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Sette malattie spirituali
Catherine Aubin

Sette malattie spirituali

Entrare nel dinamismo dei moti interiori

Prezzo di copertina: Euro 21,00 Prezzo scontato: Euro 19,95
Collana: Spiritualità 208
ISBN: 978-88-399-3808-4
Formato: 13,2 x 19,3 cm
Pagine: 192
Titolo originale: Sept maladies spirituelles. Entrer dans le dynamisme des mouvements int rieurs
© 2021

In breve

Ecco un manualetto di giardinaggio interiore per imparare a curare e potare le piante o per strappare le erbacce che impediscono ai semi buoni di spuntare e crescere.
Insegnerà ad arare la terra e a far fruttificare gli alberi dei nostri cuori.

Descrizione

Catherine Aubin esplora le malattie dell’anima che diffondono confusione nel corpo e nella mente. Ci accompagna anzitutto a prenderne coscienza, a individuarle con precisione, a dare loro un nome: arroganza e orgoglio, avidità, ingordigia, collera, lussuria, tristezza e scoraggiamento, invidia, accidia e disgusto di sé. Sono alterazioni che disorientano lo slancio interiore della persona o addirittura ne imprigionano il soffio, il dinamismo. Sono erbacce che impediscono ai semi buoni di spuntare che soffocano la crescita. Come estirparle?
Questo libro propone di distinguere i sintomi di queste malattie spirituali per tentare di uscire dell’accecamento e divenire quindi uomini e donne che amano, persone radicate nella carità. Riferendosi sempre alla grande tradizione della Chiesa, ma mettendo in campo un approccio rinnovato, Aubin ci invita a discernere più distintamente i moti dello Spirito nel nostro quotidiano. Così da rimetterci in cammino, con gioia: per avanzare verso noi stessi e verso il Signore presente in noi.

Un manualetto di giardinaggio interiore per una vita spirituale armoniosa e vera.

Recensioni

Sr. Catherine, lei ha qualcosa di cui avverte nostalgia?

La consacrata domenicana Catherine Aubin, francese di nascita, sorride; percepisco che con questo interrogativo l’ho forse spiazzata: adesso lei si trova a Montreal, probabilmente sta rinunciando al pranzo per parlare con me, mentre io sino a qualche istante prima guardavo il sole, sull’ampio riquadro di cielo lodigiano, visibile dal balcone di casa mia, declinare verso la sera. Di là pieno giorno, di qui quasi sera: eppure questo nostro parlare sembra accorciare le distanze, anche quelle orarie.

Suor Catherine è apprezzata e conosciuta in Vaticano, è docente universitaria, ma offre con spontaneità le sue riflessioni. Ho nei giorni scorsi finito di leggere un suo libro, dal titolo Sette malattie spirituali e sottotitolo Entrare nel dinamismo dei moti interiori, pubblicato dall’Editrice Queriniana, interessante rispetto ai contenuti e gradevolissimo per stile e perché denso di ironia: trattare argomenti complessi senza drammatizzarli, proponendoli in modo semplice, persino stuzzicante, è sicuramente un dono che appartiene agli scrittori di razza. Con la stessa casa editrice la religiosa ha pubblicato anche un altro testo, Morire di invidia o vivere d’amore?.

Allora suor Catherine, a proposito di sentimenti, una consacrata può lasciarsi attraversare da un sentimento di nostalgia?

Sono sempre stata concentrata a vivere con pienezza il presente, ma certo non nego di conoscere questo stato umano. Per esempio, io ho insegnato alla Pontificia Università San Tommaso d’Aquino e in altri atenei, e conservo un ricordo bellissimo di Roma: quando avevo momenti liberi, mi bastava fare una passeggiata ai Fori Imperiali per assaporare la bellezza della città eterna, della sua storia. Ne serbo una memoria stupenda.

Nelle sue note biografiche però ho letto che lei ha vissuto anche a Parigi, altra bellissima città.

