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Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico – 5
John P. Meier

Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico – 5

L’autenticità delle parabole

Prezzo di copertina: Euro 49,00 Prezzo scontato: Euro 41,65
Collana: Biblioteca di teologia contemporanea 186
ISBN: 978-88-399-0486-7
Formato: 16 x 23 cm
Pagine: 456
Titolo originale: A Marginal Jew. Rethinking the Historical Jesus. Volume V: Probing the Authenticity of the Parables
© 2017, 20192

In breve

Edizione italiana a cura di Flavio Dalla Vecchia

Questo attesissimo quinto volume si incarica di verificare l’attendibilità delle parabole attribuite a Gesù, identificando quelle che possono risalire effettivamente al Gesù storico.

Descrizione

Facendo progredire il suo magistrale lavoro alla ricerca del Gesù storico, Meier affronta in questo attesissimo volume il tema controverso delle parabole. E lo fa con lo stesso rigore e la stessa penetrazione che hanno guadagnato ai suoi testi precedenti l’elogio della critica e il successo del pubblico.
Dei quattro enigmi fondamentali che Meier ha individuato – l’atteggiamento di Gesù verso la Legge, il suo uso delle parabole, il modo in cui descriveva se stesso, i suoi ultimi giorni a Gerusalemme – questo volume affronta quindi di petto il secondo tema, ingaggiando un vero e proprio corpo a corpo.
In genere gli esegeti operano in base al presupposto che le parabole narrate nei vangeli possano essere sostanzialmente attribuite al Gesù storico. Il volume di Meier mette in discussione questo consenso generalizzato. Sostiene infatti che nessun criterio di storicità può fornire ragioni convincenti per assicurare che una determinata parabola abbia avuto origine sulle labbra del Gesù storico. Noi non disponiamo cioè di argomenti fortemente positivi a favore della storicità delle parabole (il che non dimostra automaticamente che non siano autentiche!).
Per Meier, alla fine, solo quattro parabole – quella del Granello di Senape, quella dei Vignaioli Malvagi, quella dei Talenti e quella del Grande Banchetto – possono rivendicare validamente la propria autenticità ed essere attribuite al Gesù storico con sufficiente certezza.

Un’analisi sagace, sottile, rigorosa e documentata delle parabole attribuite al Nazareno.

Recensioni

La Queriniana prosegue nella pubblicazione in italiano, a cura di Flavio Dalla Vecchia, dell’opus magnum dello studioso nordamericano, opera ormai giunta al V volume, dedicato alle parabole di Gesù (la traduzione è di Marta Pescatori, l’originale è stato pubblicato all’inizio del 2016 nella collana The Anchor Yale Bible Reference Library, New Haven-London).

Come è risaputo, quello di J.P. Meier è finora il più ampio studio sulla figura storica di Gesù ad opera di un singolo autore, una trattazione che contiene una miniera di informazioni, e dove alcuni approfondimenti sono delle vere e proprie monografie tematiche. Ricordiamo sinteticamente quello che – soltanto durante la stesura della prima parte e oltre l’intenzione iniziale dell’autore (voleva infatti scrivere un unico volume sul Gesù storico come premessa a un commentario su Matteo) – è andato configurandosi come un progetto davvero imponente.

Il I volume, è stato pubblicato nel 1991 (in italiano nel 2001), sui principi fondamentali che guidano la ricerca – in particolare i criteri di storicità – con alcune osservazioni iniziali sul contesto socio-culturale, economico e familiare, e con la cronologia della vita di Gesù. Il II volume, del 1993 (in italiano nel 2002), tratta di Giovanni Battista – considerato mentore di Gesù – e del contesto religioso, quindi del messaggio escatologico di Gesù riguardante il Regno di Dio, con il suo attuarsi nel ministero, in azioni potenti e segni (miracoli) profetici: emerge un Gesù profeta escatologico che riflette le tradizioni e le speranze legate alla figura di Elia; questo è diventato il nuovo punto di partenza per ulteriori ricerche. Il III volume, del 2001 (in italiano nel 2003), tratta di Gesù e dei gruppi con cui ha interagito: la folla, i discepoli, i Dodici (il rimando è alle dodici tribù d’Israele che egli vuole radunare per la fine dei tempi); quindi i vari gruppi religiosi: sostenitori e oppositori (e tra loro già emergeva la questione della legge mosaica). Il IV volume è del 2009, lo stesso anno appare in italiano: da questo in poi gli argomenti trattati vengono da lui definiti «enigma», iniziando con il tema del rapporto tra Gesù e la Legge (qui emerge come Gesù assuma il ruolo di un maestro autorevole della Legge, anche quando a volte annulla alcune sue disposizioni).

Oltre al presente volume, il V (2016), dedicato alle parabole, ne sono annunciati altri due, che chiuderanno la serie: il VI, sulle designazioni di Gesù, da parte di altri o di se stesso (in particolare tratterà il titolo «Figlio dell’uomo») e il VII, sui suoi ultimi giorni a Gerusalemme, la passione e la morte.

Abbiamo fatto questo richiamo ai volumi già pubblicati, dal momento che, in questo sulle parabole, Meier stesso avverte il lettore che è bene premettere a questo studio i precedenti, per aver presente il quadro di riferimento in cui collocarlo. Già questa premessa, che egli fa nell’introduzione, rappresenta la base di una critica da lui rivolta a chi si occupa delle parabole: molti infatti trascurano che per scoprire il significato originale di una data parabola nel ministero del Gesù storico occorre avere già una comprensione globale del messaggio (cf. p. 11 nota 2; l’importanza del contesto, come cornice interpretativa, è ribadita poi alle pp. 13-14).

Nell’introduzione (9-37) si presenta la questione della gesuanità delle parabole evangeliche, preannunciando che al vaglio della metodologia storica soltanto pochissime passeranno l’esame; quindi, dopo aver illustrato il contenuto dei singoli capitoli (numerati dal 37 al 40 consecutivamente con l’intera serie), si descrive la metodologia utilizzata che, come era già stato esposto specialmente nel I volume (con le riprese più sintetiche nei volumi II-III-IV), si basa sugli ormai famosi criteri di storicità, di cui cinque primari: 1) imbarazzo, 2) discontinuità, 3) molteplice attestazione, 4) coerenza, 5) rifiuto ed esecuzione (di Gesù), e altri secondari, o dubbi (come le tracce dell’aramaico nei detti).

