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Presenza reale
Manuel Belli

Presenza reale

Filosofia e teologia di fronte all’eucaristia

Prezzo di copertina: Euro 18,00 Prezzo scontato: Euro 17,10
Collana: Nuovi saggi 103
ISBN: 978-88-399-1063-9
Formato: 12 x 20 cm
Pagine: 288
© 2022

In breve

Riprendendo la critica di Romano Guardini, occorre chiedersi: formule e concetti ci hanno forse precluso la visione della realtà nella sua interezza e nella sua freschezza?

Descrizione

L’affermazione di Gesù «Questo è il mio corpo», detta di un pezzo di pane azzimo, è in sé folle, paradossale. Per i cristiani ha comprensibilmente rappresentato, lungo la storia, un vero e proprio rovello: come pensare la “presenza reale” di Cristo nel pane eucaristico? La formalizzazione teologica della dottrina della transustanziazione (pane e vino cambiano sostanza, diventando corpo e sangue di Cristo) è giunta al termine di un percorso, non lineare, ricco di sfumature, sottolineature e sfide enormi per il pensiero. E ancora oggi ci si chiede: che cosa significa dire “presenza”, “realtà” e “corpo”? Per rispondere, occorre frequentare un dibattito filosofico straordinariamente ampio, che indaga quei tre ambiti.
Il saggio di Belli si pone sul crinale fra teologia e filosofia. In una prima parte propone una ricostruzione del dibattito medievale delle dispute eucaristiche, muovendo alla ricerca della pluralità dei linguaggi in cui esso si è espresso. Successivamente avvia il confronto con il mondo filosofico, in particolare quello di matrice fenomenologica, per comprendere i possibili arricchimenti reciproci fra teologia e filosofia. E scoprendo che la teologia eucaristica sfida la filosofia ad ampliare la nozione stessa di corporeità.

Recensioni

Hoc est corpus meum. Questa folle affermazione di Gesù, pronunciata benedicendo il pane e distribuendolo ai presenti, ha suscitato sin dalle origini innumerevoli valutazioni. Il suo senso è stato indagato sia dalla filosofia sia dalla teologia. La prima però, libera da vincoli, può pervenire alla conclusione che o non esiste o non può essere conosciuta alcuna verità; la teologia invece non può giungere a conclusioni simili per non entrare in contraddizione con le sue stesse premesse. Seppure nelle loro specificità, le due discipline hanno trovato comunque nel sacramento eucaristico un luogo ermeneutico privilegiato. Ambrogio sosteneva che il pane eucaristico è un metabolismo, frutto dell’onnipotenza divina. Agostino ha letto l’espressione di Gesù come un simbolo della sua presenza in mezzo ai suoi fedeli. I significati dei due termini però, seppure diversi, allora non erano considerati alternativi.

L’autore – tra l’altro youtuber del canale, con un certo seguito, «Scherzi da prete» –, esaminando il lessico teologico e liturgico sull’argomento, ha svelato insospettati aspetti della storia della teologia. Il quadro storico religioso che ne risulta è assai problematico, e le controversie teologiche non si possono classificare fra ortodosse e non.

Egli individua 5 ipotesi nella storia della teologia eucaristica: consustanziazione, dislocazione, trasformazione, dissolvimento e annichilazione. Le prime tre opzioni riguardano la sostanza del corpo e sangue di Cristo, le altre due sono invece riferite alla sostanza del pane e del vino. Affermare che il pane e il vino sono il corpo e il sangue di Cristo produce un cortocircuito logico, perché si nega simultaneamente l’esistenza del pane e del vino e del corpo e del sangue di Cristo. Questione, questa, dibattuta ampiamente dalla Scolastica, che, semplificando, si può riassumere nel contrasto fra le due correnti del realismo e del nominalismo. Pascasio, Berengario, Lanfranco, Pietro Lombardo e soprattutto Tommaso d’Aquino, con le loro tesi hanno contribuito a dare un volto piu definito al dogma eucaristico.

Non bisogna dimenticare che quella Cena, celebrata da Gesù in compagnia degli amici, è stata sia una semplice cena pasquale ebraica sia una cena fondamentale per la vita della Chiesa. I teologi, fino alla soglia della contemporaneità, hanno sostenuto che l’eucaristia fosse il reale corpo di Cristo, corporiter e spiritualiter, dovendo chiarire una serie di problemi connessi: che cosa significa masticare la carne del Signore, come comportarsi con i malati che potrebbero rimettere l’ostia consacrata ecc. L’elenco potrebbe essere allungato a dismisura, ma sicuramente il problema più arduo era dare una spiegazione metafisica delle ragioni per cui la forma e la materia dell’eucaristia conservano gli stessi accidenti ordinari del pane e del vino anche dopo la loro consacrazione.

La fede, avverte l’autore, per essere compresa deve essere vissuta senza inerpicarsi in labirintiche argomentazioni logiche e ontologiche; in tale prospettiva, il testo è indispensabile al lettore per non smarrirsi nella selva di termini e argomentazioni, che talora possono sembrare lontani dal cristianesimo quotidiano.