Lì ho svolto la mia prima esperienza religiosa, con un servizio presso una chiesa aperta permanentemente nel quartiere della prostituzione: la Église Saint Leu - Saint Gilles, che si trova in Rue Saint Denis. È stata un’esperienza difficile e dura. In una città a dire poco caotica. Adesso sono in Canada, dove insegno Teologia Spirituale.

La lettura dei suoi libri mi ha molto coinvolto: lei scrive che sapersi mettere il peccato alle spalle è una possibilità dell’uomo. Ma è così facile?

Facilità è forse un termine improprio. L’uomo tende a non avere consapevolezza della fondamentale relazione con Dio. Lo scopo del mio libro è fare comprendere che a Gesù non importa il nostro senso di colpa, quanto al contrario la presa di coscienza dell’importanza di una relazione reciproca. Ricorda l’apostolo Pietro, che aveva rinnegato di conoscere Gesù, di essere dei suoi? Il momento in cuiincontra, il Venerdì Santo, lo sguardo di Gesù e scoppia allora a piangere, prendendo al contempo atto della misericordia di Dio? Oppure, il ladrone, crocifisso insieme a nostro Signore, e che a Lui rivolge la preghiera di essere ricordato quando sarà in Paradiso? Sono queste espressioni che aiutano a prendere coscienza di quanto sia importante instaurare una relazione con il Padre. D’altra parte, se ci pensa, la realtà del peccato è la mancanza di relazione con il prossimo, di praticare il bene, di avere mancato una parola positiva che poteva essere detta.

Anche la coscienza dell’uomo può essere un valore per allontanare il peccato, giusto?

È un’osservazione particolare la sua, rispetto alla quale non sono sicura di poterle rispondere compiutamente. San Tommaso d’Aquino diceva che seguire la coscienza era come un primo dovere perché questa orientava necessariamente al bene. Ma, vede, io preferisco guardare al cuore, che è la dimora della Trinità in noi, e che ci permette di fare chiarezza su ciò che non va in noi.

Suor Catherine, lei ha ben descritto diversi peccati analizzando quanto limitino la pienezza della vita umana. Ne vogliamo indicare uno, in particolare? Rinviando gli altri a chi vorrà leggere i suoi libri?

Direi la gelosia. Come la si può superare? Non avendone paura, ma affrontandola, approfondendone i motivi, discutendone nella coppia con il proprio partner: e sapendo apprezzare l’altro nel dono della sua meraviglia, senza conoscere invidia, ma solo esaltando il bene e la bellezza del prossimo.

Lei ha scritto che siamo finiti per accantonare Dio nelle nostre vite. Io vado oltre: non è che invece continua ad essere presente e noi non ce ne accorgiamo?

La presenza del Signore nelle nostre vite viene e va, non è qualcosa di statico. Non si può applicare una regola fissa spirituale. Dio non è necessariamente una quotidianità, perché può essere qualcosa di imprevisto: pensi ai 38 incontri che Gesù ha fatto nel suo cammino.

Ho anche trovato intense le pagine che lei ha dedicato al demone del possesso.

Più si ha voglia di possedere e più si ammazza se stessi; più si aprono le mani, lasciando andare ciò che si ha, e più ci si avvicina al senso della libertà interiore. Si ricordi sempre che la libertà produce gioia. Anche donare il proprio tempo è fondamentale: più cerco di accaparrarlo, più mi rinchiudo in me stesso.

Però nel mondo c’è tanta povertà: i bisogni non generano libertà, ma schiavitù.

È vero, tocca un tasto dolente. Tante volte mi chiedo come l’uomo possa gettare via il cibo, tanto nutrimento che sfamerebbe chissà quanta altra gente. Basterebbe solo che le grandi aziende alimentari non sprecassero i loro prodotti e li donassero ai poveri. Ma io non voglio fare un discorso che alluda al mondo e alle grandi potenze. Guardo, al contrario, ad ogni singola città: per questo penso che i cristiani debbano impegnarsi nella politica delle proprie comunità, per raddrizzare le cose ingiuste. La politica, se svolta responsabilmente, è la valorizzazione del mio prossimo.

