Oltre le barricate ideologiche, l'ascolto e il Vangelo al centro: è la strada segnata dal libro Persone transgender. Scienze, teologie, pastorali (Ed. Queriniana, Brescia 2026, pp. 272, €22), curato dal gesuita e operatore pastorale p. Giuseppe Piva e dal filosofo e docente di Filosofia Damiano Migliorini. In un dibattito sociale, teologico e pastorale spesso impantanato in schemi concettuali rigidi, il testo propone un metodo alternativo: non parla di temi ma di persone transidentitarie, a partire dalle loro vite. Il libro raccoglie la prefazione del cardinale arcivescovo di Napoli Mimmo Battaglia (per il quale «prima delle idee vengano le persone») e gli interventi di autrici e autori – Antonio Autiero, Carlo Casalone, Luisa Derouen, Fabrizia Giacobbe, Diego Lasio, Giulia Longoni, Marzia Mauriello, Federico Sandri e Cristina Simonelli – i quali, a partire dalla propria disciplina, offrono alle comunità cristiane un rigoroso strumento per il discernimento.
Non dunque ricette preconfezionate: il testo interpella la riflessione teologica proprio a partire dal dato scientifico ed esperienziale. Ne emerge un invito stringente a rinnovare la prassi pastorale nel segno di un'accoglienza non giudicante, per una Chiesa capace di farsi casa accogliente per ogni persona.
Nella prefazione, il card. Battaglia invita a «non fuggire» e a vivere, anche nella Chiesa, un tempo nuovo, di ascolto e discernimento, di accompagnamento e non di giudizio, perché «nessuno è escluso dal cuore di Dio».
Il focus del card. Battaglia è la comunità cristiana; italiana in particolare, ma certamente anche la Chiesa universale. A partire dai frutti del Sinodo Universale e del Cammino Sinodale Italiano; ascoltando i discorsi del papa, Francesco prima e Leone oggi, mi pare che il card. Battaglia non si stia affatto sbagliando. La direzione di cammino che la Chiesa ha deciso di intraprendere mi pare ormai molto chiara: ascolto e non giudizio, per un opportuno discernimento che indichi alla Ch1esa le modalità opportune e necessarie di un vero accompagnamento delle persone di oggi. Anche nella Chiesa ci sono modalità da rivedere, categorie da "aggiornare" (nel senso dato a Giovanni XXIII a questo termine), prassi da riformare; ma di questo la Chiesa ne è consapevole e grazie al Cammino Sinodale se ne sta assumendo la responsabilità.
Sul tema dell'accoglienza delle persone omoaffettive e transgender, siamo davvero a un punto di svolta o ancora oggi dominano forze che resistono al cambiamento? Potrebbe la Chiesa cattolica, così come nel dibattito su migranti, povertà, pace, disarmo e clima, imporsi per una leadership morale alternativa a una società sempre più chiusa in battaglie identitarie e di retroguardia?
Anche nella Chiesa ci sono sacche di resistenza – economicamente e mediaticamente potenti – ma, appunto, sono "sacche" numericamente povere; povere anche evangelicamente, che hanno poca presa nella vita ordinaria delle comunità cristiane perché il loro interesse è fondamentalmente politico. La Chiesa ne sta prendendo sempre più consapevolezza e quindi distanza, oggi più che sempre; credo di poterlo dire proprio a partire dai temi che hai citato: migranti, povertà, pace, disarmo e clima, temi prioritari per il pontificato di Leone XIV. Per quanto riguarda le persone LGBT + (persone omoaffettive e transgender) si sono aperte importanti occasioni di discussione molto, ·molto esplicite (gruppo 9 del Sinodo Universale; il Cammino Sinodale Italiano e i nn. 30-31 del Documento di Sintesi) che fanno capire che nella Chiesa non si può più tornare indietro; si può solo andare avanti... magari con una marcia ancora ridotta, per ora, ma si può solo andare avanti. Le persone omoaffettive e transgender già dentro la Chiesa, magari in forma anonima, si stanno riappropriando ora della loro dignità battesimale ed ecclesiale, stanno emergendo, e stanno partecipando alla vita concreta delle comunità ecclesiali a tutti i livelli. I vescovi che hanno partecipato al Convegno nazionale degli operatori di pastorale con persone omoaffettive e transgender dello scorso 4 settembre hanno registrato questa emergenza ecclesiale.
Le storie di vita raccolte nel libro raccontano di fede, rinascita ma anche sofferenza. Raccontano spesso le difficoltà di famiglie, comunità e pastori che non hanno strumenti o rifiutano di accogliere il «desiderio di verità di sé» di queste persone. Cosa deve cambiare nella Chiesa, anche a livello di magistero, per sostenerne l'accompagnamento?
Credo di poter dire – e spero davvero di non essere smentito – che nella Chiesa in generale, e nelle chiese particolari, da parte dei pastori o degli operatori pastorali in senso più ampio, non ci sia malafede o chiusura ideologica nei riguardi delle persone omoaffettive e transgender in particolare. No, la mia esperienza di questi anni, invitato dai vescovi in giro per le diocesi italiane, mi convince di una disponibilità di fondo e desiderio di vicinanza e accompagnamento evangelico per tutti, anche per le persone omoaffettive e transgender, in particolare quelle che già appartengono alla comunità cristiana. Piuttosto constatiamo tanta, tanta ignoranza, mista a timore – fino a vera e propria paura – che i principi fondamentali della fede cristiana vengano messi in discussione.
