Sr. Catherine, lei ha qualcosa di cui avverte nostalgia?
La consacrata domenicana Catherine Aubin, francese di nascita, sorride; percepisco che con questo interrogativo l’ho forse spiazzata: adesso lei si trova a Montreal, probabilmente sta rinunciando al pranzo per parlare con me, mentre io sino a qualche istante prima guardavo il sole, sull’ampio riquadro di cielo lodigiano, visibile dal balcone di casa mia, declinare verso la sera. Di là pieno giorno, di qui quasi sera: eppure questo nostro parlare sembra accorciare le distanze, anche quelle orarie.
Suor Catherine è apprezzata e conosciuta in Vaticano, è docente universitaria, ma offre con spontaneità le sue riflessioni. Ho nei giorni scorsi finito di leggere un suo libro, dal titolo Sette malattie spirituali e sottotitolo Entrare nel dinamismo dei moti interiori, pubblicato dall’Editrice Queriniana, interessante rispetto ai contenuti e gradevolissimo per stile e perché denso di ironia: trattare argomenti complessi senza drammatizzarli, proponendoli in modo semplice, persino stuzzicante, è sicuramente un dono che appartiene agli scrittori di razza. Con la stessa casa editrice la religiosa ha pubblicato anche un altro testo, Morire di invidia o vivere d’amore?.
Allora suor Catherine, a proposito di sentimenti, una consacrata può lasciarsi attraversare da un sentimento di nostalgia?
Sono sempre stata concentrata a vivere con pienezza il presente, ma certo non nego di conoscere questo stato umano. Per esempio, io ho insegnato alla Pontificia Università San Tommaso d’Aquino e in altri atenei, e conservo un ricordo bellissimo di Roma: quando avevo momenti liberi, mi bastava fare una passeggiata ai Fori Imperiali per assaporare la bellezza della città eterna, della sua storia. Ne serbo una memoria stupenda.
Nelle sue note biografiche però ho letto che lei ha vissuto anche a Parigi, altra bellissima città.
Lì ho svolto la mia prima esperienza religiosa, con un servizio presso una chiesa aperta permanentemente nel quartiere della prostituzione: la Église Saint Leu - Saint Gilles, che si trova in Rue Saint Denis. È stata un’esperienza difficile e dura. In una città a dire poco caotica. Adesso sono in Canada, dove insegno Teologia Spirituale.
La lettura dei suoi libri mi ha molto coinvolto: lei scrive che sapersi mettere il peccato alle spalle è una possibilità dell’uomo. Ma è così facile?
Facilità è forse un termine improprio. L’uomo tende a non avere consapevolezza della fondamentale relazione con Dio. Lo scopo del mio libro è fare comprendere che a Gesù non importa il nostro senso di colpa, quanto al contrario la presa di coscienza dell’importanza di una relazione reciproca. Ricorda l’apostolo Pietro, che aveva rinnegato di conoscere Gesù, di essere dei suoi? Il momento in cuiincontra, il Venerdì Santo, lo sguardo di Gesù e scoppia allora a piangere, prendendo al contempo atto della misericordia di Dio? Oppure, il ladrone, crocifisso insieme a nostro Signore, e che a Lui rivolge la preghiera di essere ricordato quando sarà in Paradiso? Sono queste espressioni che aiutano a prendere coscienza di quanto sia importante instaurare una relazione con il Padre. D’altra parte, se ci pensa, la realtà del peccato è la mancanza di relazione con il prossimo, di praticare il bene, di avere mancato una parola positiva che poteva essere detta.
Anche la coscienza dell’uomo può essere un valore per allontanare il peccato, giusto?
È un’osservazione particolare la sua, rispetto alla quale non sono sicura di poterle rispondere compiutamente. San Tommaso d’Aquino diceva che seguire la coscienza era come un primo dovere perché questa orientava necessariamente al bene. Ma, vede, io preferisco guardare al cuore, che è la dimora della Trinità in noi, e che ci permette di fare chiarezza su ciò che non va in noi.
