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Religione politica
Felix Körner

Religione politica

Come cristianesimo e islam configurano il mondo

Prezzo di copertina: Euro 36,00 Prezzo scontato: Euro 34,20
Collana: Biblioteca di teologia contemporanea 218
ISBN: 978-88-399-3618-9
Formato: 15,7 x 23 cm
Pagine: 272
Titolo originale: Political Religion
© 2023

In breve

Si può fare teologia politica con le grandi religioni mondiali? L’ampio saggio di Körner si conclude su questa affermazione: cristianesimo, ebraismo e islam sono in grado di configurare il mondo se lo fanno non con la violenza, bensì con il riconoscimento reciproco

Descrizione

Politica è configurare il mondo gestendo il potere pubblico. Religione è realizzare il sacro. Eppure, anche religioni come il cristianesimo e l’islam possiedono in sé una dimensione politica: rivendicano la pretesa di plasmare la società. Come influenzano il vivere insieme e le relazioni di potere? E come ne vengono esse stesse influenzate?
Partendo da racconti di esperienze, analisi della società, studi di testi e riflessioni di stampo teorico, Felix Körner, gesuita ed esperto islamologo, sviluppa una teologia politica che mostra cristianesimo e islam come forze di configurazione. Egli analizza i modi specifici in cui queste due religioni hanno modellato comunità, stati e culture, influenzando la politica mondiale nel corso dei secoli, anche ricorrendo ripetutamente al potere e alla violenza come mezzi di legittimazione.
La nuova varietà religiosa che stiamo conoscendo in Europa esige una nuova teologia politica. Solo una religione che, rigettando il ricorso alla forza, si ponga in dialogo critico con coloro che la disprezzano o ne abusano, diventa “politica” in un senso fecondo. In altre parole, cristianesimo, ebraismo e islam sono in grado di configurare il mondo se lo fanno attuando un riconoscimento reciproco.
Una lettura articolata, convincente, di grande spessore, delle interazioni fra religione e società.

Recensioni

Religione e politica perseguono l’obiettivo comune della «configurazione delle società» e in questo possono «considerarsi concorrenti e ostacolarsi a vicenda oppure sfruttarsi reciprocamente come strumenti di potere». Si tratta però di comprendere fino a dove, in questo sforzo configurativo, può spingersi una religione prima di compiere «un abuso politico del nome di Dio». La domanda che guida il testo, in tal senso, è la seguente: «Come può una religione influenzare la convivenza e le relazioni di potere e come essa stessa è influenzata da quelle?» (p. 5).

Per rispondervi Körner immagina sette modelli di rapporto e a ciascuno vi dedica un capitolo. Dapprima l’autore guarda alla religione come cultura, come «ambiente non scelto ma esistente» (p. 7), e invita a riflettere sul rapporto che la religione stessa instaura col mondo. Né al ritiro da quello, né alla piena conformità ad esso il fedele deve ambire: piuttosto conservare e recuperare la carica di critica e novità che le religioni possiedono, pur sempre, però, nel rapporto col presente. Non bisogna intendere il mondo (e la cultura) quale elemento chiuso e statico che ci circonda e al quale rassegnarsi, bensì, sulla scia di J. B. Metz, quale «storia emergente, come qualcosa da configurare [.] Ciò che noi possiamo produrre di fronte all’orizzonte della promessa; e allora il mondo avviene solo attraverso la vita» (p. 17).

Nell’avvento di Gesù s’intravede una traccia: il messaggio gesuitico si esprime per tramite del concetto di «compimento», rinnovamento «di ciò che è esistito fino ad allora» (p. 33); gli è estraneo tanto l’appiattimento sull’esistente, quanto la svalutazione del contesto in cui ciascuno, anche oggi, si trova gettato ad operare. La scoperta della religione permette difatti di sperimentare «un inaudito cambiamento di prospettiva» e la fondazione di una «nuova identità» (pp. 55, 56) dai tratti comunitari e politici. Il Tanakh, il Nuovo Testamento e il Corano mostrano il nascere di una nuova comunità come espressione del divino verso il rinnovamento dell’umanità. Così l’Israele che si costituisce in quanto popolo reca con sé, in virtù della sua elezione, il compito di praticare esemplarmente la giustizia per orientare altri al cambiamento del mondo. Similmente, la Umma non concepisce una netta separazione tra «vita comune e comunità di fede» e la prospettiva coranica si traduce nella «richiesta di fondare una nuova identità comunitaria» (p. 99). La chiesa, anticipazione della futura umanità, può essere compresa come «strumento di Dio per la trasformazione del mondo» (p. 100), ossia, come recita la Lumen Gentium, «segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano».

