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Uomo
Giovanni Ancona

Uomo

Appunti minimi di antropologia

Prezzo di copertina: Euro 9,00 Prezzo scontato: Euro 7,65
Collana: Giornale di teologia 388
ISBN: 978-88-399-0888-9
Formato: 12,3 x 19,5 cm
Pagine: 96
© 2016

In breve

Pur consapevole della temerarietà dell’impresa, l’autore non rinuncia a porre – con umiltà, convinzione e coraggio – la questione circa l’identità dell’essere umano. Procede con cautela e senza pretese definitive, esorbitanti. Si concentra sul “mimino” possibile. «La griglia dei temi e la loro interpretazione, pertanto, costituiscono un timido approccio al difficile fenomeno umano» (G. Ancona).

Descrizione

Dire l’uomo è un’operazione difficilissima, estremamente complessa e misteriosa. Nessun sapere sarà in grado di fornire risposte esaustive, soddisfacenti, capaci di esaurire una volta per tutte l’interrogativo fondamentale circa l’identità antropologica e il suo destino.
Dell’uomo si possono dire solo dei “minimi antropologici”, che stimolano la ricerca nei suoi percorsi interpretativi. Tali “minimi antropologici” vengono qui declinati secondo una griglia di temi (si potrebbe dire, nella forma di appunti), che costituiscono un timido tentativo di lettura dell’umano: i fenomeni che dicono l’esistenza umana nella concretezza del parlare, del conoscere e pensare, del lavorare, dell’amare, del soffrire e morire, del credere e sperare; l’interpretazione che dell’uomo viene offerta da alcuni saperi significativi (antropologia filosofica e culturale, neuroscienze, teologia); la presentazione di tre paradigmi del vivere concreto dell’uomo, che si offrono come orizzonti di “conquista” di una vita riuscita in pienezza.

Recensioni

Il testo è pubblicato nella collana «Giornale di Teologia» della Queriniana che offre da anni al pubblico testi brevi e di puntuale interesse (questo è il numero 388). L’Autore è docente di antropologia teologica presso la Facoltà di Teologia della Pontificia Università Urbaniana. Giovanni Ancona è figura di riferimento nel campo dell’antropologia teologica e pertanto una sua pubblicazione merita un’attenzione perché indica verso dove si dirige la trattazione del tema «uomo» nell’ambiente delle Facoltà di Teologia. È conosciuto il suo trattato «massimo» con «temi fondamentali» di Antropologia Teologica (Queriniana 2014). La scelta dell’Autore in questo libro è la via «minima» come annuncia il titolo Appunti minimi di antropologia: minime le pagine (appena 84 pagine), minime le note, minima soprattutto l’ottica scelta e cioè quella del fenomeno (cap. 1), del sapere (cap. 2), della riuscita (cap. 3). Nel primo capitolo il fenomeno uomo è considerato secondo la miseria e la grandezza di sette ambiti che declinano l’esistenza come azione: parlare, pensare, amare, lavorare, soffrire-morire, credere, sperare. Il secondo capitolo è un approccio all’uomo secondo i saperi (in riferimento al mondo, alla funzione tecnica, all’attività del cervello, alla trascendenza di Dio). Il terzo capitolo parla dell’uomo e della riuscita della vita considerando tre orientamenti: la riuscita secondo il neopaganesimo, secondo il paradigma dell’ateismo libertario e secondo il paradigma della fede in Gesù Cristo. Da questi approcci all’uomo si delinea una identità-definizione secondo l’agire e non secondo «un generico astrattismo» (p. 7).

La qualità di questo saggio è che si legge facilmente, non assume mai un tono di autoreferenzialità dogmatica e nelle conclusioni non costringe il lettore a fare una scelta, ma «a pensare». Nella prima pagina l’Autore aveva dichiarato «Che senso avrebbe la vita, infatti, se l’uomo rinunciasse a pensare a quanto gli è più proprio; e cioè a sé stesso?» (p. 5). L’Epilogo del libro conferma: «l’uomo è l’unica realtà che non consiste semplicemente nell’essere, ma che deve addirittura farsi carico di una realtà» (Citazione di J. Ortega Y Gasset a p. 84). Questa realtà è esposta bene nel libro secondo lo stile degli «appunti» e secondo la scelta del «minimo». Fa pensare e non dà risposta. Può essere un limite. Ma il lettore in ricerca di senso potrà trovare ispirazione per non fermarsi nel cammino se già come ama ripetere l’Autore «la risposta esaustiva è (solo) di tipo escatologico» (p. 7).


M. Tenace, in Gregorianum 4/2017, 881

Nella prestigiosa collana di Queriniana «Giornale di Teologia», subito dopo il volume di Walter Kasper – Martin Lutero. Una prospettiva ecumenica –, esce il volume di Giovanni Ancona, ordinario di Antropologia Teologica ed Escatologia e decano nella Facoltà di Teologia della Pontificia Università Urbaniana.

