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Una teologia in prospettiva antropologica
Jürgen Werbick

Una teologia in prospettiva antropologica

Prezzo di copertina: Euro 63,00 Prezzo scontato: Euro 59,85
Collana: Biblioteca di teologia contemporanea 226
ISBN: 978-88-399-3626-4
Formato: 15,7 x 23 cm
Pagine: 448
© 2025

In breve

Werbick accompagna i teologi a scuola dalle più svariate discipline antropologiche – le scienze biologiche, la psicologia e la sociologia, la filosofia – e fa loro scoprire, così, che hanno parecchi “compiti per casa” da svolgere...

Un’opera di vasta portata, che tocca tutti i campi della moderna antropologia e se ne lascia interrogare.

Un testo destinato ad aprire infinite piste di approfondimento.

Descrizione

In campo si accademico che politico è un’antropologia plasmata del sapere delle scienze umane che detta oggi la linea. La teologia, collegandosi a quel discorso, può riscoprire l’istanza centrale che condivide con l’antropologia e che le è propria: ricordare agli uomini che cosa può significare essere in cammino verso una vita in pienezza.
Questa è l’intuizione sviluppata qui da Jürgen Werbick: partendo dall’antropologia, egli interroga la teologia sistematica e la spinge a rileggere le sue dottrine – a rivederle, se necessario – e a dare risposta a problematiche nuove. Allo stesso tempo l’autore, con intelligenza e serietà, introduce criticamente nei discorsi antropologici le tradizioni di fede e le prospettive teologiche.
Werbick offre dunque non una antropologia pensata in prospettiva teologica, bensì una teologia pensata in prospettiva antropologica: qui la teologia non dà anzitutto risposte, ma è l’istanza cui si avanzano richieste. La teologia sente che deve entrare nel dibattito antropologico, se poi esige che si presti attenzione alle cose che ha da dire. Il suo obiettivo dev’essere quello di mostrare che può dare un suo contributo al dibattito contemporaneo quando parla teologicamente di argomenti articolati antropologicamente.
Un testo di ampia portata, destinato ad aprire infinite piste di approfondimento.

Recensioni

Jürgen Werbick ( 1946-), successore di Metz alla Facoltà di teologia cattolica dell'Università di Münster, è noto in Italia per i suoi studi sulla teologia trinitaria, la cristologia, la teologia fondamentale, l'ecclesiologia e la teologia pratica. L'ultimo testo tradotto verte sul confronto tra la teologia e quell'antropologia da lui definita «secolare» (5), cioè elaborata dalle scienze (naturali e umane) che prescindono da orizzonti teologici, da convinzioni religiose e da speculazioni metafisiche.

Nell'introduzione espone chiaramente l'intento del suo lavoro: «Assegnare all'antropologia una specie di funzione di verifica per una teologia che voglia essere responsabile oggi» (5). Viene così rovesciata l'impostazione del celebre testo di Pannenberg (1983): «Non si tratterà di una "antropologia in prospettiva teologica'', ma di una teologia in prospettiva antropologica» (6). Da qui il titolo dell’opera.

Il progetto va incontro a un'obiezione – peraltro scontata – secondo cui sarebbe meglio capovolgere l'approccio, così da evitare di consegnare i contenuti teologici a una visione di fatto atea. La risposta è lineare: la teologia è chiamata a provare se e come le nuove conoscenze scientifiche (ma anche le teorie filosofiche, spesso scelte come interlocutrici) mettano in crisi le affermazioni tradizionali, fondate su un'antropologia ormai abbandonata, che impedisce un confronto "alla pari'' con i saperi contemporanei.

Occorre inoltre verificare se la teologia sia in grado di esprimere un giudizio sulle tesi antropologiche odierne: solo così può essere considerata un sapere critico, capace di valutare il merito di quanto affermato, di formulare obiezioni pertinenti e quindi di mettersi in gioco nel dibattito. Se quanto detto finora è mosso dal desiderio di stabilire un terreno comune, il confronto prospettato si svolge comunque in modo impari: se l'antropologia secolare può permettersi di non affrontare la "questione-Dio'', la teologia non può esimersi dal confronto-con le scienze.