Questi progetti configurativi possono legittimare o relativizzare la politica. Körner riprende da Eric Voegelin il concetto di rappresentazione: se il potere umano non può rivendicare autonomia assoluta, si tratta di capire a quali modelli esso si è simbolicamente richiamato nella sua fondazione e auto-legittimazione. Come per M. Buber, il punto di svolta riguarda il dato della irrapresentabilità del regno di Dio. Il potere «terreno deve rappresentare la signoria di Dio […] non in una delle forme di rappresentazione finora presentate: come attualizzazione terrena dell’ordine cosmologico, dell’ordine divino o della gerarchia celeste […] ma sempre con la consapevolezza che esso non si può realizzare con mezzi terreni e che ciascuna delle sue raffigurazioni mondane è passeggera» (pp. 134 e 135).

Quinto e sesto capitolo sono dedicati a debolezza e ispirazione. Nel primo caso rileva il ruolo che il concetto di povertà ricopre nelle sacre scritture. In una prospettiva interconfessionale, l’intera vicenda profetica, da Isaia ad Amos da Gesù a Muhammad, si profila come voce critica a difesa, in primis, del povero e dell’oppresso (o mustad’afun) contro l’oppressore. L’etica cristiana non può però esaurirsi in una mera dedizione alla cura dei poveri, bensì, in linea con il carattere innovativo perché «partecipante-liberante» della «autorità di Gesù» (p. 125), essa deve aprire alla partecipazione proprio degli ultimi nella creativa «liberazione delle persone dai poteri di oppressione» (p. 126). L’ispirazione, tratto specifico del cristianesimo all’interno della storia europea, presuppone società plurali in cui la fede è divenuta una opzione tra tante, rifiutando così modelli di «natio religiosa» o confusione tra «comunità di fede e potere dello Stato». Potere statale che, concretizzandosi nel «monopolio della violenza», non può essere esercitato arbitrariamente e il limite che le religioni devono ispirare e difendere si chiama «personalismo» (p. 225).

Incardinato nella Gaudium et spes, indica nel «riconoscimento della personalità delle persone da parte del governo» la misura della «legittimità del potere» (p. 224). Il concetto di riconoscimento guida invece le ultime pagine. Il racconto biblico può essere «presentato come la storia di Dio con l’essere umano nella sfida del reciproco riconoscimento» (p. 233). Esso opera verso l’interno, quando impegna l’uomo nell’ascolto della parola che lo chiama alla responsabilità, ma anche esternamente, verso il creato tutto da riconoscere come casa comune, e verso le diverse concezioni di comunità e di fede. Per l’autore, in fondo, non esiste alternativa al riconoscimento dell’altro, che solo permette quella decisiva partecipazione altrui all’opera anch’essa comune di «realizzazione del sacro» (p. 13).


C. Lasperanza, in Prospettiva Persona 1/2024, 237

La configurazione del mondo tramite il potere pubblico è ciò che caratterizza la politica; la religione, a sua volta, si presenta come realizzazione del sacro, ma tale realizzazione ha come sua ricaduta pratica la pretesa di configurare anch’essa la società. Storicamente si può facilmente constatare come i due termini della diade religione-politica sono stati talora concorrenti sino a scatenare delle guerre, oppure alleati in quanto utili supporti, l’uno dell’altro, per gestire le stanze del potere stesso.

Ma fino a che limite la religione può spingersi, evitando di cadere in un vero e proprio abuso della sfera politica, spesso contraddistinto da prospettive ideologiche totalitarie, attuato in nome di Dio, sia che faccia riferimento come testo rivelato alla Bibbia o al Corano? A questa domanda il gesuita Felix Körner risponde con un’analisi sistematica mettendo a confronto cristianesimo e islam, costretti, loro malgrado, a misurarsi con le medesime problematiche, chiarendo sin da subito cosa si debba intendere per «teologia politica».

