«Può darsi che la vita cristiana non sia altro che questo: permettere alla Parola di prendere corpo nella nostra vita» (p. 14): la profonda riflessione che dona al lettore Anne Lécu, religiosa domenicana e medico, da anni impegnata nel mondo del carcere, è un invito ad attendere con fiducia che nel cielo torni il sereno. La nostra speranza nasce dalla certezza che l’azione di Dio sulla vita dell’uomo è continua, e che lui non si stanca mai di operare meraviglie. Per ognuno di noi c’è un frutto promesso; ognuno a suo modo è destinato a portare frutto, impegnandosi a custodire una relazione, in primo luogo con Dio e poi con il prossimo.
Il Creatore, spesso in modo inaspettato e sorprendente, semina amore nel cuore dell’uomo, offrendogli la sua Parola, che lentamente germoglia in lui e genera un frutto interiore, spirituale, a volte nascosto. L’A. ci spinge a ricercare con attenzione i semi e le perle sommerse, invisibili ai più e ci invita a entrare in un’altra dimensione: quella del dono e della gratuità, diversa dalle logiche contabili terrene.
Lécu passa poi in rassegna i tre frutti simbolici della Bibbia: il fico, il grano e la vite. Il fico è un albero che compare nella Bibbia ed è legato alla conoscenza e allo studio della parola di Dio: «Coloro che sono in grande difficoltà, in una situazione di grande precarietà fisica, mentale o spirituale, sono la ricchezza del tempio e della Chiesa, e il concime del fico» (p. 65). La Parola salvifica e ristoratrice del Vangelo è rivolta in particolar modo a chi si sente perduto: chi soffre possiede il privilegio di capire immediatamente il messaggio del Signore, perché è vicino alla sua croce.
Nella Bibbia compare anche il sicomoro, un tipo di fico i cui fiori e frutti possono nutrire gli animali. Su di esso sale Zaccheo per vedere Gesù. Il capo dei pubblicani si rivela essere il frutto buono del sicomoro e assurge a simbolo di generosità, perché, incrociando lo sguardo amorevole di Gesù, si converte donando la metà dei suoi beni ai poveri.
Nella Bibbia compaiono anche i chicchi di grano e la terra che li accoglie per dare frutto e nutrire. Il seme, se è piantato nel terreno buono e fecondo, irrorato dalla forza dello Spirito, un giorno porterà frutto, ma occorrono pazienza e attesa, perché i tempi di Dio non sono i tempi dell’uomo.
La riflessione si sposta poi sulla vite, la cui uva darà il vino, e si passano in rassegna le parabole più significative, che ci insegnano che la vita non è mai sterile quando si accoglie la volontà del Padre. La vera vigna è una promessa escatologica che accompagna il destino di ogni creatura, perché manifesta ciò che accadrà, invitando l’uomo a fidarsi senza vedere né sapere subito se e quando la vigna porterà frutto: «Portare frutto, in Cristo, è la possibilità dell’evento, in quanto questo apre un possibile ancora sconosciuto, che non era già contenuto nel passato» (p. 131).
Poiché il frutto viene da Dio, la sterilità – il non portare frutto – è propria dell’uomo chiuso nel proprio io, che sceglie in piena libertà di allontanarsi da Dio. Ma il Signore rassicura e non abbandona mai l’uomo lasciandolo solo: «Del resto, è nel momento peggiore, quando non c’è più nulla da aspettarsi, quando il popolo è disperato, convinto della sua fine imminente, che la promessa di Dio assume tutto il suo peso» (p. 143).
Il libro si chiude con una meditazione sull’albero della vita nella Genesi, nell’Apocalisse e negli scritti sapienziali. Esso è identificato con il legno della croce, il cui frutto è Cristo, che ci dona la vera vita.
B. Grendene, in
La Civitlà Cattolica vol. 4204 (4 aprile 2026) 478-479