Anche in questo campo d’indagine, dunque – come si è fatto nei volumi precedenti con gli altri pronunciamenti di Gesù nei vangeli –, occorre chiedersi se quel detto o quella parabola possono risalire a lui stesso oppure siano da considerare come creazioni della comunità o dell’evangelista. A questo proposito vorrei far notare una piccola differenza di traduzione del sottotitolo del libro, in inglese è: Probing the Authenticity of the Parables (cioè, L’autenticità delle parabole messa alla prova), mentre in italiano è diventato soltanto: L’autenticità delle parabole; questo abbreviamento di frase – forse dettato da motivi editoriali – potrebbe tuttavia lasciar intendere una finalità addirittura contraria al senso originale (cioè voler confermare l’autenticità piuttosto che metterla in dubbio).

Nel capitolo trentasettesimo (39-95; contiene anche un excursus sull’allegoria, 89-95), Meier elenca 7 tesi definite «inattuali» (nel senso di «incresciose» o «controverse»), che costituiscono il presupposto di tutto il volume e che conducono al risultato finale, cioè la dimostrazione che la stragrande maggioranza delle parabole dei sinottici non reggono all’esame dell’autenticità (in quanto non soddisfano alcun criterio di storicità, in particolare quello della molteplice attestazione).

Nella prima tesi si discute dell’annosa questione del numero delle parabole, che ovviamente varia in base al modo in cui i singoli autori le definiscono e le classificano (nella media si va dalle 35 alle 40). Nella seconda si mette in questione la considerazione del mashal sapienziale dell’AT come la fonte ispirativa delle parabole sinottiche; per Meier, occorre piuttosto riferirsi ai testi dei profeti anteriori; nella terza si indicano anche i testi dei profeti scrittori, per cui risulta che le parabole sinottiche si pongono soprattutto nel solco della tradizione profetica e non in quella sapienziale delle Scritture (tesi quattro). Nella quinta tesi Meier spiega perché la definizione delle parabole come genere letterario deve rimanere alquanto vaga, dal momento che caratteristiche troppo dettagliate si adattano ad alcune parabole ma non ad altre. La tesi sei mette in dubbio che il Vangelo copto di Tommaso sia una fonte indipendente. Qui già si anticipano le conclusioni che saranno tratte dal lungo capitolo trentottesimo (96-191: tanto spazio è richiesto dal fatto che occorre considerare e valutare criticamente l’opinione di molti studiosi che invece sostengono la tesi contraria).

La tesi sette è quella che Meier definisce radicale: contro l’opinione comune, condivisa da studiosi del passato e del presente, per cui le parabole sono l’accesso più affidabile al Gesù storico e al suo insegnamento, soltanto pochissime (appena quattro sulle circa 35-40) risultano in grado di superare il test secondo i criteri di autenticità gesuana. Qui possiamo già anticipare la tesi centrale del libro di Meier, che troviamo nella conclusione (363): «Contrariamente alle affermazioni di generazioni di ricercatori sulle parabole, da Jülicher, Jeremias e Dodd, fino ai vari membri del Jesus Seminar, le parabole non forniscono la via più sicura o il modo più semplice per cogliere l’insegnamento del Gesù storico. Con questo non si vuole negare che Gesù insegnò in parabole; c’è molteplice attestazione sufficiente per questo fatto fondamentale, supportata anche dal criterio della coerenza. Ciò che troppo spesso manca del sostegno della molteplice attestazione – o di qualsiasi altro criterio di storicità – è se Gesù insegnò questa o quella parabola particolare».

Nel capitolo trentanovesimo (192-230) si procede nella scelta di raggruppare tra loro le parabole in base alla loro provenienza: Marco, fonte Q, M e L (Sondergut matteano e lucano). Da questa suddivisione emerge che Mc ha 4 o 5 parabole narrative, Q ne ha 7, M ne ha 9 e L 13. Come test case viene analizzata la parabola del Buon Samaritano (209-229): la mancanza di qualsiasi criterio di storicità e tutti gli indizi della «colorazione» lucana del brano fanno ritenere che la parabola non sia una creazione di Gesù ma dell’evangelista.

Nel capitolo quarantesimo (231-358), intitolato significativamente «Le poche elette» (nell’originale, «The happy few»; forse si poteva anche tradurre: «Poche ma buone»), si presentano gli argomenti per dimostrare l’autenticità delle uniche quattro parabole che rientrano nei criteri di storicità: il granello di senape (molteplice attestazione e coerenza), i vignaioli omicidi (imbarazzo e discontinuità), il banchetto e i talenti (per entrambe la molteplice attestazione), se ne fa l’analisi e si delineano i punti rilevanti per la gesuologia. Ecco la sintesi di ogni trattazione.

1. Il granello di senape, che è riportata da tutti e tre i sinottici (Mc 4,30-32 e paralleli); in questo caso Meier argomenta che si tratta di una sovrapposizione tra Mc e Q (e avremmo perciò la duplice attestazione), inoltre soddisfa anche il criterio della coerenza con il messaggio escatologico e il ministero di Gesù profeta. Al livello della predicazione di Gesù emerge questo messaggio: malgrado le apparenze, il Regno è presente e cresce, il contrasto è evidente tra i suoi inizi e i suoi sviluppi; tali sviluppi implicano il raccogliere e radunare l’Israele disperso. È una profezia messa in parabola (cf. 232-247, spec. 246).

2. I vignaioli omicidi, anch’essa presente in tutti e tre i sinottici (Mc 12,1-11 e paralleli); in questo caso però la parabola non soddisfa il criterio della molteplice attestazione (Mt e Lc avrebbero ripreso da Mc), ma quello dell’imbarazzo (è impensabile che la Chiesa primitiva avesse creato questo racconto metaforico facendolo terminare con la tragica morte del figlio [Gesù], senza indicare il riscatto [risurrezione]; le due conclusioni in Mc 12,9 + 12,10-11 sono aggiunte della Chiesa proprio per contrastare tale imbarazzo), e quello della discontinuità (quasi tutti i racconti neotestamentari sulla morte di Gesù riportano il dato della sepoltura, assente invece nella parabola). A livello del Gesù terreno si può dedurre che Gesù cambia qualcosa in questa rappresentazione piuttosto tradizionale della storia della salvezza (già presente in Geremia, ma non solo): Dio non manda un ennesimo profeta, ma il proprio figlio; allo stesso tempo Gesù avverte i suoi avversari che egli sa che cosa lo aspetta, e tuttavia non desiste; egli vede il proprio destino iscritto nel piano salvifico di Dio e ne rappresenta il culmine (cf. 247-272, spec. 267-268).

