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Il dogma in divenire
Michael Seewald

Il dogma in divenire

Equilibrio dinamico di continuità e discontinuità

Prezzo di copertina: Euro 35,00 Prezzo scontato: Euro 33,25
Collana: Biblioteca di teologia contemporanea 203
ISBN: 978-88-399-3603-5
Formato: 15,7 x 23 cm
Pagine: 288
Titolo originale: Dogma im Wandel. Wie Glaubenslehren sich entwickeln
© 2020

In breve

«La chiesa è quello che è oggi soltanto perché ha saputo legare insieme continuità e discontinuità: ha saputo svilupparsi, per portare in modo sempre nuovo il vangelo nel suo presente. È questo il fine per il quale essa è inviata» (Michael Seewald).

«Tracciando la storia della teoria sullo sviluppo dei dogmi, Seewald illustra sia la mutevolezza delle espressioni dogmatiche sia i diversi sforzi compiuti per comprenderle. La determinatezza del contenuto del dogma è qualcosa che continua a provocarci e indubbiamente richiede sempre nuove determinazioni, ma in definitiva corrisponde al fatto che il Dio di Gesù Cristo si è voluto determinare facendosi umano. E vale la pena rifletterci, proprio in un tempo stanco dei dogmi come quello che abitiamo» (Jan-Heiner Tück, Christ in der Gegenwart).

Descrizione

Indicando dei punti fermi, i dogmi hanno il compito di assicurare la trasmissione inalterata della fede nel corso del tempo. Ora, che rapporto esiste fra vangelo e dogma? Anzi, che cosa s’intende per “dogma”: una dottrina fissa, definita una volta per sempre? Oppure un insegnamento vivo, realmente aperto allo sviluppo?
Nella storia del cristianesimo forse mai quanto oggi si è discusso di cambiamento. Di rado, però, si riflette su ciò che significa esattamente in senso teologico “sviluppo” – e sviluppo del dogma, in particolare. Eppure la chiesa è stata fin dal principio una comunità dinamica che ha cercato di annunciare il vangelo, nel mutare dei tempi e delle culture, in modo comprensibile. Altrettanto ricca è la tradizione, spesso dimenticata, di teorie dello sviluppo in campo dogmatico. Vale la pena, allora, disseppellire questi approcci e dar loro criticamente nuova vita.
La chiesa in passato è stata assai più capace di cambiare di quanto molti non siano disposti a concedere. Perché non dovrebbe essere capace di farlo anche in futuro?

Recensioni

Con il libro Il dogma in divenire Michael Seewald, il più giovane professore di teologia in Germania, che a soli 29 anni è diventato docente di dogmatica e di storia dei dogmi alla Westfälischen Wilhelms-Universität di Münster, vuole sollecitare la riflessione sul futuro del cristianesimo e della chiesa, tenendo conto della necessità del mutamento. Infatti, «il processo di tradizione, che cerca di portare il vangelo a un presente sempre nuovo, è precipitato oggi in una crisi senza precedenti, che muterà la forma sociale della chiesa non solo in Europa ma in tutto il mondo» e dove stia il confine tra lo scandalo del vangelo e quello che lo ostacola «non lo si può stabilire con un atto di autorità» (247). Per questo nel suo opusculum – come lo definisce egli stesso – si propone di accompagnare il lettore alla scoperta della tradizione del pensiero teologico sullo sviluppo dogmatico, lungi da “tabù del pensiero” e paraocchi. In esso è contenuto un tesoro di importanza vitale per la chiesa di oggi, che continua per lo più a sonnecchiare inutilizzato.

Se la situazione attuale della chiesa sembra segnata dalla precarietà più di quanto lo sia stata all’indomani del concilio Vaticano II, ci si può chiedere se il suo mutamento la stia portando alla morte oppure al suo ringiovanimento. La domanda sollecita la riflessione e, dando uno sguardo alla tradizione, si nota che sin dall’inizio la chiesa è stata una «comunità altamente dinamica» (247). Ne è un esempio la storia dello sviluppo dogmatico, che necessariamente deve essere raccontata assieme alla storia della fede in Gesù Cristo e dell’annuncio del vangelo all’uomo di ogni tempo e luogo.

