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La fede nell’attuale contesto europeo
Christoph Theobald

La fede nell’attuale contesto europeo

Cristianesimo come stile

Prezzo di copertina: Euro 38,00 Prezzo scontato: Euro 36,10
Collana: Biblioteca di teologia contemporanea 204
ISBN: 978-88-399-3604-2
Formato: 15,7 x 23 cm
Pagine: 288
Titolo originale: Christentum als Stil. Für ein zeitgemäßes Glaubensverständnis in Europa
© 2021

In breve

L’attenzione di Theobald cade non solo sulla fede esplicitamente cristiana, ma anche su quei momenti decisivi dell’esistenza in cui si manifesta una “fede nella vita”: lì si dà una vera e propria apertura al vangelo di Cristo.

Descrizione

Nei suoi discorsi davanti al Parlamento europeo e al Consiglio d’Europa papa Francesco non ha esitato a tratteggiare l’immagine di un’Europa ferita, che sta attraversando una profonda crisi di fiducia e di speranza. Anche il cristianesimo è toccato da questa crisi: la sua forza ispiratrice sembra indebolita. Siamo dunque posti di fronte all’alternativa: estinzione o riforma.
Christoph Theobald coglie l’occasione di questa sfida per farne l’innesco di una traduzione contemporanea della fede, della speranza e della carità biblico-cristiana. Egli si lascia guidare dalla domanda: come testimoniare oggi una speranza comune e come rendere possibile una fiducia reciproca? Le sue riflessioni lo conducono a comprendere l’essere cristiano come una maniera di vivere secondo una santa ospitalità, suscettibile di costruire fiducia, di generare speranza e di rivitalizzare, in tal modo, un continente ferito.
L’attenzione di Theobald, uno fra i teologi cattolici più apprezzati e seguiti al mondo, cade nello specifico non solo sulla fede esplicitamente cristiana, ma anche su quei momenti decisivi dell’esistenza in cui si manifesta una “fede nella vita”: lì si dà una vera e propria apertura al vangelo di Cristo. Ne discende, così, una teologia della fede e della grazia che risultano incarnate in un preciso contesto storico e geografico: quello del Vecchio Continente.

Recensioni

Di fronte a uno scenario di vasta e profonda trasformazione del tessuto culturale e religioso dell’Europa e di crisi del cristianesimo segnalata ancora nel 1943 da Henri Godin e Yvan Daniel con la pubblicazione di La France, pays de mission?, il teologo gesuita Ch. Theobald non ha dubbi nell’affermare che l’Europa è terra di missione. Con il suo libro La fede nell’attuale contesto europeo (2021), già editato in lingua tedesca nel 2018 per le edizioni Verlag Herder GmbH, egli intende proporre una riflessione a tutto campo sulla comprensione cristiana della fede e sulla sua potenzialità performativa dell’individuo e della collettività umana, allo scopo di mostrare che è possibile trasmettere speranza e fiducia nel mondo presente. Nel suo studio, egli raccoglie il frutto migliore della sua ricerca scientifica sul concilio Vaticano II, sulla riforma della chiesa, sulla teologia nella postmodernità, oggetto di riflessioni già sviluppate ed esposte per la prima volta nel giugno del 2015 a Regensburg, in qualità di professore invitato della Fondazione Joseph Ratzinger.

Il libro si compone di cinque capitoli e di una Conclusione nella quale gettando lo sguardo al di là dell’Europa egli ricorda che «la pastoralità del concilio Vaticano II ha fatto della contestualità della fede la legge di ogni evangelizzazione e ha radicalmente storicizzato la rivelazione data una volta per tutte» (p. 262). Per questo, l’asse portante attorno al quale ruota la sua riflessione è la fede nell’attuale contesto europeo per indicarne l’essenza ossia di che cosa tratta propriamente in un contesto di exculturazione, di diaspora, di perdita di credibilità del cristianesimo che ha prodotto «un deficit cronico di esperienza nell’annuncio della fede» (p. 21).

