzante le riflessioni che accomunano i viandanti moderni, ormai centinaia di migliaia di persone che attraversano a piedi l’Europa percorrendo le decine di cammini tracciati negli ultimi decenni sull’esempio del Cammino di Santiago. Da una constatazione classica, che il camminare fa bene alla salute del corpo, si passa a considerare l’utilità che il viaggiare a piedi ha per lo spirito, nell’aprire alla meditazione, a un rapporto corretto con se stessi e con i misteri maggiori della vita, a cominciare da quello del tempo. Perché il legame tra camminare e saper gestire il tempo è strettissimo; inoltre Papa Francesco è solito ricordare che il tempo prevale sullo spazio e Greshake non ha dubbi nello spiegare come “nel camminare predomina la dimensione temporale, mentre il restare fermi enfatizza la dimensione spaziale”.
S. Valzania, in La Biblioteca di Gerusalemme / Radio inBlu 27 giugno 2020

«Camminando ogni giorno,raggiungo uno stato di benessere e mi lascio alle spalle ogni malanno. I pensieri migliori li ho avuti mentre camminavo, e non conosco pensiero così" gravoso da non poter essere lasciato alle spalle con una camminata. Stando fermi, si arriva sempre più vicini a sentirsi malati. Perciò basta continuare a camminare, e andrà tutto bene». Potrei confermare e comprovare pienamente queste righe che Soeren Kierkegaard scriveva in una lettera del 1847 all'amica Jette, righe che erano care anche a quella sorta di filosofo del viaggio che è stato Bruce Chatwin. Ritrovo questa affermazione citata in un delizioso saggio breve di uno dei maggiori teologi tedeschi contemporanei, Gisbert Greshake, classe 1933, a lungo docente a Friburgo in Brisgovia.

Dopo essersi inerpicato coi suoi studi lungo i sentieri che sfociano nelle regioni celestiali della Trinità, dopo essersi affacciato sull'oltrevita gettando lo sguardo nelle praterie infinite dell'escatologia, dopo essersi interrogato su uno dei grovigli mai dipanati dalla riflessione filosofico-teologica e letteraria, quello del male e della sofferenza, egli sceglie ora di inoltrarsi sui percorsi sassosi, ombrosi o assolati del trekking, addentrandosi non solo topograficamente lungo le pendici dei nostri monti Prenestini e Simbruini, ove passa le sue vacanze estive, ma anche simbolicamente entrando nel cuore del «camminare» come archetipo culturale e spirituale. Da teologo, potrebbe assumere come patrono dei viaggiatori san Tommaso d'Aquino che - nonostante il sovrappeso fisico - si è calcolato abbia percorso a piedi più di diecimila chilometri nei suoi non molti anni di vita (morì a meno di cinquant'anni).

Già in passato Greshake aveva scelto di penetrare con un suo libro in un panorama, altrettanto capace di generare metafore, come il deserto, spazio privilegiato per la stessa storia e spiritualità della Bibbia: chi non ricorda le steppe desolate del Sinai, con le sue piste che videro in marcia Israele verso la terra promessa da Dio? Ora è il camminare in sé che è sotto la lente della sua riflessione, tenendo conto subito del fatto che la via è già la vita, come ha testimoniato quella specie di vangelo della Beat generation che è stato il romanzo Sulla strada di Jack Kerouac. Ma anche il serioso Heidegger non esitava a intitolare una delle sue opere più note Holzwege, di solito tradotto con Sentieri interrotti, ma che il filosofo spiegava così: «Holz è un'antica parola per dire 'bosco', nel quale si aprono 'sentieri' (Wege), spesso coperti di erba. Essi talora s’interrompono all’improvviso nel fitto del bosco e si chiamano appunto Holzwege».

L'immensa letterattura di viaggio, a partire dall'Odissea,i diari basati su itinerari, il Grand e il Petit Tour, le narrazioni fantasiose di paesi remoti e di popoli misteriosi occupano intere biblioteche. A livello alto, questi testi sono spesso coperti da una patina «metafisica», con esiti talora sorprendenti. Ad esempio, nella classicità il viaggio reca sovente uno stigma negativo, visto come violazione del limite naturale. Pensiamo al folle volo di Icaro, antenato dei viaggi aerei, alla spedizione degli Argonauti verso un irraggiungibile vello d'oro, allo stesso Ulisse che si avvia oltre le Colonne d'Ercole, alla discesa senza ritorno di Orfeo all'Ade, all'ironia ante litteram di Orazio sulle crociere quando nelle sue Epistole scriveva: caelum, non animum mutant, qui transmare currunt, «coloro che fanno crociere,cambiano il cielo (ossia il clima),non però l'animo».