3. Per quanto riguarda la parabola del banchetto, presente in Mt e Lc (Mt 22,2-14; Lc 14,16-24), secondo Meier si tratta della stessa parabola che però –poiché presenta differenze accentuate – non risalirebbe a Q ma alle singole fonti proprie di Mt e Lc (M e L), dunque anche qui avremmo la molteplice attestazione di fonti indipendenti. Gesù come profeta escatologico avverte i suoi compatrioti israeliti che il suo messaggio è così urgente perché questo è l’invito finale da parte di Dio al suo popolo, e decisiva per la loro partecipazione al banchetto sarà la loro risposta a Gesù (cf. 272-312, spec. 303-304).

4. La stessa argomentazione sull’autenticità vale per la parabola dei talenti/delle mine (Mt 24,14-30; Lc 19,11-27). A livello gesuano la parabola è un’esortazione – con avvertimento – rivolta ai suoi discepoli ad affrontare liberamente la sfida di lasciare tutto e di seguirlo; insieme alla grazia sovrabbondante c’è anche la possibilità di venire condannati per aver rifiutato la richiesta contenuta nel dono. Gesù può averla pronunciata più volte, anche con uditori diversi, per richiamare Israele a compiere la sua vocazione di essere l’Israele del tempo finale (312-358, spec. 357-358). Nella conclusione (359-372), Meier riprende le sette tesi iniziali e le espande in quindici conclusioni. Una volta stabilito che soltanto quelle quattro sono da ritenersi autentiche, il contributo delle parabole nell’interpretazione dell’insegnamento e della figura di Gesù risulta in definitiva alquanto circoscritto (tant’è che bastano due pagine per descriverlo, 370-372), per cui, riguardo al guadagno complessivo per la gesuologia, può sintetizzare così: «Le parabole di Gesù, per quanto sembrino in primo piano nei vangeli sinottici nella forma attuale, non sembrano essere così in primo piano in una ricostruzione scientifica del Gesù storico» (372). Coerentemente egli conclude affermando che – contrariamente alla generale convinzione tradizionale – le parabole di fatto non apportano un grande contributo alla ricostruzione del Gesù storico. In paragone con tutto ciò che possiamo sapere di Gesù anche senza di esse (il rimando è ai suoi volumi precedenti), le parabole autentiche, poche e slegate tra loro, hanno una rilevanza molto limitata, con un apporto secondario e modesto (372).

La drastica conclusione a cui perviene, e che Meier stesso riconosce essere deludente e impopolare rispetto alle attese (cf. 232), andrebbe in ogni caso almeno bilanciata con quanto egli stesso premette nelle prime pagine del suo studio, quando afferma che se una parabola non presenta alcun elemento che possa soddisfare un criterio di storicità, ciò non prova che essa non possa provenire da Gesù (14); se per alcune infatti si può argomentare che molto probabilmente sono ascrivibili alla creatività della Chiesa o meglio dell’evangelista (come viene da lui sostenuto nel caso della parabola del buon samaritano), bisogna tener presente che molte altre rientrano nel caso intermedio del non liquet (cf. 193). A tale proposito va segnalata una carenza che il lettore può percepire leggendo questo libro, ma comprensibile dalla prospettiva dell’autore (che, ricordiamo, sta cercando soltanto ciò che può contribuire alla causa del Gesù storico), e cioè l’assenza di una trattazione seppur sintetica delle parabole che fanno parte secondo Meier di questa categoria intermedia, e anche di quelle che più probabilmente sono creazioni degli evangelisti e/o della comunità primitiva.

Un primo punto di domanda, che ci limitiamo ad accennare, riguarda l’applicazione dei criteri di storicità (e che non vale soltanto per questo volume sulle parabole); bisogna riconoscere che Meier li applica in modo scrupoloso e imparziale (per quanto è possibile a uno studioso onesto), e tuttavia a nostro giudizio emerge la tendenza a un’applicazione pedissequa e separata dei singoli criteri, e nel contempo a conferire un’eccessiva importanza al criterio della molteplice attestazione (87-88: «il criterio della molteplice attestazione delle fonti indipendenti si dimostrerà il più importante dei criteri quando si dovrà valutare la storicità di ogni determinata parabola»). È vero che esso è un criterio oggettivo, poco soggetto a interpretazioni arbitrarie, tuttavia di per sé esso dimostra soltanto l’antichità di un dato, fatto proprio da diversi ambienti cristiani, non necessariamente la sua autenticità gesuana, e per questo andrebbe sempre usato insieme ad altri criteri, cercando le possibili convergenze.

A nostro avviso poi non va fatto cadere del tutto, come fa Meier, l’argomento dell’originalità e quindi della discontinuità delle parabole di Gesù, confrontate soprattutto con quelle di provenienza giudaica: i maestri giudei in un tempo non molto successivo e indipendentemente da lui hanno utilizzato lo stesso genere letterario, ma con scopi diversi (Meier si limita a portare l’argomento della datazione successiva rispetto a Gesù, e si dice contrario a fare il confronto perché ciò rischierebbe di sfociare in una qualche rivendicazione della superiorità di quelle gesuane rispetto a quelle rabbiniche; cf. 74 e nota 55).

In ogni caso, Meier stesso, concludendo la sua presentazione dei criteri di storicità ormai consolidati, osserva giustamente che la loro applicazione concreta rimane comunque più arte che scienza (cf. 35). Ciò significa che permane sempre un sufficiente margine di discrezionalità nella loro applicazione, per cui ogni studioso sui singoli casi può giungere anche a conclusioni diverse a partire dagli stessi dati (cf. 329 nota 152). Ad esempio, a partire dallo stesso tipo di ragionamento che fa Meier si potrebbe ben sostenere che la parabola della pecora perduta e ritrovata (Lc 15,4-7 // Mt 18,12-14) – che egli non tratta, quindi ritiene non avere i requisiti di autenticità – sia gesuana, dal momento che soddisfa sia il criterio della molteplice attestazione che quello della coerenza.