Il libro apre prendendo spunto dal discorso di papa Francesco al Parlamento europeo nel 2014. In quell’occasione, egli si rivolgeva con tono provocatorio a un’Europa ferita, stanca e pessimista, assediata dalle tante novità che giungono da altri continenti, chiedendo: «Dov’è il tuo vigore? Dov’è quella tensione ideale che ha animato e reso grande la tua storia? Dov’è il tuo spirito di intraprendenza curiosa? Dov’è la tua sete di verità, che hai finora comunicato al mondo con passione?» (cit. p. 5). Le domande erano ovviamente rivolte ai cittadini europei ma nel contempo suonavano come una vera sfida lanciata alla chiesa e alla fede cristiana. A esse aveva già prestato attenzione papa Benedetto XVI (al quale Theobald dedica con gratitudine il libro) esaminando le molteplici fonti e radici culturali e religiose dell’identità europea. Ma il lavoro della memoria orientato all’identità non era stato sufficiente per superare la crisi di fiducia e di speranza. D’altra parte, anche le chiese europee facevano «molta fatica a uscire da una pastorale di semplice riproduzione e ad adottare una “prospettiva di fondazione”, cosí come si trova rappresentata durante il Concilio nel decreto Ad gentes e, in seguito, nelle esortazioni apostoliche Evangelii nuntiandi (1975) e Evangelii gaudium (2013)» (p. 95). Nonostante ciò, Theobald si dice convinto che il cristianesimo può tornare a essere generativo di fiducia e di speranza. Nel Vangelo di Dio si nasconde una vitalità insospettata.

La strada da percorrere è quella dell’“ascoltare e trovare/riconoscere” (vedere) la fede là dove non ce l’aspettiamo; forse non coincide con i nostri modi canonici di esprimerla. Per questo occorre riconoscere che non appartiene piú alla routine quotidiana e che essa vive piuttosto di interruzioni e di momenti di crisi. Può nascere infatti in chiunque a seguito di situazioni di apertura e di scoperta (disclosure situations), a seguito di «“istanti” o di “frammenti di tempo” piú o meno brevi, che fanno apparire la vita, come attraverso una finestra, nella sua coerenza indisponibile» (p. 65). Si pensi, ad esempio, alla morte e alla vita, i due confini estremi di ogni esistenza umana. Lí, infatti, possono aprirsi improvvisamente degli squarci sulla unicità della vita e sulla necessità di fare una scelta fondamentale. Solo attraversandoli si capisce che la fede non può essere impiantata dall’esterno e che non può venire trasmessa per mandato. Essa è infatti un avvenimento a cui si accede in modo misterioso e complesso. La sua struttura è decisamente relazionale (vedi il racconto della donna emorroissa: Mc 5,21-43); richiede ospitalità dell’altro, senso di apertura, molto “tatto” e “finezza” in modo da «discernere nell’altro in quanto altro la fede elementare nella vita, già presente, sapendo al tempo stesso che solo lo Spirito di Dio può condurre questa o quella persona “gratuitamente” e “senza condizione” alla fede cristiana» (p. 95).

Theobald parla di “ospitalità” e di “santità”. Ambedue sono congruenti con il principio fondamentale del generare la fede a condizione che si mantenga il loro legame: “santa ospitalità”. In particolare, l’ospitalità è la caratteristica specifica della fede cristiana. Indica l’accesso all’intimità di Dio cioè quel processo di incontro e di relazione che conduce al di là di se stessi, che consente di superare le tensioni tra singolarità e rispetto dell’altro, tra individuo e collettività, tra locale e universale. Anzi, l’ospitalità rende fruttuose tali tensioni. Si può parlare anche di una “ospitalità riuscita”: è quella del Nazareno, il Messia-Gesú, crocifisso-risorto, “Figlio unigenito” (Gv 1,18) del Padre. Si presuppone che in Lui l’ospitalità sia stata “comunicata” e “ricevuta” (Lc 10,21-22), “senza misura” (Gv 3,34ss).

