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Per una teologia del popolo di Dio
Peter Neuner

Per una teologia del popolo di Dio

Prezzo di copertina: Euro 26,00 Prezzo scontato: Euro 22,10
Collana: Biblioteca di teologia contemporanea 178
ISBN: 978-88-399-0478-2
Formato: 16 x 23 cm
Pagine: 256
Titolo originale: Abschied von der Ständekirche. Plädoyer für eine Theologie des Gottesvolkes
© 2016

In breve

Nella visione di papa Francesco, i laici non sono oggetto della pastorale, ma soggetti dell’evangelizzazione. Il libro si concentra allora sul rapporto tra laici e chierici, stigmatizzando una concezione di Chiesa suddivisa in stati-di-vita e riproponendo con forza la questione degli uffici ecclesiali ricoperti dai laici o da affidare ai laici. Una valorizzazione adeguata del popolo di Dio, in tutte le sue componenti, è divenuta infatti questione di vita o di morte per le nostre comunità: urge svilupparne le conseguenze per la prassi della Chiesa.

Descrizione

In anni recenti c’è chi ha diagnosticato l’insorgenza di un neo-clericalismo. A volte in effetti si ha l’impressione che talune autorità ecclesiastiche siano spaventate dalla coraggiosa svolta inaugurata dal concilio Vaticano II con le sue affermazioni sul laicato. Sembra quasi che si sia cercato di bloccare il corso delle cose o persino di tornare indietro rispetto al “balzo innanzi” auspicato da Giovanni XXIII. Più di recente, nelle affermazioni di papa Francesco è dato di sentire toni completamente diversi («Tutto il popolo di Dio annuncia il vangelo»: Evangelii gaudium, n. 111), dai quali si può sperare che nella chiesa sia possibile una collaborazione nuova fra clero e laicato.
In questa situazione contraddittoria, l’autore, ripercorrendo le alterne vicende della storia del “laicato” nella chiesa, si fa convinto promotore di una teologia del popolo di Dio. Fondata nella Scrittura, essa è stata ripresa dal Vaticano II e rappresenta la strada maestra che permette di superare il modello di una chiesa divisa in differenti “stati di vita”.
Il libro ripropone allora con forza la questione degli uffici ecclesiali ricoperti dai laici o che vanno affidati ai laici, uomini e donne. Una valorizzazione adeguata del popolo di Dio, in tutte le sue componenti, è divenuta infatti questione di vita o di morte per le nostre comunità: urge svilupparne le conseguenze per la prassi effettiva della chiesa.
Un saggio programmatico per la chiesa sognata da Francesco!».

Commento

Apparentemente è facile riuscire a trovare una risposta soddisfacente alla domanda: “Chi è un laico?” o “Che cos’è un laico?”. Eppure Peter Neuner scarta la comune comprensione di “laici”, intesi come i “non ordinati” nella Chiesa, e dimostra che nel Nuovo Testamento laós indica il semplicemente cristiano, anziché selezionare una differenziazione all’interno del popolo di Dio. Laici sono «i credenti e i battezzati in opposizione ai non credenti e ai non battezzati». Questa vera uguaglianza in seno al popolo di Dio non contraddice che ci debba essere nella Chiesa una varietà di ministeri e servizi, senza la quale «il popolo non sarebbe il popolo di Dio, cioè la Chiesa» (Matthias Mühl su Christ in der Gegenwart).

Recensioni

Docente di teologia fondamentale (Passau) e noto ecumenista di Monaco di Baviera, Neuner rielabora qui un’opera sul laicato del 1988 e mai tradotta in italiano; versione originaria, redatta a ridosso del Sinodo dal quale sarebbe scaturita la Christifideles laici (CFL) di s. Giovanni Paolo II. Da allora, l’A. deplora una nuova insorgenza di certo clericalismo che non demorde dal definire il ‘laico’ solo in chiave negativa come “non chierico”. Spinto dal vento di novità portato dal pontificato di Francesco, Neuner riprende la questione arricchendo il dossier sul Vaticano II che volle fare “un balzo innanzi” cercando di scongiurare le derive ierocratiche post-tridentine incentrandosi sul rapporto tra laici e chierici ricusando la suddivisione in “Stati di vita”.

Il volume si struttura in quattro parti non del tutto omogenee: la 1a dedicata al concetto di laico nella storia (21-92); la 2a al Vaticano II (95-113); la 3a agli sviluppi postconciliari (117-172); la 4a a riflessioni sistematiche (179-233).

L’analisi biblico-storica rende conto della fondamentale comunione esistente nella Chiesa primitiva in cui il termine laos indica tutto quanto il popolo cristiano. Le più antiche attestazioni del termine laikos risalgono, come noto, alle lettere “clementine”, agli alessandrini e, in ambito latino, a Tertulliano che, ricalcando termini socio-giuridici contemporanei riprende la suddivisione in ordines e il termine plebs (exh. cast. 7). A ciò segue un consolidarsi dell’ordo prebiterale e la deplorevole emarginazione della nozione di sacerdozio regale. Si ribadisce comunque che la distinzione tra plebs e ordo, ovvero tra laikoi e persbyteroi non inficia la fondamentale comunione ecclesiale. Eco di tale realtà si trova nel motto nemo invitis ordinetur che risuona in due classici pronunciamenti papali di Celestino I e Leone I, ma anche nel divieto di ordinazioni assolute di Calcedonia. La prospettiva è quella della comunione e del servizio, memorabilmente espressa da Agostino (cf. “con voi / per voi…”; serm. 340).

La teoria gelasiana dei due gladii documenta una certa incrinatura e subordinazione del ministero laicale rispetto a quello sacerdotale (44), preludio al netto dualismo clericalista di Graziano (54). A ciò si aggiunge l’emergenza di una “terza classe”, quella dei monaci che, con la loro stessa presenza, confineranno quasi definitvamente i laici nella sfera secolare e tenderanno a informare del loro stile di vita quello presbiterale (cf. il celibato).

 

Lo sviluppo medievale è noto: la progressiva affermazione di superiorità clericale rispetto ai laici anche dovuta alla politica pontificia nei riguardi del potere politico. Un ruolo eminente dei laici si manifestò nelle crociate e nei movimenti pauperistici, di fatto stigmatizzanti abusi clericali. Però, tra XII e XIII secc., anche a causa di “scomodi” movimenti evangelici carismatici (cf. Valdo), l’autorità clericale si impone, specie col divieto di predicazione dei laici o la clericalizzazione dei frati (cf. Francescanesimo). Il laico si riduce perlopiù ad idiota, illitteratus, subditus in opposizione al clericus (sacerdote o monaco). Interessante la valenza del termine Laie ancora presente nel tedesco odierno a designare ciò che è dilettantistico, amatoriale, non specialistico (66). A fronte di questa degenerazione, la Riforma luterana accamperà notevoli pretese radicate nel Battesimo e nel sacerdozio comune (68s), sino a giungere ad una radicale desacralizzazione del ministero. Le risposte in senso contrario del concilio tridentino sono conosciute e sfoceranno nel famoso assioma della chiesa come societas inaequalium proprio dell’ecclesiologia moderna e del CIC del 1917. Eppure, tra la fine del XIX sec. e gli inizi del XX sec. si profila un rinnovato pensiero circa il laicato sia mediante laici stessi (cf F. von Baader, J. Görres, M. Blondel, F. von Hügel…), sia tramite esimi teologi (J.A. Möhler, J.H. Newman, I. von Döllinger). È pure il tempo del cosiddetto “americanismo” (la diffusione delle idee di libertà, democrazia…), del Sillon in Francia (M. Sangnier), dei Democratici cristiani in Italia (R. Murri), dell’associazionismo tedesco (A. Kolping). A fronte di tali iniziative, la gerarchia risponde con la proposta di un laicato attivo e cosciente, ma docile alle istanze dei pastori (Azione cattolica). È comunque nella sacra gerarchia che sta l’essenza della Chiesa.

