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Per vincere ansietà e paure
Jürgen Werbick

Per vincere ansietà e paure

Quando la fede infonde coraggio

Prezzo di copertina: Euro 28,00 Prezzo scontato: Euro 23,80
Collana: Giornale di teologia 414
ISBN: 978-88-399-3414-7
Formato: 12,3 x 19,5 cm
Pagine: 304
Titolo originale: Die Angst durchkreuzen. Ermutigung aus dem Glauben
© 2019

In breve

«Non intendo eliminare del tutto la paura, però non voglio nemmeno compiacerla o, peggio, consegnarmi a lei. Difficilmente la semplice obiezione la impressiona. Mi piacerebbe riuscire a dirle la frase che la colpisce al cuore e la turba davvero. E, per farlo, devo intavolare un discorso attendibile...». Jürgen Werbick

Descrizione

Molti sono i volti che assume oggi la paura: per esempio la paura di attentati terroristici, l’ansia dettata da un’immigrazione fuori controllo e da una perdita di identità, il timore dei populismi di destra e di una scarsa lungimiranza in chi guida le nazioni...
Quali risorse può mobilitare la fede per affrontare le paure che incombono su di noi – minacciose come altrettante spade di Damocle –, senza subirle né arrendersi? Possiamo lasciarci alle spalle le nostre ansietà?
Senza avanzare pretese mirabolanti, Werbick esplora in profondità le diverse forme della paura e individua come la si possa vivere alla luce della fede biblica in Dio. Il suo è uno sguardo realistico, corretto, capace davvero di infondere coraggio in tempi difficili come quelli che stiamo vivendo.

Commento

Un libro di grande aiuto: di fronte a una paura onnipervasiva, su scala globale, evita ricette semplicistiche e insegna d affinare la nostra percezione delle cose.

Recensioni

Era il 1946 quando il poeta Wystan Hugh Auden pubblicava a Londra la sua «egloga barocca» intitolata The Age of Anxiety, tradotta nel 1966 da Mondadori, e allusivamente ripresa da Leonard Bernstein nel titolo della sua seconda sinfonia (1949). Significativo era il rimando all'epoca barocca quando l'anelito vitale e il piacere di vivere venivano incrinati dall'incubo della morte, secondo un protocollo però di matrice cristiana. Poi l'atmosfera mutò e la morfologia dell'ansia acquistò altri profili: solo per esemplificare, pensiamo a Kierkegaard e al suo famoso saggio Il concetto di angoscia (1844), a Freud con Inibizione, sintomo e angoscia (1925) e, per venire più vicino a noi, ai Sillogismi dell'amarezza (1952) di Cioran e alle Emozioni politiche (2014) di Martha Nussbaum.

In un'epoca apparentemente così promettente per le conquiste della scienza e della tecnica, sull'umanità si è invece steso un velo di ansia, favorito anche dallo sguardo grifagno di una certa politica aggressiva ed egoista, da una rete informatica alimentata dal livore da tastiera, dalla brutalità xenofoba e, perché no?, dall'estenuarsi fino ad estinguersi della fede, una sorgente zampillante di speranza. È, allora, interessante prendere in mano l'opera di un teologo tedesco già ampiamente tradotto in Italia, Jürgen Werbick, classe 1946, che cerca di aprire ancora una finestra luminosa sul cupo acrimonioso orizzonte della contemporaneità.

Egli lo fa non tanto con la strumentazione culturale sopra esemplificata - componente che potrebbe essere allargata a dismisura (si pensi alla nota analisi di Delumeau sulla Paura in Occidente nei secoli XIV-XVIII, tradotta dalla SEI nel 1994) - e neppure con una registrazione delle paure del nostro presente, elementi che pure evoca, bensì col ricorso specifico alla fede cristiana. È nota la correzione introdotta dall'agnostico Ernst Bloch al proverbio «finché c'è vita c'è speranza»: «finché c'è religione, c'è speranza».

Quello di Werbick, però, non è un percorso consolatorio e semplificatorio, consapevole com'è che questa emozione ad alta tensione si distende su uno spettro in cui il violetto della paura può rivelare molte sfumature. Tra l'altro, bisogna ricordare a livello generale che già nel 1981 due ricercatori americani, i Kleinginna, avevano identificato ben 92 definizioni della categoria generale «emozione», aggiungendovi 9 dichiarazioni di impotenza nel classificare un'esperienza umana così fluida.