Il problema dello sviluppo dogmatico è stato posto di recente «in modo esatto ed esplicito solo con il XIX secolo» (K. Rahner, cit. p. 79) a seguito della ripresa degli studi biblici e delle primitive confessioni di fede del cristianesimo. La questione di fondo si presenta con due aspetti da distinguere senza doverli separare: è «giustificata la pretesa di verità del cristianesimo che il dogma formula proposizionalmente»? il dogma è «un’espressione adeguata al vangelo»? (13). Si tratta di due questioni dinamiche che in passato hanno prodotto degli sviluppi e che in futuro potrebbero produrne di nuovi. Infatti, il mutamento va interpretato in relazione a quanto rimane sempre attuale. Per questo si deve ritenere che appartiene alla teoria dello sviluppo dei dogmi il compito di riflettere «sull’instabile simultaneità di continuità e discontinuità» (13). Di rado nella storia del cristianesimo si è riflettuto su tale relazione tra “cambiamento” e “continuità”, come invece è stato necessario fare in tre occasioni: la dogmatizzazione della dottrina dell’assunzione di Maria alla Gloria celeste (1950); l’indizione del concilio Vaticano II per un necessario “aggiornamento” teologico-pastorale dovuto ai capovolgimenti in atto; le affermazioni contenute nei nn. 300-305 di Amoris laetitia (2016), che hanno prodotto un tale sconcerto in alcuni porporati da indurli a presentare dei gravi dubia nei confronti del magistero di papa Francesco.

L’A. parte da queste considerazioni iniziali per dedicare i primi due capitoli alle Precisazioni concettuali: dogma e sviluppo (cap. II) e alla Bibbia come risultato e criterio di giudizio dello sviluppo dogmatico (cap. III). A tal proposito, nel XIX secolo, il teologo di Tubinga Johann Sebastian Drey ebbe il merito di chiarire il concetto di “sistema”, distinguendo storia dei dogmi e storia del sistema dogmatico. La teologia poté così iniziare a mettere in luce il “sistema”, cioè l’idea centrale, il nucleo che tiene insieme i singoli dogmi da poter pensare come scienza. Altrettanto importante fu la distinzione tra “canone della verità” e “canone della Scrittura”; il primo precede il secondo nel dare forma al Nuovo Testamento. Fu significativo anche il fatto di affidare alla comunità cristiana l’incarico di “custodire” quanto ricevuto (1 Tm 1,11; 6,20) a condizione di mettersi alla scuola dello Spirito, maestro di tutta la verità, in continuità con Gesù. Perciò, ripercorrendo storicamente la formazione del canone e la dialettica tra tradizione orale e Scrittura ritenute valide per la vita di fede (regola della fede), si avverte come non ci sia stata “univocità” nella determinazione della dottrina della fede. Lo stesso modello per la confessione della fede, centrato sulla morte e risurrezione di Cristo, venne ampliato in avanti (sviluppo della dimensione escatologica) e all’indietro (sviluppo della cristologia della preesistenza). Seewald nota perciò che «le teorie dello sviluppo dogmatico nascono per lo più a partire dalla necessità […] di connettere reciprocamente in modo riflesso la discontinuità fattuale con la continuità normativa» (87).

Egli, poi, nei capitoli successivi (IV e V) porta l’attenzione sul processo dello sviluppo dottrinale, sulle sue possibilità e limiti, forme e leggi. […]

Ma il periodo più suggestivo e interessante per un ricercatore della storia dei dogmi è senza dubbio il XIX secolo e l’inizio del XX secolo, definito dall’A. «la fase calda delle teorie» (149). Egli ricorda che con la cosiddetta “scuola di Tubinga” prese avvio un nuovo modo di argomentare intorno alla crescita dei dogmi; vennero prese le distanze dalla scolastica, volgendo l’interesse per la temporalità e la dimensione storica dell’evento della Rivelazione. Come punto vitale del cristianesimo venne ritenuto «Dio che si è rivelato in Gesù Cristo e che nel proprio Spirito vivifica la chiesa» (155). I dogmi cominciarono così a essere pensati come un «sistema, costituito da Dio e mantenuto insieme dal suo Spirito» (156).

Su questa linea di pensiero tracciata da J.S. Drey, secondo il quale «non occorre aver timore della crescita dei dogmi cristiani» (151), si collocarono alcuni grandi teologi, come J.A. Möhler e J.H. Newman. Questi però rimasero periferici rispetto a ciò che accadeva nella teologia cattolica del loro tempo. Infatti, la cosiddetta “scuola romana” (J.B. Franzelin, G. Perrone, C. Passaglia e Cl. Schrader), secondo la quale non vi può essere una “crescita obiettiva” del deposito della fede, ricollocò al centro dello sviluppo dei dogmi la dottrina della tradizione, sebbene con sfumature interpretative diverse (M.J. Scheeben, R. Shultes e F. Marín-Sola).

