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Cinquant’anni di Humanae vitae
Martin M. Lintner

Cinquant’anni di Humanae vitae

Fine di un conflitto – riscoperta di un messaggio

Prezzo di copertina: Euro 14,00 Prezzo scontato: Euro 11,90
Collana: Giornale di teologia 409
ISBN: 978-88-399-3409-3
Formato: 12,3 x 19,5 cm
Pagine: 176
© 2018

In breve

Riscoprire Humanae vitae significa riscoprire la coscienza morale dei coniugi e riscoprire il significato del sensus fidei del popolo di Dio per il magistero.

Descrizione

A suo tempo, nel 1968, la pubblicazione di Humanae Vitae ha scatenato discussioni e controversie come nessun altro documento pontificio. Le discrepanze sulla valutazione morale dei metodi di regolazione delle nascite continuano tutt’oggi a sussistere – non solo tra coniugi e teologi/teologhe, ma persino tra vescovi e pastori.
Ora, a cinquant’anni di distanza, occorre chiedersi seriamente se il mancato consenso non sia un segnale che induce a un ripensamento dottrinale. Il presente volume, nella traduzione dal tedesco di Antonio Staude, passa in rassegna la genesi e le vicende dell’enciclica. Studia le interferenze avutesi con il vivace dibattito sul matrimonio durante l’ultima sessione del Vaticano II, esamina criticamente la recezione di Gaudium et spes realizzata dalla stessa Humanae vitae, approfondisce altresì la recezione dell’enciclica da parte dei pontefici successivi a Paolo VI. Soprattutto però, coglie la sfida recentemente lanciata da Amoris Laetitia, in cui papa Francesco chiede di riscoprire il messaggio di Humanae vitae.

Recensioni

A cinquant’anni dalla pubblicazione della Humanae vitae, l’enciclica di Paolo VI sulla procreazione, il teologo Martin M. Lintner, docente presso lo Studio Teologico Accademico di Bressanone, propone una minuziosa ricostruzione storica delle riflessioni che condussero alla redazione finale, scandendole nelle diverse fasi genetiche. Si inizia con la Commissione pontificia per lo studio della popolazione, famiglia e natalità, che venne istituita da Giovanni XXIII nel 1963 (poi allargata nel ’64 a tre coppie di coniugi e cinque donne). Si prosegue con la complessa vicenda della nuova Commissione di vescovi, nominata da Paolo VI nel 1966 e incaricata di esaminare la relazione finale della Commissione pontificia, cui si era aggiunto un Rapporto da parte della minoranza. Anche la Commissione episcopale espresse pareri divergenti, che Paolo VI ricevette, ma sui quali non si pronunciò. Vengono infine delineate le intense discussioni in seno al Concilio Vaticano II (cfr Gaudium et spes, nn. 47-52), che superò sia la visione funzionalistica e biologistica della sessualità, sia la nozione di matrimonio come contratto, parlando di comunità d’amore personale tra uomo e donna, il cui donarsi reciproco pervade tutta quanta la loro vita. L’A. tratta quindi della redazione e della pubblicazione dell’Humanae vitae, «frutto di un dibattersi duro e drammatico, alla ricerca delle giuste soluzioni per questioni così delicate» (p. 86).

Il testo di Lintner analizza inoltre i momenti più significativi della controversa ricezione di un pronunciamento magisteriale, identificato troppo spesso e semplicisticamente con la condanna della contraccezione artificiale (la cosiddetta «enciclica della pillola»). Il lavoro di assimilazione del solenne messaggio coinvolse voci successive: anzitutto, la lettura personalistica di Giovanni Paolo II, che aveva esercitato un ruolo molto attivo, da teologo e cardinale (anche attraverso il Memorandum di Cracovia, fatto pervenire a Paolo VI nel 1968), e che, pur sostenendo fermamente l’enciclica, cercò di integrarne i fondamenti biblico-antropologici; i prudenti riferimenti di Benedetto XVI a un testo autorevole e assieme «difficile» (p. 118); le relazioni finali dei Sinodi dei vescovi del 2014 e 2015; e infine l’invito di papa Francesco – contenuto nell’esortazione apostolica post-sinodale Amoris laetitia (2016) – a riscoprire il messaggio dell’enciclica, che sottolinea il bisogno di rispettare la dignità della persona nella valutazione morale dei metodi di regolazione della natalità.