L'obiettivo comporta una conoscenza ampia e dettagliata di ciò che oggi a vario titolo è detto dell'umano. Si corre pertanto il rischio – non così remoto – di un sapere superficiale che potrebbe sconfinare nell'eclettismo (cfr. 6). Da qui deriva la scansione dell'opera, in cui sono presenti tutti i problemi rilevanti dell'antropologia: il corpo, la mente, la libertà, la coscienza di sé e l'identità, l'amore, la verità, la finitezza, il male, il linguaggio, la felicità…

L'approccio è marcatamente teoretico: non si dà conto dei dibattiti tra gli autori; si cerca il chiarimento delle esperienze e delle condizioni, in cui si svolge l'esistenza umana. È il merito indiscusso dell'imponente lavoro di Werbick. Non possiamo dar conto di tutti gli argomenti trattati; ci limitiamo a evidenziarne alcuni, decisivi sotto il profilo filosofico, ponendo attenzione a qualche aspetto meritevole di diversa considerazione, così che il pregio della ricerca possa trovare uno sviluppo in ulteriori approfondimenti.

Si ha l'impressione che in certi casi il problema in esame venga dapprima presentato in un modo e poi affrontato diversamente, quasi lasciando che il discorso scivoli inavvertitamente in altra direzione: il rapporto tra corpo e mente, per es., è trattato oscillando tra l'evoluzionismo e le neuroscienze, senza che ci sia una scelta (contenutistica, prima che metodologica) tra due saperi tra loro distanti. Piuttosto, un tale procedimento pare evidenziare l'intento della ricognizione e probabilmente dell'intera ricerca (cfr., per es., l’analisi della colpa in 300-301): la denuncia del naturalismo insito nel sapere scientifico, che impedisce una comprensione più ampia dell'umano. Può risultare una controprova il tentativo di introdurre il finalismo nella selezione naturale: l'autocoscienza è ritenuta necessaria per l'umano (100-101), perché altrimenti, non si spiegherebbe il motivo per cui egli sia giunto a un tale livello dell'evoluzione. Tuttavia, l'interpretazione è infondata perché la selezione naturale procede in modo casuale.

Lo stesso si può dire a proposito della trattazione della realtà (cfr. 193-238), in cui si accostano qualche rapido accenno alla cosa in sé, il positivismo, il nichilismo (e prospettivismo) nietzscheano, la necessità dell'interpretazione per la conoscenza del tutto, le questioni poste dall'avvento del digitale, il nuovo realismo e la teoria discorsiva della verità. Quest'ultima è descritta come una meta mai raggiunta, termine di un itinerario che nelle crisi procede attraverso il confronto dei discorsi, grazie al quale si sceglie ciò che in quel momento è più fondato e probabilmente in futuro sarà capace di rispondere a inedite contestazioni. L'assonanza con la tesi, spesso sostenuta dagli scienziati, secondo cui quanto non riusciamo a capire oggi sarà sicuramente spiegato in futuro, è lasciata trasparire, ma non discussa.

Venendo alle scelte più teoretiche, rispondendo all'obiezione di Saskia Wendel (1964-), l'autore rivendica l'impianto trascendentale del suo pensiero (cfr. 83-91): per lui, un conto sono le condizioni di possibilità (nello specifico della libertà umana), un altro le situazioni e i vincoli che ne determinano l'esercizio effettivo; è l'opposizione ("classica") tra trascendentale e categoriale, tra incondizionato e autodeterminazione. A nostro avviso, l'impostazione da un lato permette di assicurare il valore del trascendentale, dall’altro consente di accogliere le scoperte scientifiche senza dover revocare gli assunti teorici. Però alla duttilità nella recezione dei risultati delle scienze corrisponde la difficoltà di esprimere in forma unitaria i tratti antropologici: i vantaggi che autorizzano la ricerca cli Werbick sono acquisiti a scapito di una comprensione unitaria dell'umano, l'obiettivo dichiarato del volume.

