Disponibile
Vangelo e provvidenza
Emmanuel Durand

Vangelo e provvidenza

Una teologia dell’azione di Dio

Prezzo di copertina: Euro 35,00 Prezzo scontato: Euro 29,75
Collana: Biblioteca di teologia contemporanea 189
ISBN: 978-88-399-0489-8
Formato: 16 x 23 cm
Pagine: 304
Titolo originale: Évangile et Providence. Une théologie de l’action de Dieu
© 2018

In breve

Se la “divina Provvidenza” è un enorme capitolo della teologia oggi concettualmente in crisi, viene qui ripensato in termini più biblici e con un profilo contemporaneo.

Descrizione

È ancora possibile leggere l’azione di Dio nel quotidiano così come nel lungo periodo, nei cuori delle persone così come nella storia? La parola “Provvidenza” è sparita dai radar cattolici: è come evaporata. La sovranità di Dio – il suo intervento nel mondo – ha smesso di essere un dato evidente. Eppure per secoli i cristiani hanno testimoniato che una Provvidenza divina esiste e che non si può fare a meno di credere e confidare nell’intervento divino a favore dell’umanità (come singoli e come popoli).
Il domenicano Durand si propone allora di ripensare la dottrina sulla Provvidenza. Lo fa ripartendo dal vangelo della salvezza e orientando pragmaticamente la teologia verso una rinnovata concezione pasquale dell’azione di Dio per noi. Senza dimenticare le grandi lezioni di Agostino d’Ippona, di Tommaso d’Aquino, di John Henry Newman, l’autore spiega come Dio non si sia affatto congedato da questo mondo. È sempre possibile stupirsi delle meraviglie che Dio compie in mezzo a noi e confessarlo là dove sembrava assente o silenzioso, evitando peraltro le contraddizioni di un ingenuo provvidenzialismo.
Un libro per tornare a confidare in modo maturo nella “divina Provvidenza”, ripensata in termini più biblici e secondo un profilo contemporaneo.

Recensioni

«Quale teologia della Provvidenza è richiesta oggi dal Vangelo della salvezza?»: sin dalla prima riga lo studioso domenicano Emmanuel Durand, docente di Teologia sistematica a Ottawa, arriva al nocciolo della questione in questo saggio appena uscito da Queriniana. Sono due le premesse da cui prende il via la sua indagine sull'azione di Dio nella storia, sulla sua realtà e sulla sua efficacia: da una parte la tragedia della Shoah, che buona parte della teologia ebraica, ma anche cristiana, del dopoguerra ha visto come una pietra d'inciampo non di poco conto sulla possibilità stessa di impostare un discorso oggi sulla Provvidenza; e dall'altra la convinzione sempre più radicata fra i credenti dell'universalismo della salvezza, idea sancita dal Concilio Vaticano II che estende la sua eventualità anche ai fedeli di altre religioni e ai non credenti. Il tentativo di Durand è anche di evitare l'aporia della ricaduta nel vicolo cieco della teodicea («che giustifica razionalmente il male e salvaguarda Dio con minor spesa») e nell'ingenuità del provvidenzialismo («che imputa direttamente ogni avvenimento a Dio»).

Ma è la dismisura del male a porsi come un limite alla presenza di un disegno divino sulla storia umana (il famoso ritornello manzoniano «là c'è la provvidenza»). Un male che nel corso del '900 si è fatto come non mai radicale e pervasivo e che l'orrore incomparabile dell'Olocausto ha condotto molti teologi, nell'affrontare il discorso su Dio, a parlare insistentemente di ritiro, auto limitazione, discrezione se non addirittura di assenza e di impotenza. Annota Durand: «Dopo la Shoah, ora Dio è tenuto nei confronti dell'umanità devastata che aveva fede in lui, a restare esclusivamente discreto, poiché essa ha tolto il suo mantello di Noè e Dio è apparso così com' è: silenzioso e impotente di fronte allo scatenarsi di libertà malvagie». L'inazione divina per il pensiero ebraico soprattutto lascia il posto alla responsabilità e all'azione umana. Perché Dio ha permesso la morte di milioni di innocenti nei campi di sterminio nazisti? Perché non è intervenuto come nell'Antico Testamento per salvare il suo popolo? Queste domande angoscianti, che a mio parere spiegano anche come mai molti intellettuali ebrei si dicano oggi atei o agnostici, pongono la questione del silenzio di Dio e impedirebbero ogni spazio non solo alla filosofia, come disse Adorno, ma anche alla teologia.

