Thomas O’Loughlin, docente irlandese di storia della teologia già noto ai lettori italiani per il fortunato Riti corretti. Perché celebrare bene conviene (Queriniana 2020), prosegue la sua riflessione sulla celebrazione eucaristica con un testo che ne radicalizza le premesse antropologiche e teologiche.
In questo libro la tesi di fondo è netta: l’eucaristia è primariamente un’azione (-urgía) – il radunarsi di battezzati attorno a una tavola per spezzare il pane e condividere il calice –, non un oggetto da contemplare o un rito a cui assistere come passivi spettatori. Da qui deriva una critica serrata alle prassi celebrative che contraddicono questo nucleo: ostie preconfezionate, bianche, rotonde e perfette; calice riservato al presidente; assemblee anonime e sovradimensionate; arredi che trasformano la mensa in altare sacrificale di tipo pagano.
Più in particolare, il volume si articola in cinque capitoli. Il primo recupera la dinamica biblica di memoria, rendimento di grazie e benedizione, mostrando come il ricordare non sia nostalgia del passato, bensì partecipazione attuale all’evento salvifico. Il secondo capitolo fonda antropologicamente la centralità del pasto condiviso: siamo gli unici animali che cucinano e mangiano insieme, e questa specificità diventa luogo teologico. Il terzo affronta le condizioni per un’esperienza liturgica autentica, esigendo coerenza tra azioni compiute, parole pronunciate e tradizione ricevuta. Il quarto – il più ampio – analizza gli elementi concreti della celebrazione: lo spazio, la tavola, il pane, il calice, la dimensione comunitaria. Il quinto si congeda dal lettore con i testi di Giustino martire, invitando a verificare quale liturgia – se quella frutto della riforma post-conciliare o quella che l’ha preceduta – sia più fedele alla prassi delle origini.
Il tono di O’Loughlin è quello del formatore appassionato, talvolta polemico con coloro che confondono tradizione e tradizionalismo. Alcune sue posizioni appariranno forse provocatorie; tuttavia, hanno il merito di costringere a verificare se le nostre prassi esprimano davvero ciò che pretendono di significare. O’Loughlin non propone archeologismi, bensì chiede che l’azione liturgica sia coerente con le parole che la accompagnano e con la tradizione che la fonda.
Ne viene un testo utile per équipe liturgiche, formatori e presbiteri disposti a lasciarsi interrogare, una meditazione esigente su cosa significhi davvero «Fate questo in memoria di me».
A. Dal Maso, in
Rivista di Pastorale Liturgica 3/2026, 69