La costante apertura generativa della vita sponsale, la responsabilità parentale, la consapevolezza che non ogni atto coniugale può generare una nuova vita, la valorizzazione della coscienza della coppia in merito alle proprie condizioni, ai sentimenti e alle concrete problematiche esistenziali costituiscono i criteri per un valido discernimento etico. Papa Francesco non manca di incoraggiare il ricorso a metodi basati sui ritmi naturali di fecondità, di cui ricorda gli effetti positivi sui coniugi e su tutta la società. Nelle moderne società del benessere la sessualità non deve venire mercificata, né il corpo può essere oggettivato quale substrato materiale di ricerche biomediche o di sperimentazioni tecniche.

Poi l’A. riassume ed esamina le forme argomentative adottate nella strutturazione logica dell’enciclica: il riferimento alla tradizione e all’autorità; la tesi giusnaturalistica dell’unità di amore e procreazione nell’atto sessuale; l’interpretazione di tale atto quale espressione di dedizione reciproca dei partner e quale simbolo di apertura alla vita nascente; l’assioma scolastico della sovranità di Dio sulla vita dell’uomo, e quindi del dovere di conformarsi alla volontà del Creatore. Per quanto preziosi e meditati fossero quegli strumenti concettuali, essi – a giudizio di vari commentatori – si adattarono faticosamente alla novità delle questioni tecniche e al fermento teorico che animava il dibattito teologico e che determinò negli anni Settanta il sorgere persino di una disciplina specifica, la bioetica.

Riprendendo il pensiero del teologo E. Schockenhoff, Lintner ritiene legittimo domandarsi se l’insegnamento ecclesiale potrebbe svilupparsi verso una posizione per cui il matrimonio come tale – e non necessariamente ogni singolo atto coniugale – debba essere aperto alla generazione dei figli (cfr p. 148). Nel contempo sarebbe da rafforzare tanto l’immagine conciliare della coscienza come voce (e quindi luogo di dialogo tra uomo e Dio) che chiama incondizionatamente ad amare, quanto la responsabilità decisionale dei coniugi, rettamente formati e consigliati, quali cooperatori del Dio creatore e redentore.

Riscoprire l’annuncio custodito nell’Humanae vitae – come recita il sottotitolo del libro di Lintner – significa proseguire uno studio critico dei rapporti tra norma e libertà, tra potenzialità biologiche, novità tecniche e vissuti coscienziali. Significa altresì cercare un linguaggio nuovo, che parli della bellezza del diventare madre o padre e che consenta, all’interno delle comunità cristiane, un’educazione permanente all’amore coniugale. La saggezza del discernimento si avvarrà di una paziente ermeneutica del desiderio dei fedeli, nell’ascolto della loro meditate motivazioni decisionali, attraverso cioè la mediazione pratica, culturale e storica delle valutazioni etiche e delle formulazioni dottrinali.


P. Cattorini, in La Civiltà Cattolica 4038 (15 set/6 ott 2018) 534-536

Che cosa resta oggi, a 50 anni esatti dall’Humanae vitae? Cosa resta delle accese polemiche sviluppatesi all’indomani in merito al testo di Paolo VI? Si può affermare che questo anniversario, come già accaduto con i lavori dei due Sinodi sulla famiglia e soprattutto con la pubblicazione dell’esortazione apostolica post sinodale, rappresenti davvero la «fine di un conflitto»? C’è chi risponde in maniera affermativa come nel caso di Martin M. Lintner nel suo ultimo testo dal titolo Cinquant’anni di Humanae vitae. Fine di un conflitto. Riscoperta di un messaggio dedicato ad una lettura dell’enciclica con il sentire di oggi.   