È un principio bellissimo. In un suo libro ha citato Madre Teresa di Calcutta. Oggi la Chiesa ha necessità di nuovi profeti?

Io credo che ce ne siano tanti, ma che non sia importante conoscere i loro nomi ed esaltarli. Di recente abbiamo osannato questo e quello e poi abbiamo preso tante delusioni. Conosco molto bene l’ambito religioso femminile: le dico che ci sono suore impegnate con gli ammalati, i poveri, i bambini abbandonati, in scuole remotissime e in tantissimi altri ambienti difficili, e mi chiedo cosa sarebbe il mondo senza il loro impegno. In ogni caso più che enfatizzare l’immagine di un possibile profeta, è sempre meglio seguire il Vangelo.

Uso un’altra sua espressione: la bellezza della fisicità della preghiera. Cosa intendeva dire?

I primi cristiani pregavano con le braccia alzate, quasi simboleggiando una croce. A volte più che la parola, nella preghiera, conta il gesto. Lei chiude gli occhi? C’è chi ama pregare, camminando. Il corpo ha un ruolo chiave nella meditazione e nella preghiera, attraverso le quali l’uomo può ritrovare se stesso.

Lei fa riferimento spesso, nei suoi libri, alla necessità di cercare la propria bussola di orientamento.

Sant’Agostino sottolineava l’importanza del primato della vita interiore rispetto all’esteriorità. Ricorda che già nella Bibbia il Signore pone questo interrogativo: Uomo dove sei? Ritrovare la nostra dimora interiore, gioiosi di vivere con il soffio dello Spirito Santo, è la condizione ideale per assumere nella nostra esistenza le parole di Gesù e slanciarsi così verso la vita.


E. Lombardo, in Il Cittadino di Lodi 5 settembre 2026, 29

Abitualmente, l'albero spunta, cresce e si sviluppa, anno dopo anno, fino a dare frutti. La salvezza consiste nel liberare ciò che ostacola la crescita dell'essere. Gesù lo insegna in ogni episodio del Vangelo.

La nostra vita spirituale dovrebbe somigliare a questa crescita. Sappiamo che, nel corso di questo sviluppo, si trovano ostacoli, impedimenti e malattie che ci disorientano e ci rovinano. Talvolta, li riconosciamo e li individuiamo; talvolta siamo cechi o accecati. Non ci sviluppiamo. Diventiamo ingrati, chiusi, insensibili, indifferenti.

Di che cosa siamo ammalati? Evagrio Pontico (345-399), un padre monastico orientale, qualifica le indisposizioni spirituali in otto pensieri generici: la gola, la lussuria, l'avarizia, la tristezza, l'ira, l'accidia, la vanagloria e l'orgoglio. I capitoli di quest'opera non seguiranno esattamente la lista del nostro religioso. Cominceremo con il rimedio all'onnipotenza, all’orgoglio.

Quindi si esamineranno: La golosità o ingordigia, L'avarizia, La lussuria , L'ira "santa"' "fredda" o "rossa", La tristezza e la sua ambivalenza, L'accidia.


In Madre di Dio 8/2022 (ottobre), 14

Capire che il peccato è una malattia che rode l’interiorità e non qualcosa di estrinseco che subiamo perché ci sono leggi imposte dall’alto è l’inizio del cammino di maturazione morale. Il male fa male. Il bene fa bene. Per questo i Padri del deserto usavano spontaneamente e spesso categorie mediche per designare il peccato e le sue conseguenze: il peccato, dicono, costituisce una malattia molto grave che colpisce tutto l'essere dell'uomo e lo priva della sua salute integrale e, quindi, della salvezza.