Prima di giungere alla rielaborazione del Vaticano II, le teorie dello sviluppo dei dogmi passarono attraverso la crisi modernista, a cui seguì l’antimodernismo papale, che pose sotto silenzio l’idea di evoluzione dei dogmi. La ripresa avvenne per merito soprattutto di H. de Lubac (i dogmi sono grandezze storiche) e di K. Rahner (un vero evento storico sotto l’impulso dello Spirito), ai quali fecero seguito i contributi di J. Ratzinger (occorre collegare continuità e mutamento) e di W. Kasper («dogma come servizio d’amore per la comune confessione di fede», 220), che diedero una impostazione altamente dinamica allo sviluppo dei dogmi.

Giunto al termine del suo opusculum l’A. conclude dicendo che la tradizione di pensiero teologico «contiene un tesoro di teorie dello sviluppo dogmatico che attualmente continua per lo più a sonnecchiare inutilizzato» (227). In un’epoca come la nostra, in cui si avvertono forti pressioni per il cambiamento, si dovrebbero ricavare da questo tesoro “cose antiche e cose nuove”. Nessuna delle teorie del dogma esaminate è necessaria e possibile, ma dallo sviluppo dei dogmi si possono trarre tipologie e modelli che aiutano a guardare avanti, poiché «i dogmi della chiesa non sono fini a se stessi, bensì hanno una funzione di servizio» (236). Dal momento poi che esiste un’instabile simultaneità di continuità e discontinuità che interessa sia la chiesa sia la dottrina, sia il presente sia il futuro del cristianesimo, c’è motivo per sperare che il vangelo continui a ispirare la vita dell’uomo in tutti i labirinti della storia.

Seewald offre un contributo prezioso e utile perché la fede del tempo presente continui a essere affascinante, senza pagare il prezzo della nostra contemporaneità. Anzi, come sostiene l’A., essa «ha la possibilità di realizzarsi soltanto se la fede porta in sé anche il marchio del presente» (9). Spetta alla chiesa annunciare il vangelo in termini attuali come lieta notizia, proteggendolo dalla musealizzazione.


G. Zambon, in Studia Patavina 1/2022, 151-155

Il libro offre una riflessione accurata su uno dei punti più delicati e controversi della teologia di tutti i tempi, ritornato di attualità per le necessità emerse dalla nuova evangelizzazione. Michael Seewald, docente di teologia dogmatica all’Università di Münster, sviluppa un percorso in tre momenti successivi: prima illustra il significato dei concetti di dogma e di sviluppo (cap. 2); poi ripercorre l’intera storia della teologia cercando i contributi più significativi sulla problematica (capp. 3-7); infine presenta una sistemazione in 11 modelli teorici di sviluppo dei dogmi (cap. 8). L’ultima parte è quella più interessante, perché offre un buon contributo, fondato storicamente e dottrinalmente, al discernimento ecclesiale tra il custodire la rivelazione ricevuta e il presentarla in maniera adeguata alle nuove generazioni.

Per definire i concetti di dogma e di sviluppo l’autore parte dal fatto che il cristianesimo nasce da una rivelazione collocata in uno spazio e un tempo definiti, ma che ha un valore universale e permanente per la salvezza dell’umanità. Pertanto, egli ritiene che il compito primario della Chiesa, sotto l’azione dello Spirito di Dio, sia quello di «proteggere il Vangelo dalla musealizzazione e annunciarlo continuamente in termini attuali come lieta notizia» (p. 10). In questa prospettiva, il «dogma», inteso come dottrina di fede espressa in forma proposizionale e in modo vincolante per il credente, appare come un mezzo necessario per il raggiungimento del fine, che è l’esposizione del Vangelo in forma comprensibile per il destinatario.

Oltre che alla forma del dogma, l’autore presta attenzione anche al contenuto, in quanto la realtà della storia e la diversità delle culture hanno fatto emergere il problema dello sviluppo della dottrina e della sua continuità. Secondo lui, «se una dottrina di fede si sviluppa, si produce in essa un’innovazione che appare esternamente come una discontinuità, ma che avanza la pretesa di garantire la continuità in una misura maggiore» (p. 43).