Inoltre, nell’evento di Cristo si avverte una concreta trasposizione antropologica. L’ospitalità si traduce in spirito di filiazione, di rinuncia a sé e di conversione. Diventa anche criterio etico-teologale (lo “stile” di Gesú) che «determina la sua coerenza con sé stesso», «costituisce la sua credibilità», si esprime «nella sua discrezione e nell’annullamento, ossia nella sua rinuncia alla paternità di ciò che accade […] lasciandola allo Spirito che assume la sua funzione creatrice di “stilista”» e agisce «nell’altro come “credente” e nel suo processo di incontro e di relazione» (p. 202).

Si può anche dire che in Gesú e nei suoi discepoli vi è una ospitalità de-centrata. Se pensata in riferimento all’oggi, due sono i fronti sui essa si ripercuote: quello della definizione dell’essenza del cristianesimo come “stile” (cf. p. 204ss) e quello della fede cristiana che, ponendosi in un contesto di crisi, impara a offrirsi alla società come dono e risorsa di vita che si sottrae a ogni logica di strumentalizzazione.

Inoltre, nel pensiero di Theobald, il concetto di “stile”, inteso come approccio metodologico, è fondamentale, presente in tutti i capitoli e in contesti tematici differenti. Viene utilizzato per indicare diversi aspetti: la comprensione stilistica della fede e i suoi tratti fondamentali (cap. I); la sua originarietà generativa e il suo approccio all’altro, al mondo e anche agli “atti di fede” di chiunque come racconta Marco nell’incontro di Gesú con l’emorroissa (Mc 5,21-43); la possibile distinzione tra “fede elementare nella vita” e “fede cristiana in Dio”; la capacità di quest’ultima di offrire il suo contributo specifico e singolare senza lasciarsi contaminare dal potenziale di violenza presente in un contesto di pluralismo religioso e di società neutrali (vedi cap. III). L’approccio stilistico è richiesto anche dal contesto europeo e, in particolare, dalle diverse crisi in atto, tra cui quella ecologica e quella transumanistica. Per chi è alla ricerca di una comprensione contemporanea della fede, esse sono autentici “segni dei tempi” (vedi cap. IV). Infatti, ciò che caratterizza qualsiasi stile è la «singolarità o novità di una figura, che dispiega il suo effetto in un processo specifico di incontro e di relazione che si gioca nel mondo» (p. 163). Questo può avvenire per la fede in un contesto, ad esempio, come quello di una crisi ecologica. Essa deve sentirsi interpellata a vivere nel mondo (incarnazione) per una metamorfosi “in” e “su” di esso, per poter trarne fuori l’essenziale sul piano della sua struttura escatologica. In particolare sarà l’essere umano a sentirsi chiamato in causa, avvertendo di essere portatore di una speranza radicale che lo fa sentire “ospite” di quella terra che gli è stata data in dono. E Dio è colui che chiama alla vita tutte le cose suscitando nell’uomo stupore, contemplazione e gratitudine, che sono un’autentica risorsa per il divenire del mondo.

Alla fine del libro, Theobald affronta il tema della chiesa in divenire (vedi cap. V) che gli dà l’occasione per introdurre l’idea di una “ecclesiologia stilistica” fondata sulla dottrina paolina dei carismi e sul privilegio messianico-lucano dei poveri. Carismi e poveri sono gli indicatori importanti per un decentramento della chiesa e per la sua conversione missionaria. Essi ricordano che la chiesa nasce là dove viene generata e dove diventa spazio ospitale di tutti e per tutti ossia un corpo che si nutre della Parola, si costituisce come Popolo di Dio e partecipa all’unica missione di Cristo. In definitiva, oggi piú che mai, il cristianesimo è chiamato a una metamorfosi di stile per testimoniare nell’attuale contesto europeo che, come J. Ratzinger ha espresso in una bella forma breve della fede, «in Cristo, l’essere umano è diventato la speranza dell’uomo» (p. 267).

