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Grazie all’immaginazione
Nicolas Steeves

Grazie all’immaginazione

Integrare l’immaginazione in teologia fondamentale

Prezzo di copertina: Euro 38,00 Prezzo scontato: Euro 32,30
Collana: Biblioteca di teologia contemporanea 191
ISBN: 978-88-399-0491-1
Formato: 16 x 23 cm
Pagine: 416
Titolo originale: Grâce à l’imagination. Intégrer l’imagination en théologie fondamentale
© 2018

Descrizione

Per il sentire comune, la riflessione teologica lavora in genere nell’orizzonte della concettualità, del freddo raziocinio, e tende a premunirsi contro l’immaginazione, pur senza privarsene del tutto. Non potrebbe o dovrebbe, invece, valorizzarla e integrarla meglio al proprio interno? E, se sì, quale ruolo potrebbe allora giocare l’immaginazione in teologia?
Tenere l’immaginazione al proprio fianco è decisivo per chi fa teologia e indispensabile per il discorso di fede, in quanto – spiega Steeves – l’immaginazione svolge un ruolo unico per accogliere Dio che si rivela e, anzi, per realizzare la fede stessa. Credere non è solo una questione concettuale: ne va della vita concreta dei cristiani, nella preghiera, nella liturgia, nell’agire.
Una collaborazione fra teologia e immaginazione sarebbe proficua, poi, persino per l’immaginazione stessa! Se la cultura contemporanea è arroventata da immagini prefabbricate, la rivelazione biblica e la grande tradizione cristiana potrebbero rinfrescarla e dissetarla. Dalle parabole all’Apocalisse, dagli inni alle omelie, i volti, le parole e le mani dei santi ci disegnano Dio. Grazie all’immaginazione, Cristo – Immagine di tutte le immagini – viene a dinamizzare i nostri immaginari fossilizzati, rendendoci liberi e felici di immaginare come lui.
Integriamo dunque l’immaginazione! Ci renderà integri e capaci di giocare, a immagine di Gesù.

Recensioni

Di fronte a un titolo per lo meno insolito, com'è quello di questo testo, che chiama in causa una facoltà umana, l'immaginazione, che generalmente viene riservata a ben altri campi dell'umano (e, a dire la verità, che la volgata spirituale vorrebbe piuttosto che si tenesse ben a bada), se non fosse per la prestigiosa collana dell'editrice Queriniana all'interno della quale viene proposto ai cultori di teologia italiani (del resto, il titolo originale è uscito in Francia nel 2016 per i tipi delle Éditions du Cerf che non è da meno), qualche dubbio sorgerebbe spontaneo. I teologi non sanno più cosa dire di Dio e dei suoi attributi, hanno esaurito i loro argomenti classici, e si rivolgono eccentricamente ad aspetti fino ad ora marginali e troppo umani per rientrare nei tomi di sacra teologia, o gli è spuntato un improvviso spirito provocatorio?

Evidentemente non è così, e il nostro autore, un gesuita parigino che insegna anche alla Gregoriana di Roma, dimostra piuttosto che l'immaginazione può fare un gran bene alla teologia, se non addirittura a tutta la vita del credente cristiano. Certo, un'immaginazione purificata e governata, a "servizio" della fede, strumento di mediazione (conoscitiva e persino etica) e non certo fine a se stessa. Tant'è che «il luogo dell'immagine è un luogo di combattimento» (p. 276). Lo fa lungo un percorso complesso e ricco di citazioni (forse troppe?), tra altri teologi, filosofi, poeti, artisti, autori spirituali, riuscendo, a mio avviso, a creare un interessantissimo ponte tra immaginazione e fede, tra umano e spirituale.

Proprio recuperando pienamente una dimensione così profondamente parte del nostro essere umani (che, a quanto pare, non possiamo che vivere immaginandoci e immaginando la realtà) e la sua dimensione divina. Senza abbassare il tiro o giocando al ribasso, perché «servirsi di simboli rivelatori immaginativi non equivale a seguire una pura "strategia comunicativa", per quanto abile», ma lungo tutte le pagine del libro tenendo costantemente davanti allo sguardo l'obiettivo di questo lavoro. Un percorso che, si potrebbe persino affermare per l'ennesima volta, non può che giungere davanti al mistero per eccellenza della fede cristiana: l'incarnazione del Figlio di Dio, la sua morte e risurrezione. E di quello nutrirsi: appunto, di immagini e stili immaginativi.