Il piccolo volume si propone come esplicitamente diverso dall’impegnativo Antropologia teologica. Temi fondamentali proposto dal medesimo Autore per Queriniana nel 2014 (2016²), e si presenta come un breve (88 pagine compreso l’Indice) percorso nel vivere, pensare e dire l’essere umano.

Non si tratta di una impresa semplice, come esordisce l’Autore nella Prefazione: «Dire l’uomo è un’operazione difficilissima, estremamente complessa e misteriosa» (p. 5). Eppure, se «l’uomo si arrendesse nel dire di sé non ci sarebbero l’arte, la poesia, la letteratura, la filosofia, la politica, l’economia» (p. 6). Ogni sapere, ogni epoca e ogni cultura ha da dire qualcosa sull’uomo, ogni risposta mediata dalla cultura porta alla luce i “semi di verità” e si trova inevitabilmente orientata in senso escatologico, perché «l’unica risposta esaustiva è di tipo escatologico» (p. 7).

Di fatto si tratta di un piccolo saggio di filosofia scritto da un teologo, e del teologo si sente proprio il respiro escatologico, che sa fare dell’esperienza del limite e della finitezza il punto di forza per un’apertura di significato.

L’Autore divide il testo in tre parti: la prima è fenomenologica “Il fenomeno uomo”, la seconda è teoretica “L’uomo secondo i saperi”, la terza infine è pratica e propositiva “L’uomo e la riuscita della vita”. La divisione delle parti è ovviamente non netta; l’indagine fenomenologica appare già in certa misura collocata e situata entro l’orizzonte del sapere, essendo impossibile una fenomenologia “pura”, e del resto le risposte teoriche misurano il proprio valore nell’essere più o meno radicate nella fenomenologia esistenziale, ed infine le riflessioni pratiche e propositive presuppongono tutto il percorso. Ciononostante la distinzione ha un suo valore e appare ben condotta.

In modo particolare si presenta come interessante e addirittura avvincente la parte fenomenologica divisa in sette capitoli che descrivono l’esperienza vissuta dell’uomo come essere che parla, che conosce e che pensa, che ama, che lavora, che soffre e che muore, che crede e che spera. L’Autore è efficace nell’entrare nella esperienza umana, soprattutto laddove descrive la sofferenza e la morte. «L’uomo che soffre, che sperimenta la sua fragilità, la sua debolezza, la sua precarietà, ha spesso paura; paura che tutto finisca: la vita, le aspirazioni, i progetti, gli amori. [...] L’uomo che soffre, in altre parole, è messo alla prova della vita e di se stesso» (29-30).

Appare interessante anche come l’analisi del parlare conduca alla considerazione del silenzio, l’analisi dell’amore alla considerazione dell’odio e l’analisi del lavoro alla considerazione del riposo e della festa. Il percorso nel rivelarsi fenomenico dell’uomo, tratteggiandone la misteriosità inesauribile, raccoglie elementi universali e specifici, in cui appaiono dominanti l’aspetto relazionale, l’esperienza del limite e la tensione verso «una vita riuscita in tutto e per tutto» (11).

Nella seconda parte, vengono scelte quattro prospettive epistemologiche: l’uomo come essere aperto al mondo con particolare riferimento a Arnold Gehlen, come funzionale alla tecnica nella prospettiva di Umberto Galimberti, come essere neuronale entro il contesto ormai imprescindibile delle neuroscienze, come essere dell’assoluta trascendenza di Dio nella proposta di Karl Rahner. Appare di fatto che queste visioni del mondo, sebbene siano espressione di saperi formalmente diversi, che spaziano dalle scienze esatte alla teologia, appaiano tutte mediate da una prospettiva filosofica argomentativa, e di fatto si propongono come capitoli della filosofia dell’uomo. Del resto, l’Autore nella prima parte del volume ha sottolineato che la vita umana è “una vita filosofica” e l’uomo è «un filosofo, un essere che conosce e comprende, perché esiste» (17).

Infine si presenta come particolarmente interessante la terza parte in cui si sintetizzano due tipologie dominanti nella riuscita della vita “Il paradigma del neopaganesimo” esemplificato in Salvatore Natoli e “Il paradigma dell’ateismo liberal e libertario” espresso da Paolo Flores d’Arcais. I due paradigmi sono in sé più vicini di quanto possa sembrare; secondo il primo «l’uomo dice la possibilità di essere capace della sua finitezza e di divenire potente indipendentemente dalla promessa di un Dio» (p. 71) e per il secondo «la riuscita della vita dell’uomo è, in definitiva, scommettere sulla finitezza, saper accettare la condizione di una sola vita e questa come finita» (p. 75). Infine l’Autore propone un terzo paradigma “Il paradigma della fede in Gesù Cristo”, che «può sembrare nell’immediato, solo un paradigma accanto agli altri [...] una delle tante opzioni esistenziali che sono a disposizione di ciascun essere umano» (76), ma in realtà «è completamente differente dai paradigmi a disposizione nell’universo culturale, poiché esso può venire compreso e vissuto solo a partire dall’altro, da Dio; esso si inserisce nella dimensione del dono e della conseguente accoglienza da parte dell’uomo, in una parola nell’esperienza della fede» (77). Questo paradigma non esclude niente di ciò che è propriamente umano, anzi «esalta l’umano [...], esclude solo il negativo, ciò che è contrario alla vita, ciò che è di ostacolo all’amore e alla speranza [...] rinvigorisce il senso della vita [...] fa risaltare l’identità relazionale di ciascun uomo, unico e singolare, e dona forma all’amore che fa maturare l’esperienza umana» (79).

