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Humanæ Vitæ
Aristide Fumagalli

Humanæ Vitæ

Una pietra miliare

Prezzo di copertina: Euro 11,00 Prezzo scontato: Euro 9,30
Collana: Giornale di teologia 416
ISBN: 978-88-399-3416-1
Formato: 12,3 x 19,5 cm
Pagine: 112
© 2019

Descrizione

Humanae vitae: pietra d’inciampo che ha impedito l’aggiornamento della morale coniugale oppure pietra di confine che ha stabilito dei limiti invalicabili? Superando l’alternativa che ne ha polarizzato la recezione, questo libro interpreta l’enciclica di Paolo VI come una pietra miliare, il cui significato non è quello di congelare la dottrina morale della chiesa, ma di orientare il suo sviluppo.
Humanae vitae dichiara il nesso indissolubile tra la significazione unitiva e la significazione procreativa dell’atto coniugale. A fronte del privilegio solitamente accordato alla significazione procreativa, si recupera qui il valore della significazione unitiva, mettendo poi in luce come l’integralità dell’amore personale sia penalizzata non solo qualora un atto coniugale includa la contraccezione, ma anche qualora l’atto coniugale sia omesso.
Affrontando la spinosa questione del possibile conflitto delle due significazioni nella concretezza della vita coniugale, vengono infine indicati dei criteri per il discernimento di coscienza che i coniugi sono chiamati a operare per incarnare la comunione feconda dell’amore.

Recensioni

Pietra d’inciampo, pietra di confine, oppure pietra miliare? L’a., sacerdote ambrosiano noto teologo morale, opta in questo suo snello saggio per la terza ipotesi. Humanae vitae, capitale enciclica di Paolo VI, in effetti più che aver impedito lo sviluppo di una superiore dottrina sociale, o di aver posto invalicabili «colonne d’Ercole», ha orientato il cammino successivo delle questioni morali ponendosi come inequivocabile «segno di contraddizione», laddove era in atto, sul finire degli anni Sessanta, la rivoluzione sessuale delle nuove generazioni. Un’enciclica, dunque, che suscitò critiche al suo apparire e che oggi, a distanza di decenni, invita ancora a riflettere sul discernimento della coscienza che i coniugi, chiamati alla loro specifica testimonianza, hanno il dovere di farsi carico.
D. Segna, in Il Regno Attualità 14/2019

Rev.mo Prof. Aristide Fumagalli, Lei è autore del libro Humanæ vitæ. Una pietra miliare edito da Queriniana: a distanza di cinquant’anni dalla sua promulgazione, quale interpretazione è possibile dare dell’enciclica di Paolo VI?
Nei cinque decenni ormai trascorsi, l’interpretazione dell’enciclica Humanae vitae ha visto contrapporsi i due poli di chi la considerava una pietra d’inciampo e chi, invece, una pietra di confine. Humanae vitae è stata interpretata come un’indebita pietra d’inciampo per l’auspicabile cambiamento dell’insegnamento morale della Chiesa, perché l’avrebbe impedito. È stata invece interpretata come una dovuta pietra di confine, perché avrebbe opportunamente fissato il limite che la morale cattolica non può e non deve oltrepassare. Fuoriuscendo dall’opposizione polemica che ritiene l’ultima enciclica di Paolo VI un improvvido o, al contrario, un provvidenziale pronunciamento, oggi si può meglio interpretare Humanae vitae come una pietra miliare, la quale né intralcia, né limita la dottrina morale della Chiesa, ma piuttosto orienta il suo sviluppo, fungendo da riferimento imprescindibile, certo, ma per il suo decorso. Humanae vitae è stata felicemente definita da Jean Guitton, il filosofo francese amico di Paolo VI, un’enciclica ferme mais non fermée.