Un altro modo, per certi versi, di riaffermare ciò in cui crediamo, semmai un po' inconsueto (come lo sono l'ironia e il gioco, su cui l'autore significativamente più volte ritorna). Grazie all'immaginazione cristiana, vediamo dunque come Dio vede, «il surreale auspicabile, l'altrimenti possibile» (p. 397). Più che mai attuale, questa «contro-immaginazione cristiana» (p. 383), per noi che «come i pesci di un lago inquinato, respiriamo e ci alimentiamo in un ambiente culturalmente segnato da immagini pregnanti, talvolta nocive» (p. 82; da questo punto di vista, illuminante il secondo capitolo dedicato al linguaggio immaginifico nel libro biblico dell'Apocalisse).

Per concludere, una suggestione tutta sanfrancescana, lì dove l'autore, citando sant'Agostino, «habet namque fides oculos suos» (Lettera 120),scrive che «sì, la fede ha degli occhi» (p. 253), e che tale immagine si ricollega molto da vicino alla tesi del libro sul ruolo dell'immaginazione della fede. E citando invece un teologo gesuita francese, morto nel 1915, Pierre Rousselot e ilsuo GLi occhi della fede, scrive: «Uno stesso essere può dunque appartenere sia all'ordine naturale della nostra esperienza che all'ordine soprannaturale della grazia, e la grazia interiore [...] non fa conoscere nuovi oggetti, ma illumina un aspetto nuovo dell'oggetto già conosciuto» (p. 255). Come non pensare alla prima delle Ammonizioni di san Francesco? Che, appunto, di fronte all'eucaristia distingue un "vedere", «il pane e il vino» per i contemporanei o «la carne» di Gesù per gli apostoli, da un "vedere e credere", «il suo santissimo corpo e sangue vivo e vero» per i primi e «lo stesso Dio» per i secondi. Del resto, senza nulla togliere al buon Ignazio di Loyola, citatissimo e giustamente dall'autore gesuita, se un libro del genere l'avesse scritto un francescano avrebbe anch'egli avuto buon gioco a menzionare abbondantemente il Poverello di Assisi.


F. Scarsato, in CredereOggi 230 (2/2019) 157-159

Questo libro nacque da una domanda pratica. Da cappellano universitario, l’A. si chiedeva come annunciare meglio il Vangelo ai suoi studenti. Il maestro, M.P. Gallagher, lo aiutò a rispondere: con l’immaginazione. Per predicare meglio, bisogna (far) immaginare. Ma perché? Per bassi motivi retorici? O perché Dio che crea l’uomo a sua immagine si rivela realmente quando tocca l’immaginazione umana per suscitarvi una fede libera? La risposta sistematica alla domanda germogliò nella ricerca dottorale dell’A. al Centre Sèvres-Facoltà dei gesuiti a Parigi, diretta da M. Fédou. Ne seguì Grazie all’immaginazione, in una versione con citazioni e note ridotte al minimo. Nella presente traduzione italiana, infatti, queste sono state l’oggetto di un lavoro prezioso della traduttrice, G. Romagnoli.

L’opera ha tre parti. La Prima offre dei prolegomeni. Innanzitutto, le avventure dell’immaginazione in filosofia offrono le pietre di paragone per la teologia. Poi, l’Apocalisse e le parabole evangeliche v’illustrano delle strategie immaginali complementari, nell’eccesso o nella sobrietà, con lo stesso scopo salvifico: muovere l’immaginazione contro l’idolatria. La Seconda parte studia sistematicamente l’immaginazione secondo i due grandi oggetti della Teologia fondamentale. Da una parte, la Rivelazione divina tocca l’immaginazione per salvare l’uomo grazie a Cristo, «immagine del Dio invisibile» impressa in noi. Dall’altra, la fede, risposta all’immaginazione divina, si esprime grazie all’immaginazione. I modelli immaginali di Rivelazione e di fede arricchiscono la Teologia fondamentale. La Terza parte lo verifica in pratica. Nella spiritualità, la liturgia e l’etica, si vede come la Rivelazione e la fede attraversano la contemplazione, la letteratura, i gesti e l’arte per divenire sempre più reali e salvifici. Così, il cristiano è toccato nello spirito e nel corpo per agire come Dio vuole, con una carità inventiva: «Va’ e anche tu fa’così!».