Vivere secondo la fede implica un “impegno storico permanente”, ha anche una rilevanza sociale e politica. La vita secondo la fede in Gesù Cristo è garantita dallo stesso Gesù Cristo, e «nell’ottica della fede la vita umana è riuscita quando partecipa in Cristo della stessa vita di Dio, il vivente per sempre, già ora nella complessità della storia e con lo sguardo rivolto al futuro del suo compimento escatologico» (82).

Nell’Epilogo l’Autore si sottrae e lascia parlare un altro. Di fatto tutto il testo riporta spesso citazioni brevi e lunghe, rispondenti a una precisa scelta di metodo di Giovanni Ancona, che valorizza l’ascolto delle parole altrui e preferisce argomentare i paradigmi generali a partire da testi significativi, tanto che il piccolo volume può anche essere letto come un rapidissimo panorama di antropologia contemporanea.

Il finale è, appunto, un lungo ascolto della voce di Ortega y Gasset, filosofo dall’attualità sempre pregnante, qui colto mentre argomenta sul trovarci viventi “a bruciapelo” e sul valore di un’ora della vita spesa ad ascoltare una lezione di filosofia.

Questo testo di Giovanni Ancona si prospetta proprio come una lezione di filosofia. Forse occorre più di un’ora per leggerlo tutto, ma al suo lettore si può applicare la stessa domanda che Ortega rivolge all’uditore dell’ora di filosofia: «Che farà? Si alzerà e andrà via, oppure resterà, accettando la fatalità di portare quest’ora della sua vita, che forse avrebbe potuto essere tanto bella, al mattatoio delle ore perdute?» (84).

Convinti che l’ora spesa nella lettura non sia perduta, concludiamo con Ortega: «L’uomo è l’unica realtà che non consiste semplicemente nell’essere, ma che deve addirittura farsi carico di una realtà» (ivi).

Questi Appunti minimi aiutano a sviluppare i muscoli interiori per farsi carico di se stessi.


L. Congiunti, inUrbanian University Journal 1/2017, 292-295

Dopo la pubblicazione di Antropologia teologica. Temi fondamentali (Queriniana 2014) che si presentava come un contributo «pensato per un utilizzo scolastico fondativo ed essenzialmente “libero” da questioni che non facilitano l’assimilazione dei contenuti principali dell’antropologia teologica e del suo metodo di studio» (p. 11), il teologo Giovanni Ancona apre l’interesse ai diversi saperi sull’uomo chiedendosi a che cosa serve la loro ricerca e a che cosa serve all’uomo sapere di se stesso. La risposta che si può dare – premette l’A. – è sempre contestuale e mediata dalla cultura, mai esaustiva. «Quello che si può dire sull’uomo è sempre “penultimo”; sul dire l’uomo incombe sempre la “riserva escatologica”» (Uomo, p. 7) e perciò quei «minimi» possibili del dire saranno sempre condizionati dal nostro contesto culturale e dalla nostra identità di teologo cristiano.

Premesso ciò, l’A. presenta anzitutto una griglia di temi intorno all’uomo inteso come «fenomeno umano» (prima parte) in quanto la sua esistenza è sempre racchiusa in una realtà da interpretare. L’uomo è un essere che parla, pensa, ama, lavora, soffre e muore, crede e spera. Nella sua esistenza umana concreta, i diversi aspetti del suo essere si intrecciano e si condizionano in un modo tale da non poter dire che l’uomo sia solo o principalmente in uno solo di essi; né si può dire che essi si esauriscano nell’essere-in- sé, bensí nell’essere-per e nell’essere-con, perché l’essere umano è costitutivamente in relazione e in dialogo non solo quando ama, lavora e crede ma anche quando pensa e spera.

Se è vero che l’essere dell’uomo non si esprime soltanto in uno dei molti volti o aspetti della sua esistenza, altrettanto occorre dire dei diversi saperi che tentano di descriverlo secondo criteri oggettivi. E se nessuna scienza può dire una parola esaustiva sull’uomo, allora non si può fare a meno di nessun sapere sull’uomo. Sono importanti la filosofia e la teologia, ma anche la biologia, la fisica, la psicologia, la tecnica e le neuroscienze. L’A. perciò espone il pensiero dei loro piú significativi rappresentanti (seconda parte).