Nella tarda antichità, questa locuzione possedeva una connotazione piuttosto negativa: con essa, infatti, s’indicava la dottrina degli dei che, anziché interrogarsi sulla vera essenza del divino, realizzava solo l’interesse della polis. Per ovviare a questa difficoltà il teologo cattolico offre la possibilità d’utilizzare la contestata espressione indagando su come può la religione influenzare la convivenza e le dinamiche del potere e come essa stessa resti influenzata, contaminata, da queste ultime.

Certamente tale indagine valorizza ciò che costituisce lo specifico cristiano senza, tuttavia, proporre l’ennesima teologia politica: l’importanza delle Scritture bibliche, il significato che ha il messaggio evangelico del regno di Dio messo in relazione con la realizzazione storica della Chiesa, la dignità e la grandezza dell’essere umano in quanto tale, sono, infatti, le traiettorie che Körner esplora, attuando in ogni capitolo un parallelo con quanto l’altra teologia politica – elaborata dal mondo islamico – ha messo in campo e continua ancora a sottoporre all’attenzione dell’Occidente in tutte le sue sfaccettature.

In estrema sintesi il Corano propone una teocrazia, un’autocrazia oppure una democrazia? E ancora: che rapporto ha con la violenza l’islam, specie quello attuale? Domande ormai non più eludibili in virtù del fatto che sotto i nostri occhi si sta coagulando un islam, europeo e non solo, portatore di istanze con cui si deve necessariamente fare i conti ponendo, come fa l’autore, in cima a un’ipotetica agenda di urgenze politiche, sociali, culturali, la problematica di come le religioni possano rappresentare il mondo a venire.

Al riguardo, Körner struttura e sviluppa la propria indagine basandosi su sette modelli di religione politica tesi a evidenziare, in particolar modo, il piano della scienza sociale, in quanto tale livello permette di includere anche schemi non cristiani. Il primo di essi è quello della religione in cui un individuo si trova a nascere, «Religione come cultura», a cui fa necessariamente seguito il discorso della scelta identitaria, dunque «Religione come fondazione di una nuova identità».

A questi due modelli ne succedono altri due: «Religione come legittimazione del potere e della violenza», al quale fa da contraltare la «Religione come relativizzazione e critica del potere umano», ovvero la forza che le religioni sono in grado di sprigionare grazie alla loro fondamentale e ineliminabile componente profetico-critica che s’applica agli abusi di potere. Quest’ultima significa, in buona sostanza, farsi portavoce di chi non ha voce, degli sfavoriti, dei paria delle periferie d’ogni latitudine, pertanto «Religione come rappresentanza della debolezza».

Ciò comporta, inevitabilmente, che la religione debba farsi carico di prospettive che aprano un orizzonte plurale – «Religione come ispirazione in una società plurale» – atto a ri-conoscere l’altro non come avversario, bensì come l’altro con cui costruire insieme qualcosa: non a caso l’ultimo modello utilizzato dal teologo gesuita e appunto «Religione come riconoscimento dell’altro».

Il merito del robusto lavoro di Körner è, inoltre, di tratteggiare ciò che lui stesso definisce le «rappresentazioni paradigmatiche» del Primo e del Secondo Testamento che fondano l’impegno eminentemente politico del cristianesimo. Rappresentazioni che introducono, a loro volta, piste ancora del tutto inesplorate, a iniziare dallo stile di vita declinato in modo del tutto nuovo. Il saggio, tuttavia, non ha nulla a che vedere con uno studio comparato tra cristianesimo e islam; piuttosto, si caratterizza per essere un testo d’ecclesiologia cattolica che impara anche dalle testimonianze dei musulmani, oltre che da un contraddittorio serrato con il retroterra filosofico.


D. Segna, in Il Regno Attualità 8/2024, 234

Si può ancora parlare di sacralizzazione della politica? La società odierna con l’ipersonico avanzare delle tecnologie, con la neonata intelligenza artificiale, sembra aver messo un punto a quella sanguinosa faida tra fede e scienza che da secoli ha visto intellettuali laici e teologi pronunciarsi sulla secolarità. Sembra, appunto, ma non è di certo così. In una distorta visione centrata sul retaggio occidentale, crediamo che la politica sia avulsa dal sacro; eppure, nessuno metterebbe in dubbio che le parole dell’occidentalissimo capo di stato di Città del Vaticano abbiano meno peso di quelle di un qualsiasi capo di stato democraticamente eletto. Lo Stato di Israele si è formato in quanto emanazione diretta di un popolo la cui identità religiosa sovrasta quella politica, al punto da farla coincidere ed organizzare sotto forma di governo. L’Iran, forse uno tra i paesi che meglio sintetizza la commistione tra mondo occidentale e radicamento alla religione è di fatto una repubblica islamica presidenziale teocratica il cui impatto mondiale è indubbio.