I contenuti del libro sono evidentemente molto piú ricchi e articolati di quanto lo si possa dire in poche righe. Il lavoro di Theobald è costruito in modo articolato e coerente, sistematico e attualizzante, attento alla Scrittura (in particolare al Nuovo Testamento), al magistero (in particolare al Vaticano II e a papa Francesco) e alla letteratura teologica contemporanea. Di questi ne raccoglie i tratti piú significativi e innovativi per poi intrecciarli in modo intelligente e creativo. Il taglio della sua riflessione è quello della teologia fondamentale. Lo scopo, invece, è quello di mostrare la possibilità e la convenienza teologico-pastorale di una comprensione della singolarità della fede cristiana in dialogo con il mondo contemporaneo. La prospettiva di un “cristianesimo come stile” e, ancora di piú, di una ecclesiologia stilistica, apre a una visione d’insieme in cui le diverse dimensioni della fede, riconducibili all’essere in sé e all’essere in relazione con l’altro, possono essere pensate in analogia all’unione ipostatica di Cristo e allo stile messianico-escatologico di Colui che «si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14) per ospitarci nell’intimità divina.


G. Zambon, in Studia Patavina 3/2021, 572-576

La situazione di post-secolarizzazione che caratterizza oggi la so­cietà europea suscita interrogativi profondi sulle modalità della pre­senza in essa della Chiesa e del singolo credente. Christoph Theobald, gesuita e docente di teologia fondamentale a Parigi, propone in questo libro una riflessione rigorosa sulla presenza della fede in Europa. L’at­tenzione ai contributi della filosofia e della sociologia, il fedele rife­rimento ai documenti del magistero e la conoscenza delle dinamiche che sostennero la stesura dei documenti del Concilio Vaticano II attri­buiscono alla sua riflessione un carattere di complessità e nello stesso tempo di serietà.

Il percorso dell’A. si sviluppa in cinque momenti, che corrispondono ai cinque capitoli del libro. Il primo è costituito dalla diagnosi del con­testo europeo e dalla definizione del concetto di «stile», che è la chiave unificante della sua riflessione. Vengono presentate tre nuove categorie della fede in Europa: la Chiesa in diaspora, in quanto minoranza priva di un ruolo guida nella società; la exculturazione, la scomparsa dell’impian­to culturale che aveva formalizzato la fede nel passato; la crisi di credi­bilità, per la frammentazione delle visioni del mondo e la provvisorietà dei nuovi valori.

Il secondo capitolo sviluppa la visione dell’Europa come terra di mis­sione e mette in luce la presenza di una fede originaria, di una fiducia nella vita che può costituire il punto d’incontro con chiunque, «una “fi­ducia originaria”: un fidarsi nella vita che può essere assolutamente qua­lificata come “spirituale” nel senso più originario del termine» (p. 63).

Il terzo capitolo affronta le problematiche del pluralismo religioso e delle manifestazioni di violenza. Fondandosi sul dogma dell’unione ipostatica e sull’unicità filiale di Cristo, l’A. indica nell’accoglienza della volontà del Padre l’ospitalità originaria di Cristo e il modello della santità cristiana: «“L’unicità di eccellenza” di Gesù deve essere identificata con la sua santità ospitale» (p. 128).

Il quarto capitolo è dedicato alle attuali sfide dell’ecologia e del tran­sumanesimo, che secondo l’A. sono segni dei tempi che negli anni del Concilio Vaticano II non avevano ancora la rilevanza che hanno oggi. Apparentemente in contraddizione tra loro, l’autolimitazione per il ri­spetto della Terra e il superamento tecnologico dei limiti umani conver­gono nella responsabilità-non-reciproca e nella speranza del credente, collegate alla fede e sostenute dallo Spirito: «Questa speranza si nutre dell’esperienza di una vita nuova gratuitamente donata» (p. 189).