Ma non lasciamoci catturare da questo filone che ha in Montaigne un critico auto biografico («A chi mi domanda ragione dei miei viaggi, solitamente rispondo che so bene quello che fuggo, ma non quello che cerco») e ritorniamo, dopo questa «deviazione», al volumetto di Greshake. Esso in modo significativo è sottotitolato proprio così: Vie, deviazioni, crocevia, viae crucis. Certo, egli non può prescindere da quel supremo Viandante che fu Gesù Cristo, predicatore e guaritore ambulante, che l'evangelista Luca rappresenta mentre affronta la sua lunga marcia verso Gerusalemme, la città del suo destino ultimo terreno (un viaggio che occupa ben dieci dei ventiquattro capitoli dell'intero terzo Vangelo). Secondo Rilke, egli è «l'ospite che ogni volta va avanti» e non esita ad autodefinirsi come la «Via» per eccellenza (Giovanni 14,6), così come i primi cristiani saranno denominati «i seguaci della Via» (Atti degli Apostoli 9,2). Greshake, però, s'interessa appunto anche delle «deviazioni»: non si dimentichi che in ebraico i termini che indicano il peccato o la colpa rimandano letteralmente a un «deviare» o a uno smarrire la meta, per cui la conversione (e il vocabolo italiano è già trasparente) è shûb, un «ritornare» sulla retta via.

Emblematica in questo senso è la parabola detta del figlio prodigo (Luca 15,11-32), la cui trama è retta in filigrana da una deviazione e da un ritorno. Eppure anche queste esperienze di vagabondaggio al buio, di mete fallite, di passi sanguinanti possono essere feconde e trasformarsi in «crocevia», ove si scopre che il sentiero ingannevole talora è attraversato dalla «retta via» che conduce a salvezza. Anzi, il crocevia è di sua natura una sfida rivolta alla nostra libertà perché compia l'opzione giusta. Non per nulla, già nell'antichità classica si ponevano ai crocicchi delle strade le divinità protettrici, come Hermes, messaggero degli dei, o i Lari, patroni familiari e, nel cristianesimo, si collocavano croci, cappellette, statue o immagini di Maria e dei santi perché orientassero il fedele verso il percorso giusto.

Naturalmente largo spazio è riservato dal teologo tedesco in finale alla via crucis,un cammino processionale che segue le tappe delle ultime ore di Gesù, dalla condanna all'esito tragico della crocifissione sul colle gerosolimitano delle esecuzioni capitali detto Golgota, in latino Calvario, ossia «cranio». È l'attuazione dell'appello che lo stesso Cristo aveva indirizzato al suo discepolo: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, prenda la sua croce e mi segua» (Matteo 16,24). Sulla falsariga delle «stazioni» tradizionali, Greshake propone una via crucis commentata che a una selezione delle quattordici soste del libero computo devozionale aggiunge la quindicesima che ha al centro il viaggio pomeridiano dei due discepoli di Emmaus, descritto mirabilmente da Luca nell'ultima pagina del suo Vangelo (24,13-35).

La conclusione del viaggio proposto da questo teologo è chiara: «Camminare è molto di più del moto fisico e comprende corpo, anima e mente. L'intera nostra vita è un unico grande invito a ripartire per un nuovo cammino... Ciò che conta è osare il primo passo, perché soltanto col primo passo dai alla tua vita una direzione».


G. Ravasi, in Il Sole 24 Ore 7 giugno 2020, XII

Il giornalista e scrittore di viaggio Sylvain Tesson, nel libro Nelle foreste siberiane (in Italia pubblicato nel 2012 da Sellerio) descrive i sei mesi trascorsi in una capanna in mezzo ai boschi e ai ghiacci, in Siberia, nella più totale solitudine. Si trovava sulle rive del lago Bajkal, a oltre cento chilometri di distanza dal primo villaggio abitato. Abituato a imprese di ogni tipo, dal giro del globo in bicicletta alle scalate di cattedrali e grattacieli, Tesson per ammazzare il tempo si è portato dietro molti libri, da Lucrezio a Baudelaire, da Eliade a Cendrars, consapevole che la sfida principale sarebbe stata quella di trascorrere le giornate in silenzio totale, da puro eremita. Fra gli autori preferiti non poteva mancare Henry David Thoreau, lo scrittore americano noto soprattutto per la sua difesa a oltranza della vita immersa nella natura, lontano dalla frenesia della città. Per Thoreau l’eremitismo diventa, senza alcuna superbia, filosofia di vita, a metà strada fra stoicismo e cristianesimo.