Già autore di La riscoperta dell’eros (Edb 2015) dove esaminava il tema della sessualità e delle relazioni umane nella Chiesa, il teologo sudtirolese, religioso dell’Ordine dei Servi di Maria, docente a Bressanone e a Innsbruck, cui molti riconoscono la capacità di ascolto dei vissuti delle persone, è noto per una teologia tutt’altro che astratta e formulata a tavolino: da una parte l’indicazione chiara di una via da percorrere, ma nel contempo la ferma determinazione di andare alla scoperta di quello che considera il (tanto) bene esistente nel riconoscimento dell’impegno di ciascuno.  

Una sintonia ideale con la Amoris laetitia di Papa Bergoglio che per Lintner costituisce un autentico «punto di non ritorno» ed è proprio alla luce dell’esortazione apostolica post sinodale che suggerisce una rilettura dell’enciclica Humanae vitae: l’unica via percorribile per comprenderne il messaggio originario. Non ha vissuto in prima persona i dibattiti dei tempi della pubblicazione – lui che si definisce «più giovane di Humanae vitae» essendo nato nel 1972 - ma non sembrano questi l’oggetto del suo interesse, se non a scopo didattico per delinearne la genealogia e le alterne vicende che hanno condotto al documento che, scrive, «a tratti rammentano la trama di un giallo».  

La lettura del testo racconta piuttosto di un tentativo (riuscito) di affrontare le questioni più controverse in modo tutt’altro che polemico, mantenendosi per quanto possibile all’oggettività delle affermazioni e dei fatti. In particolare la storia della ricezione dell’Humanae vitae, a partire dalle prime reazioni e prese di posizione delle 38 conferenze episcopali mondiali e dal deciso sostegno di Giovanni Paolo II fino alla constatazione del “sentimento di insoddisfazione” che la pubblicazione del testo aveva suscitato nel teologo Ratzinger confermata nella totale riservatezza circa la dottrina normativa dell’enciclica emersa nel corso del suo mandato alla guida della Congregazione per la Dottrina della fede. 

In quest’ottica di approccio “sereno” e non pregiudiziale colpisce soprattutto la volontà di ampliare l’orizzonte – ben al di là della mera regolazione delle nascite - per recuperare l’autentico messaggio di Humanae vitae in linea con l’esplicito invito di Papa Francesco (AL 82). Uno studio storico-genealogico dell’enciclica (ricco di particolari decisivi per una comprensione del dibattito immediatamente successivo) si conclude con l’affermazione che si tratti di «un punto di svolta e non solo nel pontificato di Paolo VI». Un’attenzione particolare viene infatti dedicata prima al ruolo determinante dell’allora arcivescovo di Cracovia Karol Wojtyla e al famoso Memorandum (dimostra però come non azzeccata l’ipotesi che ne sia stato il ghostwriter), e quindi alle consultazioni sullo “Schema XIII” che confluirono nella Costituzione pastorale Gaudium et spes con l’aggiunta del capitolo “La dignità del matrimonio e della famiglia e sua valorizzazione” (nn. 47-52).  

Pur non rientrando nella preparazione di Humanae vitae, per Lintner queste esercitarono un effetto decisivo ai fini di «una nuova visione del matrimonio e del superamento della dottrina tradizionale sui fini del matrimonio»: matrimonio comunione di vita e d’amore (oltre il “contratto” che stava alla base del CJC 1917) che attribuisce all’amore coniugale una dignità propria che supera lo scopo generativo. Nonostante tutto, sottolinea come non si possa dimenticare che il Concilio aveva tenuta aperta la questione cruciale della valutazione etica dei nuovi metodi per la regolazione delle nascite optando per una sospensione decisionale. 