La seconda parte illustra la concezione teologica del Vaticano II circa il laicato, riproponendo i testi classici (LG II e IV, AA), ma anche spunti desunti dal rinnovamento liturgico (SC 14; 48) e dalla teologia della presenza della chiesa nel mondo (GS 36, 43, 76). L’a. non si nasconde comunque il problema ermeneutico della ricezione degli scritti dell’assise (111ss).

La terza parte esamina il magistero post-conciliare e muove dalla considerazione di una certa rivincita ottenuta dalla “minoranza” conciliare e del manifestarsi di una contrapposizione tra una corrente progressista (“democrazia funzionale) e una conservatrice (“tendenze neoclericali”) (121). Segue poi la descrizione del sorgere dei ministeri laicali, del sinodo di Würzburg in RFT (1971/75) le cui istanze furono respinte da Roma. Tra i momenti ecclesiali spicca il Sinodo del 1987 con al centro la categoria di communio, ma anche coi suoi dibattiti sui ministeri, sui movimenti. A dire di Neuner è comunque la categoria di communio hierarchica che prevale e il sinodo non si esprimerà su temi delicati come i viri probati, l’ordinazione diaconale delle donne ecc. (139). L’esortazione apostolica post-sinodale CFL è valorizata sotto vari aspetti, specie nel suo tentativo di «evitare una clericalizzazione dei laici e una laicizazione del clero» (142). Il testo si interroga quindi sul tema “Laici alla guida delle parrocchie?”, argomento ostico, ma ahimé molto sentito in ambienti (sempre numerosi) con carenza di clero. Varie sono le sfumature teologiche dell’argomento: da W. Kasper, non chiuso all’esperimento dei viri probati, alla denuncia di K. Koch di una protestantizzazione della chiesa. Notevole attenzione è riservata al testo della CDF del 1997, Istruzione su alcune questioni circa la collaborazione dei fedeli laici al ministero dei sacerdoti. In esso spicca il non licet della predicazione omiletica e la problematica delle comunità senza sacerdote è affrontata in modo tradizionale (pastorale e preghiere per le vocazioni). È enfatizzata la ricezione negativa specie in ambito germanofono.

Gli sviluppi ulteriori documentano chiese ormai abituate (se non soddisfatte) di una guida non presbiterale: dalla Svizzera dei Pastoralreferent ai makambi congolesi passando per la missa de la madre (cioè la liturgia presieduta da una suora) in Latinoamerica. Si potrebbe pensare anche a tutti gli esperimenti del Nord Europa con i loro consigli pastorali e le adap in ambito francofono (“assemblées doménicales en absence de prêtre”). Si percepisce un’innegabile propensione per la soluzione dei viri probati: «il prezzo che si paga per restare vincolati al celibato sacerdotale è alto» (159). La teologia della liberazione e le comunità di base sono presentate in modo simpatetico (159-162). Si ricordano pure due episodi conflittuali tra iniziative laicali e reazione vaticana: il penoso caso dell’associazione Donum vitae nella Germania riunificata quale tentativo di intervenire in modo laicale nei consultori per l’aborto e il conflitto sul Consiglio diocesano a Ratisbona (tra 2003 e 2005). In entrambi i casi la posizione romana è giudicata severamente. La linea da seguire pare invece indicata dal contemporaneo magistero di papa Francesco (cf. EG 101s).

L’ultima parte riflette su alcuni temi specifici: le varie discussioni circa l’Azione cattolica, con i diversi apprezzamenti in ambito francofono (Y. Congar: con l’enfasi sui tre munera, l’apostolato dei laici oltre l’AC; la non clericalizzazione dei ministeri; G. Philips con coraggiose aperture “incarnazioniste” mirate ad affrancare il laicato dalla mera secolarità). Gli esordi di una spiritualità laicale sono ripercorsi sulle orme di Fr. von Hügel (mistica come “esperienza dell’infinito nel finito”), F.X. Arnold (la vita spirituale nel mondo; cf. de Sales); A. Auer (una santa e operosa apertura al mondo; nella scia di Chenu); H.U. von Balthasar (con l’ideale degli Istituti secolari in cui si manifesta in modo non clericale la ‘femminile’ attività santificante della chiesa: «Il laico guarda con reverenza verso il ministero, senza la cui mediazione non avrebbe alcun accesso alla fonte della salvezza. Il sacerdote guarda però con reverenza al laico, in cui vede lo scopo e il fine della sua funzione di servizio», Sponsa Verbi, 321; cit. 197).

Peculiare illustrazione teologica del postconcilio si ha in K. Rahner che riabilita l’elemento dinamico e carismatico nonché la visione del ministero ordinato come servizio in nome della chiesa all’intrinseco apostolato laicale derivato dall’iniziazione cristiana (198-203).

L’ultimo capitolo è dedicato ai vari (e tutti insoddisfacenti) tentativi di definire il laico; questi è visto come “il non-chierico”; dedito alla sfera “secolare”; il cui sacerdozio differisce “essenzialmente” da quello ministeriale (cf. LG 10, Pio XII) il quale agisce in persona Christi; diversamente partecipe dei tre munera, distinto dal ministro ordinato al quale non deve essere assimilato per via di clericalizzazione. Neuner conclude che «tutti gli sforzi di definire il laicato non hanno portato a nessun risultato plausibile o accettabile in termini generali» e «tutte le qualificazioni positive si sono rivelate incapaci di portare a una definizione. Tutte le volte che si è cercato di darne una descrizione positiva si sono evidenziate caratteristiche che non lo distinguono dal chierico» (224).

Inoltre, per via del diaconato (e del clero) uxorato «i compiti e le funzioni all’interno del matrimonio e della famiglia non possono essere considerati tra i criteri per distinguere i laici dai chierici» (224). Neuner si trova quindi d’accordo con Kasper nel vedere irrisolto il rapporto tra clero e laicato. La conclusione dell’A. è quindi una riflessione mirante a condurre “dal laico al popolo di Dio” (224-233), a dire che il termine laico qualora designi il “membro del popolo” (“cittadino”) si rivela decettivo in quanto non può costituire un “gruppo a parte”. «Alla parola “laico” non corrisponde nessuna realtà che distingua il laico dal cristiano o dal membro della chiesa» (226).

Ciò spiega che il NT non parli di laikoi, ma di “santi”, “fratelli”, “cristiani”… Pastoralmente poi (e seguendo gli studi di P.M. Zulehner, B. Forte, M. Kehl) si registra l’esigenza di rinunciare semplicemente a tale ambigua dicitura. Il ché non significherebbe affatto riorientarsi verso un’ecclesiologia gerarcologica, ma piuttosto verso una seria e forte assunzione della realtà del popolo, all’interno del quale vi sono certo dei servizi (sacramentali e “di fronte” al popolo come il ministero ordinato), ma dove ordinazione degli uni non dice subordinazione degli altri. La chiesa non è democrazia, ma se essa è veramente popolo, gli ideali di partecipazione e di condivisione di responsabilità in ottica di sinodalità e di consenso dovrebbero trovare tutto il loro posto.