I libri di Thoreau, in particolare Walden ovvero vita nei boschi, sono del resto diventati una sorta di Bibbia per gli amanti della natura, soprattutto per coloro che scelgono di compiere una vita del tutto ritirata, lontano dalla civiltà. Come ben raccontano i film In to the wild di Sean Penn del 2007, che ebbe un grandioso successo così come il libro Nelle terre estreme di Jon Kracauer da cui è tratto, e il più recente Senza lasciare traccia di Debra Granik, uscito un anno fa nelle sale italiane. Quest’ultima pellicola racconta l’opzione radicale di un veterano della guerra in Iraq che, assieme alla figlia adolescente, si nasconde nei boschi. […]

Ma oltre che costituire un elogio della scelta dell’eremitismo, i libri e i film che abbiamo citato sono anche un invito esplicito alla pratica del camminare. Proprio Thoreau, che era nato nel Massachussetts nel 1817 e che a un certo punto della sua vita si costruì una capanna in mezzo ai boschi e scelse di viverci da solo, nel 1862, un anno prima della morte, scrisse un librettino intitolato semplicemente Camminare (tradotto qualche mese fa da Marietti 1820), un encomio dell’arte del passeggiare e del vagabondare. «Quel che penso – spiega – è che non potrei preservare intatta la mia salute e il mio spirito se non trascorressi almeno quattro ore al giorno, in genere anche di più, a vagare nei boschi, sulle colline e per i campi, completamente libero da qualsivoglia impegno mondano». E ancora: «Il mio spirito infallibilmente si innalza in proporzione alla sobrietà del paesaggio. Datemi l’oceano, il deserto, o la natura selvaggia!».

Ora anche uno dei più affermati teologi di lingua tedesca, Gisbert Greshake, pubblica per i tipi di Queriniana un volume con lo stesso titolo, Camminare (pagine 136, euro 13), che in realtà è soprattutto un’esaltazione dell’escursionismo. Abituato a trascorrere le vacanze estive a San Pastore, una piccola tenuta a trenta chilometri da Roma, non lontano dai monti Prenestini e Simbrioni, lo studioso descrive le sue lunghe camminate nei luoghi spesso incontaminati dell’Italia centrale. E racconta come, mentre nei decenni passati gli capitava sempre di essere accompagnato da ospiti occasionali e di incontrare altre persone che si muovevano a piedi lungo i sentieri, recentemente gli capita di trovarsi da solo.

Fenomeno curioso e controcorrente: mentre si moltiplicano i pellegrinaggi a piedi, come il famoso Cammino di Santiago, pare che l’escursionismo vero e proprio sia in calo. Greshake riporta i dati di un’inchiesta del Ministero federale tedesco per l’economia e la tecnologia, da cui emerge che più di un terzo della popolazione che abita in Germania non fa mai escursioni e che solo il 6 per cento impugna di frequente il bastone da trekking. «In altre parole – è il suo commento – due terzi dei tedeschi non vanno mai o quasi mai a camminare!». La metà degli intervistati sostiene che l’escursionismo è un’attività troppo faticosa e noiosa. Come noto, fare escursionismo è ben più che camminare. Innanzitutto per la durata, che è di almeno mezza giornata, poi per la distanza percorsa, che è di oltre dieci chilometri. In entrambi i casi però si esprime uno dei poli della realtà umana.

Scrive il teologo: «È parte della natura umana sia restare in un posto, prendere dimestichezza con quanto è dato, trovare la quiete e riposare, ma altrettanto lo sono il partire, il fare strada, il mettersi in movimento verso qualcosa di nuovo, lo sperimentare e l’esplorare cose fino a quel momento ignote». È questo il senso del camminare e ancor più del compiere escursioni anche impegnative, che contemplano in ogni caso anche momenti di sosta per riprendere fiato.

Attività che, oltre essere salutari, sono occasione di meditazione sulla propria vita, di spezzare i ritmi concitati di una società basata sulla cronocrazia, non importa che si tratti del lavoro o del tempo libero. Camminare o fare trekking in montagna è l’esatto opposto dell’accelerazione dell’esistenza dei nostri tempi, ci spinge a rallentare. Ed è anche il contrario di quanto capita al turista postmoderno, che passa accanto ai luoghi, alle persone e alle cose con estrema superficialità.

Soprattutto lo sguardo è rivolto a una destinazione, mentre oggi non c’è più l’idea della via come una meta e tutto è frammentario. In questo senso è giusto ricordare come un cammino contempli anche la possibilità di deviazioni: un sentiero in salita può a un certo punto diventare una discesa e poi tornare a salire; a volte una deviazione del percorso può condurci verso una strada chiusa o sbagliata e ci tocca tornare indietro per trovare il tracciato da intraprendere. Sapendo che, come scrive Kafka, «soltanto quando si arriva alla meta si sa se la via era giusta o sbagliata». Una citazione che ci fa capire, ancora una volta, come il camminare possa essere una metafora della vita.

