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Spiritualità e Bibbia
Gianfranco Ravasi

Spiritualità e Bibbia

Prezzo di copertina: Euro 17,00 Prezzo scontato: Euro 14,45
Collana: Giornale di teologia 404
ISBN: 978-88-399-3404-8
Formato: 12,3 x 19,5 cm
Pagine: 264
© 2018

In breve

Un libro per avvicinare la Bibbia come fonte di autentica vita spirituale, per dare sostanza biblica all’attuale revival della spiritualità, evitando facili derive e parzialità.

Descrizione

L’itinerario qui proposto percorre sostanzialmente due traiettorie.
Dopo aver offerto la chiave simbolica per entrare nell’orizzonte spirituale delle sacre Scritture, ricco di iridescenze tematiche, Ravasi procede innanzitutto a uno spoglio integrale dei due Testamenti nel loro ordine canonico. Qui si rendono necessarie alcune soste specifiche affrontando testi capitali come i profeti, i salmi, Giobbe, il Cantico, le beatitudini – veri e propri sentieri d’altura della spiritualità biblica.
L’altro percorso seguito è più panoramico: Ravasi delinea una mappa sintetica della spiritualità delle Scritture, così da comporre un messaggio teologico unitario, basato sulla categoria di “conoscenza” nella sua vasta molteplicità semantica biblica.
Questi due movimenti, accompagnati da una costellazione di temi aggregati – come lo Spirito santo, la povertà, la lectio divina o la spiritualità della sofferenza – delineano alla fine non solo una guida alla mistica, ma anche un’essenziale sintesi della teologia biblica. Lì fin dall’origine lo spirituale è esperienza affettiva ma non irrazionale, interiore ma non astratta; è esperienza incorporea ma anche “carnale”, è mistero ma anche epifania; è silenzio ma non afasia.

Recensioni

Un libro sulla spiritualità della Bibbia, sulla “mistica” della Scrittura, offerto a diversi tipi di destinatari: a quei «personaggi a prima vista urticanti nei confronti della religione» (9) ma attratti dal realismo della «grammatica mobile della spiritualità», e anche a coloro che sono avvezzi all’uso delle Scritture. L’ennesimo scritto del cardinal Gianfranco Ravasi è quindi un invito che richiama sia l’antropologia di base, a partire dal vedere, gustare e ascoltare, sia, a un livello più profondo, l’arte della contemplazione, donando, come in un compendio, gli strumenti per poter attingere proficuamente al tesoro delle Scritture.

Paradigma dei primi, al di là del ricco corredo di dotte e suggestive citazioni che intessono il volume, secondo lo stile inconfondibile del Cardinale, può essere l’immagine della copertina del libro, il Sonnenbaum di Egon Schiele. Un paesaggio, opera di un Autore tormentato, che esprime la bellezza e la fragilità della natura, la sua capacità di parlare all’uomo, interpretando i suoi diversi stati d’animo, dall’introspezione psicologica alla ricerca dell’interiorità. E questo può accadere perché nella spiritualità «si aggregano significati e valori diversi, perfino estranei ed eterogenei» (5). Paradigma dei secondi può essere invece l’icona di Mosè, assunta in una dimensione ottativa, come pare fare l’Autore. Perché la terra che egli vide solo da lontano, può oggi essere attraversata dal credente.

Bisogna tuttavia chiarire cosa s’intende per spiritualità. Con Ireneo di Lione affermiamo che con essa si vuol significare la partecipazione dello Spirito Santo (cf. Adv. Haer., V,6,1) alla vita dell’uomo, del mondo, della storia. La spiritualità rinvia alla visione, è una questione di sguardi, come precisa anche l’Autore. Vedere come attraverso uno squarcio, per intercettare la connessione tra cultura, mistica e spiritualità, oppure dall’alto, per mappare la spiritualità biblica, o dal di dentro, per percorrere le pagine bibliche «secondo il taglio specifico dell’interiorità spirituale» (10). Tuttavia per vedere è necessario saper ascoltare, e la stessa “mistica”, come ricorda Ravasi, richiede di «chiudere le labbra e gli occhi» (11). Poiché è tacendo che si ascolta, si “vede” e ci si apre al mistero. Per chi si accosta alle Scritture ciò può accadere, secondo l’Autore, assumendo innanzitutto la via del simbolo.