Ma il che cosa serva all’uomo sapere di se stesso è anche motivato dal fatto che l’uomo si trova «guidato nella sua esistenza, sempre attraversata da diverse esperienze sia gioiose che tristi, da una “naturale” aspirazione alla pienezza della vita, a una vita riuscita, caratterizzata dalla felicità, dall’integrazione e attuazione assoluta di tutte le sue possibilità umane» (p. 65). È questa la questione ultima trattata nella terza parte L’uomo e la riuscita della vita, in cui l’A. mette a confronto tre paradigmi del vivere secondo la prospettiva della riuscita: quello del neopaganesimo, quello dell’ateismo liberale e libertario e quello della fede in Gesú Cristo.

L’epilogo del saggio viene affidato alle parole del filosofo e saggista spagnolo J. Ortega y Gasset il quale scrive: «Non possiamo mai esimerci dal fare qualcosa, perché la vita non ci è data bell’e fatta. Ognuno di noi deve farsela, ognuno la sua [...]. Quale cammino, quale strada prenderò per la mia? Ma la vita non è altro che l’essere dell’uomo: ciò che specifica quindi la cosa piú straordinaria, stravagante, drammatica, paradossale della condizione umana, e cioè: che l’uomo è l’unica realtà che non consiste semplicemente nell’essere, ma che deve addirittura farsi carico di una realtà» (L’uomo e la gente, Giuffrè, Milano 1978, 50s).

Il contributo dell’A., seppur modesto nel numero di pagine e non esaustivo nella rassegna dei rappresentanti piú significativi dei diversi saperi e paradigmi di riuscita della vita, è apprezzabile e ben riuscito nel suo intento: partire dall’uomo come «fenomeno umano» di fronte al quale anche la teologia deve porsi, riconoscendo la sua parzialità e contestualità. È un saggio per una teologia «umile» che avverte il dovere, in nome dell’uomo, di porsi in ascolto di tutte le altre voci, mettendo da parte per un momento la sua funzione critica e il suo voler essere visione plausibile della «verità» cristiana.


G. Zambon, in Studia Patavina 64 (1/2017) 188-189

Deux ans après la publication de son cours d’anthropologie théologique, Giovanni Ancona publie ce petit essai sur l’homme. Dans la 1re partie sur le phénomène humain (p. 9-40), il met en évidence ses caractéristiques fondamentales comme le langage, la pensée et l’amour, mais aussi le travail, l’inévitable souffrance, la religiosité et l’espérance (en un sens pas explicitement théologal), alors que la chair ou la réalité incarnée n’est pas directement considérée. La 2e partie sur l’homme dans les savoirs (p. 41-64) commence avec une proposition d’anthropologie philosophique (l’ouverture de l’homme au monde selon Arnold Gehlen) et se conclut avec une reprise de l’anthropologie théologique (l’ouverture transcendantale de l’homme à Dieu selon Karl Rahner).

Au centre se trouve une allusion à deux perspectives assez différentes, la première fonctionnaliste (la technique en tant qu’essence de l’homme selon Umberto Galimberti) et l’autre neurologique (l’homme identifié à son cerveau selon Dick Swaab). Même si l’A. désire un « dialogue entre les différentes formes de savoirs » (p. 43), on perçoit plus une juxtaposition qu’une articulation. La 3e partie, « L’homme et la réussite de la vie » (p. 65-82), est dédiée au bonheur humain dans le cadre de trois paradigmes : le néopaganisme chez Salvatore Natoli, l’athéisme libéral et libertin chez Paolo Flores d’Arcais, pour conclure avec une proposition chrétienne à partir de la foi en Jésus-Christ. Ici de même, peut-être à cause du manque de place, il n’y a pas d’articulation entre les différentes approches, entre réussite hic et nunc et accomplissement eschatologique.

Ceci dit, il est précieux et bienfaisant de lire un théologien qui est convaincu de ne pas pouvoir tout dire sur l’homme. On peut tout de même se demander si, outre l’exposition de différents points de vue thématisant différentes dimensions humaines, il ne faudrait pas proposer une réflexion sur l’apport spécifique de la théologie à ces savoirs et peut-être même oser parler d’une « prétention » théologique de thématiser les questions fondamentales de l’origine, du sens et de la destinée pas seulement intramondains de la vie humaine.
C. Betschart, in Nouvelle Revue Théologique 139 (2/2017) 326-327

L'antico tragediografo greco Sofocle, nella sua opera Antigone, sentenziava a giusto titolo che l'uomo è tra le cose del mondo la più misteriosa e dunque la più inquietante. Da sempre perciò la domanda sulla propria identità accompagna il cammino dell'uomo lungo la storia e molteplici sono state le risposte offerte, a partire da molteplici punti di vista. La filosofia, la letteratura, le scienze, le arti provano, in un modo o nell'altro, direttamente o indirettamente a dischiudere questa grande domanda che l'essere umano è a se stesso.