Nel suo libro, suor Catherine Aubin riflette in chiave esistenziale e spirituale sui vizi capitali. L’autrice presenta il libro come un breve trattato sul giardinaggio interno e, alla luce di tale analogia, spiega che il lavoro d’ingresso nei dinamismi dei moti interiori è simile al procurarsi e all’utilizzare strumenti di giardinaggio per identificare, potare e tagliare le erbacce per dissodare il terreno e far fruttificare gli alberi del nostro cuore.

Come appena detto, salvezza e salute integrale non sono concetti distanti, anzi, la salvezza consiste nel liberare ciò che ostacola la crescita dell'essere. Il percorso del libro, però, non è solo un confronto e uno scontro con i vizi capitali. Esso è soprattutto un’esplorazione interiore che è anche un incontro, un dialogo e un cammino con Cristo nello Spirito Santo, un'apertura del cuore al suo amore incondizionato per noi, per permetterci di guardare le nostre infermità, mancanze e malattie al fin di essere salvati e liberati da esse.

La dottrina dei vizi capitali, formulata per la prima volta da Evagrio il Pontico (345-399), un padre monastico orientale, è passata in Occidente grazie a Giovanni Cassiano (360-435). Essa fu poi rielaborata da Gregorio Magno (540-604). Ognuno di questi autori dall’afflato monastico ha impresso la dottrina dei vizi capitali con la sua esperienza e con l’influsso del suo contesto vitale e culturale. Anche il numero varia. In oriente si parla di otto logismoi (pensieri viziosi) e si parte generalmente dalla gola. In Occidente, con l’influsso appunto di Gregorio Magno, L’orgoglio diventa la porta d’ingresso e si eleva anche a madre di tutti i vizi.

La lista ormai diffusa (ma sempre con qualche variazione) è la seguente: orgoglio, avarizia, invidia, ira, lussuria, gola, accidia. Vale la pena ricordare che si chiamano “capitali” non perché siano più gravi di altri peccati, ma perché sono dei “capi” da cui scaturiscono e si generano (e degenerano) altri vizi.

L’autrice tratta i vizi capitali seguendo lo schema occidentale e quindi cominciando con l’orgoglio. Soffermiamoci per un istante, come invito alla lettura, sull’analisi proposta da Aubin dell’orgoglio o della superbia, madre di tutti i vizi. La persona orgogliosa, spiega l’autrice, ignora se stessa, prendendosi per quello che non è. In questo, la superbia è proprio il contrario dell’umiltà la quale è la verità. L'umiltà consiste in un certo sguardo su se stessi, nonostante (e con) le proprie capacità, doni e qualità riconosciute. L’umiltà non è chiudere gli occhi sui propri doni, ma aprirli bene per vedere il Donatore.

Portando il discorso dell’umiltà anche nelle sfere dell’essere di Dio, l’autrice spiega che se Dio è Amore, è perché è umile. Dio ha pronunciato su di noi un «ti amo» incondizionato, ci rivela che l'umiltà porta all'amore gratuito. Dall’amore di Dio impariamo che l’umiltà “fa spazio” e crea uno spazio nella persona, una distanza che si potrebbe chiamare “spogliarsi”. L'umiltà ci rimanda al nostro terreno interiore e al nostro "humus", cioè ai nostri limiti.  Nell'umiltà c'è una grande consapevolezza della realtà e di ciò che ci offre.

In questa consapevolezza sta il distacco dalle cose e, soprattutto, da noi stessi. È qui che entra in gioco l'umorismo con la sua capacità di ridere di se stessi. L'umile è gioioso nell'essere pura capacità. Il risultato finale è questa gioiosa distanza da noi stessi: né disperazione né ironia, ma benevolenza, gentilezza e verità sulla nostra personalità a volte pesante e complicata.