Molti grandi teologi ricorrono infatti all’immaginazione mediatrice e così rispecchiano la Rivelazione e la fede in Gesù Cristo, unico Mediatore. A volte hanno negato qualsiasi commercio esplicito con l’immaginazione, per paura dei filosofi o per fuggire dall’idolatria. Ma proprio quando Gesù aiuta l’immaginazione a non fissarsi in un immaginario morto, compie la Legge e ci salva. Non contro l’immaginazione, ma grazie a essa. Il Cristo servo aiuta l’immaginazione a servire umilmente. La reconciliatio oppositorum che ne nasce desta in noi una salvezza felice della quale la nostra epoca ha tanto bisogno.


In Gregorianum 1/2019, 242-243

L’immaginazione reclama il suo ruolo in teologia. Questo non per una moda postmoderna o per un’esemplificazione divulgativa, ma per la centralità assunta da Gesù Cristo, vero Uomo e vero Dio, Verbo eterno e Immagine perfetta del Padre. Immagine appunto, icona imprescindibile per pensare e credere il Dio invisibile. Nicolas Steeves, gesuita del Centro Sèvres di Parigi e docente presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma, analizza sistematicamente alcuni nodi teorici decisivi.

Nella prima parte del volume egli delinea una breve storia della nozione di «immaginazione» in filosofia e nella tradizione giudaico-cristiana, scegliendo l’Apocalisse e le parabole quali paradigmi speciali del racconto biblico. Nella seconda parte esamina i rapporti fra rivelazione e atto di fede. La rivelazione può e deve toccare l’immaginazione, senza confondere né separare i due piani dell’esperienza religiosa: il credito dato all’attestazione evangelica e la produzione simbolica dispiegata nel corso della sequela cristiana. La terza parte verifica le conseguenze pratiche: l’immaginazione plasma la spiritualità di chi prega, tocca i sensi attraverso il rito liturgico, sostiene l’impegno etico al servizio di una «vita buona», contrastando l’estremismo politico e il conformismo dei costumi e rifondando una prossimità sociale basata sul gesto eucaristico.

In questo volume l’A. intende integrare l’immaginazione non soltanto nella teologia fondamentale, ma anche nella teologia morale e sacramentale. L’intelligenza della fede non può limitarsi al rigore argomentativo e all’astrazione concettuale, in quanto la decisione di accogliere il Dio che si rivela attraverso segni visibili trasforma la vita concreta (preghiera, liturgia, azione).

Il testo dialoga intensamente con voci filosofiche e teologiche (Ignazio di Loyola, Ricœur, von Balthasar ecc.), narrative e artistiche. Non potrebbe essere altrimenti: per sapere di sé e del mondo, ogni uomo impiega l’immaginazione; e l’anima – come scriveva Cirillo di Gerusalemme – s’immagina Dio e lo contempla più che può, quando la fede la illumina. Le molteplici funzioni dell’immaginario – rappresentazione, esplorazione, interpretazione, discernimento, insegnamento – sono convertite e assieme esaltate dall’esperienza religiosa, chiamata a riconciliare cielo e terra, umanità e divinità, necessità e libertà, eros e agape. La fede è perciò un tipo di immaginazione, una visione globale del mondo che permette al credente di interpretare l’esistenza, di conoscere le cose e di incontrare le persone.

Il divieto divino di fabbricarsi immagini idolatriche impone la sobrietà del pensiero, ma sollecita al contempo una creatività linguistica che contrasti la banalità delle rappresentazioni mediatiche consumistiche e opportunistiche. Il credente, ad esempio, riconosce a poco a poco Dio come Padre, spazzando vie le false immagini di paternità. «L’impiego biblico dell’immaginazione è immenso: escatologia, inni, poesie, parabole, salmi, racconti» (p. 77). Il motivo è il seguente: «Non è senza immagine, ma mediante immagini giuste ispirate da Dio che la Scrittura lotta contro l’idolatria» (p. 96).