Anche la contemporaneità, con le sue numerose invenzioni tecnologiche e con i suoi rapidi e complessi mutamenti di scenario, non ha affatto surclassato o reso meno interessante e in fin dei conti vitale la domanda circa la verirà dell'uomo. Di più, dal punto di vista più specificatamente religioso e cristiano, si dovrà dire che spesso molte questioni oggi particolarmente urgenti, soprattutto in campo etico e sociale, chiamano in causa proprio una diversità di approccio e di interpretazione dell'umanità dell'uomo, da aver più volte dovuto parlare di una vera e propria questione antropologica, sulla quale si dovrebbe riaprire la discussione per un futuro della convivenza umana degna di questo nome.

Come si evince dal suo essenziale titolo Uomo, il testo che ora qui brevemente presentiamo intende offrire una pacata e arricchente meditazione sull'identità dell'uomo, su ciò che ne contraddistingue la presenza nel mondo e su ciò che i molti saperi dicono di lui in vista di una vita compitamente umana.

L'autore Giovanni Ancona, noto teologo ed autore di preziosi volumi teologici dedicati all'Escatologia e all'Antropologia teologica, sin dal sottotitolo del volume - Appunti minimi di antropologia - vuole evidenziare l'approccio con cui ha portato avanti la sua ricerca. Si tratta della consapevolezza che ogni ricerca sull'uomo si presenta sempre come un'operazione difficilissima e complessa; egli scrive: «Una vita intera, lunga di anni e carica di molteplici e significative esperienze, non basta a dare risposte compiute a un perenne interrogativo, che costituisce il tormento di quanti sentono la faticosa avventura di esistere: chi sono io/chi è l'uomo?». Per questo, intorno a tale questione, è più saggio ricercare dei "minimi" intorno ai quali e a partire dai quali la stessa questione si illumina, che non avere la pretesa di trovare e dare una soluzione definitiva alla domanda sull'identità dell'uomo.

Chiarita l'impostazione di fondo, l'autore scioglie l'interrogativo sull'uomo in tre specifiche domande: che cosa si può dire dell'uomo, nonostante l'evidente limite della ricerca? La ricerca dei diversi saperi a cosa serve? E perché l'uomo deve sapere di se stesso? La risposta a tali domande struttura il volume in tre capitoli: Il fenomeno uomo, L'uomo secondo i saperi, L'uomo e la riuscita della vita.

Il primo capitolo è certamente quello più avvincente e arricchente dell'intero volume. Con grande accortezza e particolare sensibilità l'autore ci restituisce i fondamentali dell'essere umano attraverso una griglia di lettura che risulta allo stesso tempo semplice e precisa. Il lettore viene così introdotto alla considerazione dell'uomo come essere che parla, che conosce e pensa, che ama, che lavora, che soffre e muore, che crede e che spera. Ognuna di queste caratteristiche dell'essere umano viene evidenziata attraverso un procedere dal basso che la illumina con precisione e che tiene di volta in volta pure conto delle due strutture fondamentali dell'essere umano, che in queste caratteristiche si riflettono: la dimensione relazionale e la dimensione dell'agire libero. Nulla si può perciò dire dell'uomo che non sia pure immediatamente riferito al suo nativo essere in relazione con l'altro da sé e nulla può essere circoscritto dell'umano che non faccia i conti con la libertà di ciascun uomo e di ciascuna donna, che di fatto è non solo aperta al compimento ma risulta anche storicamente disponibile al tradimento e al pervertimento dell'identità umana.

Molto azzeccata risulta pure l'aver posto in prima posizione la caratteristica dell'uomo come essere che parla, essendo proprio il gesto del parlare ciò che più e prima di ogni altro contraddistingue la presenza dell'uomo nella storia: «La parola è al principio del venire al mondo di ogni uomo e dà forma alla relazione tra gli umani […]. L'uomo è così un essere che parla e attraverso la parola entra in dialogo con l'altro; egli entra in un processo comunicativo, che lo costituisce come persona». Ma anche quest'atto del parlare non sfugge a quella ambivalenza che è propria della libertà umana ed è per questo che, se è vero che di parole si nutrono le relazioni tra gli esseri umani, «al varco vi è sempre la possibilità della parola falsa, bugiarda, violenta, che rende ambigue le relazioni e le minaccia al loro fondo». Sino a quella forma di "non parola" che è il silenzio ostinato e l'isolamento.

Dopo la prima parte di tipo fenomenologico, l'autore ci mette in contatto con alcune di quelle scienze che hanno elaborato un sapere sull'uomo, certamente parziale in quanto legato al metodo e alla prospettiva della scienza in questione, ma che tuttavia offre ulteriori accessi alla verità dell'essere umano. Si alternano così le voci di Arnold Gehlen, che presenta l'essere dell'uomo come un essere "aperto al mondo", quella di Umberto Galimberti, secondo il quale l'uomo è un essere funzionale alla tecnica, quella di Dick Swaab per il quale l'uomo è un essere essenzialmente neuronale ed infine quella di Karl Rahner, che individua nell'uomo l'essere dell'assoluta trascendenza di Dio.

