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L’essenza della chiesa
Dietrich Bonhoeffer

L’essenza della chiesa

Prezzo di copertina: Euro 13,00 Prezzo scontato: Euro 12,35
Collana: Dietrich Bonhoeffer - Edizione paperback
ISBN: 978-88-399-1285-5
Formato: 13,5 x 21 cm
Pagine: 120
Titolo originale: Das Wesen der Kirche; Was ist Kirche?
© 2023

In breve

Saggio introduttivo di Alberto Conci

In appendice: Che cos’è la chiesa (articolo del 1933)

Descrizione

Dietrich Bonhoeffer tenne il corso sull’essenza della chiesa nel 1932. L’argomento era stato al centro della sua attenzione fin dagli anni degli studi, ma l’esperienza del pacifismo cristiano e l’incontro con la comunità dei neri d’America ad Harlem, durante il soggiorno a New York, condussero Bonhoeffer a un profondo ripensamento dell’essenza stessa della chiesa. Anche l’intreccio profondo fra ecclesiologia ed etica e la consapevolezza della necessità di una teologia del movimento ecumenico fecero da sfondo al corso che viene pubblicato in queste pagine.
Pochi mesi dopo la conclusione delle lezioni Adolf Hitler salì al potere. Dobbiamo anche alle lucide riflessioni che Bonhoeffer sviluppò allora, di fronte a un numero incredibilmente piccolo di studenti, se qui trovano anticipazione alcune intuizioni sul posto dei cristiani nel mondo contemporaneo divenuto adulto, sulla rappresentanza, sulla forma e il destino della chiesa – tutti temi che avrebbero trovato compimento negli ultimi scritti della sua vita.

Recensioni

È possibile «ascoltare» Dietrich Bonhoeffer mentre tiene un corso sull’essenza della chiesa nel semestre estivo del 1932 dinanzi a pochi studenti presso la prestigiosa Università di Berlino? In un certo senso sì. Con questo volume edito da Queriniana il lettore può immaginare di sedersi in quell’aula dove il giovane docente e pastore luterano tenne le sue dieci lezioni con uno stile – secondo la testimonianza di Wolf-Dieter Zimmermann, studente del corso – molto concentrato, capace di esprimersi con fredda razionalità, ma al tempo stesso di trasmettere all’uditorio la propria fede adamantina. Lezioni così coinvolgenti che si sarebbe potuto sentire anche il ronzio di una mosca tanto alta era l’attenzione su quanto quel teologo, di appena ventisei anni, andava riflettendo riguardo a un tema che gli stava particolarmente a cuore, vale a dire se la chiesa fosse attrezzata per sopravvivere a un’altra catastrofe o se, viceversa, la sua fine era oramai segnata.

Indubbiamente, come evidenziato da Alberto Conci nella sua introduzione, significativamente intitolata «Il luogo concreto della chiesa», ciò che ossessionava quel docente destinato a essere martirizzato a Flossenbürg pochi giorni prima della fine della Seconda guerra mondiale su esplicito ordine di Adolf Hitler, era l’aver constatato che la chiesa a lui contemporanea non era più in grado di pronunciare il comandamento concreto, ossia «la comunione fondata con Dio attraverso la parola concreta rivolta a me, e non lontananza di Dio da me attraverso il principio» (p. 22).

Tale comandamento acquista maggiore consistenza, sino a diventare un vero e proprio banco di prova per la chiesa stessa, se viene storicamente contestualizzato: quando Bonhoeffer tiene il corso siamo nell’estate del 1932, le elezioni che porteranno il «caporale Adolfo» al potere si svolgeranno pochi mesi dopo, un periodo, dunque, estremamente delicato per la chiesa tedesca, declinata nelle sue diverse confessioni, in quanto doveva definire il proprio compito avendo sotto gli occhi l’ascesa del nazionalsocialismo. Un compito che non poteva non significare una meditazione su cosa potesse significare la coerenza dell’ubbidienza, dell’efficacia, del contenuto della parola che la chiesa stessa è doverosamente chiamata a pronunciare, specie dinanzi all’avanzata del male assoluto plasticamente incarnato nella bestiale violenza quotidiana delle camicie brune naziste.

Leggere queste lezioni significa, pertanto, avere la possibilità di vedere, sebbene inevitabilmente ancora in nuce, una serie di traiettorie che saranno sviluppate da Bonhoeffer negli anni a seguire.