Potenzialità del “vedere” che il Cardinale, nella seconda parte del volume (23-48), sviluppa in una prospettiva teologica e antropologica per rintracciare i «fili conduttori della spiritualità biblica» (26): primato della grazia e imprescindibilità della grammatica (della lettera), sul versante teologico della via pulchritudinis, e l’atto del credere, le opere e la liturgia, come risposta antropologica.

Dopo la via del simbolo, l’Autore, nelle parti terza, quarta e quinta del volume, suggerisce un approccio biblico teologico alle Scritture, un esercizio di collaborazione tra esegesi e teologia biblica. Questione che interpella la riflessione sul metodo: «L’esperienza spirituale suggerita dalla Bibbia – scrive il Cardinale – può essere genuinamente districata solo attraverso il processo esegetico e la teologia biblica, che sono la comprensione analitica e sistematica, critica e metodica della rivelazione e della fede biblica» (24). L’obiettivo è quello di «delineare la dottrina spirituale dei due testamenti», un compito non facile, a motivo della «polarità dialettica tra unità e diversità» (54), tra «diacronia storica e sincronia teologica», tra «lo sviluppo progressivo della vicenda umana e il progetto unitario divino che dà origine alla storia della salvezza» (54).

Giustamente l’autore rileva che i principali studi sulla spiritualità biblica si sono mossi solo sul piano diacronico. Forse perché la teologia biblica, come segnalava già vent’anni fa il teologo biblico don Giuseppe Bellia, ha sempre faticato a uscire dalle paludi di un incerto statuto epistemologico. Ravasi a riguardo ritiene che essa debba tornare a interrogarsi sul proprio metodo e sulla «possibilità di esistere come disciplina scientifica» (54, nota 1). È allora possibile una collaborazione tra esegesi e teologia biblica? Il Cardinale sceglie di adottare il metodo della diacronia storica nelle parti terza (51-112) e quarta del volume (115-173), dedicate rispettivamente alla spiritualità dell’Antico e del Nuovo Testamento, mentre quello della sincronia teologica per la parte V (177-217), sulla teologia biblica della spiritualità. Il testo procede quasi sempre secondo un approccio di tipo semantico, lessicografico e lessicologico, per cercare di rintracciare il passaggio dell’epifania divina che liberamente si autocomunica nel testo sacro. Poi, mediante una tessitura infrabiblica, si propone un tentativo di sistematizzazione per temi.

La teologia biblica, secondo quanto pare suggerire l’Autore, deve fare sintesi e riepilogare, tessere e riannodare, raccogliendo gli esiti del viaggio diacronico storico letterario compiuto attraverso il canone scritturistico. Muovendosi, rispetto all’Antico Testamento, dalla spiritualità dialogica del tetrateuco, con la preminenza della categoria di alleanza, all’invito alla conversione interiore professato dal Dt; dalla «fedeltà alla rivelazione intrastorica di Dio» (71), condensata nel kerigma profetico di Os 6,6, alle nuove direttrici della spiritualità sapienziale (106). Non assecondando però il solo percorso lineare e progressivo delle Scritture, ma inserendo dei caratteri di “discontinuità” nella continuità, cioè una lettura cristologica. Scelta pertinente perché un’autentica teologia biblica presenta i testi della Scrittura in ordine a Cristo. Rispetto alla spiritualità del Nuovo Testamento, riconoscendo che non è possibile «delineare un quadro completo e sistematico della proposta spirituale avanzata dal Gesù storico» (115), Ravasi s’impegna a mostrare «le traiettorie originali che stanno alle radici della spiritualità cristologica». Si tratta di alcuni atteggiamenti suggeriti da Gesù ai discepoli: radicalità, urgenza, attenzione alla vita quotidiana, ricerca del regno di Dio e preghiera. Ma anche le beatitudini, che il Cardinale vede come «una nascosta biografia interiore di Gesù» (141).

Una teologia biblica della spiritualità, in ultima analisi, secondo l’Autore, trova il suo principio sorgivo e unificante nella libera iniziativa divina che si attua in una triplice teofania: nella storia, nello spazio e nella Parola. Così «per ricomporre una spiritualità» unitaria (184), dovrà poter guardare a quel cammino di reciproca conoscenza tra Dio e l’uomo, dalla ricerca divina all’incontro, fino ad arrivare alla «conoscenza perfetta», «tappa ultima» che è la «comunione mistica, orante e esistenziale», che l’uomo può percepire e a suo modo oggettivare attraverso la via di «una ricca simbologia paterna, materna e nuziale» (216).