Siamo grati a Neuner per rilanciare un dibattito delicato e per averlo fatto con competenza e sincero amor ecclesiae. Ci siano permesse talune osservazioni. Crediamo personalmente che una corretta ripresa del tema del popolo alla luce del Vaticano II imponga di connotarlo ulteriormente con l’aggettivo di “messianico” conforme alla felice intuizione del testo conciliare sulla scorta dei pregevoli studi di Congar e Chenu. Tale indicazione, oltre a richiamare immediatamente i tre munera cristici, evoca in recto il senso pneumatologico e trascendente che il laos ecclesiale comporta e metterebbe subito in campo la questione del sacerdozio regale (argomento sicuramente da approfondire di più per una teologia del popolo) intimamente connessa ai sacramenti dell’Iniziazione cristiana. In merito ci pare che la realtà del Battesimo (e quindi del catecumenato) e poi della cresima come vera e propria “ordinazione al sacerdozio comune” andrebbe sottolineata maggiormente. Gli studi di P. Dabin e poi di A. Elberti esulano purtroppo dalla bibliografia pressoché solo germanofona.

Dal punto di vista storico andrebbe pure segnalato maggiormente quanto la scomparsa della prassi catecumenale abbia influito sull’emergere del clericalismo e sulla parallela insorgenza dell’accezione deprezzativa del laicato. Il volume dà molto peso all’Azione cattolica e alle Comunità di base, tralasciando quasi del tutto altre realtà ecclesiali come l’Opus Dei e soprattutto i nuovi Movimenti e comunità, protagonisti nel postconcilio e ora giustamente messi in risalto dal magistero ufficiale (cf. CDF Iuvenescit ecclesia, 2016). In tali esperienze appare fondamentale la presa di coscienza della rilevanza e della dignità battesimale tout court rispetto ad altre configurazioni ministeriali.

Infine, il titolo originale del libro, Abschied von der Ständekirche: Plädoyer für eine Theologie des Gottesvolkes, evoca la volontà esplicita di congedarsi da una chiesa divisa in “stati di vita”, in nome dell’unicità del popolo di Dio. Ci si domanda se ciò sia veramente possibile e auspicabile.

Pur approvando il rifiuto della contrapposizione chierici-laici, la cosa ci pare eccessiva. Risulta invece arricchente ripensare in chiave trinitaria e storicosalvifica la varietà di forme e stati di vita avvalendosi p.e. della distinzione patristica tra Pastores, Coniugati e Continentes (cf. Gregorianum 85/2 [2003] 312-344). Il recupero teologico di tale triade rende conto di una reale articolazione all’interno del popolo di Dio evitando sia l’ambiguità della categoria di “laici” sia la deriva clericale del secondo millennio. L’orizzonte resta quello caldeggiato dal Vaticano II della comunione nella distinzione all’interno di una prioritaria e fondamentale ontologia di grazia in cui il Battesimo ha il posto principale.


C.L. Rossetti, in Lateranum 3/2017, 718-723

Il saggio del teologo tedesco Peter Neuner, docente emerito di Teologia dogmatica ed ecumenica all'Università di Monaco di Baviera, ripercorre la storia del laicato dalle origini a oggi, allo scopo di mostrare che ne è possibile la valorizzazione solo collocandolo all'interno del popolo di Dio.

Se questo era nelle intenzioni del concilio Vaticano II, tuttavia, alla prova dei fatti, non se ne vedono segni significativi e «l'idea della chiesa come popolo di Dio non è ancora efficace nella configurazione delle strutture ecclesiali» (p. 228). Per questi motivi, dopo Il laico e il popolo di Dio del 1988, dato alle stampe in occasione del Sinodo su Vocazione e missione dei laici nella chiesa e nel mondo (1987), l'A. torna sull'argomento con questa nuova pubblicazione, esaminando questa volta quanto accaduto dopo il Sinodo nella chiesa in Germania e denunciando un aumento delle differenze tra chierici e laici che hanno creato delle tensioni all'interno delle chiese locali non ascrivibili unicamente a questioni di ordine pratico.

A seguito dei fatti accaduti, intende proporre elementi di valutazione storico-teologica conformi alla sacra Scrittura e alla testimonianza del cristianesimo delle origini.

Il principio di fondo che ispira il lavoro di Neuner è il seguente: «Se avessimo una teologia del popolo di Dio corretta, non avremmo piu bisogno di una teologia del laicato. Se la realtà del popolo di Dio si realizzasse nelle forme di organizzazione della chiesa, non dovremmo scervellarci sulla partecipazione attiva dei laici. La riflessione sui laici, che oggi da più parti viene invocata come necessaria, dovrebbe diventare una riflessione sul popolo di Dio, sulla sua forma e sulle strutture che gli sono adeguate. Il "laico" non vi è soltanto incluso, ma è il primo a esserne coinvolto» (p. 228).

Il libro si divide in quattro parti: I. Sviluppo storico di un concetto carico di tensioni; II. Il laico nella concezione teologica del Concilio Vaticano II; III. Sviluppi postconciliari; IV. Riflessioni sistematiche.

Nella prima parte, forse la piu originale, l'A. ricostruisce il percorso di ingresso del termine laós nel pensiero biblico, che viene utilizzato per designare «la comunità cristiana nella sua totalità, distinguendola dal non-popolo, dalla non-chiesa, dai non-credenti» (p. 27). Il termine laikós, invece, ha una storia un po' diversa. Mentre nel greco extrabiblico era riferito soltanto a cose e a oggetti non consacrati a Dio, l'Antico Testamento ne fa un uso traslato facendolo passare dal riferimento al territorio «non sacro» a quello rivolto alle persone e al popolo (Ez 48,15; 1s 24,2; Os 4,9). Nel Nuovo Testamento il termine scompare essendo decaduta la distinzione tra ambito sacro e ambito laicale-profano. Per mezzo di Gesù Cristo, infatti, non c'è più niente che sia laikós cioè escluso dal culto a Dio.

Perciò l'A. sostiene che «il concetto laós designa la comunità cristiana nella sua totalità, distinguendola dal non-popolo, dalla non-chiesa, dai non-credenti. Una differenziazione in classi, o anche soltanto in funzioni, interna alla chiesa non è mai collegata con questo concetto» (p. 27). Per questo motivo il termine laikós non venne utilizzato nel Nuovo Testamento, per evitare di introdurre una distinzione negativa all'interno della chiesa fra la base e coloro che svolgono un ruolo di guida. Semmai sono stati coloro che detenevano un ministero a dover essere designati con un nome proprio che ne esprimesse la funzione, mentre la base veniva indicata con parole positive che esprimevano le qualità presenti nell'esistenza cristiana (ad esempio «credenti», «battezzati», «santificati», «fratelli e sorelle», ecc.).

Nella seconda parte, dopo aver presentato le ragioni che hanno portato a una progressiva marginalizzazione del laico nella vita della chiesa e a una sua connotazione negativa (non monaco, non chierico), l'A. presenta gli orientamenti del Concilio. Il ritorno alle fonti e la riscoperta della concezione biblica di laós hanno favorito una comprensione unitaria della chiesa, quale quella di un soggetto collettivo articolato in compiti, doni di grazia e uffici particolari. Tuttavia, l'A. nota che nel momento in cui dopo il Concilio è stata sostituita alla chiesa «popolo di Dio» un'altra visione di natura giuridico-sacramentale, si è dimostrata impraticabile la proposta conciliare di rimodellarne l'immagine e il rapporto tra le diverse figure ecclesiali all'interno del popolo di Dio.

