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Abbiamo ancora un’anima?
Xavier Lacroix

Abbiamo ancora un’anima?

Prezzo di copertina: Euro 13,00 Prezzo scontato: Euro 11,00
Collana: Giornale di teologia 415
ISBN: 978-88-399-3415-4
Formato: 12,3 x 19,5 cm
Pagine: 112
Titolo originale: Avons-nous encore une âme?
© 2019

Descrizione

Parliamo facilmente dell’anima di un violino, dell’anima di una trave, dell’anima di una canna di fucile. Eppure siamo sempre più imbarazzati se dobbiamo parlare di anima umana. Perché? Sembra che “anima” evochi risonanze sospette, sicché tanti pensano di fare a meno – o preferiscono fare a meno – di quella nozione. La reputano desueta, mitica, infarcita di religioso.
Lacroix, filosofo e moralista francese che per anni ha insegnato che «non c’è anima senza corpo», scorge ora uno stretto rapporto fra la rimozione del religioso e quella dell’anima. Così come il religioso è portatore di un significato che glie è proprio, allo stesso modo la nozione di anima è portatrice di un significato che va oltre le nozioni moderne con cui crediamo di sostituirla (come “soggetto” o “psichismo”): l’anima è propriamente apertura, è superamento, è libertà...
“Anima” – termine che implica ragione e fede, buon senso e rivelazione – risulta in definitiva insostituibile. Sarebbe folle volersene sbarazzare.

Recensioni

Coloro «che si basano sull’anima per negare il corpo non hanno né anima né corpo. Coloro che si basano sul corpo per negare l’anima non hanno altresì né anima né corpo» (Péguy). Da tempo, il dualismo platonico corpo-anima è stato contestato dalla teologia che, rileggendo il Vangelo, ha ripensato l’affermazione di Paolo: «Se Cristo non è risorto (…) vuota anche la vostra fede» (1Cor 15,14). Ciò ha implicato la riconsiderazione del senso della materia e del corpo, che si riveleranno nella pienezza con «i nuovi cieli e la nuova terra». Se oggi l’anima è considerata un residuo mitologico del passato, qui si carica invece di significati inattesi. Grazie al procedimento ermeneutico, la questione si apre a una rilettura dei temi sull’intelletto, sulle pulsioni.... per concludere problematicamente che non c’è anima senza corpo né corpo senz’anima.
G. Azzano, in Il Regno Attualità 14/2019

Un saggio che parla di anima, per parlare anche di corpo. L'Autore, filosofo e moralista francese che per anni ha insegnato che «non c'è anima senza corpo», scorge uno stretto rapporto fra la rimozione del religioso e quella dell'anima, forse anche per una secolare dicotomia anima/corpo che non ha aiutato la comprensione di nessuna delle due realtà. Oggi sembra che "anima" evochi risonanze sospette e si vuole farne a meno reputandola desueta, mitica, infarcita di religioso. Così come il religioso è portatore di un significato che gli è proprio, allo stesso modo la nozione di anima è portatrice di un significato che va oltre le nozioni moderne con cui si ritiene di sostituirla (come "soggetto" o "psichismo") quando, invece, l'anima è propriamente apertura, superamento, libertà...
L. Cabbia, in Rogate Ergo 6-7/2019, 59

Scrive Xavier Lacroix nel suo ultimo libretto Abbiamo ancora un'anima? (Queriniana, pagine 112, euro 13) che se si dovesse fare un sondaggio sull'aldilà all'uscita delle messe domenicali la credenza nella reincarnazione avrebbe la stessa percentuale della resurrezione della carne. Probabilmente non ha tutti i torti. Il filosofo e teologo francese, uno dei massimi esperti al mondo sulle questioni della corporeità, della sessualità e della famiglia, dà conto anche di un'inchiesta realizzata pochi anni fa fra i cattolici francesi: il 10 per cento ha dichiarato di credere nella resurrezione e l'8% nella reincarnazione; per il 55%, poi, dopo la morte «c'è qualcosa, ma non sanno cosa», mentre per il 26% «non c'è niente». Per non pochi la vita proseguirebbe in un'altra forma, forse in un altro corpo o un altro organismo.