La prima di esse è il ruolo della cristologia: il Cristo esistente come comunità costituisce una robusta diade con il Cristo Signore della comunità. Ciò comporta, come sua ricaduta pratica, liberarsi da ogni tentazione di operare una semplicistica equazione tra Cristo medesimo e la chiesa. Muovendo da questa considerazione si abbozzano temi che saranno ripresi, con ben altra profondità, sia in Resistenza e resa che nel periodo vissuto a Finkenwalde:

«1) lo strutturale l’essere-con-l’altro dei membri,

2) lo strutturale l’essere-per-l’altro dei membri» (p.78),

in modo tale che la comunità sia vista come un’unica vita e che sia impossibile pensare i suoi membri separati gli uni dagli altri. Questa prospettiva per Bonhoeffer significa condurre un ciclo di lezioni che sia aperto al mondo: la chiesa, infatti, è divenuta totalmente mondana. Essa può, in questa mondanità, rinunciare a tutto tranne che alla Parola vivente di nostro Signore. Solo così – altra traiettoria foriera di conseguenze per l’intera teologia al di là degli steccati ecclesiali – può porsi al centro del mondo: la sua «centralità», tuttavia, rispetto alle tradizionali logiche di potere che da sempre caratterizzano coloro che, a vario titolo, lo esercitano, coincide esattamente con la periferia.

Al riguardo, afferma Bonhoeffer davanti ai pochi discenti del corso: «Rinuncia alla purezza e ritorno alla solidarietà con il mondo peccatore! Chiesa in quanto chiesa divenuta completamente mondana, confessando coraggiosamente il suo essere-mondo, la chiesa diviene libera dal mondo! Allora, di fronte [agli] idoli del mondo, la chiesa non arretra più intimorita. Allora essa è libera nei confronti dei “paria” e dei “nobili”. [Il suo] posto non è soltanto presso i poveri, e non disprezzerà i ricchi, i pii e i nobili. Entrambi i gruppi sono “mondo”. La chiesa sarà priva di imbarazzi da entrambi i versanti. La fede ha vinto il mondo per i paria e per i ricchi. È soltanto la rinuncia alla purezza che rende libera la chiesa!» (p. 88).

Come acutamente sottolineò a suo tempo Alberto Gallas nella sua maggiore opera, Anthropos teleios, in questo corso Bonhoeffer apporta una radicale novità rispetto alle proprie precedenti riflessioni ecclesiologiche: il suo tentativo di individuare l’«essenza» della chiesa non mira, in primo luogo, a definire la «natura» di quest’ultima quanto, piuttosto, si concentra sui compiti, sulle funzioni, sulla rete di relazioni in cui essa si trova costituzionalmente inserita e che, anzi, essa stessa concorre a costituire. C’è, dunque, una distanza con la dimensione ontologica tipica della teologia cattolica in favore della dimensione dialogica della chiesa: il carattere di parola interpellante proprio dell’annuncio di cui è messaggera la chiesa comporta necessariamente – e queste lezioni ne sono una viva testimonianza – l’accentuazione della prospettiva storica e, quindi, anche quella potenzialmente politica.

Scriverà Bonhoeffer l’anno seguente al corso nell’articolo Che cos’è la chiesa: «La chiesa non è un santuario consacrato, ma mondo chiamato a sé da Dio; perciò c’è solo una chiesa in tutto il mondo […]. La chiesa è l’infrazione del mondo mediante il miracolo, mediante la presenza del Dio vivificante che chiama dalla morte alla vita» (pp. 95-96). Era in 1933, l’anno dell’ascesa al potere del nazismo.