Sentenza su cui Durand non concorda, pur ponendosi sulla scia di Bonhoeffer, che nella debolezza di Dio vede il segno della sua presenza accanto all'umanità ferita. Davanti alla dismisura del male, un Dio che si fosse spossessato della sua potenza sarebbe altrettanto sospetto di un Dio sovrano che sta a guardare e tollera in maniera incomprensibile gli eccessi del male stesso. Certo, per il cristiano Durand la vittoria di Cristo sulla morte è il sigillo della vittoria di Dio sul male e proprio per questo non è possibile supporre che Dio sia imprigionato in un ritiro kenotico per tutto il tempo in cui dura la storia degli uomini: «Se realmente Dio ha fatto risorgere Gesù dai morti, la sovranità salvifica di Dio si estende continuamente alla vita e alla morte, così come la sua sovranità creatrice si estende all'essere e al nulla. Perciò occorre elaborare una teologia confessante dell'azione di Dio sotto l'orizzonte della sovranità divina e non sotto la costruzione di un ritiro permanente».

Il saggio di Durand non evita anche le aporie sul senso della storia, spaziando dalla negatività dell'approccio di Löwith e Benjamin che giudicano impossibile una qualsiasi filosofia della storia ai tentativi compiuti da teologi e storici cristiani come Daniélou, von Balthasar e Marrou i quali, ben lungi dal sostenere una visione razionalistica della storia, non chiudono il discorso, ma aprono lo spazio all'esistenza di una sua finalità.

Ampio spazio è poi dedicato al declinarsi dell'azione di Dio nelle vicende umane ripercorrendo le posizioni di sant'Agostino, Tommaso d'Aquino e del cardinale Newman. Dio non agisce come una forza fisica: la sua azione si pone sempre come gesto gratuito, come dono che si rivolge alla disponibilità delle creature, scontrandosi frequentemente con la resistenza degli uomini. Le sue gesta non sono per un suo accrescimento, ma la concessione di una presenza: «Dio agisce in modo continuo attraverso la donazione alle creature della loro esistenza e dei loro poteri propri, Dio agisce anche, per di più, mediante la salvaguardia e la guida delle sue creature verso un compimento escatologico».

Ma una teologia della Provvidenza deve anche guardare agli esempi concreti dell'azione di Dio: poiché non è in grado di affrancarsi dai limiti attuali della sua visione, il teologo deve rivolgersi alla virtù illuminativa delle Scritture, che non sono pura mitologia e non rappresentano un racconto di vicende del passato, ma come dice Newman svelano il senso del tempo presente sotto l'angolazione del disegno di Dio. Si pensi all'attualità della predicazione multilingue degli apostoli al momento della Pentecoste. O si pensi al tema del Giusto, rappresentato dalla figura di Giuseppe abbandonato dai fratelli, oppure dalle pagine di Isaia sul Servo sofferente o ancora a Gesù di fronte al buon ladrone o al centurione. Il mistero della Rivelazione si presenta allora con alcune schiarite che ci consentono di sostenere la fede nella Provvidenza nelle situazioni complesse.

«In certi casi - ammette poi Durand - la sola luce possibile rimane l'emblema della croce, la cui ombra si sovrappone a ogni Pasqua singolare, per quanto sia oscura per chi la sperimenta nel presente». E più avanti conclude: «In un mondo complesso, perturbato dalle concatenazioni anarchiche del male, Dio assume e abita le circostanze e le contingenze, anziché disporle o comandarle: questa è la luce che la passione di Cristo getta sull'applicazione della Provvidenza a ogni situazione concreta». Il Crocifisso non è assente né si è ritirato dal mondo: egli si presenta continuamente attraverso il volto della vittima, del fratello o della sorella segnati dall'afflizione.


R. Righetto, in Avvenire 22 giugno 2018