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Il Cristo straziato
Stanley Hauerwas

Il Cristo straziato

Le ultime parole di Cristo in croce

Prezzo di copertina: Euro 9,00 Prezzo scontato: Euro 8,55
Collana: Meditazioni 253
ISBN: 978-88-399-3253-2
Formato: 11 x 20 cm
Pagine: 96
Titolo originale: Cross-Shattered Christ. Meditations on the Seven Last Words
© 2020

In breve

«Hauerwas giustamente ci fa riconoscere che non possiamo capire la nascita di Gesù senza lottare con la sua morte» Wall Street Journal.

«Un libro zeppo di buona teologia. Da leggere con calma per scoprire nuovi modi di vedere i racconti della Passione» Commonweal Magazine.

Descrizione

Una serie di toccanti riflessioni sulle ultime sette parole di Gesù. Riconducendole alla loro essenza più vera, Hauerwas rilegge quelle espressioni collegandole ad altre pagine bibliche e associandole altresì ad autori contemporanei, per illustrarne l’importanza rispetto alla nostra vita di oggi.
Aprendo il nostro orecchio al linguaggio delle Scritture e disponendo il nostro cuore a una visione più vera di Dio, Hauerwas sottolinea l’umanità di Cristo, ricorda l’essenziale “alterità” di Dio e mette in evidenza la dinamica trinitaria della croce.
Sarebbe comodo sfuggire alla crudezza della Passione offrendo facili spiegazioni a difficili verità, o facendo della psicologia, o ricorrendo a letture solo devozionali delle parole del Crocifisso. Eppure il teologo americano si guarda bene da questi rischi: qui non si tratta delle nostre emozioni, ma di quel che patisce il Figlio nella sua Passione.
Una meditazione rigorosa ed essenziale, una lettura coinvolgente delle parole di Gesù, che giunge direttamente al cuore del vangelo.

Recensioni

Sette riflessioni di uno dei maggiori teologi contemporanei sulle ultime parole di Gesù sulla croce. Sette sentieri aspri, difficili che spiazzano, ma che costringono a percorrerli sino alla fine. Un filo conduttore lega queste toccanti, magistrali meditazioni: non ci sono in ballo le nostre emozioni, ma quello che il Figlio di Dio patisce nella sua passione. Solo così è possibile avere una visione più autentica di Dio stesso di cui l’a. enfatizza l’inevitabile «alterità» mettendo in evidenza la dinamica trinitaria che sottende il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. L’umanità di Cristo, la sua divinità, il suo grido rivolto al Padre: l’«umiliazione» posta al centro della fede cristiana di Dio.
D. Segna, in Il Regno Attualità 16/2020, 480

Segnato da una profonda radicalità nella fede, l’ultimo libro pubblicato in Italia del noto teologo americano Stanley Hauerwas, Il Cristo Straziato (Queriniana, pagine 94, euro 9), è focalizzato sulle ultime parole di Cristo in croce. Le analisi–meditazioni del teologo evitano psicologismi ed implicazioni esistenziali, puntano all’essenza del Vangelo, riportando al centro la divinità del Figlio e il senso teologico del suo sacrificio. Ciò non per adombrarne l’umanità ma al contrario per esaltarla in un orizzonte trinitario.

Hauerwas afferma che le parole «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» vengono lette in genere in relazione alla nostra condizione umana. È giusto, scrive, ma la loro univoca interpretazione può spostare la questione del perdono dal piano teologico a quello puramente antropologico, innescando dibattiti fuorvianti, per esempio sulla necessità o meno di essere perdonati o sulla nostra responsabilità di fronte al male del mondo, dimenticando in sostanza «che siamo fatti membri di un regno governato da una politica di perdono e redenzione».

Anche le parole «Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?» vengano sovente lette nell’ottica di una esclusiva umanizzazione di Cristo, che ci porta a patire con Lui, ma anche a rifletterci nella sua umanità al punto da dimenticare che egli è Dio. «Possibile che Cristo, seconda persona della Trinità, venga abbandonato dal Padre?», si domanda Hauerwas. È soprattutto per noi che Dio parla, per indicarci la via, «per far sì che il mondo possa sapere che esiste un’alternativa a un’esistenza contrassegnata dalla paura della morte». «La croce – scrive ancora il teologo – non è Dio che diventa qualcosa di diverso da Sé, non rappresenta un atto di autoalienazione divina; al contrario è il vero carattere della Kènosis divina: uno svuotamento completo reso possibile da un amore perfetto». Il Padre abbandona Cristo a un fatale destino affinché il nostro non sia determinato da una morte senza senso.