Il quinto capitolo è dedicato alla Chiesa. Theobald ritiene che il pas­saggio dalla fiducia originaria alla fede cristiana avvenga per una grazia speciale, che fa di chiunque un discepolo e del discepolo un missionario. Interessante è l’interpretazione dell’opera lucana come modello dell’ec­clesiogenesi contemporanea, indicata da lui in sette tappe, e fondamento della pneumatologia che sostiene la missione ecclesiale.

Il percorso dell’A. è guidato dal concetto di «stile», assunto dalla linguistica e dalla fenomenologia di Maurice Merleau-Ponty e utiliz­zato in funzione euristica in teologia fondamentale. Theobald fa notare come oggi questo concetto sia presente anche nel più alto magistero della Chiesa, per indicare la coerenza tra il Vangelo e la vita di chi lo annuncia: ricorre 22 volte nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium e 18 nell’enciclica Laudato si’. L’A. spiega che il concetto di «stile» ha tre componenti: la singolarità, il processo di incontro e l’inserimento nel mondo. Con esso la rivelazione divina può essere intesa non soltanto come autocomunicazione, ma come incontro tra persone e relazione non dissociabile dal contenuto.

Per Theobald, lo stilema che caratterizza il cristiano europeo è la «santa ospitalità», vissuta in modo attivo, secondo lo schema del «vede­re-giudicare-agire» dell’Azione cattolica: schema che ha sostenuto la stesura della Gaudium et spes. Il concetto di «stile», applicato alla «vita cristiana» e integrato dal sensus fidei fidelium, permette così di fonda­re in modo nuovo e significativo la presenza della Chiesa nel mondo contemporaneo.


L.M. Gilardi, in La Civiltà Cattolica 4114 (20 nov/4 dic 2021) 406-407

Partire dalla fede della persona così come essa la vive, senza dare giudizi o reindirizzarla necessariamente dentro dei parametri. Essere ospitali: è la sfida per la Chiesa in Europa. Nell’ultimo libro del gesuita Christoph Theobald edito nella bella Collana Biblioteca di teologia contemporanea – n. 204 – con uno sguardo fiducioso e prospettico verso il futuro, l’Autore ha come riferimento il Concilio Vaticano II e ciò che attende alla Chiesa nell’Europa di domani.
«La buona novella di Gesù – scrive Theobald – agli uomini e alle donne in Europa così come sono e come vivono oggi, persone che devono ‘governare’ la loro vita in una rete estremamente complessa di relazioni e istituzioni a livello locale, regionale, statale e transnazionale».
In questi decenni l’Europa è cambiata radicalmente e rapidamente. In tale contesto, scrive l’Autore, «la Chiesa non può più presentarsi come un’unità perfettamente costituita per così dire ‘in pompa magna’, ma deve riconoscere la sua effettiva situazione di diaspora e i suoi limiti e riconoscere la sua constatabile insignificanza». Per il cristianesimo in Europa, dunque, si tratta diventare significativo non tanto per un suo bagaglio storico, per quanto importante, ma – come afferma Theobald – «diventare-chiesa in riferimento al vangelo di Dio, impegnandosi come persone in una dinamica del divenire, sapendo ricominciare là dove ogni nuovo inizio sembra senza speranza».
Strutturato in 5 capitoli, il testo di Theobald è un ulteriore prezioso contributo alla ridefinizione del cristianesimo e del cristiano in Italia, in Europa e soprattutto fuori di se stessa (Asia, Africa, America Latina).
«La Chiesa nasce di nuovo là – evidenzia il gesuita Theobald – dove la fede è generata: fede che non significa immediatamente fede in Dio e in Cristo, ma designa la misteriosa capacità di chiunque di dar fiducia alla vita. Nessuno – prosegue Theobald – può compiere questo atto al posto di un altro. Tuttavia questa fede può essere generata dalla persona che si ha davanti e che la percepisce già in germe nell’altro e vi crede. Questo è possibile solo in uno spazio ospitale».
È sempre arricchente e stimolante leggere i testi di Theobald perché più che offrire soluzioni (chi le ha?), apre a prospettive inedite verso le quali ci fa bene guardare, sia per scrollarci di dosso il timore al cambiamento – anche perchè avanza in modo inarrestabile – e sia per scoprire, proprio nel cambiamento che «la Chiesa nasce negli incontri significativi, durante i quali il puro interesse per la fede sempre minacciata dell’altro nel senso della sua vita, diventa lo spazio nel quale questo altro può scoprire Cristo. È su questa soglia che bisogna collocare la predicazione del vangelo».