D. Segna, in Protestantesimo 2-3/2024, 313-315

«La Chiesa è l’infrazione del mondo mediante il miracolo». Sono parole di Dietrich Bonhoeffer, contenute nel volume L’essenza della chiesa, curato da Alberto Conci e tradotto da Andrea Aguti, pubblicato dall’editrice Queriniana (pagine 120, euro 13,00) in cui sono raccolte le lezioni tenute dal teologo tedesco nel semestre estivo del 1932. Del volume fa anche parte l’articolo del 1933, Che cos’è la Chiesa, tradotto da Marco Zanini. I temi affrontati sono molteplici: lo stile della chiesa nel mondo e nella cristianità, la presenza di Cristo nella Chiesa, la comunità che agisce, il sacerdozio universale e molti altri. Bonhoeffer osserva che «Il voler essere dappertutto della nostra chiesa ha come conseguenza il non essere da nessuna parte. Da afferrabile essa è divenuta inafferrabile!». In tale prospettiva, egli sembra enfatizzare che l’autenticità e l’efficacia della Chiesa derivino dalla sua capacità di mantenere una chiara identità e missione, resistendo alle pressioni di adattamento o conformismo. Tuttavia, in un altro passaggio, riflettendo sul “luogo proprio” della chiesa, Bonhoeffer sostiene che esso «non è concretamente individuabile. È il luogo del Cristo presente nel mondo. […]. Là dove nessun luogo umano può più dare fondamento alla chiesa, lì è il luogo della chiesa». La Chiesa è, dunque, intesa primariamente come una realtà spirituale, definita dalla sua relazione con il divino. Il suo “luogo” è ovunque si manifesti la presenza di Cristo, attraverso atti di amore, giustizia, compassione e verità, enfatizzando l’incarnazione della chiesa nella vita quotidiana oltre le strutture istituzionali. La riflessione sulle parole di Bonhoeffer ci porta a interrogarci su una possibile contraddizione intrinseca: infatti, mentre egli sembra rimproverare la Chiesa per non aver consolidato una presenza tangibile e riconoscibile, contemporaneamente ne celebra la dimensione onnipresente e trascendente. In un altro passaggio, dedicato agli uomini di chiesa, Bonhoeffer osserva che essi «non posseggono una vitalità spirituale particolare, né una particolare forza creativa capace di plasmare il futuro, bensì sono piuttosto animati da un certo spirito di comodità». D’altro canto, aggiunge Bonhoeffer, «la chiesa è la comunione dei santi, di coloro che Dio ha liberato dalla solitudine, di coloro che appartengono gli uni altri». In queste analisi iniziamo a cogliere un particolare stile del teologo tedesco che, anche in ragione della specificità dello scritto destinato a lezioni universitarie, sviluppa l’argomentazione avvalendosi di più prospettive non sempre convergenti. Ciò che è importante è la visione di insieme che da quelle giustapposizioni emerge, come lui stesso chiarisce: «La chiesa “è” sempre simultaneamente ambedue le cose; chi vede solo una delle due, non vede la “Chiesa”». Uno stile del pensare che procede per giustapposizioni è destinato a porre in crisi il microscopismo selettivo che giunge a conclusioni generali isolando i dettagli rispetto all’insieme. Bonhoeffer adotta un pensiero che potremmo definire olografico, in cui ogni parte riflette il tutto, come in un ologramma. In questo modo, ogni frammento diventa essenziale, rinviando ad una visione completa dell’intero. È attraverso un simile approccio che egli può affrontare le antinomie, ovvero quelle contraddizioni apparenti o conflitti tra due principi o affermazioni che sembrano entrambi logicamente validi, ma che non possono coesistere senza generare una contraddizione. Pensare le antinomie richiede un’attitudine a superare la frammentarietà, per accogliere l’interdipendenza dei diversi aspetti della realtà, non limitandosi a risolvere le contraddizioni in modo superficiale, ma cercando di comprendere come possano coesistere in una visione più ampia e complessa. Le riflessioni di Bonhoeffer, sebbene concepite quasi un secolo fa, assumono un’urgenza particolare nel nostro tempo, caratterizzato dalla polarizzazione delle opinioni in maniera binaria - “mi piace” o “non mi piace”. Ecco che le parole del teologo, in fondo, interpellano anche noi ogni volta che, invece di aprirci all’inedito, preferiamo assumere posture argomentative contrastive per difendere posizioni parziali, rinserrando i ranghi in appartenenze non sempre veritiere. Le parole di Bonhoeffer ci ricordano l’importanza vitale di resistere a questa tendenza, invitandoci a una pratica di fede e di comunicazione che sia meno reattiva e più aperta al riconoscimento del valore delle posizioni altrui. Accogliere le antinomie, per Bonhoeffer come per noi, non significa abbandonare i principi fondamentali, ma comprendere le loro sfumature, arricchendo così la nostra comprensione. Siamo così invitati a un pensiero fedele ai principi, ma aperto al dialogo e alla sintesi per una visione più completa della realtà. Bonhoeffer pone la Chiesa di fronte a una scelta tra «retrovie dei principi» e il coraggioso «arrischiare il comandamento» dell’amore. Queste opzioni, osservate attraverso il pensiero olografico, si rivelano non come una mera contrapposizione, ma come un’integrazione delle due vie, riflettendo il mistero della fede. La chiamata di Bonhoeffer non è a una scelta tra due alternative, ma a una comprensione più profonda che trascende le dualità apparenti, chiedendo alla Chiesa di essere tanto radicata quanto diffusa, tanto eterna quanto quotidiana, incarnando così il miracolo della presenza trasformante di Dio nel mondo.


G. Scarafile, in Avvenire 28 dicembre 2023