Un ultimo rilievo che scegliamo di fare riguarda la definizione di parabola – intenzionalmente vaga – che propone Meier: a nostro avviso da essa non si ricava un elemento peculiare presente in molte parabole narrative di Gesù, che non intendono tanto comunicare un messaggio, come invece sottolinea insistentemente Meier (cf. 43-44.48-53 [con l’ampia nota 14]), quanto provocare un effetto nell’uditore, per spingerlo a prendere posizione; a questo scopo esse si servono di un meccanismo linguistico di tipo dialogico-argomentativo, come è stato messo ben in luce soprattutto da Vittorio Fusco (cf. il suo Oltre la parabola, Roma 1981), e che si rivela fondamentale per cogliere l’essenza stessa delle parabole di Gesù; misconoscendolo – come affermava Fusco – «ci si preclude la possibilità di individuare proprio in esso gli elementi di continuità e di discontinuità che collegano, al tempo stesso distinguono, le parabole di Gesù dalle loro riletture e riscritture postpasquali» (così nella sua postfazione al libro di H. Weder, Metafore del regno, Brescia 1991, 388), e quindi viene a mancare un apporto significativo per la ricerca dell’autenticità delle parabole.

Segnaliamo infine ciò che può rappresentare un limite, ma anche un pregio, a seconda dei punti di vista: si nota un chiaro intento didattico, con frequenti ripetizioni di concetti, con uno stile a tratti avvincente, trovate argute, esempi e riferimenti perfino all’attualità. Si potrebbero dire molte altre cose di questo volume, evidenziando i tanti apporti e le interessanti annotazioni utili nella ricerca del Gesù storico (alcune note del testo occupano anche più di due pagine), quando l’autore presenta i suoi argomenti che lo portano a escludere il Vangelo di Tommaso, e soprattutto nella sua analisi approfondita delle «poche elette», certamente però va sottolineato soprattutto l’aspetto innovativo di questa proposta che, se venisse accolta, comporterebbe un cambiamento di paradigma riguardo alla presunta attendibilità storica delle parabole. L’importanza dell’affermazione: «Gesù parlava in parabole» (cf. Mc 4,33-34, Mt 13,34), che anche Meier ovviamente condivide, verrebbe molto ridimensionata se ci limitassimo a considerarne autentiche soltanto quattro; almeno si dovrebbe correggerla e, se applicassimo un’interpretazione minimalista, dire: «Alcune – rare – volte, Gesù ha parlato in parabole»! E questo vorrebbe dire inficiare l’attendibilità gesuana di un terzo dei detti di Gesù, un materiale davvero notevole. Fatte invece le dovute considerazioni – alcune delle quali abbiamo provato a esporle sopra – riteniamo che sia possibile bilanciare le posizioni più estreme e continuare a studiare dal punto di vista storico le parabole per coglierne l’originalità e la ricchezza che provengono da Gesù: senza di esse molto del Gesù terreno ci sarebbe precluso. Le parabole rimangono, se non la via privilegiata, comunque una via imprescindibile per l’accesso al Gesù terreno e alla sua cristologia.


G. Pulcinelli, in Rivista Biblica 1/2019, 148-153

John P. Meier è l'indiscusso maestro della moderna ricerca sul Gesù storico e la sua magistrale opera Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico, iniziata negli anni '90, è un punto di riferimento imprescindibile per chiunque voglia inoltrarsi in questo affascinante quanto accidentato territorio di studio, semplice lettore o studioso accademico.

Applicando con rigore - anzi, con acribia – gli strumenti della critica storica, il suo lavoro è giunto ora al quinto volume, dedicato a L'autenticità delle parabole. Il nuovo tassello della ricerca di Meier non mancherà di suscitare sorpresa nel lettore e probabilmente provocherà un acceso dibattito tra gli studiosi, perché sostiene - con solide argomentazioni - che per pochissime parabole si può dimostrare che risalgano al Gesù storico; per la maggior parte di esse, secondo l'autorevole studioso gesuita, dobbiamo accontentarci di lasciarle in una sorta di "limbo", non essendoci gli elementi per un giudizio storico. Egli sovverte così il luogo comune (diffuso acriticamente anche tra molti studiosi) che le parabole rappresentino "al meglio" (e al vivo) la predicazione e il linguaggio del Gesù storico (si veda in proposito la brillante analisi della parabola del Buon Samaritano).

Al di là del severo giudizio sulle parabole, il lavoro di Meier ha il pregio di offrire una miniera di informazioni e di fornire strumenti critici, a partire dai dati storicamente certi, per costruire un ritratto fedele del ministero terreno di Gesù.


V. Vitale, in Jesus 4/2018, 93

Nella versione italiana l'opera Un ebreo marginale dilaga in 5 volumi con un totale di 3735 pagine attorno alle quali si sono affannati nell'arco temporale di 16 anni (24 nell'originale americano) ben 6 traduttori diversi. L'autore, uno dei più eminenti biblisti americani, John P. Meier, è docente presso la prestigiosa Notre Dame University dell'Indiana e ha consacrato tutta la sua esistenza di studioso (anche fisicamente, tant'è vero che nell'ultimo tomo esprime la sua gratitudine ai vari medici che l'hanno curato) a ricomporre il volto storico di Gesù di Nazaret, un "ebreo marginale" ma così importante da meritare questa cattedrale esegetica.

In verità un tempio piuttosto spoglio, nonostante la sua imponenza, perché l'applicazione rigorosa (e talora un po' rigida) del metodo storico-critico - soprattutto attraverso gli stampi molto inflessibili dei cosiddetti «criteri di verifica dell'autenticità storica» della persona e degli atti di Gesù - ha lasciato fuori dell'edificio storiografico eretto da Meier una massa mastodontica di materiali evangelici.

È il caso dell'ultimo (almeno per ora perché viene fatta balenare la possibilità di un sesto tomo sulle autodefinizioni di Cristo) studio dedicato alle parabole considerate dalla quasi totalità degli studiosi come il cuore e l'approccio metodologico della predicazione del Gesù storico, nonostante la diversità numerica della loro catalogazione (si va da 29 a 72 e oltre, a causa dell'identificazione un po' fluida del genere letterario parabolico). Su di esse passa ora il rullo compressore dell'analisi di Meier, accuratissima fino all'ossessione e inesorabile nell'applicazione della sua criteriologia, e alla fine riescono a sopravvivere solo quattro parabole come indiscutibilmente "gesuaniche": il granello di senape (vedi, ad esempio, Marco 4,30-32), i vignaioli omicidi (la si legga in Marco 12,1-11), il grande banchetto (rimandiamo a Matteo 22,2-14) e, infine, i talenti (Matteo 25,14-30).