Oggi si propende a ritenere che la celebrazione della messa trovi il suo senso profondo solo nel contesto della condivisione fraterna del pane e del vino, in cui Cristo si rende presente ai credenti: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt 18,20). Ciò implica correlare sacramento, ritualità e intersoggettività. Seguendo questa traccia, oggi si può dire eucaristia in una pluralità di modi, ma occorre ripensarla senza snaturare il messaggio evangelico originario. Questa linea interpretativa potrebbe aprire ulteriormente al dialogo ecumenico, che su questo punto oggi appare stentato. Il metodo fenomenologico, mettendo fra parentesi tutte le interpretazioni di qualunque contenuto scientifico, politico, filosofico ecc. permette d’aprire uno spazio teologico diverso da quello tradizionale. Un approccio dubitativo che consente una maggiore autocomprensione di sé e che offre strumenti critici efficaci e nello stesso tempo riesce a trasformare il vissuto religioso. L’eucaristia, ora considerata nella sua concretezza, nella sua cosalità, libera dalle sovrapposizioni interpretative prodotte nel corso del tempo, assume nell’intersoggettività del rituale un diverso segno, rivelando a ciascuno dei partecipanti, attraverso i gesti liturgici, i suoi molteplici e potenziali significati. Tale posizione impedisce di recintare filosoficamente e teologicamente il senso di questo sacramento.

Ripercorrere le controversie sull’eucaristia significa liberarsi e nello stesso tempo essere fedeli al passato, come la Chiesa ha sempre fatto nei suoi momenti critici. Sarebbe importante focalizzare l’attenzione anche su quanto questo complesso, e non semplice, dibattito culturale e religioso sia stato, e sia, recepito dai fedeli.


G. Azzano, in Il Regno Attualità 14/2022, 450

Da piccoli ci raccontavano fiabe e storie dove i protagonisti e gli antagonisti erano nettamente distinguibili. Analogamente, quando si inizia a guardare un film di intrattenimento, i personaggi sono spesso piuttosto caratterizzati, e si intuisce fin dalle prime battute chi possano essere i “buoni” e i “cattivi”. Forse un po’ per ataviche abitudini, lo schema per cui da un lato ci sono i personaggi approvabili e dall’altro i riprovevoli ci potrebbe venire spontaneo.

Applicato in teologia, e alla vicenda della teologia dell’eucaristia, da un lato ci sarebbero i “bravi” che avrebbero sostenuto la teologia della presenza reale, tra cui Pascasio Radberto e Lanfranco di Pavia, mentre dall’altro lato metteremmo i “cattivi”, che invece hanno contestato la dottrina della presenza eucaristica, ossia Ratramno e Berengario di Tours. Il gran finale di questa semplificazione arriverebbe con Tommaso d’Aquino che, grazie alla nozione di “transustanziazione”, siglerebbe la vicenda delle dispute eucaristiche con un classico “e vissero tutti felici e contenti”.

Da pochi giorni è uscito uno studio di Manuel Belli (docente di teologia dei sacramenti presso il Seminario di Bergamo), dal titolo: Presenza reale: teologia e filosofia di fronte all’eucaristia (edito dalla Queriniana). Nel saggio, l’Autore mostra che le questioni sono più complesse. In realtà l’idea della “presenza reale” di Cristo nell’eucaristia non si è detta nel Medioevo “al singolare”: studiando in modo analitico e tecnico i testi degli autori citati poco fa, Belli passa in rassegna la pluralità di linguaggi, apparati concettuali, riferimenti impliciti e strutture filosofiche impiegati dai maestri medievali per affermare la dottrina eucaristica.

Il risultato è un viaggio impegnativo e avvincente (a tratti sorprendente), dove emerge come l’eucaristia e le categorie filosofiche degli autori studiati si interpretino a vicenda. Da un lato la dottrina eucaristica raffina gli strumenti necessari alla sua intelligenza, dall’altro provoca e incalza le categorie filosofiche. Il capitolo dedicato a Tommaso d’Aquino in particolare mette in luce come l’evento dell’eucaristia abbia avuto un potere sovversivo rispetto alla metafisica, che il Dottore Angelico impiega per la comprensione della presenza reale.

L’ultima parte del testo di Belli chiede di rimettere in gioco un’altra distinzione classica: i confini tra teologia e filosofia. La questione dell’eucaristia in effetti convoca tutta la tradizione filosofica occidentale per la sua comprensione, e questo potrebbe essere un dato pacifico. Ma potrebbe nascere una provocazione per la filosofia stessa?

L’eucaristia custodisce un’intelligenza del corpo e un’intelligenza della presenza non banali ai fini dell’istruzione generale del problema di cosa sia corporeità e presenza. Alla luce di alcune acquisizioni della corrente fenomenologica, viene tratteggiata una direttrice per una filosofia della corporeità e della presenza non atrofiche e afasiche.

Il libro chiede la pazienza di soffermarsi sui testi degli autori, e non è possibile dispensarsi da passaggi tecnici, da lavori di ermeneutica, dalla rassegna degli strumenti. Se si accettano i tratti in salita che un lavoro scientifico richiede, il panorama che si apre è di ampio respiro.


R. Cetera, in L’Osservatore Romano 18 giugno 2022

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