Lo svolgimento delle riflessioni percorre una direzione non del tutto coerente con il trascendentalismo: oltre all'accostamento alla fenomenologia (cfr. 123), il locus più rilevante è il punto di partenza dell'argomentazione. Non è – come ci si aspetterebbe – esclusivamente il soggetto (il cogito o l'io penso): un ruolo decisivo è attribuito piuttosto alla risonanza e al riconoscimento, descritti non semplicemente come relazioni con un generico oggetto o con l'essere in quanto tale (benché non siano escluse), ma con gli umani con cui si vive in società. L'autocoscienza si dà nelle relazioni: l'autore cita a sostegno il rapporto con Dio in Kierkegaard, la lotta per la sopravvivenza in Hegel e il riconoscimento in Ricœur. Non mancano precisazioni, che tuttavia si collocano nell'alveo di una relazione con l'altro, che certamente non esprime in purezza la filosofia trascendentale (kantiana, ma non solo). La più interessante ci sembra quella che, intendendo il riconoscimento come apprezzamento, esclude la possibilità di un atto incondizionato, anche nel caso in cui sia opera di Dio (Kierkegaard): l'“assenza” dell'individuo cui l'atto è rivolto impedisce di considerarlo un apprezzamento. Ci pare un segno inequivocabile dell'importanza attribuita alla relazione.

Un discorso analogo vale per la promessa, benché introdotta in modo pressoché improvviso, senza una giustificazione precedente (cfr. 87): anche qui si esplicita una condizione (il rapporto interpersonale) riconosciuta come il luogo in cui compare l'io. Lo stesso si può dire per la tesi secondo cui «parlare vuol dire rispondere» (351).

Le affermazioni sulla società (in debito con Mead) sono perentorie, anche se poco motivate: «Un io deve poter in qualche modo capire che cosa muove il tu, che cosa tu intendi, per poter concepire un me come destinatario a cui si rivolge la tua intenzione. [...] L'io si percepisce come realtà sociale, effettivamente con gli occhi degli altri, e inizia a riferirsi alle loro aspettative, a osservare inche modo può adattarsi vantaggiosamente a essi, come può giocare con gli altri. L'esteriore diviene adesso definitivamente una realtà dell'interiore» (104-105), Qui il primato dell'io ricompare, anche se all'interno della relazione con il tu.

In generale ci pare che l'autore faccia tesoro dell'attenzione del Novecento per l'alterità, le relazioni interpersonali e sociali, intese come condizioni nelle quali si annuncia l'io: da Buber a Lévinas fino alla cosiddetta fenomenologia rovesciata (Marion, Henry, Chrétien) sono molti i filosofi che, distaccandosi dal trascendentalismo e anche dalla fenomenologia (se intesa in modo trascendentale), giudicano impossibile porre l'io come punto di partenza assoluto del filosofare.

Werbick da un lato recepisce l'istanza dall'altro pare non distaccarsi dal trascendentalismo, come quando introduce l'oggettivazione dell'io solo dopo averlo affermato come soggetto (cfr. 109-110). Si intravvede dunque una certa esitazione nella scelta tra il primato dell'io e il suo emergere nelle relazioni.

Infine notiamo che il ricorso alle descrizioni di eventi storici, spesso di natura sociopolitica (cfr. 134-135) – perfino riguardanti la stretta attualità (si accenna a Trump in 345) – lascia trasparire nello stesso tempo la separazione e l'accostamento tra trascendentale e categoriale: se da un lato è problematica l'assenza di una coerente metodologia (filosofica), dall'altro è apprezzabile che di fatto si trovino ambiti in cui convergano spunti differenti in grado perlomeno di alludere a una visione antropologica unitaria.


E. Conti, in Teologia 1/2026, 213-215

Comme l’indique son titre, La théologie pensée anthropologiquement n’est pas un ouvrage d’anthropologie théologique stricto sensu, même si la plupart de ses thèmes clefs relèvent de cette discipline. Dans ce récent volume d’une oeuvre très abondante, déjà traduit en italien, d’anthropologie théologique Werbick s’emploie plutôt à penser la théologie à la lumière des apports de la biologie et des sciences humaines à l’anthropologie. En dépassant la fausse alternative entre le réductionnisme naturaliste et le dualisme entre esprit et nature, il traite des réalités suivantes : l’être humain dans son entièreté et son identité ; l’esprit et le corps ; la liberté et l’engagement ; la conscience de soi et l’identité ; l’amour ; l’ouverture à la réalité et à la vérité ; la naissance, la vie et la mort ; le mal ; la parole et la communication ; et la « vie en abondance ». Il mène cette réflexion « de manière fragmentaire et réduite à ce qui importe » à ses yeux, en se demandant : comment « retenir comme vérité profonde sur l’être humain que mon existence peut et doit devenir un instrument pour ce qui est en moi et qui est plus que moi-même – et que ce “plus que moi” peut être appelé Dieu ; Dieu, à qui seul je peux confier mon existence en tant qu’instrument ? » (p. 23).