Le prime tre voci offrono al lettore interessanti e contrastanti punti di vista circa l'identità dell'uomo che sicuramente danno a pensare e che oggi riscuotono molto eco nei dibattiti pubblici. La loro conoscenza appare del tutto necessaria a chi oggi, seguendo proprio il grande sforzo teologico di Rahner, intende presentare l'interpretazione cristiana dell'identità umana in ascolto e in confronto critico con la cultura nella quale ci è dato di vivere.

L'ultimo capitolo del saggio si misura con la questione del senso della vita umana ed anche in questo caso l'autore imposta una tavola rotonda in cui prendono posto Salvatore Natoli, propugnatore del paradigma del neopaganesimo, Paolo Flores d'Arcais, sostenitore del paradigma dell'ateismo liberal e liberale, e poi lo stesso autore che presenta e sostiene le ragioni del paradigma della fede in Gesù Cristo. Se a partire dalla prospettiva di Natoli l'uomo «è l'unico che può garantire della riuscita della sua vita, la quale trova concreta realizzazione nell'intramondano», mentre a partire da quella di d'Arcais «solo la rassegnazione alla condizione di finitezza è la possibile scommessa per la felicità», per l'autore «La fede in Gesù Cristo [...] non esclude nulla di quanto è proprio dell'umano, della sua storia, del suo mondo; essa non umilia, non priva gli umani delle loro possibilità di vivere, della loro libera determinazione per gli affetti, le cose, i progetti. La fede, invece, esalta, l'umano, perché svela la sollecitudine di Dio per le sue creature, la sua forza liberante, che distrugge gli ostacoli che impediscono la realizzazione di ogni uomo, la sua potenza sanante, che trasforma le angosce e il dolore, la sua bontà che accoglie, libera, purifica quanto è nell'uomo, perché questi possa giungere al compimento del suo essere persona».

Giunge così a compimento questa preziosa meditazione sull'umano offerta da Giovanni Ancona, che si raccomanda non solo per i contenuti qui rapidamente accennati, ma anche per lo stile limpido e consequenziale ed infine per la ricca opera di intarsio di tante citazioni che, aprendo ogni paragrafo, stimolano l'intelligenza e la curiosità del lettore.


A. Matteo, Consacrazione e Servizio 5/2016, 84-87

Desta stupore pensare che comprendere il nostro essere «umani» è una delle operazioni più difficili e più a lungo termine che la vita ci pone dinanzi. Ogni risposta saggia sa di essere provvisoria, e la domanda che si pone spontanea è: vale la pena interrogarsi sull’uomo?

Giovanni Ancona non ha dubbi al riguardo. Anzi, per l’autore del testo Uomo. Appunti minimi di antropologia (n. 388 del «Giornale di teologia» per i tipi della Queriniana) «la provvisorietà delle risposte costituisce, paradossalmente, un incentivo alla ricerca. Se l’uomo si arrendesse nel dire di sé non ci sarebbero l’arte, la poesia, la letteratura, la filosofia, la politica, l’economia e quant’altro riferisce della sua complessa ed esaltante esistenza di essere vivente».

Le nostre parole sull’uomo saranno sempre penultime, vi è sull’uomo «una riserva escatologica» che non permette pretese ermeneutiche assolutistiche.

Comprendere l’umano passa attraverso la comprensione della sua concretezza e della sua attività e in questo contesto non ci sono attività marginali. Ogni epifenomeno è correlato agli altri e vi è una reciproca compenetrazione tra i vari fenomeni.

Nel primo capitolo, l’A. analizza alcune di queste dimensioni qualificative ed esplicative dell’uomo. Così l’analisi attraversa le dimensioni dell’uomo come essere che parla, che conosce e pensa, che ama, che lavora, che soffre e muore, che crede e che spera.

Traspare da questo percorso fenomenologico il volto dell’homo loquens che, attraverso la parola, si avvia al processo della comunicazione già dall’infanzia e, attraverso questa parola, si avvia sempre più verso la propria maturazione. La parola qualifica la spiritualità umana. «La vita spirituale dell’uomo – scrive F. Ebner – è intimamente e inscindibilmente legata al linguaggio e, come questo, si fonda sul rapporto dell’Io con il Tu. Dal fatto che la parola passa dalla “prima” alla “seconda persona”, deve muovere ogni tentativo di fondare il linguaggio in riferimento alla sua valenza spirituale».

La parola è fecondata e feconda il pensiero configurando la vita dell’uomo come «vita filosofica». Il pensare vero dell’uomo ha a che fare con l’amore, con il proprio coinvolgimento personale. D’altronde, «l’uomo è il solo capace a dare vita per le proprie idee». Parlando d’amore, esso – come scrive simpaticamente Jerome Klapka Jerome – «è come il morbillo: dobbiamo passarci tutti». L’A. nota che «l’uomo è un essere che ama e che desidera essere amato, per sempre. Immaginare un uomo senza amore è impossibile».

Anche il lavoro qualifica l’umano, esso non mira soltanto al sostentamento, ma alla trasformazione del proprio mondo e di se stessi. L’uomo lavorando, lavora la propria persona e il proprio mondo. Questo modellarsi passa per le gioie e le sofferenze della vita.