Nella terza e nella quarta parte del libro, l'A. si sofferma su alcune vicende che hanno coinvolto il laicato in Germania. Egli ricorda il periodo di entusiasmo e di coinvolgimento ecclesiale vissuto negli anni Settanta che ha portato al Sinodo generale delle diocesi della Repubblica federale tedesca (1971-1975), cui seguirono momenti di conflitto con le direttive dell'autorità ecclesiastica attorno a questioni di ordine pastorale e giuridico. Un primo caso fu quello dell'associazione Donum vitae: inizialmente appoggiata dalla Conferenza episcopale tedesca per il servizio nei consultori, venne poi dichiarata dalla Santa Sede al di fuori della chiesa cattolica, in quanto responsabile di oscurare la testimonianza della stessa chiesa cattolica e di fomentare tensioni che dividevano la gerarchia dai laici (pp. 163-168). Un secondo caso ha invece coinvolto il Consiglio diocesano di Ratisbona e il suo vescovo Gerhard Ludwing Müller. Müller, entrando in conflitto con alcuni membri del Consiglio e ritenendo che il Consiglio diocesano e i Consigli decanali non fossero «indispensabili» perché «non danno un contributo essenziale a un incremento della vita spirituale delle parrocchie del Decanato» (cit. a p. 169), decise di sopprimerli e di istituire il Consiglio pastorale diocesano. Venne cosi modificata profondamente la struttura della rappresentanza laicale della diocesi di Ratisbona. Mentre i membri dei primi venivano indicati dalle comunità cristiane, quelli del secondo - previsto dal Codice di diritto canonico del 1983 come possibile organo consultivo (can. 511) - venivano «designati nel modo determinato dal vescovo diocesano» (can. 512 - § 1) e rispondevano soltanto a lui. Müller affermò che da questa riforma si attendeva una «modernizzazione e un consolidamento» dell'attività dei laici e che la chiesa non era «una democrazia». La legittimità del comportamento di Müller venne messa in discussione dai rappresentanti dei laici in quanto le deliberazioni del Sinodo di Würzburg sulla istituzione di un Consiglio dei cattolici erano norme di diritto particolare vincolanti per tutte le Diocesi.

Neuner conclude confermando quanto già espresso precedentemente: mentre a livello ufficiale nei decenni dopo il Concilio ci si è richiamati ai testi del Vaticano II per dare l'impressione di volergli rimanere fedeli, di fatto si è mirato soprattutto «a mantenere ferma la separazione fra clero e laicato. Considerate nel loro insieme, le direttive e le norme post-conciliari hanno avuto lo scopo di conservare la posizione speciale del prete e di consolidare nella prassi ecclesiale la sua "differenza essenziale" rispetto ai laici» (p. 171).

I pregi del saggio sono notevoli. Anzitutto riprende finalmente il tema del laicato che negli ultimi decenni è scivolato ai margini della riflessione teologica. In secondo luogo offre un punto di vista coerente in cui l'idea di popolo di Dio, collocata al centro dell'indagine teologico-pastorale, consente di rilevare piu facilmente passaggi storici e dinamiche ecclesiali in cui il laicato ha subito processi di clericalizzazione e di irrigidimento della struttura ecclesiale. In terzo luogo racconta la vicenda del laicato nel post Concilio dal punto di vista contestuale e locale di una chiesa, quella in Germania, e mettendo a confronto il punto di vista dei teologi con gli insegnamenti dell'episcopato tedesco. Questo ha consentito di focalizzare in termini concreti le questioni teologiche fondamentali riguardanti il laicato.


G. Zambon, in Studia Patavina 2/2017, 382-384

Il recente saggio di P. Neuner riprende una pubblicazione del 1988 in cui il teologo tedesco raccolse le conclusioni di un seminario che tenne a Monaco sul tema “Il laico nella Chiesa”, nella speranza che potessero risultare utili al processo di ricezione del sinodo dei vescovi sui laici nella Chiesa, tenutosi a Roma. Da quella pubblicazione sono passati piu di 25 anni ed e evidente che quella speranza era poco realistica. Si e assistito, infatti, a una concentrazione magisteriale sul ministero del sacerdote e su questioni riguardanti il clero, incrementando in tal modo le differenze rispetto ai laici, intesi come non-chierici, differenze che potevano essere superate nel quadro della comune missione di tutti i membri della Chiesa. Non sono pochi i segni dell’insorgenza di un neo-clericalismo che vuole distanziare il piu possibile i laici dal clero (cf 6).

Più di recente, nelle affermazioni di papa Francesco è dato di sentire toni completamente diversi, dai quali si può sperare che nella Chiesa sia possibile una collaborazione nuova fra clero e laicato. Francesco ha un’altra visione di Chiesa, espressa in modo particolarmente chiaro nell’Evangelii gaudium. Tutto il popolo di Dio è soggetto dell’evangelizzazione (cf EG 111); l’evangelizzazione non e compito esclusivo della gerarchia, ma del popolo di Dio nella sua totalità: «I laici sono semplicemente l’immensa maggioranza del popolo di Dio. Al loro servizio c’è una minoranza: i ministri ordinati» (EG 102). Papa Francesco vuole rimuovere gli ostacoli che impediscono ai laici di avere questa consapevolezza: non solo una formazione carente, ma anche «un eccessivo clericalismo che li mantiene al margine delle decisioni» e che è la causa del «non aver trovato spazio nelle loro Chiese particolari per poter esprimersi e agire» (EG 102). Il clericalismo deforma la Chiesa.

Neuner, ripercorrendo le alterne vicende della storia del “laicato” nella Chiesa, si fa convinto promotore di una teologia del popolo di Dio. Il lavoro concentra il proprio interesse sulla “gente”, vale a dire sui cristiani “normali”, su coloro che esercitano una professione secolare e che si sentono legati alla Chiesa e si impegnano in essa secondo modalità e intensità molto diversificate; esso si articola in quattro parti. La prima mostra, attraverso un percorso storico, come si sia sviluppata la concezione del laico nella Chiesa. Ciò che emerge e che «il concetto ha attraversato una storia semantica molto intricata, lungo la quale ha indicato gruppi di persone davvero diverse» (cf 21). Viene delineata sinteticamente la questione dei laici e dei ministeri nella Scrittura e nella Chiesa antica. Si passa a considerare la figura del laico nel Medioevo e lo sviluppo graduale della pretesa di superiorità del clero sui laici nella politica papale. Chiude la prima parte la trattazione delle controversie dell’epoca della Riforma e del Concilio di Trento, poi quelle del XIX secolo per arrivare alla diffusione dell’Azione Cattolica nella prima metà del XX secolo.

La seconda parte presenta la nuova impostazione nel modo di considerare il valore dei laici arrivata con il Concilio Vaticano II. Il teologo tedesco analizza i testi conciliari e offre delle chiavi ermeneutiche per la giusta interpretazione delle affermazioni del Vaticano II. La terza parte del saggio descrive lo sviluppo postconciliare e la rinascita dei ministeri laicali nella Chiesa. Ampio spazio è dato al sinodo dei vescovi sui laici del 1987, che, con i vari documenti che l’hanno accompagnato, rappresenta, fino a oggi, la trattazione più circostanziata e intensa da parte del magistero sul tema del laico nella Chiesa (cf 133).