Suor Catherine, lei ha ben descritto diversi peccati analizzando quanto limitino la pienezza della vita umana. Ne vogliamo indicare uno, in particolare? Rinviando gli altri a chi vorrà leggere i suoi libri?
Direi la gelosia. Come la si può superare? Non avendone paura, ma affrontandola, approfondendone i motivi, discutendone nella coppia con il proprio partner: e sapendo apprezzare l’altro nel dono della sua meraviglia, senza conoscere invidia, ma solo esaltando il bene e la bellezza del prossimo.
Lei ha scritto che siamo finiti per accantonare Dio nelle nostre vite. Io vado oltre: non è che invece continua ad essere presente e noi non ce ne accorgiamo?
La presenza del Signore nelle nostre vite viene e va, non è qualcosa di statico. Non si può applicare una regola fissa spirituale. Dio non è necessariamente una quotidianità, perché può essere qualcosa di imprevisto: pensi ai 38 incontri che Gesù ha fatto nel suo cammino.
Ho anche trovato intense le pagine che lei ha dedicato al demone del possesso.
Più si ha voglia di possedere e più si ammazza se stessi; più si aprono le mani, lasciando andare ciò che si ha, e più ci si avvicina al senso della libertà interiore. Si ricordi sempre che la libertà produce gioia. Anche donare il proprio tempo è fondamentale: più cerco di accaparrarlo, più mi rinchiudo in me stesso.
Però nel mondo c’è tanta povertà: i bisogni non generano libertà, ma schiavitù.
È vero, tocca un tasto dolente. Tante volte mi chiedo come l’uomo possa gettare via il cibo, tanto nutrimento che sfamerebbe chissà quanta altra gente. Basterebbe solo che le grandi aziende alimentari non sprecassero i loro prodotti e li donassero ai poveri. Ma io non voglio fare un discorso che alluda al mondo e alle grandi potenze. Guardo, al contrario, ad ogni singola città: per questo penso che i cristiani debbano impegnarsi nella politica delle proprie comunità, per raddrizzare le cose ingiuste. La politica, se svolta responsabilmente, è la valorizzazione del mio prossimo.
È un principio bellissimo. In un suo libro ha citato Madre Teresa di Calcutta. Oggi la Chiesa ha necessità di nuovi profeti?
Io credo che ce ne siano tanti, ma che non sia importante conoscere i loro nomi ed esaltarli. Di recente abbiamo osannato questo e quello e poi abbiamo preso tante delusioni. Conosco molto bene l’ambito religioso femminile: le dico che ci sono suore impegnate con gli ammalati, i poveri, i bambini abbandonati, in scuole remotissime e in tantissimi altri ambienti difficili, e mi chiedo cosa sarebbe il mondo senza il loro impegno. In ogni caso più che enfatizzare l’immagine di un possibile profeta, è sempre meglio seguire il Vangelo.
Uso un’altra sua espressione: la bellezza della fisicità della preghiera. Cosa intendeva dire?
I primi cristiani pregavano con le braccia alzate, quasi simboleggiando una croce. A volte più che la parola, nella preghiera, conta il gesto. Lei chiude gli occhi? C’è chi ama pregare, camminando. Il corpo ha un ruolo chiave nella meditazione e nella preghiera, attraverso le quali l’uomo può ritrovare se stesso.
Lei fa riferimento spesso, nei suoi libri, alla necessità di cercare la propria bussola di orientamento.
Sant’Agostino sottolineava l’importanza del primato della vita interiore rispetto all’esteriorità. Ricorda che già nella Bibbia il Signore pone questo interrogativo: Uomo dove sei? Ritrovare la nostra dimora interiore, gioiosi di vivere con il soffio dello Spirito Santo, è la condizione ideale per assumere nella nostra esistenza le parole di Gesù e slanciarsi così verso la vita.
E. Lombardo, in
Il Cittadino di Lodi 5 settembre 2026, 29