Il programma estetico-narrativo della teologia di Steeves merita un riconoscimento e uno sviluppo ancora più intensi. Nell’Indice bibliografico non compaiono alcuni nomi di pensatori che potrebbero aiutare ad approfondire le intuizioni dell’A. Ci riferiamo a Karl Jaspers (con le sue nozioni di cifra e di immagine del mondo), a Virgilio Melchiorre (l’immaginazione simbolica e lo studio dell’analogia), a Theodor Adorno (la filosofia come considerazione di tutte le cose dal punto di vista della redenzione) e a Martha Nussbaum (i rapporti tra immaginazione letteraria e vita civile). Immaginazione e intelletto, estetica ed etica, filosofia e teologia, narrazione e dogma non si contrappongono. L’immagine del Cristo, cui sin dal principio l’uomo è predestinato, accende e sostiene ogni autentico desiderio di un bene incondizionato.


P. Cattorini, in La Civiltà Cattolica 4050 (16 marzo 2019)

La domanda a cui risponde il testo è la seguente: «Che cosa si fa quando si tenta di immaginare l’Assoluto, che cosa farebbe una teologia che ricorra all’immaginazione?». Per l’a., gesuita docente di Teologia fondamentale alla Pontificia università gregoriana di Roma, il binomio teologia-immaginazione è foriero di proficui risultati anche per l’immaginazione stessa. In un’epoca come la nostra interamente votata alle immagini, in buona parte prefabbricate, la rivelazione delle Scritture e la tradizione cristiana possono essere occasione per rigenerarla. In fondo, Cristo, «immagine di tutte le immagini», ci offre la possibilità di integrare l’immaginazione facendoci scoprire il reale a immagine di Gesù.


D. Segna, in Il Regno Attualità 6/2019, 158

Del grande scrittore israeliano Amos Oz, che purtroppo da poco ci ha lasciato, mi ha sempre colpito una serie di affermazioni a proposito dell'impasse del dialogo in Medio Oriente: la necessità di imparare l'arte del compromesso, sia da parte degli ebrei che degli arabi; la mancanza di buon senso e di ironia (e autoironia), che si imparano grazie all'arte e alla letteratura; l'incapacità del fanatico, chiuso com' è nel suo mondo autoreferenziale, di avere immaginazione. Queste riflessioni si possono leggere in un bellissimo suo libretto, Contro il fanatismo, che Feltrinelli pubblicò nel 2004.

Mi ha un poco sorpreso perciò ritrovare le stesse considerazioni nel volume Grazie all'immaginazione del teologo Nicolas Steeves. Un ponderoso saggio che si pone l'ardua sfida di rivalutare il concetto di immaginazione da parte della Chiesa, in una civiltà come quella postmoderna caratterizzata dal dominio delle immagini a tal punto che esse hanno finito per prevalere su ogni discorso teorico. L’autore, gesuita e docente di Teologia fondamentale alla Gregoriana, riprende efficacemente una metafora di sant'Agostino, contenuta nella Città di Dio, che dipinge il mondo come una grande macina che frantuma olive umane, e spreme i cristiani come tutti gli altri: un riferimento azzeccatissimo per farci capire come anche noi cristiani non siamo affatto «risparmiati dal diluvio immaginale», dato che «le nostre coscienze morali sono ferite da ciò che di inumano è veicolato dall'immaginario mediatico e colonizzate da un flusso costante di immagini reificate dalla hype culture».

lmmagine, immaginazione, immaginativo, immaginario: parole che si ripetono continuamente nel saggio di Steeves e che si ripresentano spessissimo anche nel vocabolario usuale dei nostri giorni, cui però come abbiamo visto egli aggiunge un altro aggettivo, "immaginale". Termine non bellissimo ma efficace, coniato dall'orientalista Henry Corbin, per designare più precisamente ciò che riguarda l'immagine in sé. Ma innanzitutto, cosa intendiamo per "immaginazione"?

Qui Steeves prende come riferimento un'opera del gesuita americano William Lynch What is an image?, dove si può trovare questa definizione: «L'immaginazione è ciò che in noi forma e riceve immagini delle cose». Essa insomma traspone in immagini la realtà. Concetto cui si aggiunge una citazione di Gaston Bachelard: «L’immaginazione non è la facoltà di formare immagini della realtà, è la facoltà di formare immagini che superano la realtà, che cantano la realtà». Altro che pura fantasticheria! Ma Steeves sottolinea ancora che essa resta qualcosa che non si finisce mai di scoprire: rimane sempre un mistero.