La quarta parte presenta le riflessioni sistematiche con cui, soprattutto nella teologia intorno al Concilio, si sono elaborate diverse concezioni del laico (Y. Congar, G. Philips, F. von Hugel, F. X. Arnold, A. Auer, H.U. von Balthasar, K. Rahner, E. Schillebeeckx). Il saggio si chiude con la proposta personale dell’Autore. Neuner, partendo dall’idea biblica di popolo di Dio ripresa dal Concilio Vaticano II, cerca di superare quella definizione e descrizione negativa del laico come non-chierico, che faceva del concetto di laico una “categoria residuale” (cf 213). Il laico non va caratterizzato in termini negativi, vale a dire a partire dalle sue carenze a confronto con il clero, ma va descritto positivamente, va visto come membro del popolo di Dio, al quale nei sacramenti del battesimo e della cresima è affidata la missione apostolica della Chiesa. Occorre riscoprire la feconda reciprocità tra sacerdozio ministeriale e sacerdozio battesimale. Il sacerdozio ministeriale «non è un innalzamento del sacerdozio comune» (218); il ministero ordinato non significa una intensificazione “graduale” nella grazia e nella salvezza (M. Kehl). Sacerdozio comune e sacerdozio ministeriale non si differenziano a livello dell’essere cristiani, ma corrispondono a differenti vocazioni e missioni all’interno della comunione di tutti i cristiani. Una autentica comprensione della relazione tra sacerdozio battesimale e sacerdozio ministeriale può aiutare la Chiesa a difendersi da una clericalizzazione dei laici e da una laicizzazione del clero. Occorre prendere sul serio il concetto di laós, considerandolo biblicamente come termine che designa il popolo di Dio, la Chiesa nel suo insieme. «La tesi è che se avessimo una teologia del popolo di Dio corretta, non avremmo più bisogno di una teologia del laicato. Se la realtà del popolo di Dio si realizzasse nelle forme di organizzazione della Chiesa, non dovremmo scervellarci sulla partecipazione attiva dei laici» (228). L’idea della Chiesa come popolo di Dio – nota Neuner – non e ancora diventata efficace nella configurazione delle strutture ecclesiali. L’elemento sinodale della Chiesa è stato delimitato piuttosto che rafforzato negli anni dopo il Concilio Vaticano II. La sinodalità servirebbe a respingere la tendenza a suddividere la Chiesa in una gerarchia docente e in un popolo discente (cf 232). Ancora non si è arrivati a far comprendere chiaramente che il ministero ordinato è un concetto relazionale e che l’ufficio del ministero ordinato esiste per il bene del popolo di Dio, che deve essere considerato a partire dal popolo di Dio e non si puo invece comprendere il popolo di Dio a partire dal ministero ordinato, dai suoi rappresentanti, dalla gerarchia (cf 229). Il ministero ordinato va compreso a partire dalla Chiesa, non la Chiesa a partire dal ministero ordinato.

Per quanto riguarda la spiritualità non è pensabile una spiritualità specifica per ogni singolo stato, ma si tratta di realizzare diverse concrezioni dell’unica e comune spiritualità cristiana. È sbagliato attribuire ai laici una spiritualità secolare, aperta al mondo, quasi a dire che quella del clero è estranea o separata dal mondo. «Ogni spiritualità è fatta per prendere sul serio la realtà del mondo, per comprenderla spiritualmente e per elaborare le sfide che in essa si incontrano. Dio si fa incontrare mediante il mondo; egli si mostra nel mondo, con il mondo e per mezzo del mondo» (233). «Evocare il Santo Popolo fedele di Dio è evocare l’orizzonte al quale siamo invitati a guardare e dal quale riflettere. È al Santo Popolo fedele di Dio che come pastori siamo continuamente invitati a guardare, proteggere, accompagnare, sostenere e servire. Un padre non concepisce se stesso senza i suoi figli […] Guardare al Popolo di Dio è ricordare che tutti facciamo il nostro ingresso nella Chiesa come laici. Il primo sacramento, quello che suggella per sempre la nostra identità, e di cui dovremmo essere sempre orgogliosi, è il battesimo» (Francesco, Lettera al card. M. Ouellet, 19 marzo 2016).

Il saggio di Neuner ci aiuta a guardare il popolo di Dio con occhi diversi e a comprendere che la Chiesa è un popolo di discepoli missionari. La proposta del teologo tedesco ci stimola ad affrontare e combattere la piaga del clericalismo, che «lungi dal dare impulso ai diversi contributi e proposte, va spegnendo poco a poco il fuoco profetico di cui l’intera Chiesa è chiamata a rendere testimonianza nel cuore dei suoi popoli. Il clericalismo dimentica che la visibilità e la sacramentalità della Chiesa appartengono a tutto il popolo di Dio» (Francesco, Lettera al card. M. Ouellet, 19 marzo 2016).


A. Porreca, in Rassegna di Teologia 58 (2/2017) 345-347

Dalla prefazione dell'autore, noto teologo e docente emerito di Teologia ecumenica presso l'Università di Monaco di Baviera, apprendiamo che questo saggio teologico era già completato nell'agosto del 2014. Da allora la situazione di partenza, per quanto riguarda la carenza di preti e il numero crescente di compiti affidati ai laici nella vita delle comunità cristiane, non è cambiata in meglio. Si tentano delle soluzioni di tipo organizzativo-funzionali (le «unità pastorali»), ma non si va al cuore del problema. Come si vede dal sottotitolo dell'originale tedesco (cf. Abschied von der Ständekirche. Plädoyer für eine Theologie des Gottesvolkes, Herder, Freiburg im B. 2015), si tratta di dare addio a una chiesa strutturata in due "classi": il clero e i laici, secondo la celebre formula del Decreto di Graziano: «Duo sunt genera christianorum»: i chierici dediti alle cose spirituali e i laici cui spetta il governo delle cose temporali.

Questa visione medioevale è stata certamente superata dal concilio Vaticano II, dalla visione ecclesiologica della Lumen gentium e dal nuovo statuto dei laici, o meglio dei cristiani come «popolo di Dio». Ma l'autore è convinto, giustamente, che permane ancora una certa dicotomia tra laici e clero, un clericalismo più o meno evidente, e la mancanza di gesti coraggiosi per trasformare la chiesa in modo che diventi «tutta ministeriale».

La distinzione tra cristiani è solo dal punto di vista del servizio che si è chiamati a compiere, ma non indica una differenza ontologica ed essenziale. Questa era l'idea della chiesa antica, magnificamente espressa da sant'Agostino nella formula: «Con voi sono cristiano, per voi sono vescovo».