Il docente americano smonta la comune convinzione dei suoi colleghi passati e presenti (alcuni ormai classici come Jülicher, Jeremias, Dodd, Scott, Snodgrass) che assegnavano alle parabole un primato nel messaggio di Gesù e lo fa in premessa con un settenario di sue "tesi inattuali" (in inglese unfashionable che è più forte, "fuori moda"). Successivamente sono le varie parabole ad essere inserite negli stampi freddi sopra citati dei criteri di autenticità storica col risultato di far debordare l'incandescenza redazionale degli evangelisti all'esterno e quindi di essere scartate. Tuttavia, è necessario subito precisare che non necessariamente quelle non accolte da Meier siano state "inventate" dagli evangelisti o dalla comunità. E questo per un fenomeno storico generale. È ciò che accade, infatti, per una massa enorme di persone, atti e detti che non hanno nessuna documentazione storica attendibile o semplicemente pervenuta, eppure si tratta di persone vissute e di dati storici reali.

In questa luce è significativa l'aletta del volume dove l'editore italiano mette le mani avanti. La citiamo annotandola perché è illuminante e non è solo apologeticamente preventiva per il lettore: «In genere gli esegeti operano in base al presupposto [noi siamo convinti che sia qualcosa di più di un postulato o di una supposizione previa] che le parabole narrate nei Vangeli possano essere sostanzialmente attribuite al Gesù storico. Il volume di Meier mette in discussione questo consenso generalizzato. Sostiene infatti che nessun criterio di storicità può fornire ragioni convincenti per assicurare che una determinata parabola abbia avuto origine sulle labbra del Gesù storico. Noi non disponiamo cioè di argomenti fortemente positivi a favore della storicità delle parabole». A questo punto, però, l'editore-curatore aggiunge: «Il che non dimostra automaticamente che non siano autentiche». L'aporia è solo apparente, perché - come sopra si diceva - non tutto ciò che non è documentabile criticamente è falso o apocrifo: il Gesù della storia è di più del Gesù storico-critico.

Dobbiamo, comunque, riconoscere che in Meier al minimalismo della raccolta di frutti corrisponde un'impressionante e colossale investigazione scientifica che testimonia il livello altamente sofisticato e raffinato della ricerca esegetica biblica. Si provi, ad esempio, a seguire la sua analisi di un Vangelo apocrifo come quello copto "di Tommaso", considerato da alcuni una fonte a cui attinsero i Vangeli canonici. L'ipotesi è demolita da Meier che, anzi, ribalta la dipendenza genetica per cui la pur preziosa attestazione di "Tommaso" avrebbe attinto al Vangelo di Matteo e non viceversa, ad esempio, nel caso della parabola della zizzania nel campo di grano (Matteo 13,24-30). La stessa acribia naturalmente è applicata soprattutto al materiale parabolico evangelico sinottico (cioè di Marco, Matteo, Luca) e alla fonte più antica a cui essi si riferirono, convenzionalmente designata come Q (dal tedesco Quelle, "fonte").

Il filtro adottato per il vaglio, o come dicevamo un po' brutalmente, lo stampo con cui tarare l'appartenenza al Gesù storico delle parabole evangeliche è quello dei cosiddetti «criteri di verifica dell'autenticità storica» che vengono dallo studioso americano ininterrottamente applicati sui materiali evangelici. Meier li elenca in una sorta di pentagramma nelle pagine 24-31. Il "criterio dell'imbarazzo" individua dati evangelici difficilmente inventati dalla Chiesa delle origini perché avrebbero imbarazzato o messo in difficoltà i credenti di allora (ad esempio, il battesimo di Gesù ad opera di Giovanni o la crocifissione, esecuzione capitale per i criminali e gli schiavi). Il "criterio della discontinuità" si focalizza su parole e atti di Gesù non derivati dal giudaismo o dalla Chiesa di allora. Il "criterio della molteplice attestazione" punta su detti o gesti di Cristo offerti da fonti letterarie indipendenti tra loro (Marco, Paolo, Giovanni, Q) o secondo generi letterari differenti. Il "criterio della coerenza" scopre la congruità di alcuni elementi con l'ideale database di informazioni ottenute con l'applicazione dei precedenti criteri. Infine, il "criterio del rifiuto" o "dell'esecuzione" raccoglie quei dati che spiegano l'approdo finale della storia di Gesù col processo e la condanna a morte, segno della minaccia reale costituita dalla sua figura concreta nel contesto socio-religioso di allora.

Fermiamoci qui e riconosciamo con lo stesso Meier che possono esserci approcci ulteriori e alternativi da lui, però, rigettati. Su di essi noi saremmo più cauti, ma soprattutto saremmo meno decisi nel separare così radicalmente il dato storico e la sua interpretazione perché anche in quest'ultima può innestarsi un deposito di elementi testimoniali autentici, incastonati nel tessuto della rilettura degli eventi stessi. Il risultato, allora, potrebbe essere ben più ampio di quelle parabole few, happy few ("le poche elette" come si ha nella versione italiana dell'opera) salvate dall'autore e che danno il titolo al capitolo finale.


G. Ravasi, in Il Sole 24 Ore 4 marzo 2018

Un'operazione aritmetica potrebbe così sintetizzare, in modo simpatico e non intenzionalmente irriverente, l'ultima fatica, finalmente tradotta in italiano, di J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico, V. L'autenticità delle parabole, Queriniana, Brescia 2017 (or. NewYork 2016): 11 + 16 + 5 + 7 – 0 ÷ 7 x 1 = 5.

In dettaglio sarebbero 11 (le parabole proprie di Mt, fonte M) + 16 (parabole proprie di Lc, fonte L) + 5 (parabole autentiche di Mc) + 7 (parabole autentiche di Q) - O (parabole del Vangelo copto di Tommaso):7 (tesi "inattuali") x 1 (sola provocazione) = 5 (parabole autentiche attribuibili al livello storico di Gesù di Nazaret) con il resto consistente di non liquet (parabole sulla cui attendibilità storica non possiamo pronunciarci).

I numeri appena dati non mancheranno di suscitare discussioni nel mondo accademico e forse anche in quello ecclesiale italiano, spesso più sensibile a recepire istanze dall'estero che ad avanzare nuove ipotesi originali di studio o di ricerca. Grazie alla buona traduzione si riesce a cogliere la serrata vis argomentativa e la vivezza dello stile di Meier, capace di rendere avvincente la navigazione dentro il mare magnum delle analisi redazionali, passando per le finezze delle analisi filologiche, doppiando gli scogli delle ricostruzioni dei trend tradizionali e le distese marine dei contesti storici, senza perdere di vista la rotta, per ricongiungere idealmente, al termine del viaggio, le parabole al Gesù storico.