La lettura, quasi didascalica, che segue del testo dell’enciclica contribuisce ad illustrarne i concetti salienti: la totalità dell’amore umano, la paternità responsabile, il rispetto della regolazione della natalità eticamente ordinata. Tra le righe, Lintner nota infatti la preoccupazione per il problema demografico a livello mondiale e, in parallelo, l’ansia per il rischio di un aumento del ricorso all’aborto come mezzo di pianificazione familiare, e non ultima una diminuzione della dignità della donna. 

Degna d’interesse, e per certi versi forse meno conosciuta, la «breve storia della ricezione di Humanae vitae»: è innegabile, come a fronte dei lodevoli tentativi di alcuni teologi e cardinali – Marie Rosaire Gagnebet, Perice Felici, Edouard Hamel - di preparare il terreno ad una ricezione positiva, il polverone di critiche che si era sollevato (in particolare per la condanna dei metodi contraccettivi non naturali) impedì una lettura consapevole delle dichiarazioni delle diverse conferenze episcopali. Per fare un esempio, si cita quella italiana che invita a misericordia e bontà, distinguendo tra situazioni differenti e sottolineando per i coniugi la «difficoltà a volte molto seria in cui si trovano, di conciliare le esigenze della paternità responsabile con quelle del loro amore reciproco».  

Più espliciti riguardo al giudizio di coscienza le Conferenze episcopali tedesca e austriaca che raccomandano ai coniugi «un coscienzioso esame» e ai sacerdoti di «tener conto della scelta di coscienza responsabile dei fedeli» (i vescovi d’Austria, come anche quelli belgi, sottolineano esplicitamente che «nell’enciclica non è presente un giudizio di fede infallibile» perché «il giudizio sull’opportunità di trasmettere una nuova vita appartiene in ultima istanza agli sposi stessi, che devono decidere dinanzi a Dio»), pur senza dichiararsi verso una generale liceità di ogni mezzo.  

Viene anche evidenziata la delusione di numerosi partecipanti al Concilio quando nel testo dell’enciclica le nove citazioni dalla Gaudium et spes (il documento più citato) venivano inserite nel contesto di una tradizione ininterrotta sul matrimonio e la famiglia e non piuttosto come una ben più sostanziale evoluzione dell’insegnamento della Chiesa. «Forse – commenta Lintner – la ricezione unilaterale di Gaudium et spes 48-52 nella Humanae vitae costituisce una delle ragioni per le numerose controversie a tutt’oggi aperte sull’enciclica di Paolo VI»: come dire che la dimensione e profondità degli enunciati di Gaudium et spes siano sì confluiti in essa, ma, inspiegabilmente, senza influenzarla più di tanto. 

Serrata l’analisi delle motivazioni a sostegno del rifiuto di ogni forma di controllo delle nascite addotte da Giovanni Paolo II fino al suo discorso ai partecipanti al Congresso internazionale di teologia morale del 1988 (dove il cardinale Caffarra espresse l’opinione secondo cui «l’intenzionalità che sottende la contraccezione artificiale sarebbe paragonabile all’atteggiamento di un assassino»). «Non si tratta di una dottrina inventata dall’uomo: essa è stata inscritta dalla mano creatrice di Dio» diceva in quell’occasione il Pontefice parlando in caso contrario di vanificazione della croce di Cristo e di una sbagliata concezione della coscienza: «L’insegnamento della Humanae vitae viene qui elevato espressamente al piano di etica rivelata», commenta Lintner che trova una conferma successiva nell’argomentazione della Veritatis splendor e ricorda altresì come nel corso del suo lungo pontificato l’incondizionato consenso all’Humanae vitae abbia rappresentato uno dei criteri decisivi per la nomina dei vescovi e l’autorizzazione all’insegnamento. 