Tanto che può essere considerata "la croce dei filosofi" di tutti i tempi, a partire da Platone, che la considera la fonte più vile del sapere, tranne che nel Timeo. Giudizio poi ribaltato da Aristotele, che la giudica il motore che fa passare dalla potenza all'atto: «L’anima - scrive - non pensa mai senza immagine». Sospesa all'incrocio fra corpo ed anima, l'immaginazione è guardata con diffidenza anche dai Padri della Chiesa come Agostino, per arrivare alla critica delle immagini che trova il culmine nella teologia negativa dello Pseudo-Dionigi. Sarà il Medioevo a rivalutarla: Ugo di San Vittore la pone sulla soglia tra filosofia e mistica e Bonaventura ricorre all'immagine dello specchio. San Tommaso poi ne consolida la posizione di facoltà mediatrice fra corpo e spirito. In età moderna, Cartesio e Pascal hanno un atteggiamento scettico nei suoi confronti, mentre Kant compie una sorta di rivoluzione sostenendo che l'immaginazione è la radice sconosciuta delle due basi della conoscenza, la sensazione e l'intelletto. Dopo una fase di razionalismo e positivismo che ne schiacciano le potenzialità, nel '900 essa riappare grazie a Heidegger, il quale riapre la strada dell'immaginazione poetica come base di ogni sapere ed agire. Sulla sua scia si porranno il già citato Bachelard e Merleau-Ponty, fino a Ricoeur. Meno benevoli Lacan, Foucault e Derrida, mentre altri filosofi postmoderni come Lyotard, Vattimo e Kristeva la rilanceranno soprattutto attraverso l'angolatura dell'etica. Celebre al riguardo il paradigma di Lyotard, noto per aver decretato la fine dei "grandi racconti" nella storia del pensiero, vale a dire delle grandi metafisiche totalizzanti: è stata la contro-immaginazione di Arcipelago Gulag, fatta dei piccoli racconti di Solzenicyh, alla fine ad avere la meglio sul grande racconto marxista, sul piano morale poi anche politico.

Come si vede, il saggio di Steeves compie anche un vasto excursus filosofico-teologico, che consente alla sua analisi di lanciare la sfida al pensiero cattolico contemporaneo. In questa direzione, dà spazio alle suggestioni di teologi come von Balthasar e Rahner fino a giungere a Benedetto XVI e Francesco, che nella Evangelii Gaudium, riferendosi in particolare alle omelie, sostiene che «per arricchire la predicazione e renderla più attraente occorre parlare con immagini». Ma recuperare appieno la forza dell'immaginazione, quella che nel Medioevo permise lo straordinario sviluppo dell'arte figurativa cristiana e delle cattedrali, significa oggi da una parte svincolarsi da un approccio esclusivamente razionalistico nella concezione del rapporto tra fede e cultura, dall'altro essere consapevoli che ciò significa porsi come controcultura rispetto a certe tendenze negative del mondo contemporaneo. «Il cristianesimo in Occidente - ha detto di recente Timothy Radcliffe - potrà rifiorire solo se riusciremo a coinvolgere l'immaginazione dei nostri contemporanei. Credo che l'ateismo rappresenti non tanto una sfida per la nostra intelligenza, quanto piuttosto per la nostra immaginazione».

Il cristiano non può fare a meno di immagini. E qui c'è una palese differenza con le altre fedi: il Dio dei cristiani si è fatto carne e si è reso visibile. Il cristiano può permettersi di immaginare l'Inimmaginabile, e questo è il cuore della teologia. Se dovessimo cercare un modello letterario, lo troviamo nel libro dell'Apocalisse e nelle parabole dei Vangeli. Con il suo scritto dal fortissimo segno escatologico, Giovanni ha voluto creare una contro-immaginazione in grado di opporsi al predominio dell'immaginario dell'impero romano: allo stesso modo, oggi i cristiani sono chiamati a contrastare l'egemonia attuale del sistema dei grandi media e delle reti sociali, asservito a un progetto di globalizzazione che esclude gli ultimi. Un dedalo degli specchi, un nuovo palazzo del Minotauro ove il Teseo postmoderno non riesce più a raccapezzarsi. Come ben scrive Michel de Certeau: «La nostra società è diventata una società recitata, in un triplice senso: è definita a un tempo dai racconti (le favole della pubblicità e dell'informazione), dalle loro citazioni e dalla loro interminabile recitazione. Racconti che hanno il duplice e curioso potere di tramutare il vedere in un credere, e di fabbricare una realtà certa con dei simulacri». Se i teologi abbandonano la "battaglia delle immagini", si rischia di perdere "la guerra della fede”.