In questa corsa tra i vari colori della vita, l’uomo sopravvive sperando perché l’uomo è essenzialmente «un essere che spera, perché ama e crede in questo tracciato di bene coinvolgente e universale».

Il secondo capitolo considera l’uomo secondo alcune prospettive antropologiche contemporanee. L’A. si sofferma, ad esempio, sulla prospettiva di A. Gehlen che considera l’uomo a partire dalla sua apertura al mondo. L’uomo è un progetto incompiuto, un homo viator, posto nel mondo come umano incompiuto da umanizzare e completare. Nietzsche, infatti, ne parlava così: l’uomo è «un animale ancora non definito».

Questo farsi dell’uomo passa attraverso la téchne. È questa la prosettiva di U. Galimberti che vede nella tecnica l’essenza dell’uomo. La tecnica è l’ambiente dell’umano, è ciò che avviluppa e accompagna lo sviluppo dell’uomo con criteri di funzionalità e di efficienza.

Un ulteriore prospettiva è quella di K. Rahner che guarda l’uomo come l’essere della trascendenza. L’essere umano è posto dinanzi a se stesso, dinanzi all’orizzonte infinito che scopre guardando la propria esistenza, le proprie aspirazioni. Scrive Rahner: «Quando abbiamo detto tutto quello che di noi si può dire, perché calcolabile e definibile, non abbiamo detto ancora nulla di noi, a meno che in ciò che è stato detto non abbiamo detto implicitamente di essere coloro che sono orientati al Dio incomprensibile».

Lo spazio interpretativo dell’uomo è l’assoluto, è l’infinito, non spaziale o impersonale, ma Dio stesso, il personalissimo.

Il terzo capitolo parla dell’uomo e della riuscita della vita, ovvero, della questione del senso dell’esistenza. L’A. parte dall’analisi di S. Natoli dell’«etica del finito», ove si parla della prospettiva neopagana che rinchiude il significato dell’esistenza nella stretta strettoia dell’immanente e del presente. Tale morale è una morale dell’immanenza che abbraccia senza interrogativi l’inconsistenza dell’esistenza, la bontà della terra e la naturalità della morte. In un’altra prospettiva, si sviluppa la versione dell’ateismo (militante?) di Flores d’Arcais che qualifica la ricerca di senso religioso in questi termini: «il delirante desiderio di senso che alimenta la religione» mentre l’ateismo punta a riconciliarsi con «l’infelicità ordinaria» della vita.

L’ultimo paradigma analizzato nel terzo capitolo è quello cristiano. Già la sua apertura, affidata a una citazione di J. Moltmann manifesta il tono che l’A. sceglie: «Non si è uomini per diventare cristiani, ma si diventa cristiani per essere uomini». Per Ancona, il paradigma cristiano non è uno fra i tanti a disposizione nell’universo culturale, poiché esso è comprensibile solo dall’alto, dalla e nella prospettiva di Dio. Il paradigma antropologico cristiano si vive nella logica della fede fatta del doppio registro di chiamata-risposta e dono-accoglienza.

Un altro tratto caratteristico della sequela di Cristo è che essa «non esclude nulla di quanto è proprio dell’umano, della sua storia, del suo mondo; essa non umilia, non priva gli umani delle loro possibilità di vivere, della loro libera determinazione per gli affetti, le cose, i progetti. La fede, invece, esalta l’umano, perché svela la sollecitudine di Dio per le sue creature, la sua forza liberante, che distrugge gli ostacoli che impediscono la realizzazione di ogni uomo, la sua potenza sanante, che trasforma le angosce e il dolore, la sua bontà che accoglie, libera, purifica quanto è nell’uomo, perché questi possa giungere al compimento del suo essere persona».