Homo viator è il titolo di un libro poco noto di Gabriel Marcel, ma Greshake cita numerosi pensatori che hanno celebrato l’arte del camminare, da Aristotele a Tommaso d’Aquino, che percorse oltre 10mila chilometri a piedi, da Nietzsche a Kierkegaard a Romano Guardini, sino a scrittori come Hermann Hesse e Thomas Bernhard, che in un racconto magistrale (anche questo dal titolo Camminare, in Italia tradotto da Adelphi diversi anni fa e riproposto nel 2018) dice fra l’altro: «Camminare e pensare sono in un rapporto costante di reciproca intimità». Perché, lo dice un altro teologo tedesco, Anselm Grün, non si tratta solo di «un semplice movimento, un semplice esercizio fisico, un modo sensato di impiegare il proprio tempo libero, ma di un’attività che tocca e coinvolge gli strati più profondi della coscienza umana. L’uomo si scopre un essere in cammino».


R. Righetto, in Avvenire 8 maggio 2020

Nella Prefazione l’autore, Gisbert Greshake, uno dei più affermati teologi di lingua tedesca, espone i contenuti di uno studio del Ministero federale tedesco in cui si nota che “camminare è sano!”, porta benefici sia sul piano medico, sia sugli “effetti psicologici”. Da qui nasce il suo libro, che include anche la dimensione spirituale-religiosa.

Il libro inizia con un’analisi specifica tra il “camminare” (mettersi in movimento) e il “sostare” (fermarsi), che però non vanno separati completamente, perché nel procedere in avanti è sempre insito anche il momento della pausa. Camminare fa bene per la salute, ma è anche utile, perché mette in contatto con ciò che ci circonda, con la natura. Così il camminare offre la possibilità di “meditare” sulla propria vita, sul mondo, soprattutto se si è immersi nella natura, cogliendo i colori, i soffi, i raggi. Inoltre il camminare è rivolto a una meta e questo dà un senso. Il fare escursioni insieme, poi, dà un significato ancora più profondo: apre agli altri, al loro ritmo di vita, ai loro bisogni, alle loro esperienze.

Camminare “fa” anche qualcosa alla nostra anima: si superano la malinconia e la depressione, si sfogano le tensioni. Anche la storia presenta esempi sul valore del camminare: Aristotele, Nietzsche, Kierkegaard, Tommaso d’Aquino... Nel pellegrinaggio si raggiunge un luogo “sacro”, lontano da ciò che è solamente umano. L’immagine della strada si trova più volte nella Bibbia, per indicare la “storia della salvezza”, in particolare in riferimento a Gesù: Gesù è in cammino con i suoi discepoli, e chi vuole ascoltarlo deve mettersi in cammino, percorrere la via della fede, lasciandosi condurre dallo Spirito.

Nel camminare si incontrano “deviazioni”, che in qualche caso risultano sfavorevoli perché allungano il cammino, mentre altre volte aiutano a superare le difficoltà. Occorre però percorrere la strada per sperimentare se sia quella giusta. Infatti può capitare che nella strada sbagliata si scopra qualcosa del tutto nuovo, che può essere una nuova prospettiva. Questo capita anche nella vita spirituale: si parte con una meta, i cui obiettivi però quasi sempre si raggiungono con deviazioni. Occorre proseguire, ciascuno per la propria strada, volti verso quello che è stabilito per ognuno, insieme a Dio e verso Lui. Può anche succedere che un cammino all’inizio sbagliato, con un successivo ravvedimento, diventi positivo. Così avvenne per il “figlio prodigo”. Perciò anche le strade sbagliate, se si correggono e si rivolgono alla giusta meta, possono integrarsi nel cammino di vita orientata a Dio.

Nell’ultimo capitolo l’autore ricostruisce il valore teologico - liturgico della “Via crucis”: l’itinerario percorso da Gesù portando la croce diventa un cammino di processione per i credenti. Camminando, apro corpo e anima per ripercorrere a mia volta la via percorsa da Gesù. Questo può essere fatto anche spiritualmente.

Ciascuno ha la sua “croce” da portare: le malattie, le disabilità, le morti per incidenti, guerre, pandemie...Ci sono anche le sofferenze psichiche ed anche quelle dell’amore (perché non si è compresi dalla persona amata, per i figli, per la mancanza di riconoscimento...). Ognuno ha una via della croce da percorrere, secondo la “via crucis” di Gesù. Ciò significa osservare la croce di Gesù, interpretare la nostra croce come partecipazione alla sua croce, ma anche riflettere su come si ha una parte di colpa nella croce di altri e nella croce di Gesù. Segue poi una meditazione sulle 15 stazioni della Via crucis, con citazioni di testi di autori.

Attraverso la metafora del “camminare” l’autore esprime una forte esortazione a non fermarsi mai nella vita, a cogliere ogni momento, anche negativo, come possibilità di crescita, seguendo la via di Gesù.


G. Stucchi, in ValtellinaNews.it 27 marzo 2020