Di fronte a questa prospettiva Lacroix si ribella: nulla di più estraneo al cristianesimo dell'idea di reincarnazione: «Cosa sarebbe un'anima – si chiede – senza il suo ancoraggio corporeo?». A differenza del buddhismo, che fa coincidere l'anima con «l'anima del mondo» e cancella ogni principio di persona e di individuazione, secondo la nozione cristiana di anima «l'interiorità è reale e la differenza individuale rinvia a una continuità che prosegue al di là della morte». Nel mondo ultraterreno saremo perciò chiamati alla comunione, non alla fusione: «Saremo volto, sguardo, voce, il che permette agli uni e agli altri di rallegrarsi reciprocamente delle proprie vite, e non di perdersi in un Grande Tutto». Non a caso Lacroix cita Péguy che parlava di «anima carnale». Sulla scia di san Paolo, soprattutto della prima Lettera ai Corinzi, ove l'apostolo delle Genti spiega il concetto di “corpo spirituale” (pneuma)che va oltre quelli di corpo (soma)e di anima (psyché),la fede nella resurrezione della carne significa riconoscere che l'azione divina si realizza nel cuore della debolezza umana. Ci costringe a essere realisti.

Spesso invece, quando si parla di resurrezione (e nelle nostre chiese dovremmo farlo più spesso, considerato il risultato del sondaggio sopra citato), lo si fa in termini fumosi e astratti. «Il discorso – dice Lacroix – si fa evanescente, figurato, sentimentale. Ci limitiamo a immagini del paradiso che hanno dato luogo a capolavori artistici, ma a cui non crede veramente nessuno. Non si tratta di raffigurare, ma di affermare che il contenuto della speranza cristiana non è contraddittorio».

Vengono poi delineate sei qualità del corpo dei risorti: la relazione, il ritmo, la bellezza, la luce, il cosmo e la memoria. Essere corpo significa in primo luogo essere relazione, collegati ma diversi. Poi, il corpo è ritmo: ritmo del corpo, del respiro, del camminare, dell'esistenza come tale. «Perché non concepire un'esistenza interamente musicale, in altri termini la musica come anticipazione della vita a venire?». Il richiamo è alla suggestione avanzata da sant'Agostino nel De musica. Allo stesso modo, la bellezza di un volto o di un corpo che riscontriamo nella vita terrena è prefigurazione dell'aldilà. Poi, c'è la luce. Oscar Cullmann ha parlato di «materia di gloria» e Jean Guitton di «materia celeste». Per Lacroix quest'ultima può essere immaginata come luminosa: come gli scienziati sanno che fra le nozioni di materia e di luce esistono molti passaggi, per i teologi la luce è intermediaria fra Dio e il mondo. L’abito degli eletti sarà allora splendente e luminoso. La quinta caratteristica è il cosmo, e qui torna l'idea di bellezza del mondo di oggi come promessa del mondo nuovo, in cui la natura non sarà abolita ma riconciliata. Infine, la memoria, a significare il fatto che quanto accaduto nella nostra vita non sarà cancellato: «La gloria non abolirà i segni e le ferite della storia. Il Risorto stesso ha mostrato le sue piaghe ai discepoli e attraverso di esse Tommaso l'ha riconosciuto». La pensava così anche Jacques Maritain, che nel libro Le cose del cielo affermava che «non si può pensare che tutto ciò che è passato nello scorrere del tempo, carico di tanta bellezza, amore e infelicità, sia perduto per sempre». Analogamente, quando nel 1996 Avvenire promosse un sondaggio sull'aldilà, emerse come risposta prevalente certo l'immagine del luogo in cui si espiano le colpe e vengono riconosciuti i meriti, ma soprattutto quello di una ricomposizione degli affetti. La misericordia divina era il dato preponderante (il 45%) e subito dopo la possibilità di ritrovare le persone care (39%), mentre il 18% pensava a uno spazio indistinto in cui si vive l’esistenza ultraterrena e solo l'1 % a un luogo senza nessuna consolazione.

La speranza che nulla di ciò che abbiamo vissuto di bello e autentico vada smarrito pare essere dunque ciò che distingue oggi più di ogni altra cosa la visione dell'aldilà nei cristiani.


R. Righetto, in Avvenire 10 aprile 2019, 19