R. Cheaib, in Zenit 17 settembre 2016

Estos apuntes mínimos de antropología tienen la virtud de hacernos ver toda la importancia del tema, las dificultades para profundizar en el mismo y poder adquirir una idea de la realidad del hombre que manifieste toda su grandeza. En el prefacio de la obra ya nos indica el autor, profesor de Antropología teológica y Escatología en la Facultad de Teología de la Pontificia Universidad Urbaniana de Roma, que llegar a determinar la realidad del ser humano es "una operación dificilísima, extremadamente compleja y misteriosa". Ello explica que las muchas respuestas que se han dado han sido siempre provisionales y nunca del todo satisfactorias, ya que nos damos cuenta que se quedan a medio camino, intuimos que hay mucho más. Esto mismo, sin embargo, supone para el autor un estímulo para dedicarse con todo empeño a profundizar e investigar cuál sea la realidad última, esencial, de la antropología.
Señala tres cuestiones, a las que pretende dar respuesta en estas breves páginas, y que confía nos harán ver toda la importancia de la antropología y lo mucho que queda de camino hasta llegar a hacernos una idea completa de la misma. La primera cuestiên: Qué se puede decir acerca del hombre, a pesar de los límites evidentes de la investigación? De qué sirve la investigación de los diversos saberes antropológicos a los que ha llegado el hombre? Y, finalmente, la tercera cuestión: por qué el hombre tiene que saber acerca de si mismo, qué necesidad le impulsa a ello?
A responder a estas tres cuestiones se dedican los tres capítulos de que consta la obra. El primero, "El fenómeno hombre", responde a la primera cuestión propuesta, considerando concretamente al hombre y su ma nera concreta de existir, es decir, lo que aparece sensiblemente en su ser viviente, en su modo de existir y comportarse, es decir, se trata de una visión del "fenómeno hombre". En concreto se fija el autor y explicita las siguientes determinaciones: el hombre es un ser que habla, que conoce y piensa, que ama, que trabaja, que sufre y muere, que cree y que espera. Se trata ciertamente de un "mínimo antropológico" que nos acerca a una primera realidad totalmente característica y peculiar del ser humano, de indiscutible importancia para seguir adentrarnos y determinar su naturaleza. Habla el autor de "un tímido intento de lectura de lo humano". El segundo capítulo, "El hombre según los saberes", responde a la segunda cuestión propuesta, indicando lo que se sabe, al observar científicamente al fenómeno hombre, es decir nos ofrecen una serie de aspectos interpretativos de su ser y de su modo de actuar y de vivir, que nos estimulan a seguir profundizando en la antropología. En concreto se llega a los siguientes aspectos: el hombre es un ser "abierto al mundo", “funcional a la técnica", se trata de una visón que podríamos llamar tecnocéntrica del hombre; el siguiente aspecto determina al hombre como un ser "esencialmente neuronal"; para llegar, finalmente, al aspecto sin duda más importante y el que más determina el ser del hombre en comparación con otros seres de su entorno: el hombre es "el ser de la absoluta trascendencia de Dios", es decir, es aquel ser, único en toda la creación, que tiene la capacidad, así como la necesidad de trascender todo euanto existe hasta llegar a tornar conciencia de la dimensión humanamente inasequible de la infinitud de Dios. La tercera y última cuestión se puede responder "considerando el 'deseo' que el hombre alimenta en lo más profundo de su ser, sobre todo cuando el límite y la impotencia frente al drama de la existencia se hacen significativamente evidentes: el llegar a un éxito o logro de la vida, a la 'conquista' de una plenitud de vida, que no es sólo para uno mismo, sino también para los demás y para el mismo mundo" (p. 6-7). Expone cómo se concibe el éxito en la vida en tres concepciones existenciales diversas: el éxito y logro de la vida según el paradigma del neopaganismo; el segundo se refiere al paradigma del ateísmo liberal y libertario y, finalmente, el tercero y más definitivo, al paradigma religioso fundado en la fe en Jesucristo. En definitiva, según esta concepción antropológica última, "contemplada desde la óptica de la fe, la vida humana es plenamente lograda cuando participa en Cristo de la misma vida de Dios, el viviente eterno, ya ahora en medio de la complejidad de la historia y con la mirada vuelta al futuro de su cumplimiento escatológico" (p. 82). El autor, muy consciente de la problemática, nos repite en varios lugares que "la respuesta exhaustiva es de tipo escatológico. Lo que podrá decirse del hombre es siempre 'penultimo', siempre que hablamos de la realidad última del hombre hemos de tener en cuenta la 'reserva escatológica'.
Una obra muy recomendable, de lectura fácil y agradable, que dentro de su brevedad -se trata sólo de "apuntes mínimos de antropología"-, nos hace ver toda la importancia y trascendencia del tema y el mucho camino que nos falta recorrer para hacernos cargo de toda la profundidad y transcendencia del ser humano.


In Actualidad Bibliografica 1/2016, 109-111

Il teologo Giovanni Ancona, docente presso la Pontificia Università Urbaniana, è l’autore del volume intitolato Uomo. Appunti minimi di antropologia: in esso, lo studioso si propone di offrire al lettore una sintetica definizione dell’essere umano indicandone i tratti distintivi e, in particolare, l’approdo verso cui è diretto, che, secondo la Rivelazione biblica, è costituito da Gesù Cristo.


M. Schoepflin, in Toscana Oggi 29 maggio 2016

«L’uomo è un animale non ancora stabilizzato» (F. Nietzsche). L’animale abita un ambiente, l’uomo abita un mondo. Questo mondo è una realtà fluida di cose, di animali e di uomini, plasmata dall’uomo con la sua razionalità e le sue tecniche che gli consentono un adattamento di cui è carente l’animale. Ma proprio questo aspetto lo può condurre ora alla sua scomparsa. Con l’eclissi delle religioni l’uomo scopre posizioni neopagane che sostengono la «bontà del finito» e l’etica del finito. In questo quadro storico si può scoprire anche che «non si è uomini per diventare cristiani, ma si diventa cristiani per essere uomini» (J. Moltmann). Queste riflessioni rappresentano alcuni dei temi che l’a. offre, in questo breve saggio, al lettore per far conoscere la scienza antropologica ma anche una, seppure aperta, definizione di uomo.
In Il Regno 10/2016