[…]

Al termine di questa presentazione critica della ricca ricerca di Meier sull'autenticità delle parabole si può tracciare un bilancio consuntivo. Sicuramente tra i risultati positivi vi è lo sforzo metodologico di uscire da un certo genericismo. Meier vi riesce, però, a mio avviso, sulla scorta delle precedenti sue affermazioni, solo in parte. Il tentativo di far dialogare i criteri necessari per giungere a qualche conclusione si arena ben presto sulla difficoltà della "molteplice attestazione", che resta alla fine la linea di sbarramento, di per sé, però, difficilmente applicabile (1 su 5 delle parabole autentiche risponde a tali requisiti).

Altrettanto positiva, a mio avviso, è la collocazione delle parabole nella linea della tradizione profetica e non di quella sapienziale. Ciò permette di uscire dal filone della parabola sul piano dell'insegnamento morale astratto e della esegesi scritturistica, come nella tradizione rabbinica posteriore, e di entrare in quello della presenza in tempo e luogo precisi. In tal modo le piccole narrazioni sono dentro la grande narrazione nei suoi passaggi unici e irripetibili.

L’affermazione delle parabole come "zoccolo duro della storicità" (da Meier tanto criticata), va intesa, non nel senso della ricostruzione dettagliata della singola parabola (spesso difficile), quanto del nesso particolare parabole-parabolista, proprio sulla scia del modello profetico, che rende inintelligibile la parabola a prescindere dall'identità del suo locutore, in una costante dinamica comunicativa con i suoi contemporanei. È chiaro che tale relazione si può cogliere solo a partire da un'opzione di fondo come quella che Meier ci offre in tutto il percorso di A Marginal Jew.

Del tutto condivisibile, inoltre, il giudizio sulle parabole presenti nel vangelo copto di Tommaso, anche se restano sospetti circa qualche possibile tradizione indipendente e forse anche qualche parabola autenticamente gesuanica in esso contenuta e non nei sinottici, ma tale discorso ci porterebbe lontano. Inoltre va sottolineato che l'esiguo numero delle parabole autentiche non implica, anzi - altro aspetto positivo - supera lo scetticismo totale nei confronti dell'impossibilità (e/o inutilità) di dimostrare la presenza di parabole autentiche.

Qualche rilievo a mio avviso può essere fatto anche alla questione della definizione della forma della parabola narrativa e della sua distinzione dal detto metaforico e dalla similitudine. Senza nulla togliere all'assunto che una parabola narrativa debba essere costituita da un minimo di trama, non possiamo negare che la medesima è, per ciò stesso, già un modo di elaborare la realtà in una prospettiva di comunicazione performativa nei confronti del lettore, anche senza eventuali applicazioni. Come lo stesso Meier afferma nelle conclusioni, la definizione di "parabola narrativa" non ha la pretesa di definizione universale e quindi resta un campo di indagine ancora aperto. Ovviamente, però, non si tratta di un problema di secondaria importanza, in quanto la dimensione argomentativa, che pone la questione dei destinatari della parabola in primo piano, non è esterna al racconto parabolico, ma lo pervade.

La provocazione insita nei racconti parabolici è nel punto di vista del parabolista, che invita a guardare il mondo della natura e degli uomini con occhi diversi, aprendo in tal modo il varco a un'altra realtà, quella dell'azione di Dio nella storia. Il funzionamento della parabola è, a mio avviso il punto centrale della questione. Una maggiore attenzione ad esso porterebbe, forse, a risultati diversi, come affermava V. Fusco: «La parabola però non serve semplicemente a scrutare le reazioni degli interlocutori, ma a fornire ad essi stessi una nuova visione. Il suo specifico è che si tratta di un racconto fittizio utilizzato in funzione di una strategia dialogico-argomentativa». Tale approfondimento potrebbe servire ad andare oltre il "letto di Procuste" di una struttura minimale, inviando una scialuppa di salvataggio ad altre parabole a rischio di naufragio nel mare magnum del non liquet.

È proprio questo limbo, alla fine dei conti, l'aspetto più serio e nello stesso tempo inquietante di questo volume di Meier. Di fronte al "grido ribelle" da lui lanciato, viene voglia di rispondere con un grido meno acuto, ma altrettanto fiero, accettando la scommessa di provare a far crescere il piccolo numero delle autentiche; accogliendo la sfida di usare i criteri di storicità, facendoli maggiormente interagire; ripensando altre linee delle tradizioni antiche, spesso difficili da riconoscere dentro il tessuto redazionale di Mt e di Lc, magari riconsiderando Q in alcuni dei suoi strati redazionali.

Tutto questo lavoro resta da fare, ma non si potrà procedere, in futuro, ignorando il contributo di Meier, che si rivela per tanti motivi prezioso. Per la miniera di informazioni (si veda la ricca bibliografia) e per la finezza delle analisi esegetiche, per quanto segnato da una presa di posizione forte e a tratti indigesta (anzi forse proprio per questa) sarà un punto di riferimento per chiunque, da qui in avanti, voglia studiare le parabole in rapporto alla ricostruzione del Gesù storico, anzi per chiunque, in assoluto, voglia approfondire le parabole di Gesù di Nazaret.


E. Salvatore, in Rassegna di Teologia 3/2017, 489-506

Dopo una lunga attesa, il lettore italiano può avere tra le mani la traduzione di un'opera le cui parti ormai si attendono tra gli studiosi come si attendono i nuovi volumi di J.K. Rowling tra gli appassionati di Harry Potter.

Il quinto volume dell'opera di John P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico è dedicata, come specifica il sottotitolo ad appurare L’autenticità delle parabole di Gesù. Prima di indicare brevemente le conclusioni impopolari a cui giunge lo studioso, è necessario anticipare - come già fa Meier nell'Introduzione del volume - alcune premesse e costanti dello stile e della metodologia dei volumi di Un ebreo marginale.