Per infondere il lievito della fiducia cristiana nella massa opaca della storia attuale, ove si agitano gli incubi del terrorismo, delle ondate migratorie, dei populismi e delle catastrofi, Werbick parte proprio da questo fondo oscuro che aveva già il suo paradigma nelle visioni apocalittiche bibliche e nella stessa categoria del giudizio di Dio, innestandovi i due valori cristiani tipici, verità e amore. Il suo è un procedimento a flussi per cui a ogni epifania della violenza e del terrore generatrice di paura si contrappongono le risorse della fede. È un'operazione difficile da sintetizzare perché il movimento del pensiero sviluppato in queste pagine è piuttosto da seguire passo passo, come uno scorrere di riflessioni sempre ibridate con riferimenti concreti alla cultura e alla società contemporanea.

Se si vuole, si potrebbe immaginare una sorta di seduta non psicanalitica ma teologica ove la narrazione dei mali che generano angosce è ininterrottamente sanata dalla terapia della speranza e della grazia. Il teologo si fa accompagnare in questa operazione, non solo da colleghi ma anche dagli autori più diversi e persino lontani che rendono le sue considerazioni coinvolgenti. Tanto per esemplificare, basterebbe seguire le pagine del capitolo sulla disperazione che si apre con l'immagine agghiacciante eppure ammaliante di Medusa. Ma si è condotti lungo questo crinale da vertigine fino all'autoconsapevolezza del disperare «in modo corretto», senza per questo ergersi nell’hybris del «super-Sé», in un'illusoria volontà di potenza, ma neppure senza lasciarsi trascinare nella deriva di un diluvio distruttore che attrae come un buco nero.

Un altro capitolo suggestivo è quello dedicato alla «risonanza», un concetto che egli matura da un saggio socio logico di Hartmut Rosa (2016). È in pratica il partecipare, il coinvolgere, l'abbracciare l'escluso e il solitario, infrangendo col calore stesso del corpo, del rito, del canto, dell'arte l'alone gelido della paura. Il cuore del cristianesimo è appunto in un Dio "risonante" che non si isola nel cerchio dorato della sua trascendenza ma che «si fa tanto debole da infiltrarsi nelle umane manie di grandezza», cioè di auto salvazione e di autismo spirituale, per mostrare che la divinità autentica è, come suggeriva san Paolo echeggiato da Schelling, «debolezza di Dio per l'uomo». È la famosa categoria della kénosis, lo «svuotamento» della gloria divina per entrare nell'umanità, senza, però, perdere la «risonanza» della potenza salvifica, anzi per irradiarla nella nostra atterrita e impotente umanità.

È in questa linea che si spiega l'approdo finale dell'itinerario proposto da Werbick. L'ultimo capitolo è scandito sulla settimana conclusiva della vita terrena di Cristo per mostrare come l'angoscia di fronte alla sofferenza e alla morte da lui vissuta possa essere attraversata e trasformata in Pasqua. La tonalità del dettato dell'autore a questo punto muta registro e si fa da argomentativo (spesso non semplice) in meditativo-spirituale con qualche schizzo di enfasi predicatoria. Rimane, però, chiaro il concetto: la paura della morte, anzi, la morte stessa, esperienza esclusivamente umana, sono vissute in modo reale dal Figlio di Dio che è in sé eterno e che può quindi fecondarle e spezzarle con la sua divinità.

Una nota a margine di taglio lessicale-semantico. Nelle principali lingue europee il termine «angoscia» (angoisse, anguish, Angst...)è basato sulla radicale di «angustia» che denota la ristrettezza di spazio, quasi di un carcere. Anche nell'ebraico biblico sar «angoscia», è legato alla radice srr che rimanda allo spazio ristretto e costretto. Per questo la liberazione è spesso affidata alla radicale rhb che indica un orizzonte aperto, vasto e libero. L'invocazione dell'orante diventa, allora: «Allarga il mio cuore angosciato, Signore, liberami dagli affanni» (Salmo 25,17).


G. Ravasi, in Il Sole 24 Ore 14 aprile 2019

Il volume parte dal prendere in esame i molti volti che assume oggi la paura. Quali risorse può mobilitare la fede per affrontare le paure che incombono su di noi, senza subirle né arrendersi? L'autore indaga in profondità le diverse forme del fenomeno; non vuole cancellare la paura o l'ansia. Propone di assumerla, di attraversarla aiutati dalla fede cristiana che non la debella completamente, ma permette di rimanere soggetti e non oggetti di essa, e di non essere vinti dalla paura della paura. La sua ricerca consiste nel trovare nella Bibbia e nella tradizione cristiana non delle risposte alle questioni suscitate dalla paura circa la comprensione di sé, del mondo e di Dio stesso, quanto di trovare testimonianze e di comprenderle come forze che diano una spinta contraria a quella paralizzante della paura.
F. Mariucci, in La Voce 10/2019