Anche l’espressione «Ho sete» non è semplicemente una drammatica richiesta umana nel tormento della carne, ma un’affermazione che, conducendoci al cuore del mistero dell’incarnazione, interpreta la nostra sete, ci interpella: «E tu, non hai bisogno di bere?». Sicché il «Tutto è compiuto» che Cristo pronuncia prima di spirare non è un grido di sconfitta, al contrario è “un grido di vittoria”, giacché il progetto redentivo è giunto a compimento. Un progetto di eterno e rinnovato amore, che fece dire a Pascal: «Cristo sarà in agonia per noi fino alla fine del mondo».

Il linguaggio di Hauerwas, grande comunicatore, ritenuto il più autorevole teologo americano di oggi, è intensissimo, di uno stringente taglio deduttivo, diretto, persino disarmante: «Come Israele, come gli Ebrei, noi saremo perseguitati, soffriremo, moriremo. Ma in virtù di quanto Gesù ha compiuto sulla croce, potremo morire confidando e pregando: “Padre nelle tue mani consegno il mio spirito”».


G. Agnisola, in Avvenire 25 agosto 2020, 19

Dopo aver insegnato per lungo tempo all’Università di Notre Dame, il quasi ottantenne teologo texano, Stanley Hauerwas, occupa, dal 1984, la cattedra di etica teologica alla Duke Divinity School. Egli pubblica in questo libretto le riflessioni tenute durante una liturgia a cui era stato invitato. Commentando le sette parole di Gesù in croce, egli non vuole cercare spiegazioni e approfondimenti psicologici, addomesticandone la forza e riducendola al nostro modo di pensare umano, ma restare sul piano teologico in cui si svolge il dramma trinitario della morte in croce di Gesù, figlio di Dio. Qui si rivela la troppa luce di Dio, mistero per questo.

«Quella storia, le sette parole di Gesù sulla croce – afferma l’autore –, ci costringe a riconoscere che il passato non è passato finché non è stato redento, il presente non può essere conosciuto con sicurezza fuorché alla luce di quella redenzione, e il futuro esiste soltanto nella speranza resa possibile dalla croce e dalla risurrezione di Gesù. In sintesi, perlomeno uno dei compiti della teologia, quello che ho cercato di svolgere in queste meditazioni sulle sette parole, è quello di fornire una lettura puntuale della Scrittura per il nostro tempo» (p. 15).

Egli si aiuta con l’apporto delle riflessioni di altri autori, specialmente quella di Hans Urs von Balthasar sul misterium paschale. Dopo l’introduzione (leggermente lunga e “aerea”, pp. 11-20), l’autore esamina le parole di Gesù in quest’ordine: 1. «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34); 2. «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso» (Lc 23,43); 3. «Donna, ecco tuo figlio!»… «Ecco tua madre!» (Gv 19,26s.); 4. «Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,46); 5. «Ho sete» (Gv 19,28); 6. «È compiuto» (Gv 9,30); 7. «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23,46) (pp. 21-90). Chiude una breve bibliografia (p. 91-93).

L’autore sottolinea la piena umanità del Cristo, ma anche la drammaticità delle sue parole, vista la sua divinità. Essa sola può assumere la sofferenza e il peccato degli uomini e così invocare il perdono da parte del Padre e dare agli uomini la forza del perdono come l’ha avuta p. Christian de Chargé, il monaco martire di Tibherine.

Lo stralcio di alcune righe del volume può rendere l’idea del tono e dei contenuti presenti nell’opera. Soltanto «Gesù, l’unico Figlio di Dio, ha il diritto di chiedere al Padre di perdonare delle persone come noi, che ucciderebbero piuttosto di affrontare la morte. È per questo che siamo giustamente attratti dalla croce, per questo che giustamente ricordiamo le parole di Gesù, nella speranza che potremo essere per il mondo quel perdono fatto nostro attraverso la croce di Cristo» (p. 31). «Poiché sappiamo così poco di Gesù – continua Hauerwas –, la nostra fantasia corre libera per compensare la laconicità dei vangeli e, in particolare, di queste parole dalla croce. Tuttavia, sono convinto che la reticenza dei vangeli così come queste poche parole dalla croce non siano casuali. Al contrario, questo riserbo è un insegnamento divino che mira a coinvolgerci, a renderci partecipi del silenzio di una redenzione operata dalla croce» (p. 35).

Questo, al dire dell’autore, spiega il nostro turbamento di fronte alla croce di Cristo. Come il “buon ladrone”, anche noi chiediamo «disperatamente di venire ricordati, poiché temiamo di non essere niente. Per contro, questo ladrone domanda fiducioso di essere ricordato perché riconosce Colui che può ricordare. È straordinario. Quest’uomo riesce a vedere e a riconoscere che è proprio costui che salverà Israele. … Il ladrone capisce che questo Gesù è il santo di Dio, che vince la morte subendola» (p. 40). […]

Il linguaggio di Hauerwas è molto accessibile, senza tecnicismi teologici. Le sue riflessioni a respiro trinitario, con la loro semplicità, aiutano a vivere in modo profondo e corretto a livello teologico la Settimana Santa.


R. Mela, in SettimanaNews.it 4 aprile 2020