Il primo volume dell'opera ha percorso la cornice storica generale della ricerca di Gesù. Il secondo volume ha considerato il contesto religioso di Gesù analizzando la figura del Battista, il messaggio escatologico di Gesù sul regno di Dio e la realizzazione della presenza del regno nel ministero di Gesù. Il terzo volume parte dal messaggio di Gesù allargando lo spettro alla considerazione dei suoi seguaci e dei suoi rivali. Il terzo volume si chiude con quattro "enigmi": il rapporto di Gesù con la Legge, le parabole di Gesù, le autodesignazioni di Gesù e la morte di Gesù. Il quarto volume è stato dedicato ad analizzare il primo di questi enigmi, ossia il rapporto di Gesù con la Legge e il comandamento dell'amore. Il quinto volume che qui presentiamo considera il secondo di questi enigmi: le parabole di Gesù.

Tra i vari presupposti del metodo di Meier, c'è una convinzione costante ed è quella della distinzione tra il Gesù storico, ovvero la figura di Gesù che gli storici possono ricostruire a partire dalle fonti a disposizione, e il Gesù reale, Gesù in sé che rimane - come ogni persona e più di ogni altra persona - non totalmente riducibile a uno schizzo e non totalmente conducibile a una figura ricostruita. È fondamentale tenere a mente questo elemento prima di imbarcarsi nell'esplorazione dei volumi del Meier, soprattutto questo quinto volume che è di gran lunga il più iconoclasta e controcorrente dei suoi volumi. Meier non ha - e non può avere - la pretesa di affermare quali parabole sono state effettivamente dette da Gesù e quali no. Il suo margine di affermazione si limita, secondo le risorse a disposizione e la prospettiva assunta, ad affermare quali parabole possono vantare una verificabilità alla luce dei criteri di ricerca storica adottati. Questa puntualizzazione implica che la ricerca del Gesù storico non può e non deve determinare la cristologia. La cristologia deve fare uso dei risultati della Leben Jesu Forschung, ma non può in nessun modo essere ridotta a ripetere le ipotesi della ricerca sul Gesù storico.

Arrivando alle parabole, Meier avanza «sette tesi inattuali», come le definisce lui stesso. La prima tesi prende atto del disaccordo sul numero di parabole nei vangeli che rivela a sua volta il disaccordo sulla definizione di parabola tra gli studiosi. La seconda tesi afferma che il masal, la parabola sapienziale dell'Antico Testamento, non è la fonte o l'analogatum primario delle parabole più tipiche di Gesù. La terza tesi osserva la diffusione dei racconti comparativi tra i profeti posteriori (o profeti scrittori). La quarta tesi colloca il Gesù che racconta le parabole non nella tradizione sapienziale, ma in quella profetica delle Scritture ebraiche. La quinta tesi si sofferma su alcuni luoghi comuni "illegittimi" nel descrivere le parabole di Gesù. La sesta tesi critica l'ipotesi «altamente discutibile» dell'indipendenza e della presunta antichità delle parabole del vangelo copto di Tommaso. La tesi finale di Meier è questa: «Relativamente poche parabole sinottiche possono essere attribuite al Gesù storico con un buon grado di probabilità».

L’analisi del Meier porta a conclusioni molto restrittive che tendono ad andare contro la tendenza comune tra gli studiosi di dare alle parabole «libertà di circolazione» senza sottoporle «alla stessa accurata e severa indagine e ai criteri di storicità perché 'tutti sanno' che per la maggior parte, se non tutte, le parabole provengono da Gesù». È questa presupposizione che Meier cerca di sottoporre a una severa decostruzione.

Premesso che per Meier, le parabole non sono semplicemente le similitudini o i paragoni, ma sono narrazioni autentiche, le «poche elette» parabole che riescono a superare la severa analisi di Meier sono solo quattro: il granello di senape, i fittavoli malvagi della vigna, il grande banchetto e la parabola dei talenti.


R. Cheaib, in Theologhia.com 12/2017

Preceduto da altri quattro voll. che delineano la figura di Cristo a iniziare dalle sue radici storiche e dalla sua persona, per passare al messaggio e ai miracoli che lo hanno contraddistinto, per poi indagare i compagni e gli antagonisti ed esplorare il binomio di legge e amore, la presente opera indaga l’uso delle parabole fatto dalla Parola vivente. Il testo, con perizia magistrale, sottolinea che solo quattro parabole – quella del granello di senape, quella dei vignaioli malvagi, quella dei talenti e quella del grande banchetto – possono essere considerate autentiche ed essere attribuite con sufficiente certezza al Gesù storico; ciò, tuttavia, non toglie l’autenticità di tutte le altre.
D. Segna, in Il Regno Attualità 22/2017

Raggiunti i settantacinque anni di vita, il sacerdote cattolico John P. Meier – già docente di NT alla Catholic University di Washington/D.C., già presidente della Catholic Biblical Association e direttore di riviste specializzate (CBQ, NTS, DSD), attualmente professore di Nuovo Testamento alla Notre Dame University, nello stato americano dell’Indiana – con questo quinto volume completa la sua monumentale ricerca sul Gesù storico, denominato da lui «ebreo marginale».

Lo sviluppo della ricerca si è così articolato (volumi pubblicati in italiano sempre dalle edizioni Queriniana, Brescia, collana BTC 117.120.125.147.186): vol. Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 1. Le radici del problema e della persona 2001 (ed. am. 1991), pp. 472; 2. Mentore, messaggio e miracoli 2002 (1994), pp. 1344; 3. Compagni e antagonisti 2003 (2001), pp. 736; 4. Legge e amore 2009 (2009), pp. 760; 5. L’autenticità delle parabole 2017 (2016), pp. 456.

Già nella pagina dei ringraziamenti Meier precisa lo scopo del suo libro: non esaminare tutte le parabole (lavoro già fatto egregiamente dai commentari e dagli studi ad hoc), ma studiare quelle che possono validamente rivendicare la propria autenticità, nel senso che possono essere fatte risalire con certezza al Gesù storico. Le parabole nel loro insieme sono già state studiate da molti esegeti, e Meier non intende ripetere il lavoro.

Distinzione fondamentale

Nella sua introduzione al vol. 5 egli ricorda la strategia complessiva seguita nella sua monumentale ricerca, visto che il lettore può aver consultato solo uno o l’altro dei suoi volumi. Per lui «è essenziale distinguere tra la ricerca sul Gesù storico, da un lato, e la teologia (con la sua suddivisione della cristologia), dall’altro» (p. 19). Nel vol. 5 egli vuole «erigere un alto muro di separazione tra la ricerca storica e la cristologia» (ivi), notando «fin troppa confusione tra il ruolo svolto dalle parabole nella fede cristiana e nella teologia e quello che esse dovrebbero svolgere in una seria ricerca sul Gesù storico» (ivi).