L’interessante e preziosa lettura di questo volume è un’utile occasione per riflettere sul compito della teologia biblica. Come ogni libro della Bibbia esprime una sua teologia, che chiamiamo teologia della Bibbia e non teologia biblica, allo stesso modo manifesta una particolare spiritualità. Ritengo che la teologia biblica potrà “dare” unità solo se essa assumerà come coordinate imprescindibili Cristo e la Chiesa. Non si addice ad essa uno statuto epistemologico che enfatizzi eccessivamente l’esclusivismo razionalistico o un rasserenante e rappacificante appiattimento sociologico, poiché potrebbe procurare un’estensività orizzontale capace di mettere in ombra l’invito alla conversione che promana sempre dalle Scritture. È vero che in questi anni il paradigma della complessità, come ha rilevato ultimamente Bellia, va stimolando la teologia biblica a praticare un metodo che cerchi di riconoscere e interpretare «il pluralismo di fede delle prime comunità credenti», e che essa è così educata a considerare il testo sacro come «una coralità polifonica di testi relazionati tra loro» («La teologia biblica e le culture. L’esempio di p. Gabriele Maria Allegra traduttore della Bibbia in cinese», in G. Benzi (a cura), Il libro aperto e divorato. Bibbia: traduzione e tradizione, cultura e arte, Eurilink University Press, Nepi (VT) 2018, 163). Tale unità si realizza in Cristo. Secondo questa centralità cristologica va interpretato lo “statuto dialogico della teologia biblica”, di cui si è occupato a lungo il teologo Massimo Grilli. Ritengo che il punto unificante tra i due testamenti non sia dunque solo una teologia, ma una cristologia che rilegge la teologia. Non si dà infatti uno sviluppo in sé completo in ogni singola parte, né una comprensione progressiva, assumendo la trama narrativa e lineare delle Scritture. Ma è in Cristo e nello Spirito che si rilegge e comprende il senso pieno delle Scritture. Compito di una teologia biblica che sa governare l’osmosi tra unità delle Scritture, canone e ispirazione.


G. Chifari, in Teresianum 69 (2018/2) 459-462

Si diffonde «un vago misticismo religioso», disse nel 2005 il cardinale decano Joseph Ratzinger il giorno prima di essere eletto Papa. Spesso anche i cattolici vanno alla ricerca di afflati orientali, ignorando quanto profonda sia la ricerca spirituale del cristianesimo. Forte della sua competenza di biblista, il cardinale Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, analizza come questo tema sia abbondantemente presente nella Sacra Scrittura in Spiritualità e Bibbia (Queriniana, pp. 260, euro 17). Privilegiando non la definizione teorica ma la descrizione esperienziale la Parola di Dio utilizza spesso il simbolo, che permette di tenere insieme le diverse sfaccettature del reale nella sua complessità. Così Dio viene raccontato come padre, madre, sposo, parente e tutore, amico, signore, giudice, pastore. In questo modo l’imperscrutabile vita divina viene spiegata agli esseri umani. Ma non ci si limita alla comprensione intellettuale: infatti «la Bibbia nella sua struttura profonda è un testo anche di spiritualità che si presenta come promotore di vita spirituale» (p. 53).

Ma la vita spirituale non va sognata come un’atarassia ineffabile, un crogiolarsi in un mondo avulso da quello storico, una proiezione consolatoria in un mondo fantastico: «Il vero Dio a cui ci si rivolge e che ci sconvolge, ci avvolge, ci coinvolge e talora anche ci travolge» (p. 196). Quando il credente è toccato dalla tentazione di una spiritualità intimistica, che lo estrania dalla vita concreta con le sue fatiche, le sue complessità e le sue contraddizioni, la Bibbia lo riporta al posto giusto. Ecco perché una spiritualità autentica non può prescindere dal confronto con essa, soprattutto grazie al metodo della lectio divina con i suoi quattro momenti (lettura, meditazione, orazione, contemplazione), senza saltare il faticoso passaggio del capire il senso del testo in sé, per non correre il rischio di fantasticare e strumentalizzare la pagina facendole dire quello che vogliamo noi, silenziando così la voce stessa dello Spirito che quella pagina ha ispirato.