Bien des réflexions invitent à un approfondissement des débats anthropologiques en cours, comme en témoignent les exemples suivants. À l’encontre de la pensée de Thomas Pröpper (cf. RSR 101/2 [2013], p. 252) et de ses disciples au sujet de la liberté, il montre à juste titre que celle-ci ne doit pas être réduite à une pure indétermination originaire, impliquant toujours la possibilité d’un choix alternatif, dans une indépendance totale. Loin d’être une fin en soi, la liberté advient dans l’ouverture et la participation au bien et, dans la perspective chrétienne, comme étant reçue de Dieu, dans l’abandon à lui : « Au sens emphatique, je suis libre lorsque je peux poursuivre des objectifs que je considère comme valables et dans la poursuite desquels je souhaite m’investir pleinement, car je sais ainsi que je suis sur la voie d’une réalisation de moi qui me “comble” et peut profiter au plus grand nombre » (p. 80). Si la tradition chrétienne a insisté sur la relativisation personnelle de soi devant Dieu, laquelle est source de liberté, les Églises, encore trop préoccupées d’elles-mêmes, témoignent insuffisamment de leur propre relativisation devant Dieu, pourtant constitutive de l’identité chrétienne.

Dans le chapitre sur l’amour, l’A. prend acte de deux données biologiques : l’indépendance, caractéristique de l’être humain, entre plaisir sexuel et procréation, et l’existence de conditionnements génétiques à l’homosexualité. Il déplore la dépréciation catastrophique, non encore surmontée, du corps, du plaisir et de la sexualité dans le christianisme occidental (p. 45). Il invite le magistère à se détacher du « syndrome augustinien » condamnant tout plaisir sexuel vécu sans lien avec la procréation, et à considérer positivement l’orientation homosexuelle biologiquement conditionnée, en cessant de condamner tout type d’homosexualité vécue : « Si des personnes naissent avec un génome qui les prédispose à l’homosexualité, il faudrait supposer, d’un point de vue théologique, que cela correspond à la volonté créatrice de Dieu pour ces personnes et que le magistère de l’Église ne considère pas comme contre nature ce qui, d’un point de vue théologique, devrait être attribué à Dieu lui-même » (p. 189).

L’A. conteste la validité des archétypes du masculin actif et directif appliqué au Christ, au magistère et aux hommes, et du féminin passif et dévoué appliqué à Marie, à l’Église et aux femmes. Ce sont là des clichés « qui ancrent dans des réalités biologiques des modèles de rôles développés dans certains milieux, afin de leur donner une validité métaphysico-anthropologique », et relèvent d’une « idéologie anthropologique et sexiste de la complémentarité ». Cette idéologie repose sur une conception dépassée de la biologie de la sexualité et de la procréation, et sur une théorie étroitement binaire de la différence sexuelle, niant l’existence de « constructions socioculturelles et ecclésiastiques de la masculinité et de la féminité » (p. 192-195).

Ce maître ouvrage, animé d’un grand souffle théologique, est riche d’une profusion thématique défiant la synthèse, au détriment, parfois, de l’approfondissement des questions traitées. De lecture ardue mais toujours stimulante, il développe une réflexion enracinée dans l’expérience humaine et spirituelle, cohérente avec la conviction que « les vérités de la foi doivent être tissées dans les discours et les idées anthropologiques » (p. 12). Il constituera une référence de premier plan pour l’avenir de l’anthropologie théologique, dans le dialogue avec la pensée contemporaine, pour une meilleure crédibilité de la foi.


J.-B. Lecuit, in Recherhces de Science Religieuse 113-4/2025, 752-754