G. Ruggeri, in Recensionedilibri.it 15 marzo 2021

I cristiani e la fede che non ti aspetti

Teologo del cristianesimo come "stile", gesuita, Christoph Theobald anche grazie alla sua doppia provenienza, tedesco di nascita, francese di adozione - è la persona giusta per concludere questa serie di interviste sulle "parole del nuovo decennio" con una riflessione sull'Europa e il suo rapporto con il cristianesimo.

Il suo punto di partenza è questo: «Cosa può fare la teologia per il superamento tanto desiderato da Francesco della crisi di fiducia e di speranza in Europa». Quale la sua risposta?

Penso che sia importante non isolare la teologia dalla vita della comunità cristiana. Di fronte al refrain della crisi dell'Europa, sento ripetere l'appello ad un ritorno alle radici cristiane del Vecchio Continente. Teologicamente mi sento di correggere questo approccio. Infatti, sebbene esista una certa simbiosi fra tradizione cristiana e cultura europea, il cristianesimo non è stato l'unico contributo alla costruzione dell'Europa: vi sono stati gli apporti ebraici, islamici e del diritto romano, per esempio, secondo la logica del poliedro, più volte sottolineata da papa Francesco. Inoltre, quando si arriva a richiamare le radici cristiane d'Europa, spesso si provoca irritazione in chi cristiano non è. Personalmente penso che dobbiamo riprendere il valore della nozione spirituale dell'ospitalità. Noi siamo cittadini italiani, francesi, austriaci ed europei, ma dobbiamo comportarci come Paolo che era cittadino romano e chiedeva ospitalità con il suo essere cristiano. Ricordiamo, inoltre, come Gesù invia i Settantadue, nel capitolo 10 di Luca: mandandoli a portare la pace. Se troveranno qualcuno che accetta questa offerta di pace, essa scenderà su quanti li incontreranno. Quindi, il concetto-chiave della missione di Gesù è la pace.

A suo avviso il cristianesimo europeo ha perso credibilità per essersi poco accorto degli enormi cambiamenti degli anni Sessanta. Quali sono questi cambi?

Vorrei soffermarmi un attimo sui passaggi operati dal Concilio Vaticano II, momento di grande apprendimento da parte della Chiesa, che ha vissuto alcune mutazioni significative: in primo luogo con Gaudium et spes, poi con Dignitas Humanae e Nostra Aetate. Una volta riuniti tutti i testi del Vaticano Il, si è constatato che durante gli anni successivi, la Chiesa non ha percepito abbastanza che i cambiamenti della società necessitavano anche cambiamenti al suo interno.

La Chiesa non ha compreso che la storicità della società comportava anche una sua storicità, perché la Chiesa non ha una natura atemporale. La nozione di aggiornamento è la capacità di trasformazione nell'ottica della riforma. Da qui è nata la crisi post-Concilio. Oggi la Chiesa è minoritaria ma non deve trasformarsi in una setta. Di qui il problema che non si deve rifare una società cristiana ma offrire una presenza credibile del cristianesimo.