La casa editrice Queriniana ha recentemente pubblicato nella sua collana Biblioteca di Teologia Contemporanea l’illuminante raccolta di studi di Felix Körner, teologo gesuita ed esperto islamologo che nel suo Religione politica. Come cristianesimo e islam configurano il mondo ha operato un’approfondita analisi del mondo odierno, sviscerando dai testi sacri quegli assunti che hanno fatto delle due principali religioni del mondo vere e proprie forze di configurazione della società.

Emilio Gentile definì la religione politica come la sacralizzazione della politica da parte di movimenti e regimi che hanno adottato un sistema di credenze, espresso attraverso riti e simboli, per formare una coscienza collettiva secondo i principi, i valori e i fini della propria ideologia. Era il 2001 quando l’eminente storico si esprimeva così nel suo Le religioni della politica. Fra democrazie e totalitarismi e, a distanza di più di vent’anni, nel ricordo forse troppo sbiadito di quello che i fascismi presero, in modo subdolo, dalla religione possiamo trovare nel saggio di Körner ciò che dalla religione, senza fanatismi di parte, può essere spunto per una concreta azione politica.

In un organico lavoro che prende il via da istanze originarie di impianto filosofico come il concetto di mondo, di potere, di coscienza nascono sette ipotesi di modelli politico-religiosi. Senza porre ombra sugli orrori commessi in nome della divinità, si condanna la religione come legittimazione del potere e della violenza e la si riconosce pura solo quando in grado di guidare il mondo in uno sforzo pacifico di riconoscimento reciproco dell’altro.

Se dal testo traspare una fede incrollabile, è l’aurea mediocritas dell’autore a rendere questa nuova teologia politica un sincero invito alla riflessione di credenti e atei. Felix Körner si definisce un teologo cattolico dedito all’islamologia e lo stesso lavoro è presentato non come un libro di studi comparati bensì come un’ecclesiologia cattolica che vuole imparare anche dalle testimonianze dei musulmani. Nonostante ciò, anche se dichiaratamente di parte, l’opera dimostra come il confronto con la religione non può essere messo da parte e chiarisce come solo il dialogo con l’altro e il rispettoso riconoscimento della sua alterità possono portare a una ridefinizione concorde della società contemporanea.


C. Mondello, in 2duerighe.com 20 febbraio 2024

Configurare il mondo è il compito specifico della politica. Lo scopo della religione è, invece, la realizzazione del sacro. Eppure, afferma il gesuita Felix Körner, islamologo di chiara fama, «noi vediamo già che la religione è, come la politica, una delle grandi pretese di configurazione delle società» (p. 5). Si tratta di una deviazione indebita? No, risponde l’A., perché le religioni fin dall’origine detengono e manifestano una componente politica. Certo, possono verificarsi gravi forme di corruzione dell’autentico significato dell’espressione «religione politica», ma, di per sé, essa descrive bene il volto autentico dell’ebraismo, del cristianesimo e dell’islam, in quanto ciascuna delle tre concezioni religiose porta con sé anche la convinzione di poter proporre una configurazione pubblica del mondo.

Da qui, secondo Körner, scaturisce anche la necessità di una nuova teologia politica, che si occupi di «come può una religione influenzare la convivenza e le relazioni di potere e come essa stessa è influenzata da quelle» (p. 6). Proprio questo genere di teologia politica costituisce l’oggetto di questo libro, che non compie una semplice equiparazione fra le diverse religioni: «Chi scrive – afferma l’A. – è un teologo cattolico dedito all’islamologia. Considero ciò che è islamico con grande interesse, ma dall’esterno. Questo non è un libro di studio comparato, ma un’ecclesiologia cattolica che vuole imparare anche dalle testimonianze dei musulmani» (p. 8).

Il percorso seguito da Körner è suddiviso in sette tappe, corrispondenti ad altrettanti capitoli del volume, nei quali vengono discussi i seguenti temi: la religione come cultura, come fondazione di una nuova identità, come legittimazione del potere e della violenza, come relativizzazione e critica del potere umano, come rappresentanza della debolezza, come ispirazione di una civiltà plurale, come riconoscimento dell’altro. Giunto al termine del suo impegnativo cammino, l’A. afferma che la formula migliore, «sufficientemente aperta per indicare l’intero spettro delle relazioni religiose» (p. 247) e capace di smascherare quelle false è la seguente: «La religione è il riconoscimento dell’altro» (ivi).