Il concetto di «sviluppo» ha avuto culturalmente diversi significati. L’autore mette in luce come in teologia ogni sviluppo dottrinale trovi il suo criterio di giudizio nella parola di Dio, custodita e interpretata dalla Scrittura, dalla Tradizione e dal Magistero. Infatti, la seconda parte del libro è dedicata all’analisi del discernimento di continuità e sviluppo della dottrina nelle diverse epoche storiche, a partire dall’insegnamento di Gesù sul Paraclito, il quale ricorda ogni cosa e conduce alla verità intera (cfr Gv 14,26; 16,13), e dell’insegnamento di Paolo a Timoteo sulla custodia del deposito ricevuto (cfr 1 Tm 6,20).

Tra i diversi autori che vengono presentati, troviamo, ad esempio, in ambito antico, Vincenzo di Lérins, con i criteri del «dovunque, sempre e da tutti», che ebbero notevole influsso nella storia della teologia; Agostino di Ippona, con la distinzione tra «segni e cose», in cui le parole e i segni possono cambiare, ma la fede deve rimanere sempre la stessa; e Tommaso d’Aquino, con la distinzione tra «sostanza e spiegazione» della fede e il dispiegamento di ciò che è implicito. Per l’epoca moderna, viene ricordata la scuola di Tubinga, con i contributi di J. S. Drey e J. A. Möhler, in cui la Chiesa appare come una realtà vitale che deve essere sempre custodita; la figura di J. H. Newman, per il quale la vita umana è un continuo mutamento; e la Nuova filosofia scolastica, con la distinzione di J. B. Franzelin tra «oggetto e forma» delle verità rivelate. Per l’epoca contemporanea, vengono presentati i contributi di K. Rahner, J. Ratzinger e W. Kasper, fino all’ampliamento del concetto di dogma nel Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC) del 1992, in cui si parla di verità «necessariamente collegate» (CCC 88) alle verità della rivelazione.

Il lungo e accurato percorso storico ha permesso all’autore di sistemare i diversi contributi trovati in 11 modelli di sviluppo dei dogmi: modelli che organizzano contesti complessi alla luce di un unico principio ideale e guidano la comprensione dei cambiamenti reali. Essendo però il dogma una confessione vincolante della fede della Chiesa, il suo sviluppo non può fare a meno dell’autorità della Chiesa, la quale sola può riconoscere la continuità necessaria all’interno dei possibili cambiamenti.


L.M. Gilardi, in La Civiltà Cattolica 4118 (15 gennaio 2022), 201-203

Che cosa è il dogma? Cosa significa affermare il suo «sviluppo»? L’a., il più giovane professore di Teologia della Germania, si sofferma con la sua robusta riflessione a disseppellire i vari approcci che hanno costellato la ricca tradizione di teorie dello sviluppo in campo dogmatico i quali, nel corso della storia, spesso sono stati consegnati all’oblio. Ne emerge una Chiesa che nel suo passato ha dimostrato di essere in grado di mutare più di quanto molti oggi siano disposti a concedere. Un’indagine che merita di essere letta per contrastare la corrosiva stanchezza dei nostri tempi.


D. Segna, in Il Regno Attualità 20/2021, 643

Il denso testo di Michael Seewald affronta il tema delicatissimo della dogmatica cattolica. L’autore ha un approccio soprattutto storico, analizza infatti il concetto e la pratica teologica del dogma nella sua formazione e poi nello sviluppo, fino alle ultime riflessioni su di esso elaborate da Joseph Ratzinger, non ancora divenuto papa, e da Walter Kasper. Lo studio è diretto a cogliere l’equilibrio esistente tra una concezione puramente statica del dogma, che non prevede alcun adeguamento alle trasformazioni che l’umanità subisce di continuo, e una concezione dinamica che rischia invece di staccarsi dalla tradizione e fondarsi sulla cultura dominante più che sulle scritture e sull’insegnamento apostolico. Molto interessanti risultano la posizione molto elastica elaborata da Ratzinger, e fondata sulla componente soggettiva-ricevente e mutevole della rivelazione, e l’interpretazione offerta da Kasper che individua il dogma come servizio d’amore all’interno della “carità ecclesiale”.


S. Valzania, in Radio InBlu. La Biblioteca di Gerusalemme 21 novembre 2020