Il verbo presente nel titolo originale in tedesco (durchkreuzen) sembra alludere più a un preciso “attraversare” l’ansia (come si fa con un incrocio stradale), più che non a un semplice “vincer(la)”. L’intento del docente emerito di Teologia fondamentale a Münster non sta nel voler vincere la paura, debellandola, cancellandola, magari pensando di poterlo fare affidandosi alla fede cristiana – che non riesce farlo a livello esistenziale concreto nella vita quotidiana –, oppure, come oggi la maggioranza fa più frequentemente, a coloro che sfruttano l’ansia della gente, ne fanno un business e chiedono tranquillamente di affidarsi a loro, come nuove divinità del presente, quali soluzione del problema.

«La distinzione corrente fra il timore (Furcht) legato a un oggetto e l’angoscia (Angst) esistenziale di esserci contribuisce a “superare” in senso filosofico-teologico queste paure derivate dalle crisi ritenendole un semplice fenomeno di superficie»… «La promessa a cui si affida la fede, non promette di rendere meno importanti tali crisi… promette invece l’assistenza dello Spirito consolatore, affinché possiamo vivere nella fede assieme alle paure che ci colpiscono e ci opprimono» (p. 32).

L’intento di Werbick non è quello di cancellare la paura/ansia ma di assumerla, di attraversarla aiutati dalla fede cristiana che non la debella completamente, ma permette di rimanere soggetti e non oggetti di essa, a non essere vinti dalla paura della paura. La sua ricerca consiste nel trovare nella Bibbia e nella tradizione cristiana non delle risposte alle questioni suscitate dalla paura circa la comprensione di sé, del mondo e di Dio stesso, quanto di trovare delle testimonianze e di comprenderle – e quindi farle diventare vive – come delle forze che «mobilitano delle contro-esperienze di ciò che è promettente e incoraggiante – e quindi, in questo la questione se – ed eventualmente perché – possiamo assumerci la responsabilità di puntare, credendoci, su tali controesperienze». Le contro-esperienze che vengono dalla vita cristiana, compresa anche nella sua dimensione comunitaria, non liberano dalla paura e dall’ansia, ma incoraggiano nell’assumere le situazioni che suscitano questi sentimenti (spesso volutamente esacerbati da chi ha l’interesse a farlo), appoggiandosi su un fondamento assoluto, avvalendosi di una «fiducia teocentrica», e non affidandosi puramente alla propria razionalità (secondo la quale si ha vergogna di avere ansia e paura) o ad altri “dèi” di questo mondo. Un’«igiene religiosa» (Drewermann), che si avvale di una visione positiva di Dio che protegge e ama i suoi figli, di un amore esente dalla paura (cf. 1Gv 4,18).

Occorre assumere i volti della paura odierni, lasciandosi “toccare” da essi senza alcun senso di superiorità verso la gente comune o nei confronti di coloro che non vivono la fede cristiana, facendosi forza non alienante delle esperienze contrarie alla paura e che superano l’angoscia, le quali si esprimono nelle testimonianze bibliche e della tradizione cristiana. L’obiettivo di Werbick è quello di «attraversare in una certa misura deliberatamente l’angoscia e di tenere così a freno la paura della paura»… «Gli uomini che credono e che lottano per ottenere la fede lottano con essa, sperano che la paura venga redenta e graziata, che ci venga tolto l’incantesimo della paura. Così accolgono con gratitudine i segni e le testimonianze di speranza, che – da ovunque e da chiunque – vengono loro donate. La Bibbia e la storia della fede possono essere utili a questo fine» (p. 35, dove l’autore cita il passo di Rm 5,3-5 in cui Paolo si vanta anche nelle tribolazioni appoggiandosi sull’amore di Dio riversato nel cuore).

«Se è così – conclude Werbick il primo capitolo – se nella paura sarà liberata la forza di resistere, se in essa può nascere il coraggio di sperare e di amare, si deve dare una risposta decisa a quanti vogliono approfittare della nostra paura e sfruttarla: “Non avrete la mia angoscia! Non ve la cedo, perché mi serve proprio come forza per vivere: basta solo che sia redenta”» (pp. 35-36; nella nota 18 di p. 36 si citano i Dialoghi delle Carmelitane: «La Paura è comunque figlia di Dio, riscattata la notte del Venerdì Santo»).