Questo libro del cardinale Ravasi, attraverso l’analisi dell’Antico e del Nuovo Testamento, ci consegna il messaggio che non un vago misticismo riempie il cuore ma la parola di colui che si è fatto per noi Parola/Lógos.


F. Casazza, in La Voce Alessandrina 38 (2 novembre 2018) 14

«Per individuare un profilo più genuino di questa esperienza che nella sua autenticità è intimamente connessa alla fede, circoscriveremo la nostra ricerca a quell'orizzonte testuale, per altro molto ampio, che sono le 305.441 parole dell’Antico Testamento», oltre i sette libri deuterocanonici e il Nuovo Testamento.
Il cardinale Gianfranco Ravasi ci introduce alla simbologia spirituale biblica (prima parte), ne analizza i testi sacri (seconda) e fornisce una sorta di mappa della spiritualità delle Scritture, fondata sull'esperienza affettiva.
In Jesus 7/2018, 92

L'itinerario proposto percorre sostanzialmente due traiettorie. Dopo aver offerto la chiave simbolica per entrare nell'orizzonte spirituale delle sacre Scritture, ricco di iridescenze tematiche, Ravasi procede innanzitutto a uno spoglio integrale dei due Testamenti nel loro ordine canonico. Qui si rendono necessarie alcune soste specifiche affrontando testi capitali come i profeti, i salmi, Giobbe, il Cantico, le beatitudini – veri e propri sentieri d’altura della spiritualità biblica.

L'altro percorso seguito è più panoramico: Ravasi delinea una mappa sintetica della spiritualità delle Scritture, così da comporre un messaggio teologico unitario, basato sulla categoria di “conoscenza" nella sua vasta molteplicità semantica biblica. Questi due movimenti, accompagnati da una costellazione di temi aggregati – come lo Spirito santo, la povertà, la lectio divina o la spiritualità della sofferenza – delineano alla fine non solo una guida alla mistica, ma anche un'essenziale sintesi della teologia biblica. Lì fin dall'origine lo spirituale è esperienza affettiva ma non irrazionale, interiore ma non astratta; è esperienza incorporea ma anche "carnale", è mistero ma anche epifania; è silenzio ma non afasia.


In Consacrazione e Servizio 3/2018, 132-133

Il card. Ravasi offre ai lettori una guida alla comprensione delle Sacre Scritture, rilevando la ricchezza spirituale dei suoi molteplici significati e avvertendo i rischi di una lettura integralista. Avvalendosi dell’apparato critico offerto dai maggiori biblisti, fa emergere aspetti dell’Antico e Nuovo Testamento di interesse sia per i credenti che per i non credenti. Da questa esegesi si ricava che la teologia retributiva – delitto-castigo, giustizia-premio – presenta una concezione riduttiva, e sostanzialmente falsa, del volto di Dio. Il simbolo del pastore che custodisce il gregge, presente spesso nelle Scritture, rappresenta invece efficacemente il rapporto fra Dio e uomo. Il puntiglioso e costante richiamo ai testi sacri è di aiuto per chi intenda approfondire il senso delle sue diverse parti e i loro tanti legami.
G. Azzano, in Il Regno Attualità 8/2018, 222

Cos'è la spiritualità? Essa è forse la profondità dell'anima di cui già Eraclito di Efeso faceva presagire gli abissi scrivendo nel V secolo prima di Cristo: «Per quanto tu possa camminare, neppure percorrendo intera la via, non riusciresti mai a trovare i confini dell'anima, tanto profondo è il logos che essa porta con sé»? Oggigiorno si parla molto di spiritualità e se si va a indagare il significato sottostante a tale termine, ci si trova dinanzi a realtà variegate, a volte contraddittorie tra di loro. Cosa si intende allora quando si parla di spiritualità biblica?

A questa domanda si dedica il libro di Gianfranco Ravasi, Spiritualità e Bibbia. Nella prima delle cinque parti del volume, l'a. analizza il bisogno di uno spiraglio spirituale e mistico anche in scienziati e studiosi che non si riconoscevano in una tradizione religiosa o in una particolare forma di pratica spirituale. Già l'agnostico Bertrand Russell confessa: «I più grandi filosofi hanno sentito il bisogno sia della scienza sia della mistica». La mistica per lui è «poco più di una certa intensità e profondità di sentimento nei riguardi di ciò che si pensa a proposito dell'universo». La mistica non nasce dalla conoscenza teorica, ma dall'esperienza concreta. Per questo Giovanni Gerson, cancelliere dell'Università di Parigi nel XIV secolo, asseriva che «coloro che non abbiano mai fatto l'esperienza interiore di Dio, non potranno mai sapere intimamente che cosa sia la teologia mistica». Inoltre, «la mistica non è un decollo dalla terra verso cieli remoti, ma un tendere all'eterno e all'infinito tenendo i piedi ben piantati nella polvere della storia».