Il vangelo ci insegna che l’umiltà è un dono di Dio ed è un’arte che si impara guardando al volto di Dio rivelato in Cristo: «Imparate da me che sono umile e mite di cuore» (Mt 11,29). Nella nostra relazione con Dio, ci sono due principali tendenze dell'onnipotenza: fare a meno di Dio o prendere se stessi per Dio. Il realismo di uno sguardo onesto su noi stessi ci apre alla grazia dell’umiltà e ci fa capire che siamo polvere. Il salmista evidenzia quest’esperienza di realismo spirituale: «L'uomo: come l'erba sono i suoi giorni! Come un fiore di campo, così egli fiorisce. Se un vento lo investe, non è più, né più lo riconosce la sua dimora» (Sal 103,15-16). L’orgoglio, allora, si manifesta come ignoranza. A ragione scrive san Giovanni Crisostomo: «Non è la conoscenza che porta alla vertigine dell'orgoglio, ma l'ignoranza».

L’autrice aggiunge spiegando che l'orgoglio, oltre a essere una profonda ignoranza, è una grande povertà umana e spirituale. La persona orgogliosa, che pensa di essere qualcosa da sola, mostra la più totale ignoranza di se stessa, non si conosce e non conosce Dio. La vera comprensione e conoscenza di noi stessi consiste nel sapere che non siamo niente da soli, indipendentemente da Dio: «Se infatti uno pensa di essere qualcosa, mentre non è nulla, inganna se stesso» (Gal 6,3).

L'orgoglio è un inganno. La verità è l’umiltà. E l’inganno dell’orgoglio è solo il primo tra i vizi che viziano la realtà, viziano il nostro sguardo su di essa e ci privano, ancora prima della vita eterna, di una buona vita su questa terra.


R. Cheaib, in Theologhia.com 7 aprile 2022

Per poter iniziare un percorso di guarigione occorre essere consci di aver contratto una malattia ed occorre, altresì, essere consapevoli che si necessiti del completo risanamento. La cura delle malattie spirituali è la migliore terapia in questo tempo di Quaresima.

Il volume di Catherine Aubin è un utilissimo strumento per questo esercizio vitale per la nostra anima e per il nostro corpo. Sette malattie spirituali è un efficace mezzo per la riflessione personale, per lo studio e l'approfondimento dei mali interiori che deteriorano la nostra esistenza, i rapporti con gli altri e con Dio. Per lavorare su se stessi occorre riconoscere la malattia: «I Padri della Chiesa danno questa definizione del male e delle malattie: è un male e costituisce un peccato ogni atto che allontana l'uomo da Dio e dal suo divenire divino» (p. 10).

Come fare, allora, ad intraprendere un cammino verso la conoscenza e la cura delle proprie malattie spirituali? L'autrice propone una semplice ma profonda idea: «Esplorare le malattie spirituali è dapprima e innanzitutto partire alla scopertz dei propri moti interiori più profondi per riconoscerli e dare loro un nome al fine di prendere, o non prendere, decisioni di vita e di libertà. È un vero lavoro, mai finito, da rifare tutti i giorni, poiché le tentazioni sono qui» (p. 15).

Il nostro cammino interiore è un costante volgere alla santità. Un domandarci continuamente ciò che è buono per il nostro cuore, per la nostra anima e per la nostra vita quotidiana. La terapia da seguire necessita di farmaci idonei, efficaci, durevoli nel tempo, di cui il primo e il fondamentale è quello dell'esercizio di conoscenza del proprio animo. Ripartiamo dal tempo di Quaresima per esercitarci a guarire.

«Come sapere se una cosa viene dallo Spirito Santo o se deriva dallo spirito del mondo o dallo spirito del diavolo? L'unico modo è il discernimento, che non richiede solo una buona capacità di ragionare e di senso comune, è anche un dono che bisogna chiedere. Se lo chiediamo con fiducia allo Spirito Santo, e allo stesso tempo ci sforziamo di coltivarlo con la preghiera, la riflessione, la lettura e il buon consiglio, sicuramente potremo crescere in questa capacità spirituale» (Gaudete et exultate, n. 166). I suggerimenti di Catherine Aubin contenuti in questo libro potranno essere molti utili.


P. Manca, in Presenza Italiana marzo-aprile 2022, 21

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