Nei salmi e negli scritti di Buber si invoca il bisogno di respirare nelle tribolazioni, e dall’angoscia/angustia/distretta (sar in ebraico) si chiede a Dio di ampliare lo spazio del tribolato. Ester prega in questo senso, e Gesù conferma che a chi bussa sarà aperto. La preghiera non è autoillusione, ma trovare rifugio e riparo, come una fortezza. La paura/angoscia («sensazione restringente», Martha Nussbaum) chiude le porte, Dio invece allarga la mia ristrettezza. Alle visioni apocalittiche/catastrofiche odierne si deve reagire con la meditazione delle realtà ultime quali ultime certezze. L’apocalittica cristiana insegna la liberazione che passa attraverso l’annientamento, ma senza una «distruzione della creazione». A finire sono le potenze che dominano il mondo.

Fin d’ora Dio «giudica» nel senso che «rende vera» la mia vita nell’amore. Anche se Dio mi dice la verità brutta. Timore e paura non appariranno più nell’amore «perfetto», perché la verità che si fa nell’amore finalmente non minaccia più e non è più minacciata insieme ad esso (cf. 1Gv 4,18). «Anche per le “realtà ultime” vale l’inequivocabile volontà di bene di Dio… Là Dio ci farà bene come può e solo lui può» (p. 91). Nei paesi democratici la violenza e il terrore creano paura e angoscia e possono dare adito a chi ha il potere a promuovere disposizioni di emergenza che giustificano la violenza, il dispotismo e lo spavento.

La violenza viene tutta da Dio? Dio non è uguale al destino. Non ci si può più aggrappare a un Dio del destino potente e violento. In Cristo Gesù il sì di Dio si è fatto realtà e da allora si conferma ancora di più che il terrore isola, la fede lega. Non bisogna aver paura di non contare più nulla perché non posso dare tutto e per il fatto che non sono riconosciuto. Ansia da prestazione ovunque. Non per questo mi devo costruire un’identità negativa, per significare comunque qualcosa. Chi è costretto a disprezzare se stesso, penserà di fuggire a questo solo estrinsecando il proprio disprezzo a sua volta, facendolo diventare potente nella paura degli altri. Qualcuno soffia su questo: «Oderint dum, metuant» – nutrano odio, purché nutrano timore (Svetonio, Caligula 30,1).

Al motto diabolico: The winner takes it all! (e tutti gli altri tornano a mani vuote), si può contrapporre la contro-esperienza data da Dag Hammarskjöld: un’umiltà che non fa paragoni, umile consapevolezza di sé che viene da lontano, dalla fede.

È possibile vivere la giustificazione come dono: dono di essere giustificato nella mia origine, di essere reso degno della comunione con Dio, di coltivare una cultura del benvenuto. Contro i populismi disfattisti di destra e di sinistra («non potrà andare più meglio»), il cristiano ha a disposizione la contro-esperienza del fatto che il suo Dio si gratifica di questo nome: «Io sono colui che, a modo suo, sarà sempre presente per voi» (Es 3,14), qualsiasi cosa venga. Occorre una conversione, un autotrascendersi, un «andare al di là delle sicurezze e delle cose scontate di una vita nella quale ci si è definiti» (p. 165). Il cristiano propone di accettare la sfida di Dio, di accogliere ciò che mi viene incontro e di non dare per persa neanche la vita corporea. Alla fine, e anche adesso, a dominare e ad aspettarci non c’è il volto spaventoso della Medusa, il volto della de-speratio. Il cristiano non di-spera delle possibilità dell’uomo e di Dio. Disperare della sua volontà di bene è il peccato. La disperazione va assunta, espressa, comunicata ad altri, ma non va lasciata vincere. Se ne parla per evitarla, lottare e non lasciarsi inondare da essa.

Le religioni possono stimolare le persone a uscire da sé per elaborare rapporti di risonanza positiva quale carattere fondamentale dell’esistenza, che rimanda a Dio stesso. Contro le culture identitarie occorre partecipare e far partecipare contro l’essere esclusi. Nessuno va escluso, alla kenosi di Dio deve corrispondere una Chiesa kenotica.

Il bel libro di Werbick, denso, impegnativo ma stimolante, ricco di riflessioni tratte dalla vita quotidiana del mondo odierno (in specie europeo) e dal pensiero filosofico e teologico di tanti autori, si conclude riportando i testi della predicazione tenuta dall’autore nella Settimana santa e nella Pasqua del 2017 (Lunedì di Pasqua incluso) nella chiesa dei Domenicani a Münster, sul tema “Attraversare la paura. Come può diventare la Pasqua” (pp. 261-280).


R. Mela, in SettimanaNews.it 4 marzo 2019