L’esperienza spirituale biblica non è, prima di tutto, un'esperienza su Dio ma di Dio. C'è un a priori assoluto di Dio rispetto a ogni desiderio dell'uomo, perché prima ancora che l'uomo s'interessi di Dio, è Dio che si prende cura di lui (cf.ls 40,27; 49,14-16).

In principio all'esperienza biblica c'è la teofania, ossia un'epifania di Dio, c'è la sua eudokia o "buona volontà" che precede quella umana (cf. Lc 2,14). La Bibbia annunzia costantemente il primato della rivelazione divina sulla ricerca umana, della grazia sul merito, del regno di Dio che cresce da solo come il seme nella terra, sia che il contadino dorma sia che vegli (cf. Mc 4,26-29).

I luoghi della rivelazione biblica sono la storia, lo spazio e la parola, ed è lì che si gioca l'avventura della spiritualità nella concretezza dell'esperienza quotidiana. Da qui parte la presentazione dell'a., con la concisione e chiarezza che la contraddistinguono, per declinare la spiritualità con i vari libri dell'Antico e del Nuovo Testamento.


R. Cheaib, in Theologhia.com 3 marzo 2018

La collana «Giornale di teologia» si arricchisce del libro di Gianfranco Ravasi Spiritualità e Bibbia (Queriniana, pag. 264, euro, euro 17). Se è inutile parlare dell’autore, esperto biblista ed ebraista, attuale presidente del Pontificio consiglio della cultura e di quello di archeologia sacra, vale la pena parlare del libro, pensato per avvicinare la Bibbia come fonte di autentica vita spirituale, per dare sostanza biblica all’attuale ricerca di spiritualità, evitando piuttosto derive e parzialità.

Il volume presenta al lettore una duplice traiettoria di approfondimento. Dopo aver offerto la chiave simbolica per entrare nell’orizzonte spirituale delle sacre Scritture, l’autore procede innanzitutto a uno spoglio integrale dei due Testamenti nel loro ordine di tempo. I Profeti, i Salmi, Giobbe, il Cantico dei cantici, il Vangelo delle beatitudini sono presentati come vette della spiritualità biblica. Nell’altro percorso Ravasi delinea una mappa sintetica della spiritualità delle Scritture, così da comporre un messaggio teologico unitario, basato sulla categoria di “conoscenza” nella sua vasta molteplicità semantica biblica.


F. Mariucci, in La Voce 7 (22 febbraio 2018)

La spiritualità per la Bibbia non è tanto esperienza su Dio, quanto esperienza di Dio. All’origine della spiritualità non vi sta lo sforzo ascetico del credente che si isola dal mondo in vista di un contatto con il divino che lo distacchi dalla storia e dalla pesantezza della corporeità. Nella Bibbia l’esperienza spirituale è olistica e abbraccia la corporeità e l’intimo della persona, fatto di amore, di volontà e di decisione. All’inizio di tutto vi è l’autorivelazione gratuita di Dio che si manifesta nel mondo attraverso teofanie e parole. Alla teofania il credente risponde con la fede e l’amore, in un abbraccio vitale col proprio Dio. Nella Bibbia esiste una simbologia teologica fondamentale, dai tratti antropomorfici di necessità. Essa si presenta con i tratti della parola, del soffio-spirito-respiro e del regno di Dio. A livello antropomorfico in senso stretto, la simbologia teologica fondamentale biblica è quella che presenta Dio come ricattatore, padre, madre, sposo, amico, signore, giudice, pastore. La simbologia antropologica della risposta del credente è espressa con la terminologia del credere, della sicurezza e della fiducia che si dinamicizza nella speranza, nel “cercare il volto di Dio”. «La spiritualità, generata dalla grazia e dalla fede, si apre alla morale, alla legge, alle opere» (p. 38). Di qui la lode della Torah (cf. Sal 119) portata a compimento da Gesù nel NT, la centralità del culto e della preghiera. Il ritratto del credente che fa esperienza di Dio è rappresentato nell’AT dal “povero” che si inchina con umiltà e fiducia a Dio, da cui attende tutto. Il “povero” è colui che mette tutto nelle mani di Dio, con fede e speranza.