Quale indissolubile nesso tra significazione unitiva e significazione procreativa dell’atto coniugale dichiara l’Humanae vitae?
Il nesso indissolubile che Humanae vitae dichiara sussistere tra le due significazioni dell’atto coniugale, unitiva e procreativa, riguarda l’unione profonda dei coniugi e la loro attitudine a generare, ovvero la comunione e la fecondità proprie dell’amore coniugale che nell’atto coniugale sono significate. Le due significazioni sessuali non sono sempre presenti negli atti coniugali, ma «secondo leggi iscritte nell’essere stesso dell’uomo e della donna». La ciclicità della fertilità femminile fa sì che gli eventuali atti posti in periodo agenesiaco non implichino la significazione procreativa, ovvero l’attitudine a generare, come invece la implicano gli atti posti in periodo genesiaco. Qualora, in relazione al ciclo mestruale femminile, le due significazioni fossero entrambe presenti, la loro connessione è dichiarata da Paolo VI inscindibile, sia sotto il profilo teologico, poiché così Dio ha voluto, sia sotto il profilo morale, perché l’uomo non deve scinderle.

In che modo l’integralità dell’amore personale viene penalizzata qualora un atto coniugale includa la contraccezione?
La contraccezione è la volontaria esclusione dell’attitudine a generare propria degli atti coniugali, qualora essa, in periodo di fertilità, sia presente. L’esclusione dell’attitudine generativa non è semplicemente l’impedimento di una potenzialità fisica, ma una limitazione posta all’amore, che non può raccontarsi nei corpi nella sua totalità. Il linguaggio dei corpi, privato volontariamente della fertilità, non esprime integralmente la reciproca donazione di tutto se stessi da parte dei coniugi. Questa valutazione della contraccezione poggia su una concezione antropologica tale per cui la persona umana è una «totalità unificata» di spirito e corpo. Il corpo non è uno strumento che la persona “ha” a disposizione, ma “è” la persona che si esprime. Il corpo personale è dunque un linguaggio, la cui grammatica esige di essere riconosciuta e rispettata per manifestare l’amore.

Quali criteri possono guidare i coniugi nel discernimento di coscienza che essi sono chiamati a operare per incarnare la comunione feconda dell’amore?
L’amore coniugale è la storia di un cammino a due, insieme chiamati ad amarsi come Gesù ha reso possibile e ha insegnato ad amare, ovvero invitati a dare la vita l’un per l’altro e la loro comune vita ad altri. In corrispondenza a questa vocazione all’amore e alla vita, i coniugi hanno come criterio morale generale quello di realizzare la maggior fecondità possibile, la quale, benché abbia nella generazione dei figli la manifestazione più evidente, si estende a tutta la vitalità che l’amore di coppia comunica, ai due che lo vivono, anzitutto, e a coloro con i quali essi entrano in relazione. In riferimento più specifico alla fecondità procreativa o, altrimenti detto, alla paternità-maternità responsabile, si possono indicare altri tre criteri di discernimento. Il primo e fondamentale criterio è quello di corrispondere alla propria vocazione procreativa, facendo la volontà di Dio nella propria vita coniugale e familiare. La procreazione è la cooperazione all’opera creativa di Dio, la cui volontà è espressa nel Vangelo di Gesù. Uno stile di vita evangelico, secondo i valori della fede cristiana, è la condizione primaria per discernere se sia il tempo opportuno per generare un figlio. Qualora la coppia giungesse responsabilmente a comprendere che non sia tempo di generare un figlio, subentra un secondo criterio, relativo al modo in cui si possa vivere l’unione sessuale senza generare. Il modo privilegiato, raccomandato da Humanae vitae, è quello dei cosiddetti “metodi naturali”, i quali permettono di conoscere i tempi in cui l’unione sessuale non contempla l’attitudine generativa. Qualora, a seguito del discernimento di coppia, questa modalità non risultasse praticabile, un ulteriore criterio riguarda il ricorso alla contraccezione. In termini generali saranno da escludere i mezzi che implicano l’eventualità dell’aborto e da privilegiare quelli che meno influiscono sulla salute psico-fisica dei coniugi (la donna è spesso la più penalizzata) e meno ostacolano la coppia nel vivere la fecondità dell’amore.

In Letture.org 1 aprile 2019



In Letture.org 1 aprile 2019