Il nostro autore ripercorre in questo volume sia lo sviluppo storico della problematica, come pure la discussione sulla situazione attuale. La prima parte, infatti (pp. 21-92), espone in modo chiaro ed esauriente lo «sviluppo storico di un concetto carico di tensioni», partendo dalle testimonianze del Nuovo Testamento e dal vissuto della chiesa antica fino a giungere all'epoca contemporanea, cioè alla vigilia del Vaticano II, cui è dedicata la seconda parte (pp. 95-113). In essa si riassume la nuova concezione teologica del laico delineata nei vari documenti e si mette in guardia da errate e riduttive interpretazioni dei testi conciliari. La terza parte (pp. 117-172) esamina gli sviluppi postconciliari successivi, notando come il principio sinodale non sia stato sempre applicato e quindi la separazione tra clero e laicato continui a permanere. L'ultima parte (pp. 175-233) contiene le «riflessioni sistematiche», ispirate da alcune affermazioni di papa Francesco, citato a p. 172, per cui bisogna superare un «eccessivo clericalismo che mantiene i laici al margine delle decisioni» riguardanti tutta la chiesa.

In definitiva, l'autore propone che si dia maggiore spazio al principio sinodale, all'ascolto e alla ricerca del consenso più vasto possibile, evitando decisioni calate dall'alto. Alcune di queste riflessioni sono certamente più scottanti nella realtà della chiesa tedesca, dove i «referenti» pastorali svolgono un ruolo molto più forte dei «gruppi ministeriali» che si stanno diffondendo nelle diocesi italiane. In Germania quasi ogni parrocchia, e perfino le missioni per gli emigranti, hanno un assistente pastorale, regolarmente assunto e stipendiato, che ha frequentato regolari studi di teologia in appositi istituti, distinti dalle facoltà teologiche dove studiano i candidati al sacerdozio. Questi assistenti, o referenti, molto spesso sono donne e si prendono cura della catechesi, della pastorale giovanile, ecc. Svolgono, quindi, un servizio reale e indispensabile, pur senza essere «ministri ordinati».

In conclusione, l'autore mette in guardia (p. 232) che «se si divide la chiesa in un clero che decide e in uno stato laicale che obbedisce e, nel migliore dei casi, consiglia, si contraddice l'immagine del popolo di Dio che la Scrittura ci presenta, che la chiesa antica ha vissuto e alla quale il Vaticano II ha cercato di richiamarsi nuovamente».


L. Dal Lago, in CredereOggi 218 (2/2017) 176-178

La categoría intelectual del teólogo Peter Neuner es bien conocida. Ha enseñado teología fundamental en la Universidad de Passau, ahora es ya profesor emérito de dogmática y teología ecuménica de la Universidad de Múnich. Ha sido también director del Grupo de trabajo de Teología dogmática y Teología fundamental en lengua alemana. Sus publicaciones sus numerosas y de considerable valor. En el presente estudio nos ofrece Una teología del pueblo de Dios. En la presentación nos hace ver la importancia del tema en la actualidad. Se trata de superar la excesiva división de laicos y clérigos, haciendo ver la unión de ambos en el concepto más amplio y fundamental de pueblo de Dios. Considera negativo la separación de ambos a lo largo de la historia de la Iglesia. Por otra parte, nota que la Iglesia se ha visto influenciada también por la evolución que se ha dado en la sociedad en determinados momentos de su historia, en los que se ha ido imponiendo, por ejemplo, un sentido más democratico, una determinada manera de ejercer la autoridad más participativa, un sentido social más acentuado. También ha sido un elemento importante después del Concilio, por ejemplo, la falta de vocaciones sacerdotales, lo que ha motivado que los laicos, religiosamente concienciados y comprometidos, hayan ejercido actividades y ocupado cargos y lugares, que antes eran casi exclusivos de clérigos ordenados. Subraya Neuner que con el nuevo Papa Francisco se va acentuando esta unidad de todos los creyentes que forman el Pueblo de Dios. Es importante leer "la introducción y presentación del tema" que ofrece el autor, porque ayuda a comprender mejor el sentido profundo de la obra.

El estudio está dividido en cuatro partes. La primera, titulada "Desarrollo histórico de un concepto cargado de tensiones", muestra a través de un desarrollo histórico cómo ha ido evolucionando la concepción del laico en la Iglesia, que va de la afirmación biblica de pueblo de Dios a la diferenciación de clero y laicos, como categorías distintas. Se expone la visión medieval del tema, las controversias que se suscitaron en tiempos de la Reforma protestante y del Concilio de Trento, las discusiones del siglo XIX, hasta lIegar a la creación de La Acción Católica en el siglo XX, un movimiento laico por excelencia, de gran influencia evangelizadora sobre todo en el campo del mundo del trabajo, que el autor valora en gran manera.

La segunda parte expone la concepción del laico del Concilio Vaticano II. Se trata de nuevas e importantes perspectivas a tener en cuenta acerca del tema clérigos y laicos, que encontramos especialmente en la Constitución sobre la Iglesia, en la misma liturgia, en la situación de la Iglesia en el mundo contemporáneo y en el decreto acerca del apostolado de los laicos.

La tercera parte expone el desarrollo postconciliar del tema. Muestra el cambio que ha tenido lugar en la imagen de la Iglesia y en el nacimiento de oficios eclesiales, ocupados por laicos, sin los cuales la comunidad eclesial actual no sería imaginable. Tiene en cuenta también algunos documentos oficiales, sobre todo escritos papales, que oscilan entre una interpretación teológica de lo que se ha desarrollado en la praxis y una renovada insistencia, por otra parte, a favor de la estructura tradicional, tanto por lo que respecta al ministerio ordenado como a la autoridad. Habrá que ver cómo irá evolucionado en el futuro, sobre todo bajo el impulso y la autoridad del nuevo Papa Francisco.

La cuarta y última parte ofrece unas importantes reflexiones sistemáticas sobre el tema del laicado. Encontramos algunas opiniones acerca de "la discusión sobre la Acción Católica": sigue la discusión teológica acerca de la recepción del Vaticano II con opiniones de K. Rahner Y E. Schillebeeckx: concluyendo con "las tentativas de definir al laico y los límites de una definición semejante", abordando entre otras "la cuestión de la clericalización del laico y la laicización del clero".

Concluye el estudio con una propuesta personal del autor que, partiendo de la idea bíblica del pueblo de Dios retomada por el Concilio, abre a los laicos una auténtica posibilidad en la Iglesia y que, sobre esta base, interpreta los ministerios eclesiales, incluyendo los ministerios confiados a los laicos. Afirma que sería equivocado atribuir a los laicos una espiritualidad secular, abierta al mundo, y a los clérigos, por el contrario, una espiritualidad "extraña y separada del mundo". Toda auténtica espiritualidad está hecha para tomar en serio la realidad del mundo, para compenetrarla espiritualmente y para elaborar los desafíos que encontrarnos en el mundo. Y aquí han de colaborar ambos, tanto clérigos como laicos, procurando extender y fomentar la fe, enfrentándose a todo aquello que le ponga límites o intente suprimirla. Lamenta que no haya podido tratar, por razón de espacio, un tema tan actual como el de la mujer en relación a los ministerios a ejercer en la Iglesia, un tema importante en la actualidad, como lo muestra la actitud del actual Papa. Tampoco se ha ocupado del tema en su dimensión ecuménica, de no menos importancia hoy. Hay que agradecer a la Editorial Queriniana la traducción de esta obra, de gran contenido teológico, en una cuestión muy actual de la función de los laicos en la Iglesia de hoy, dentro de la visión global del Pueblo de Dios.