Dopo questa prima parte dedicata alla simbologia spirituale biblica (pp. 23-52), Ravasi dedica un’altra parte del suo volume (pp. 53-114) a una survey veloce diacronica su come la spiritualità si presenta nei vari blocchi letterario-teologici che compongono la Bibbia. C’è la spiritualità della Torah, strutturata attorno alle tre grandi tradizioni del Pentateuco incentrate sull’alleanza e sul tempio. La spiritualità deuteronomica e deuteronomistica insiste sul dovere dell’ascolto della parola e sul compimento dei comandi dati da YHWH. I re di Giuda e di Israele vengono giudicati secondo questo criterio. La spiritualità profetica vede nel profeta, nel veggente, l’uomo di Dio, che parla a nome di Dio e davanti al popolo. Egli è un uomo profondamente inserito nella storia, di cui diventa giudice e interprete a favore del popolo. La spiritualità sapienziale è fondata sul “timore del Signore” e sul seguire la sapienza che Dio ha partecipato all’uomo e al creato intero. I salmi esprimono con tutta la variegata possibilità di temi la fiducia, la supplica, il ringraziamento, il dolore, la gioia del credente che vuole vedere il volto di Dio e riceverne pace per continuare il proprio cammino nella lotta contro i vari tipi di avversari. Giobbe scopre una fede in Dio totalmente gratuita, svincolata totalmente da ogni aspettativa di ricompensa a una vita di fede e di pietà. Il Cantico loda l’amore umano sacramento di quello divino. La spiritualità del NT vede in Gesù colui che chiama alla sequela con radicalità, nell’annuncio del Regno. Le Beatitudini sono il ritratto spirituale di Gesù e il dono-impegno (Gabe-Aufgabe) offerto ai discepoli ma aperto a tutte le categorie del popolo di Dio. Quattro sono le colonne della spiritualità della comunità cristiana, ben illustrate da At 2,42. Paolo insiste, da parte sua, sulla grazia, la fede e l’adozione a figli. Lo Spirito rende nuove creature e dona la pienezza dei carismi per il bene personale e l’edificazione del corpo ecclesiale. Giovanni si serve di verbi spirituali propri – vedere, amare, rimanere – per esprimere la vita spirituale del credente. Le cinque promesse dello Spirito identificano in lui l’operatore dell’attualizzazione nel presente della storia della parola di Gesù pronunciata in un tempo puntuale del passato.

Nell’ultima parte della sua opera (pp. 177-220), Ravasi tenta una presentazione sincronica dei dati raccolti dapprima diacronicamente. Dio ha il primato e si manifesta per grazia nella storia, nello spazio cosmico, nel tempio di Sion e, infine, nella parola profetica e cosmica che invita ad un cammino impegnativo di risposta etico-teologica. Occorre guardarsi da una falsa spiritualità, basata su un’errata “conoscenza” di Dio. Una spiritualità nobile ma imperfetta è quella della via “naturale” cosmica. La spiritualità perfetta è quella della dialettica tra il credente e il suo Dio, che implica anche lotta, scoraggiamento, realismo, protesta, abbandono credente (Abramo, Giobbe, Qoèlet). La spiritualità biblica è esperienza di Dio. La spiritualità suprema è gustare Dio, esperimentarlo con tutto se stessi (il “conoscere” biblico), in una comunione “mistica” (non “spiritualistica e disincarnata”). Paolo, con le sue formule mistiche di inabitazione “in Cristo/in lui” può essere un’ottima guida per una spiritualità biblica equilibrata e incarnata nella storia. Prima di una sintetica bibliografia (pp. 251-253), chiudono il volume due Appendici, riguardanti la Lectio divina (pp. 221-230) e un’intensa e importante trattazione della spiritualità del malato e del dolore (pp. 231-250). «Le mie vie non sono le vostre vie», dice il Dio della Bibbia. Spiritualità è far propri “corporalmente” la vita e il sentire di Dio, per portare un lievito nuovo e “sovversivo” alla vita dei nostri giorni.


R. Mela, in SettimanaNews.it 7 febbraio 2018