Lei afferma che la tesi della secolarizzazione non tiene in conto di alcuni avvenimenti culturali significativi nel nostro tempo: il darwinismo sociale, l'alleanza tra finanza e tecnologia, il transumanismo. Quale di questi aspetti è il più pericoloso per il cristianesimo?

La risposta la troviamo in Fratelli tutti, un testo straordinario. In effetti la secolarizzazione è un concetto un po' astratto, molto usato dai sociologi. Il dato essenzialmente nuovo è l'affacciarsi di un nuovo umanesimo diventato autosufficiente a se stesso. Francesco l'ha ben compreso e ne ha parlato varie volte, per esempio al convegno di Firenze. Il darwinismo sociale, questa sfida di tutti contro tutti, è effettivamente terribile. L'alleanza tra tecnologia e finanza mette sotto minaccia il nostro avvenire Anche la pervasività della digitalizzazione pone rischi notevoli.

Nel libro lei parla di «una fede dove non te l'aspetti». Dove incontriamo oggi la fede in Europa?

Il nodo non è porsi la questione della valenza numerica della Chiesa, ma domandarsi cosa è la fede. Viviamo ancora troppo di certezze che vanno cambiate. Dobbiamo domandarci realmente cosa è la fede. Ve ne sono di due tipi: una fede che definisco 'eristica', nel senso dei cristiani, usando il termine con cui vennero chiamati i primi discepoli di Cristo. Oltre a questa fede, bisogna indagarne anche un'altra, la fede senza la quale non possiamo vivere, una fede elementare. Gesù parla più volte di questa fede nel Vangelo: «Va', la tua fede ti ha salvato», dice a certi malati quando li guarisce. I cristiani sono chiamati a sintonizzarsi su questa fede elementare dei nostri contemporanei. Lo abbiamo visto negli ospedali in questo tempo di covid: i medici e gli infermieri avrebbero potuto lavorare come hanno fatto senza questa fede elementare? Come afferma Francesco in Fratelli tutti, questa fede elementare si manifesta nelle realtà che alimentano la vita sociale, il buon vicinato nei nostri quartieri di città o nei paesi isolati delle nostre campagne, dove sono all 'opera uomini e donne artigiani di pace che operano in una prospettiva di fraternità messianica.

La proposta teologica che l'ha reso famoso è il cristianesimo come stile, fondato sull'ospitalità dell'altro. Può fare alcuni esempi applicabili all'Europa di oggi?

Va affrontato qui il tema della presenza dei cristiani e delle comunità cristiane nella società, un tema biblico e che ha connotazioni escatologiche. Abbiamo bisogno di persone alla ricerca del mistero dell'altro. Serve un'arte della conversazione con l'altro. Ecco la questione definitiva: la comunità cristiana dovrebbe essere per tutti un appello a questo dato essenziale: «Che ce ne facciamo del fatto che abbiamo una vita sola? Dove è la fonte che ci fa vivere?».

Nel suo testo indica due campi di azione per i cristiani in Europa: il pluralismo religioso e la questione ecologica.

Rispetto al primo, la Chiesa deve maturare una sempre più viva coerenza tra Vangelo e forma dell'annuncio. Non possiamo annunciare il Vangelo della pace con la violenza della seduzione. Non rispettare l'altro sarebbe un gesto incoerente con il Vangelo che professiamo. Al contempo, nel contesto di laicità che viviamo, dobbiamo riconoscere che la fraternità non può essere garantita automaticamente. Qui i cristiani hanno un grande ruolo da giocare. Sul fronte ecologico: con l'avvento dell'Antropocene l'uomo ha scoperto che il grido della terra e il grido dei poveri si coniugano in un'unica brutalità che l'umanità ha inflitto al creato. Le questioni sociali che si stanno dibattendo a livello continentale, tutto ci parla di un acuirsi della sensibilità morale nel nostro tempo.


L. Fazzini, in Avvenire 6 marzo 2021