Diverso l’approccio di Ratzinger che non ha mai dedicato particolari attenzioni al tema specifico se non nel capitolo IV della Donum vitae (al contrario della questione circa i divorziati risposati): «Non è la stessa cosa per una persona chiedersi se il proprio agire corrisponda alla categoria di ciò che è naturale o chiedersi se corrisponda alla responsabilità di fronte alle persone alle quali è stata unita dal vincolo del matrimonio, e se corrisponda alla responsabilità di fronte alla parola di Dio». Da una parte la coincidenza riguardo alla validità del contenuto normativo, dall’altra un’innegabile differenza di linguaggio e «la mancanza in Benedetto XVI del rigore normativo e pastorale». 

Arrivando all’oggi, già dal questionario preparatorio al Sinodo straordinario tutto appare ricondotto in un alveo più comprensibile alle coppie: dalla formula «sorprendente aperta» della Relazione finale fino all’invito a concentrarsi sul messaggio più che sulla dottrina o la norma che trova il suo culmine nell’esortazione post sinodale. Oggi, conclude il teologo sudtirolese, «non si parla più della “valutazione morale dei metodi di regolazione della natalità”, quanto piuttosto della “bellezza e dignità del diventare madre o padre”, nonché della “ecologia umana del generare”». Non essendo di fatto più ribadita espressamente la distinzione tra metodi naturali e artificiali di regolazione delle nascite - una distinzione che non solo molti teologi, ma anche i fedeli considerano davvero problematica - questi diventano i soli criteri per una valutazione etica. 

La problematica fra norma e coscienza trova argomentazioni definitive sia nella Relazione finale al Sinodo 2015 che nel testo di Amoris laetitia (82 e 222) dove Lintner riconosce che «la concezione della coscienza riveste un’importanza decisiva». Riguardo alla questione della trasmissione della vita e della pianificazione familiare Papa Francesco scrive: «Questo giudizio in ultima analisi lo devono formulare, davanti a Dio, gli sposi stessi» (AL 222). «Una visione antropologicamente densa e aperta della coscienza morale, dopo che questa era stata un po’ retrocessa in seconda linea in altri documenti del magistero» è la citazione dal collega Antonio Autiero già docente a Münster e direttore del Centro per le Scienze Religiose FBK di Trento. Pace fatta dopo 50 anni? Per Lintner sembrerebbe proprio di sì.


M.T. Pontara Pederiva, in VaticanInsider.it 25 luglio 2018

Tra i tanti saggi pubblicati in questi mesi in occasione del cinquantesimo anniversario di Humanae vitae, a testimonianza di un interesse che, nel bene o nel male, non sembra intaccato dal trascorrere del tempo, due soprattutto meritano di essere segnalati. Il primo, L’ultima enciclica di Paolo VI. Una rilettura dell'Humanae vitae (Edb, pagine 287, euro 25) è stato scritto da Renzo Gerardi, docente di teologia morale speciale alla Lateranense. Il secondo, Cinquant'anni di Humanae vitae. Fine di un conflitto - riscoperta di un messaggio (Queriniana, pagine 170, euro 14), si deve alla penna di Martin M. Iintner, teologo morale allo Studio teologico accademico di Bressanone. Il testo di Gerardi punta innanzi tutto a inquadrare l'enciclica di Paolo VI nella complessità del dibattito socio-culturale degli anni Sessanta. Si tratta di un documento che va ben oltre la questione della sessualità e del controllo delle nascite. […] Le riflessioni dell'autore affiancano una nuova traduzione dal testo latino.
Più critica l'analisi di Lintner che rilegge il documento di Paolo VI alla luce di Amoris laetitia. «Sarebbe superfluo - scrive il teologo – indicare espressamente la grande perdita di fiducia da parte di molti fedeli nei confronti del magistero della Chiesa su questioni come la sessualità, il matrimonio e la famiglia». A parere di Lintner, la Chiesa «deve prendere sul serio il giudizio di coscienza dei fedeli e coinvolgere le loro riflessioni come possibile fonte della conoscenza morale, e precisamente dei fedeli che - in seguito a un accurato esame alla luce della fede e dopo un confronto serio sia, da un lato, con le norme morali e con l’insegnamento della Chiesa, sia anche, dall'altro, con le sfide specifiche di una situazione e le sue possibilità concrete – sono arrivati a una decisione». Che è proprio quanto sottolinea il n.303 di Amoris laetitia.