Non si tratta certo di contrapporsi alla cultura contemporanea in toto, ma agli elementi mortiferi che contiene: la fede cristiana infatti non si esprime al di fuori della cultura (o delle culture), ma deve sempre essere pronta a denunciare ciò che nelle culture di ogni tempo e luogo si oppone alla Rivelazione. Per Steeves la prospettiva non è quella di ritirarsi in piccoli gruppi al di fuori della realtà o di creare oasi culturali perfette: «La Chiesa apre una strada di resistenza pacifica nel cuore del mondo». E nel far questo deve dotarsi dell'arma dell'ironia («l'ironia benevola del Cristo che ci salverà dall'ironia attuale ferocemente distruttrice») e della tenerezza, raccontate mirabilmente nelle parabole. Solo così Davide potrà tornare a vincere Golia.


R. Righetto, in Avvenire 22 febbraio 2019, 13

Pochi sanno che a coniare il termine «teologia» non sono stati i cristiani ma Platone nella sua Repubblica (n. 379a), ove considerava la theologhia, cioè il "discorso" o l'indagine su Dio, come una delle mete di ricerca non solo del pensiero ma anche dei «versi epici o lirici o dei testi della tragedia». Il suo discepolo Aristotele nella Metafisica (n. 1026a) articolerà meglio il tema, mettendo la teologia al vertice delle scienze "contemplative" (in greco theoretikai), cioè la matematica, la fisica e appunto la teologia. È su questa base che il vocabolo entrerà nella tradizione cristiana: nel Nuovo Testamento abbiamo, infatti, solo i due anelli che compongono la parola ma non congiunti tra loro: da un lato, théos, «Dio», citato ben 1317 volte, e logos, «discorso», presente 330 volte.

Questa premessa filologica vuole inquadrare il rimando a una solida e duratura collana dell'editrice bresciana Queriniana il cui titolo è emblematico: «Biblioteca di teologia contemporanea». Essa fu inaugurata nel 1969 col saggio di un autore nato in Baviera nel 1928 e allora docente a Münster, Johann Baptist Metz, Sulla teologia del mondo, apparso in tedesco l'anno prima. L'opera, che rifletteva l'atmosfera socio-culturale e non solo ecclesiale di quel periodo, divenne una sorta di manifesto della cosiddetta "teologia politica", preoccupata di calibrare meglio il rapporto tra la Chiesa e il mondo, tra la fede e il divenire storico, nella consapevolezza che «la salvezza, a cui si riferisce nella speranza la fede cristiana, non è una salvezza privata». Cristo stesso non si era auto-recluso nell'intimo del suo incontro col Padre, né si era isolato nell'oasi protetta del sacro, ma si era immerso e incarnato nella realtà storica e sociale.

Da quel volume è discesa una genealogia bibliografica contrassegnata da una costante identità anche grafica e cromatica ma soprattutto aperta a tutte le voci più importanti, significative o anche provocatorie del fecondo arco post-conciliare. Tanto per fare qualche nome, pensiamo a Bonhoeffer e a Ratzinger (la sua Introduzione al cristianesimo ebbe un numero enorme di riedizioni, anche prima della sua ascesa al pontificato), a Moltmann, a Küng, a Pannenberg, a Congar, a Bultmann, a Kasper, Drewermann, von Balthasar, Boff, Gutiérrez, Brown, Meier e così via. Si ha, così, un vero e proprio panorama della riflessione teologica contemporanea, anche con l'incursione recente di figure minori rispetto a quelle appena elencate, segno forse di un affanno in cui si dibatte l'attuale ricerca teorica cristiana.