Per aiutare il lettore a orientarsi nell’opera di John P. Meier, riportiamo alla lettera qualche sua asserzione formulata nell’Introduzione al volume 5 (pp. 10-37). Il «Gesù storico» non è racchiuso nel «Gesù reale», perché gran parte di quest’ultimo «includerebbe tutto ciò che Gesù di Nazareth disse, fece e sperimentò negli oltre trent’anni della sua vita nella prima metà del I secolo d.C. Una buona parte della realtà totale che fu Gesù è andata perduta e non sarà mai recuperata. Al contrario, il Gesù storico è un costrutto astratto creato da studiosi moderni, applicando metodi storico-critici a fonti antiche.

Se gli studiosi applicano questi metodi alle fonti appropriate con competenza professionale, logica attenta e integrità personale, abbiamo buone ragioni per aspettarci che la loro ricostruzione astratta si avvicini, e in parte coincida, con l’ebreo del I secolo chiamato Gesù di Nazareth. La corrispondenza non sarà mai perfetta (…) non ho mai accettato lo scetticismo totale, il soggettivismo radicale o il prospettivismo associato a certi approcci alla storia vagamente etichettati come “postmoderni”» (p. 20).

Criteri di storicità

Meier riespone la propria metodologia, facendo «un ripasso del codice della strada». Egli ricorda i criteri di storicità seguiti nell’analisi dei racconti evangelici.

A) I cinque criteri primari sono:

1. il criterio dell’imbarazzo, che «individua materiali evangelici che difficilmente sarebbero stati inventati dalla Chiesa primitiva, perché creavano imbarazzo o difficoltà teologiche alla Chiesa del periodo testamentario» (p. 24);

2. Il criterio della discontinuità «si focalizza su parole e atti di Gesù che non possono essere ricavati né dal giudaismo (o giudaismi) del suo tempo né dalla Chiesa primitiva» (p. 26);

3. Il criterio della molteplice attestazione «si focalizza su detti o atti di Gesù attestati (i) in più fonti letterarie indipendenti (…) e/o (ii) in più forme o generi letterari» (p. 29);

4. Il criterio della coerenza viene messo in campo solamente dopo, ed esso «sostiene che quegli atti di Gesù che si inseriscono bene nel database preliminare stabilito mediante gli altri criteri hanno una buona probabilità di esser storici» (p. 30);

5. Il criterio del rifiuto e dell’esecuzione di Gesù guarda principalmente all’insieme del ministero di Gesù, chiedendosi quali parole e atti corrispondano al suo processo e alla sua esecuzione e ne diano una spiegazione» (p. 30).

B) Criteri secondari (o dubbi), di rincalzo: tracce di lingua aramaica ed echi dell’ambiente palestinese dell’inizio del I secolo.

C) Approcci alternativi: alcuni studiosi scettici seguono «studi moderni di fenomeni come la memoria comune, la trasmissione orale delle tradizioni di particolari gruppi etnici e i tanti modelli conservati in tali memorie e tradizioni orali» (pp. 31-32). Theissen ha sostenuto, con altri, il suo «criterio di plausibilità», costituito di fatto da quattro «criteri parziali». Meier si attiene ai cinque criteri citati ma «non ci si deve aspettare dai criteri più di quanto essi possano dare. La loro applicazione rimane più arte che scienza. Al massimo, offrono vari gradi di probabilità e sono molto più forti nell’insieme che applicati singolarmente» (pp. 36-37).

Conclusione… sgradita

Per quanto riguarda le parabole, il risultato a cui Meier giunge è che «non si può dimostrare con discreta probabilità che la maggior parte delle parabole sinottiche risalgano al Gesù storico (…) sono stato costretto alla sgradita conclusione che la maggior parte delle parabole mancano di argomentazioni solide in favore dell’autenticità (…). Tale conclusione urta contro la prospettiva quasi unanime dei ricercatori del secolo scorso» (p. 36).

Il c. 37 (pp. 39-88) presenta sette tesi inattuali sulle parabole di Gesù: il numero (evidenziando che gli studiosi non concordano neppure sul significato da dare al genere letterario «parabola»); la sapienza dell’AT non è l’analogatum primario; rapporto tra profeti posteriori e parabole narrative; Gesù narratore di parabole; descrizioni generali illegittime delle parabole di Gesù; le parabole nel Vangelo di Tommaso; poche parabole autentiche.

Dopo un excursus sull’allegoria (pp. 89-95), Meier studia il problema delle parabole in rapporto al Vangelo copto di Tommaso (c. 38, pp. 96-191) e nel c. 39 (pp. 192-230) analizza le parabole sinottiche, alla ricerca di possibili candidate, concludendo il suo voluminoso studio col c. 40 (pp. 231-358), dedicato a «Le poche elette»: Il Granello di senape (Mc 4,30-32 e par. in Mt 13,31-32; Lc 13,18-19); I Fittavoli malvagi della Vigna (Mc 12,1-11 e par. in Mt 21,33-43; Lc 20,9-18); Il Grande banchetto (Mt 22,2-14 e par. in Lc 14,16-24); I Talenti/Monete (Mt 25,14-30 e par. in Lc 19,11-27).

Nella Conclusione del vol. 5 (pp. 359-372) egli sottolinea il suo passaggio dalle tesi inattuali alla conclusione in controtendenza, dando l’addio a un fondamento sicuro. In Appendice (pp. 373-385) lo studioso riporta una bibliografia introduttiva sulle parabole di Gesù, a cui seguono le Abbreviazioni (pp. 386-403), l’Indice delle citazioni bibliche (pp. 404-418), l’Indice dei nomi (pp. 419-427) e il prezioso l’Indice analitico (pp. 428-450).

Citato – seppur in modo critico – anche da Joseph Ratzinger-papa Benedetto nei suoi tre volumi sulla vita di Gesù, John P. Meier non potrà mai raccogliere l’unanimità dei consensi sulle sue analisi dei testi biblici e sulle sue conclusioni storico-esegetiche, ma sarà sempre un autore di grandissimo valore con cui confrontarsi e da citare – anche con critiche più o meno feroci, s’intende – in ogni lavoro scientifico del futuro. Penso vada comunque ringraziato – viste anche le condizioni di salute con nelle quali ha lavorato – per la mole immensa di materiale letto, studiato e analizzato e posto alla considerazione dei lettori. Per tutto questo, grazie.


R. Mela, in SettimanaNews.it 27 ottobre 2017