Quando lo raccontoai giovani di oggi, sui loro volti vedo scorrere più che stupore un velo di scetticismo. Eppure – non nel lontano Rinascimento o ancor più nel Medioevo – solo sessant'anni fa l'intero duplice corso accademico che avevo svolto nelle università pontificie romane era condotto in latino. Certo, questo era un incubo per alunni (e docenti) africani, asiatici o americani e le cadute nella mera retroversione delle lingue moderne in modo maccheronico era frequente. Paradossalmente tra i docenti avevo due figure eminenti delle discipline teologiche, il canadese Bernard Lonergan (1904-1984) che si esprimeva in un latino impeccabile e il tedesco Norbert Lohfink (1928-2024) che invece doveva scriversi tutte le lezioni perché incapace di ricorrere oralmente al latino, sia pure scolastico.
Questa premessa un po' sorprendente è per evocare due fratelli che sono stati tra i più rilevanti esegeti tedeschi: da un lato, il citato Norbert che ha lasciato studi capitali su alcuni scritti anticotestamentari coi quali io stesso mi sono confrontato talora anche dialetticamente; d'altro lato, Gerhard (1934-2024) che fu docente di teologia ed esegesi neotestamentaria a Tubinga. A quest'ultimo – che non ho conosciuto personalmente – vorrei fare ora riferimento per un saggio veramente affascinante anche per il mondo "laico" che voglia confrontarsi con la figura e ilmessaggio autentico di Gesù diNazaret. Non è necessario ribadire che il volume sarebbe più che prezioso per i cristiani desiderosi di «crescere nella piena e perfetta conoscenza di Cristo» come a più riprese suggerisce l'apostolo Paolo nella Lettera ai Colossesi.
Lo studioso setaccia le pagine evangeliche alla ricerca di quelli che tecnicamente sono definiti loghia, ossia in greco i "detti" di Gesù. Inizialmente ne aveva scremati 150; un ulteriore vaglio li ha ridotti a 70, ordinati poi in un settenario tematico. Il soggetto privilegiato della predicazione di Cristo è il Regno di Dio, laddove però la categoria dev'essere intesa nella forma dinamica di "signoria", kingship più che kingdom.
In secondo luogo, si esaminano i detti sull'invio in missione dei dodici apostoli «come agnelli in mezzo ai lupi». La terza sezione raccoglie i moniti sullo stile e la modalità di vita del discepolo nella sua opera di annuncio e testimonianza («se il sale perde il sapore...»).
Di scena nella quarta scansione è, invece, l'esistenza di tutti i cristiani: sono ben 18 loghia nei quali brilla la stella dell'amore ma anche un'opzione specifica come il rapporto con la politica: «Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, ma quello che è di Dio, a Dio!». A questo proposito, io amo spesso ripetere che Gesù aveva già usato il tweet: la frase citata (Marco 12,17) comprende, infatti, nel testo greco 49 caratteri compresi gli spazi! Eppure pensiamo quanto imponenti sono state nei secoli la sua interpretazione e applicazione. Nella quinta selezione campeggia la figura di Cristo che si erge con autorità attraverso dichiarazioni in quel tempo fin scandalose: «Ti sono perdonati i peccati... Ho portato non pace ma spada».
È lui ancora a occupare la ribalta quando punta l'indice – nella sesta parte della lista – contro la crisi della religiosità nell'Israele a lui vicino con potenti denunce: «Guai a voi, dottori della legge...!». Il sipario cala nella settima tappa quando veniamo posti «al cospetto della morte» che non è solo la nostra e quella dell'umanità (il discorso escatologico) ma anche quella di Gesù stesso e qui sono affrontate le parole dell'Ultima Cena. A nostro avviso avrebbero meritato uno sguardo anche le sette parole di Cristo in croce, pur con tutte le verifiche storico-critiche che esse esigono.
Definita la mappa, si dovrebbe iniziare un percorso forse secondo due approcci. Il primo potrebbe essere continuativo: esso permetterebbe di delineare non solo uno dei pochi profili biografici fondati del rabbì di Galilea, ma anche di abbozzare il cuore del suo messaggio spesso provocatorio per la sua radicalità.
Altra tipologia, forse la più immediata, potrebbe essere – sfogliando l'indice – individuare i loghia più emblematici o quelli che generano maggior interesse per la loro originalità o per la sensibilità del lettore. Tentiamo solo qualche esempio: la cacciata dei demoni, il celibato di Gesù, perdere la vita per salvarla, l'adulterio consumato già negli occhi, il divorzio, la mano mozzata, il cammello e la cruna dell'ago, filtrare il moscerino e così via.
In tutti i casi le analisi di Lohfink assommano in sé una duplice qualità: rilevano una ricca dotazione storico-critica e teologica ma anche una straordinaria leggibilità. Essa è affidata a un dettato coinvolgente ben reso anche nella traduzione italiana di Maria Angela Meraviglia, un dato che di solito accade nella preziosa collana "Biblioteca di Teologia contemporanea" dell'editrice Queriniana, ove questo saggio è inserito col n. 228, e che ha ospitato sia tutti i teologi maggiori del Novecento, sia molti testi minori di forte impatto e suggestione.
A conclusione, ci sembra molto pertinente l'esergo che Lohfink pone al suo saggio attingendo allo scrittore colombiano Nicolas Gomez Davila (1913-1994), un autore incline a spettinare anche certi stereotipi religiosi: «Alla sua morte Cristo non ha lasciato documenti, ma discepoli. Cristiana non è la società nella quale nessuno commette peccati… La Chiesa non deve adattare il cristianesimo al mondo, ma non deve nemmeno adattare il mondo al cristianesimo; piuttosto, deve conservare un contro-mondo nel mondo».
G. Ravasi, in
Il Sole 24 Ore 29 marzo 2026, VII