Ora la collana sta veleggiando verso i duecento titoli: tra gli ultimi segnaliamo la trilogia dei numeri 189, 190 e 191 che toccano temi segnati da un'impronta di originalità. Basta la titolatura del primo, Vangelo e Provvidenza, a rispolverare un vocabolo in passato trionfante non solo nella predicazione ma anche nella retorica apologetica popolare, una realtà ora sostituita dalla ben più realistica "previdenza". Emmanuel Durand, domenicano francese docente a Ottawa in Canada, mostra la complessità della categoria "provvidenziale" che comprende una vera e propria ermeneutica dell'azione di Dio nella storia, tipica di una religione "incarnata" com'è il cristianesimo. È su questo terreno che ci si scontra col tema del male: esso si erge come un picco roccioso che perfora il manto paterno di una Provvidenza divina ma che si combina con l'intervento della redenzione, della salvezza e dell'escatologia. Le lezioni di tre grandi della teologia come Agostino, Tommaso d'Aquino e Newman sono convocate per ripensare una concezione impallidita all'interno di una cultura smaliziata che, nel desiderio di buttar via l'acqua sporca del provvidenzialismo ingenuo, ha rigettato anche il canone clelIa speranza, della fiducia e del senso dell'essere e dell'esistere.

Passiamo, così, al secondo saggio, affidato a un tema in passato divisivo per la cristianità, al punto tale d'essere stato il germe dello scisma d'Occidente, quello luterano. Alla "giustificazione per grazia" sulla base della lezione paolina si dedica, invece, uno dei nostri più noti studiosi dell'Apostolo, Antonio Pitta, docente nella romana Università Lateranense. Certo, a differenza del soggetto "Provvidenza", la "giustificazione" è un termine che risuona più familiare ai nostri giorni, anche per coloro che hanno solo una conoscenza generica delle vicende che contrassegnarono un secolo straordinario come il Cinquecento. Ritornare alla matrice, cioè all'epistolario di Paolo, permette non solo di delineare il progetto d'insieme, ma anche di inseguirne la formulazione progressiva. Infatti, dalla "prova d'autore" che è la Lettera ai Galati, ove la giustificazione è connessa al motivo della nostra adozione divina a figli, ci si inoltra nel capolavoro paolino della Lettera ai Romani, il vessillo della Riforma protestante ma anche il cuore della questione, e si approda alla Lettera ai Filippesi ove il tema si configura come processo di conformazione e trasformazione del credente in Cristo. È indubbio il corollario ecumenico che comporta una simile investigazione esegetica, non solo per le antiche polemiche tra Agostino e Pelagio nel V secolo, per le tensioni radicali tra il cattolicesimo e Lutero o Calvino, ma anche per la vigorosa ripresa del tema nella teologia dialettica di Barth (la cui Lettera ai Romani è curiosamente ancora in catalogo da Feltrinelli).

Sorprendente è, fin nel titolo, l'ultimo saggio del nostro trittico: Grazie all'immaginazione, opera del gesuita parigino Nicolas Steeves, docente alla Gregoriana di Roma. Essa è stata considerata a lungo la folle du logis, la "pazza di casa", una formula attribuita ora al filosofo Malebranche, ora a Teresa d'Avila, ma di paternità ignota. Certo è che per molti teologi l'immaginazione è stata ritenuta una sorta di nebula da spazzar via col vento cristallino della ragione, del rigore epistemologico, della logica formale. Il tentativo di questo ampio studio è quello, invece, di integrarla proprio nella teologia fondamentale che è la base su cui si regge e si edifica l'architettura dell'intero sistema teologico nelle sue varie articolazioni. Effettivamente la stessa Bibbia(si pensi solo all'Apocalisse) così come la tradizione cristiana si sono liberamente e gioiosamente consegnate al caleidoscopio delle immagini, dei simboli, delle parabole fecondando e alimentando l'atto di fede, la spiritualità, la liturgia, l'etica. Le pagine di Steeves sono una vivace navigazione in questo mare creativo nel quale si incastonano le grandi isole dei molteplici sistemi teologici bagnati da quelle onde. Dopo tutto – come conferma, purtroppo negativamente, l'eccesso immaginario contemporaneo aveva ragione Bachelard quando affermava nella sua Poetica della reverie (Dedalo 2008) che «l'uomo è un essere capace di immaginare e che va immaginato».


G. Ravasi, in Il Sole 24 Ore 16 dicembre 2018