J. Boada, in Actualidad Bibliografica 2/2016, 228-230

Peter Neuner, docente emerito di teologia all’Università di Monaco di Baviera, riprende in questo volume una pubblicazione del 1988, a ridosso del Sinodo dei vescovi sui laici nella Chiesa (1987). In un clima ecclesiale e culturale profondamente cambiato, il teologo tedesco rende conto della prassi nel frattempo instauratasi in molte Chiese locali, che hanno dovuto fare i conti con il fenomeno della carenza di preti, affidando tanti compiti ai laici: «Sempre più frequentemente sono i laici ad essere sperimentati come rappresentanti della Chiesa. Sono sorti molteplici ministeri laicali; la differenza, precedentemente chiara, tra preti e laici si è a mano a mano spostata verso una zona grigia di ampie dimensioni» (p. 5).

Il volume sviluppa una tesi fondamentale, recentemente ripresa anche da papa Francesco nell'esortazione Evangelii gaudium (2013) e il cui punto di partenza è che «tutto il popolo di Dio annuncia il Vangelo» (EG 111), perché «in tutti i battezzati, dal primo all'ultimo, opera la forza santificatrice dello Spirito che spinge ad evangelizzare» (EG 119). In altre parole, l'A. fa luce su quella zona grigia verso cui si è spostata la differenza tra preti e laici.

Non si tratta di una nuova teologia del laicato, ma del popolo di Dio, in cui «tutti hanno il loro posto» e «si definiscono per il loro servizio al suo interno» (p. 113). Sicché, continua Neuner, «se avessimo una teologia del popolo di Dio corretta, non avremmo più bisogno di una teologia del laicato» (p. 228). Infatti, «ciò che ha bisogno innanzitutto di essere definito nella sua specificità non è il laicato, ma il ministero ordinato», assicura il vescovo e teologo Bruno Forte citato dall'A. (p. 231).

L’opera si articola in quattro parti. Nella prima, di carattere storico, Neuner mostra come si è sviluppata la concezione del laico nella Chiesa, dalle affermazioni bibliche sul popolo di Dio alla differenziazione tra clero e laici, passando attraverso la Riforma protestante e il Concilio di Trento, fino all'idea dell'apostolato dei laici dell'Azione cattolica al tempo di Pio XI. Nella seconda parte vengono presentate le nuove prospettive introdotte dal Concilio Vaticano II. Nella terza si studiano gli sviluppi postconciliari dei ministeri laicali nella Chiesa cattolica, passando in rassegna documenti e ambienti di lingua diversa, dalle direttive e ordinamenti dell'autorità ecclesiastica fino agli orientamenti delle comunità ecclesiali di base in America latina, con un cenno anche al continente africano. Nella quarta ed ultima parte l'A. presenta alcune riflessioni sistematiche circa le diverse concezioni del laico.

In buona sostanza, il libro tratta soprattutto dei laici e del loro posto nella Chiesa: «Una loro valorizzazione adeguata è divenuta oramai una questione di vita o di morte per le nostre comunità». Secondo l'A., non ha senso - biblico e teologico - una Chiesa suddivisa in classi, in «stati di vita», «nella quale laici e chierici si definiscono in termini di vicendevole esclusione» (p. 6). È un invito a mandare definitivamente in soffitta una concezione di Chiesa ripartita tra clero e non-chierici (i laici), il cui termine segnala «una categoria residuale», che resta «quando tutte le citate definizioni di uffici ecclesiali [vescovo, prete, diacono, religioso] vengono negate» (p. 213). È in gioco il futuro delle nostre comunità cristiane, ancora condizionate da «un eccessivo clericalismo» che mantiene i laici «al margine delle decisioni» (EG 102).

Il libro, in tutte le sue parti, fa trasparire una visione sinodale della Chiesa: «È la Chiesa nel suo insieme che conserva e trasmette la fede, è nel suo insieme che celebra il culto divino e amministra i sacramenti ed è nel suo insieme che compie il proprio servizio nel mondo» (p. 232).

Il binomio gerarchia-laicato, riproposto dal Vaticano II, oggi va ripensato a partire dalla novità dei ministeri laicali, un fenomeno che sarebbe da riconoscere come «segno dei tempi», opera dello Spirito, e non solo come conseguenza della mancanza di clero. Come prendere sul serio questa novità dei ministeri laicali, che ormai ha una storia non solo nelle Chiese del Sud del mondo, ma anche in Europa, Italia compresa?


M. Menin, in MissioneOggi 6/2016, 62

A oltre 50 anni dal Concilio, il ruolo dei laici nella Chiesa cattolica rimane ancora una questione spinosa di difficile gestione e definizione. Anzi, alcuni osservatori notano nei recenti anni un’ondata di neo-clericalismo anacronistico che reagisce e cerca di contrastare l’onda nata dal Concilio Vaticano II. Quest’onda regressiva trova, però, oltre al fattore temporale accennato, anche difficoltà oggettive legate ai numeri. Di numeri si tratta quando si parla di calo di vocazioni al sacerdozio, e di numeri si tratta quando si parla del numero di fedeli praticanti.

Questo contesto non per niente semplice e di facile gestione è il contesto riflessivo della documentata opera di Peter Neuner, Per una teologia del popolo di Dio. Il teologo tedesco riprende studi e intuizioni che ha già iniziato ad abbozzare negli anni ottanta del secolo scorso e li approfondisce con altra bibliografia e con l’aggiornamento inevitabile degli avvenimenti sullo scenario ecclesiastico e mondiale.

Il punto di partenza della riflessione di Neuner fa tutta la differenza. Egli non cerca la soluzione della questione a partire dalle urgenze che impongono la loro agenda, ma va a documentare minuziosamente lo sviluppo dell’idea del laicato nella storia. La riflessione e la proposta sistematica di Neuner, che costituisce la quarta parte del volume, viene stabilmente fondata e dedotta alla luce della scrupolosa analisi dello sviluppo del concetto e della realtà del laicato nelle tre parti precedenti. A partire dalla Scrittura e dal protocristianesimo, passando per il medioevo e l’era moderna, giungendo alla riscoperta conciliare, fino agli ultimi sviluppi e le ultime acquisizioni post-conciliari.

L’importanza della questione posta da Neuner trova conferma nei recenti pronunciamenti magisteriali. Benedetto XVI, nel 2012, ricordava che in tutti i battezzati, dal primo all’ultimo, opera la forza santificatrice dello Spirito Santo che spinge a evangelizzare. Il papa teologo ricorda che nella Chiesa non ci sono cristiani di serie A e cristiani di serie B, non ci sono credenti e clienti, ma tutti portatori dell’unzione di Cristo, un popolo che evangelizza continuamente evangelizzando se stesso e viceversa.

Papa Francesco, dal canto suo, nella Evangelii Gaudium scrive: «I laici sono semplicemente l’immensa maggioranza del popolo di Dio. Al loro servizio c’è una minoranza: i ministri ordinati. È cresciuta la coscienza dell’identità e della missione del laico nella Chiesa. Disponiamo di un numeroso laicato, benché non sufficiente, con un radicato senso comunitario e una grande fedeltà all’impegno della carità, della catechesi, della celebrazione della fede. Ma la presa di coscienza di questa responsabilità laicale che nasce dal Battesimo e dalla Confermazione non si manifesta nello stesso modo da tutte le parti. In alcuni casi perché non si sono formati per assumere responsabilità importanti, in altri casi per non aver trovato spazio nelle loro Chiese particolari per poter esprimersi ed agire, a causa di un eccessivo clericalismo che li mantiene al margine delle decisioni. Anche se si nota una maggiore partecipazione di molti ai ministeri laicali, questo impegno non si riflette nella penetrazione dei valori cristiani nel mondo sociale, politico ed economico. Si limita molte volte a compiti intraecclesiali senza un reale impegno per l’applicazione del Vangelo alla trasformazione della società. La formazione dei laici e l’evangelizzazione delle categorie professionali e intellettuali rappresentano un’importante sfida pastorale».