Questa definizione permette a Körner di vagliare i vari volti con cui si presenta la dimensione religiosa e di criticare quelli che, in realtà, costituiscono un tradimento dell’autenticità di essa, il che avviene soprattutto quando in nome di un credo religioso si ricorre alla violenza: definire la religione come riconoscimento dell’altro mette al riparo da questo rischio. All’esplicitazione di tale definizione è dedicato l’ultimo capitolo del libro, che conduce il lettore alla seguente conclusione: «Esistono quindi ragioni teologiche […] del fatto che una religione è fedele a se stessa solo se fa valere il suo potere di configurazione del mondo, ma non con la violenza, bensì nella forma del riconoscimento dell’altro» (p. 248).


M. Schoepflin, in La Civiltà Cattolica 4164 (16 dicembre 2023 / 6 gennaio 2024), 621-622

Spesso non ci si interroga sul vero senso delle religioni; per tante persone esse esistono come un qualcosa di dato o quale elemento culturale. Se però ci si rivolge alle parole delle scritture sacre, ci si accorge che in esse non si parla mai di cultura quanto piuttosto di mondo e del rapporto degli esseri umani con esso e in esso. Il libro di Felix Körner, "Religione politica – Come cristianesimo e islam configurano il mondo", aiuta a comprendere tale relazione e quale significato assume oggi la teologia politica nell'ambito delle grandi religioni mondiali. Per l'autore, cristianesimo, ebraismo e islam sono in grado di configurare il mondo se lo fanno attraverso il riconoscimento reciproco e non ricorrendo a forme di violenza o prevaricazione. Politica significa, infatti, configurare il mondo gestendo il potere pubblico. Le religioni, seppure incarnino la realizzazione del sacro, possiedono pure una dimensione politica che si esprime attraverso la rivendicazione della loro funzione di plasmare la società.

Felix Körner sviluppa la sua analisi a partire dal pensiero di due teologi che hanno elaborato una teologia del mondo: Johann Baptist Metz e Karl Rahner. Per Metz, il compito della chiesa nel mondo è quello di "essere un'istituzione critica di libertà" (p. 16), ciò che viene chiesto alla chiesa è di prendere sul serio il valore della realtà sociale, di essere pronta a imparare e agire. La chiesa, per Metz, deve riscoprire la "mondanità del mondo". Formula che conduce al pensiero di Karl Rahner, suo maestro teologico. Rahner ha sovente aperto riflessioni sul rapporto del cristiano con il mondo, in modo particolare lo ha fatto nell'enciclopedia Sacramentum mundi da lui edita dopo il Concilio Vaticano II. Körner prende poi in considerazione quanto espresso dalle sacre scritture, sottolineando che la Bibbia intende il mondo come una realtà in movimento; mentre il Corano lo interpreta quale realtà simmetrica, collegando ad essa la chiamata a una vita nuova.

Tali visioni di fatto influenzano il vivere insieme e le relazioni di potere. Al fine di comprendere tali meccanismi, il libro prende in considerazione racconti di esperienze, analisi della società, studi di testi e riflessioni di stampo teorico.

Körner, gesuita ed esperto islamologo, sviluppa nel saggio una teologia politica che mostra cristianesimo e islam quali forze di configurazione. Analizza i modi specifici in cui queste due religioni hanno modellato comunità, Stati e culture, influenzando la politica mondiale nel corso dei secoli, ricorrendo ripetutamente al potere e alla violenza come mezzi di legittimazione.

La nuova varietà religiosa che sta sorgendo in questi anni in tutta Europa impone che si elabori una nuova teologia politica che rigetti il ricorso alla contrapposizione e si ponga in dialogo critico con le differenze, divenendo in tale modo "politica" in senso fecondo. Per l'autore, cristianesimo, ebraismo e islam sono in grado di configurare il mondo se lo fanno attuando un riconoscimento reciproco e lavorando alla costruzione di una società polifonica all'interno della quale le diverse credenze convivano all'insegna del dialogo e del pluralismo.


M. Palmesano, in Libri e Notizie 23 novembre 2023

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