L. Moia, in Avvenire 11 luglio 2018

Il 25 luglio 2018 ricorre il cinquantenario della pubblicazione della Humanae vitae, lettera enciclica di Papa Paolo VI sulla procreazione, che fu battezzata come «l'enciclica della pillola», ridotta così superficialmente all'aspetto del divieto dei metodi non naturali nel controllo delle nascite.

A 50 anni dalla sua emanazione, questa enciclica continua a suscitare perplessità, interesse e dibattito. Lo stesso papa Francesco, nell'esortazione apostolica postsinodale Amoris laetitia deI 2016,invitava alla riscoperta del messaggio della Humanae vitae di Paolo VI, in quanto sottolinea il bisogno di rispettare la dignità della persona nella valutazione morale dei metodi di regolazione della natalità (cf. AL 82).

Il libro di Martin Lintner, Cinquant’anni di Humanae vitae. Fine di un conflitto – riscoperta di un messaggio, cerca di cogliere e di attualizzare il messaggio della HV offrendo una riflessione in tre parti.

Nella prima parte vengono ripercorse le vicende storiche che hanno portato alla stesura del documento magisteriale di Paolo VI. La ricostruzione dell'A. evidenzia la disputa animatissima che imperversò sulla eventuale rielaborazione della dottrina matrimoniale della Casti connubii (1931)di Pio XII. La maggioranza della commissione di studi come anche la commissione di vescovi incaricata di esaminare la relazione finale della commissione di studi pontificia avevano raccomandato al papa di lasciare la questione dei metodi di controllo delle nascite alla coscienza dei coniugi. Il papa, invece, ha adottato il parere del gruppo minoritario.

Durante la presentazione ufficiale dell'enciclica, il 29 luglio 1968, fu il papa stesso a prevedereche la sua decisione in merito alla questione del controllo della natalità non sarebbe stata accolta da tutti, sottolineando inoltre come l'enciclica facesse parte del cosiddetto «magistero autentico», e pertanto, sebbene i fedeli fossero tenuti a riservarle piena lealtà e un'approvazione interiore non soltanto esteriore, essa non rappresentasse «nessuna affermazione infallibile di carattere vincolante».

Facendosi interprete degli intenti dell'enciclica, l'allora arcivescovo di Cracovia Karol Wojtyla scrisse: «Non v'èalcun dubbio che la Chiesa si opponga alla contraccezione proprio per riguardo alla dignità della persona umana, esprimendo la paura giustificata che la contraccezione provochi il pericolo di una riduzione di quell'atto profondo e interpersonale che è il matrimonio ad un piacere puramente sessuale. La contraccezione porta in sé il reale pericolo della falsità, della perdita di verità interiore della convivenzaconiugale, che deriva dal fatto che il matrimonio rappresenta una vera unione di uomo e donna in quanto persone che nel loro spazio si donano e si accettano mutuamente. Questo reciproco donarsi e accettarsi, che costituisce l'unione di due persone, deve necessariamente essere personale e devedare espressione alle persone e garantire il loro valore, cioè la loro dignità, anche - e soprattutto - nell'atto intimo dell'unione coniugale tra uomo e donna».

Sempre la prima parte del libro di Lintner - oltre al già accennato riassunto delle fasi di redazione del documento e delle accese contrapposizioni che hanno contribuito alla configurazione finale del testo - presenta un sunto dell'enciclica di Paolo VI.

Se la prima parte è dedicata alla genesi della HV, la seconda parte del volume esamina la ricezione dell'enciclica di Paolo VI, cominciando dalle prime reazioni e prese di posizione delle 38 conferenze episcopali mondiali, con particolare attenzione per quella italiana, tedesca, austriaca e belga, fino alla recente Amoris laetitia. Un'attenzione particolare è dedicata alla storia della ricezione dell’enciclica da parte di Giovanni Paolo II, quale fermo sostenitore ed interprete delle sue tesi, il quale nondimeno aveva anche lasciato intuire che a suo parere il testo mancasse di un fondamento biblico e antropologico.