In questo invito alla lettura presentiamo alcuni elementi fondamentali e fondanti che l’A. traccia nella prima parte della sua opera.

Il termine “laico” è entrato con il greco laós nella traduzione greca, la Septuagenta, della Bibbia, detta anche la Settanta (LXX). Il termine viene a tradurre la parola ebraica ‘am che indica il popolo di Israele. Gli altri popoli infatti sono indicati con un altro termine, éthne, le “nazioni”.

Passando al Nuovo Testamento, è opportuno osservare che Gesù stesso veniva dal popolo, da una tribù non distinta per alcun tratto sacerdotale (la tribù di Giuda, di cui è discendente Davide). Anzi, come osserva Grabner-Haider, Gesù apparteneva socialmente a una classe inferiore del popolo, il popolo lavoratore, essendo un “falegname” (techné), come evidenzia il vangelo di Marco (6,3). Gesù apparteneva allo ‘am ha’ares, al «popolo comune che vive nelle campagne».

Quando il NT parla di laós si colloca nella scia dell’AT. Così il termine viene a indicare il popolo nuovo di Dio, la comunità cristiana. Ma vi è una novità importante: «La contrapposizione tradizionale tra laós e éthne è superata: si afferma che ora la comunità cristiana è il popolo e che esso si forma a partire dagli éthne, dai pagani».

Nella concezione del NT tutti fanno parte del popolo di Dio. Possiamo dirlo, in un’accezione che – naturalmente si differenzia dal peso che diamo a queste parole oggigiorno – «tutti fanno parte del laós, i presbiteri, i vescovi, i diaconi, le guide delle comunità, i profeti. In questo senso, quindi non è ammissibile indicare con il concetto di “laico” una classe all’interno della chiesa distinta da altre classi. Piuttosto, secondo il Nuovo Testamento si deve dire “che è propria della chiesa una struttura profondamente laicale”. “La categoria di ‘laicità’” è “dimensione propria di tutta la chiesa”».

Da quanto evidenziato si evince che il concetto di laico, secondo l’uso che della parola verrà fatto nei secoli successivi, a partire dal III secolo, «non ha la propria origine nel laós del Nuovo Testamento, ma in una contrapposizione fra la gente comune e le guide del popolo».

Questo mostra che la teologia del Concilio Vaticano II, nel suo recupero della categoria del popolo di Dio non fa un’innovazione inaudita, ma recupera una categoria originale della teologia neotestamentaria, che mette radici, a sua volta, nella teologia dell’AT.

Giova puntualizzare, a scanso di equivoci, he la categoria di laós, che accomuna tutti nell’appartenenza al popolo di Dio, non appiattisce i carismi e i ministeri, ma costituisce il terreno comune su cui si innestano e prendono significato tutti i carismi e i ministeri che costituiscono la varietà del popolo di Dio e le molteplicità dei doni del corpo di Cristo, non per «una glorificazione o una soddisfazione personale, ma per l’edificazione generale».


R. Cheaib, in www.theologhia.it 10/2016

Il libro scritto da Peter Neuner, reca il titolo Per una teologia del popolo di Dio ed è dedicato al ruolo del laicato nella missione della Chiesa. Dopo aver presentato alcuni aspetti storici del tema, Neuner si sofferma in particolare a discutere della figura del laico nella concezione teologica del Concilio Vaticano II, per poi passare a valutare gli sviluppi che tale concezione ha fatto registrare in epoca postconciliare.


M. Schoepflin, in Toscana Oggi 29 maggio 2016

Peter Neuner (1941), teologo fondamentale e dogmatico, dallo sguardo particolarmente attento all'ambito ecumenico, riprende - in pieno clima postsinodale – una riflessione sul laicato già avviata nel suo libro del 1988 (Il laicato e il popolo di Dio), pubblicato a ridosso del Sinodo sui laici del 1987. In un clima ecclesiale e sociale profondamente mutato, di cui questo volume, ricchissimo ed esauriente nella parte storico-teologica come nella parte teologico-sistematica, dà pienamente conto, la tesi critico-teologica di Neuner risuona forte e chiara: «Se avessimo una teologia del popolo di Dio corretta, non avremmo più bisogno di una teologia del laicato» (228).

Se i teologi di professione e gli studiosi della storia del cristianesimo possono ritrovare gli elementi fondamentali utili alla ricostruzione della storia di una teologia (molto problematica) del laicato, così com'è stata elaborata a partire dai testi biblici fino alle riflessioni più avanzate posteriori al concilio Vaticano II, passando per gli snodi storico-teologici ed ecclesiologici centrali dell'età moderna e tardo-moderna, è una perorazione a favore di una teologia del popolo di Dio quella che qui viene ritenuta essenziale per congedarsi da una concezione di Chiesa ripartita tra clero e non-chierici (i laici), il cui termine segnala solamente lo «scisma pastorale fondamentale» (M. Zulehner).

È profondamente sbagliato, nonostante i pur lodevoli tentativi alla fin fine destinati al fallimento di cui la storia della teologia più o meno recente risulta contrassegnata, domandarsi «chi è il laico», e questo perché non soltanto l'universo neo-testamentario parla «piuttosto di cristiani, impegnandosi nel discernimento della varietà carismatica e ministeriale che lo Spirito suscita nel popolo di Dio» (B. Forte), ma anche perché la sinodalità della Chiesa, di cui ha parlato con forza il concilio Vaticano II, va rilanciata con coraggio.

Nonostante la costituzione dogmatica Lumen gentium abbia deciso d'anteporre al capitolo dedicato alla costituzione gerarchica della Chiesa (il III), due capitoti dedicati al mistero della Chiesa e al popolo di Dio, affermando come «vige fra tutti una vera uguaglianza riguardo alla dignità e all'azione comune a tutti i fedeli nell'edificare il corpo di Cristo» (n. 32), dal punto di vista della prassi ecclesiale tale cambiamento di mentalità, fondato sul dato biblico (cf. Rm 12,4-5; Ef 4,5; Gal 1,28; Col 3,11 e lCor 12,11), non ha ancora lasciato segni particolarmente evidenti, come si vede, per esempio, dal fatto di aver attribuito all'ufficio del ministero ordinato poteri e competenze «che non vi sono collegati né per necessità né a motivo della natura della Chiesa» (229).

Non soltanto - ribadisce Neuner - «tutti sono membri della Chiesa, del popolo di Dio» e, quindi, «tutti sono dunque "laici"» (230), ma ciascuno è chiamato, ministro ordinato o laico che sia, a svolgere quel ministerium che viene definito a partire da colui, o coloro, al quale esso è rivolto. Se nella storia della Chiesa il popolo di Dio ha usufruito dei sinodi per formulare la propria fede, respingendo in tal modo la tendenza a suddividere la Chiesa tra gerarchia docente e popolo discente, occorre affermare che è «la Chiesa nel suo insieme che conserva e trasmette la fede», che «è nel suo insieme che celebra il culto divino e amministra i sacramenti ed è nel suo insieme che compie il proprio servizio al mondo» (232).


G. Coccolini, in Il Regno 8/2016 (15 aprile 2016) 231