La seconda parte del volumeillustra inoltre in modo dettagliato l'atteggiamento dei due sinodi dei Vescovi del 2014 e del 2015 nei confronti dell'enciclica di Paolo VI. Tornando però indietro alle prime reazioni, e nel clima del generale ossequio delle conferenze episcopale, appaiono delle divergenze non indifferenti. Così, ad esempio, Lintner evidenzia come la Conferenza Episcopale Italiana abbia dedicato un documento nel quale sottolinea il doveredel clero cattolico di «presentare senza ambiguità» il magistero pontificio mentre le Conferenze Episcopali Tedesca e Austriaca, pur sottolineando ed elogiando l'alto valore del matrimonio riaffermato da Paolo VI, abbiano sottolineato anche la possibilità di un giudizio di coscienza dei coniugi, divergente dal magistero della Chiesa ricordando che nell'enciclica non è presente un giudizio di fede infallibile.

Oltre naturalmente alla parte dedicata al magistero di Giovanni Paolo Il in grande conformità a quello di Paolo VI, è interessante la presentazione della ricezione del documento da parte di Joseph Ratzinger. Lo stesso papa Benedetto XVI, nel libro intervista con Peter Seewald, Ultime conversazioni ricorda in un'ottica retrospettiva la difficoltà che vissedinanzi al documento papale: «Nella mia situazione, nel contesto del pensiero teologico di allora, Humanae vitae eraun testo difficile. Era chiaro che ciò che dicevaera valido nella sostanza, ma il modo in cui veniva argomentato per noi allora, anche per me, non era soddisfacente. lo cercavoun approccio antropologico più ampio. E in effetti, papa Giovanni Paolo Il ha poi integrato il taglio giusnaturalistico dell'enciclica con una visione personalistica». La visione di Benedetto XVI evidenzia come il problema etico non deve verteresolo «intorno al pensiero di ciò che è secondo natura, ma condurre piuttosto alla questione su come la coscienza possa entrare in funzione, dato che la questione propriamente etica è quella della responsabilità» (120).

Lintner sottolinea la «nobile riservatezza» sulla questione della regolazione delle nascite di Joseph Ratzinger conservata anche come papa. Questo silenzio, però, non vainterpretato come superamento della Humanae vitae, ma come accentuazione del suo voltopiù bello, quello personalistico. Benedetto XVI afferma in un messaggio rivolto al congresso internazionale della Humanae vitae del 2008 che «la possibilità di procreare una nuova vita umana è inclusa nell’integrale donazione dei coniugi. Se, infatti, ogni forma d'amore tende a diffondere la pienezza di cui vive, l'amore coniugale ha un modo proprio di comunicarsi».

La terza parte del volume,invece, avvia una riflessione critica sugli argomenti portati avanti da Paolo VI contro la regolazione artificiale delle nascite. L’A. riassume le tesi avanzate da Paolo VI evidenziando il loro fondamento e dialoga con varie prospettive teologiche per guardare alla HV conocchi non solo critici ma anche capaci di cogliere gli aspetti che devonoancora proseguire la loro maturazione. Ad esempio, dialogando con Schockenhoff, l'A. si pone la problematica se è legittimo valutare uno sviluppo versouna soluzione per cui «il matrimonio come tale deveessere aperto alla generazione dei figli, non però il singolo atto coniugale» (p. 148).

Questa parte conclusiva del libro piuttosto di proporsi come dogmatica, si potrebbe definire come maieutica, ovvero invitante a una riflessione approfondita e senza pregiudizi sulle sfide poste dall'enciclica di Paolo VI, sia per chi condivide la linea del papa sia per chi ha le sue perplessità.


R. Cheaib, in Theologhia.com luglio 2018