È molto diffuso una idea sbagliata di "tradizione" che più che dei fondamenti della dottrina si nutre di pre-comprensioni culturali, prese come "verità di sempre" e immutabili, quando invece sono storicamente identificabili. Per questo è davvero urgentissima – per i nostri temi come anche per molti altri – una autentica formazione biblica. Ci siamo accorti di una profonda ignoranza della Sacra Scrittura, come se il rinnovamento biblico seguito al Vaticano II non ci fosse mai stato. Questo è molto pericoloso. E poi una profonda ignoranza dal punto di vista teologico e dottrinale, in particolare in ambito morale: molte persone che citano il Catechismo (e la Bibbia) contro una pastorale con persone omoaffettive e transgender non lo hanno letto, non lo hanno studiato e approfondito... Il deposito della fede cristiana è troppo importante per essere ridotto a slogan da lanciare contro le persone.
Ci sono certamente espressioni e categorie culturali sottese a certe affermazioni che devono essere "aggiornate" (nel senso dato a Giovanni XXIII a questo termine) perché possano rimanere fedeli e trasparenti alla verità del Vangelo, certo; ma in questo la Chiesa si sta assumendo la responsabilità grazie alla dinamica sinodale, ormai in moto. I documenti del magistero devono essere letti e studiati in modo approfondito, tenendo conto dei contesti culturali e sociali a cui volevano rispondere; io sono certo che in essi troviamo i veri fondamenti di una autentica pastorale con persone omoaffettive e transgender.
I pastori che non sanno accogliere e riconoscere la dignità umana e cristiana di queste persone – transgender in particolare – dovrebbero tornare ai fondamenti della fede, del Vangelo, che con una immensa sapienza non distingue mai, mai, l'Amore dalla Verità; la Misericordia dalla natura stessa di Dio.
In questo libro scienza, antropologia, filosofia, teologia, pastorale dialogano e si alimentano tra loro. Eppure sull'accoglienza delle persone omoaffettive e transgender, ma anche su altri temi (clima, vaccini, ecc.), spesso si ritiene che la fede debba contrapporti alla scienza per tutelare verità immutabili nel tempo...
Nella storia della Chiesa c'è sempre stata questa dialettica, soprattutto quando alcune persone di Chiesa si convincono che la missione della comunità cristiana sia la "difesa dei costumi" e si dimenticano l'evangelizzazione (che mette sempre in discussione i "costumi" culturali). Ricordiamo le fatiche di San Tommaso D'Acquino nel proporre "nuovi" paradigmi filosofici e culturali – meglio dire "diversi" visto che l'aristotelismo non era propriamente "nuovo" – rispetto al neoplatonismo imperante nella comprensione della fede cristiana del primo millennio. Le difficoltà del Sant'Uffizio nella questione "Galilei", nel poter comprendere che la Sacra Scrittura è una fonte viva per comprendere la vita e la realtà in relazione a Dio, una luce per l'esistenza, e non un trattato di cosmologia o di scienze naturali; e oggi anche il Vaticano ha il suo posto autorevole negli studi di Astronomia. Pensiamo ancora alle difficoltà da parte della Chiesa ad accogliere un metodo scientifico nell’intendere la Sacra Scrittura prima di tutto come testo letterario, espressione di culture diverse e molto specifiche; e come da questa nuova comprensione ne sia scaturita una ricchezza biblica spirituale e dottrinale importantissima.
La dialettica scienza-fede c'è sempre stata, e la Chiesa nella sua millenaria sapienza e prudenza se ne è sempre fatta carico... anche se dopo conflitti interni aspri con "morti e feriti", certo, questo lo dobbiamo ammettere.
Cosa c'è di nuovo oggi nel rapporto fede-scienza?
Oggi mi pare che anche sulla condizione biologica ed esistenziale delle persone transgender la Chiesa si stia rendendo conto d'essere ignorante, d'aver bisogno di conoscere, approfondire e quindi di contribuire con il suo sguardo prudente e attento alla dignità dell’essere umano in sé. Si rende conto di aver bisogno di riprendere e rileggere in modo efficace riferimenti biblici che sembravano ormai sorpassati e inutili, come quelli riferiti agli "eunuchi"; ma soprattutto sente di dover chiedere aiuto, in ambiti scientifici che non le competono direttamente, ma che sono importanti per una maggiore comprensione antropologica.
Mi pare di trovare nella Chiesa questo sano atteggiamento di fondo. Ci sono tuttavia molte resistenze, che provocano dolore e ingiustizie ma, come dicevo, questa dialettica c'è sempre stata. Alcuni individui, anche di Chiesa, hanno più a cuore posizioni di potere culturale, politico e sociale più che il Vangelo, ma questo c'è sempre stato; da parte mia ritengo che la Chiesa, la comunità cristiana universale fondata sul Vangelo, abbia chiara la sua missione, pur con le difficoltà storiche e culturali che sempre l'hanno caratterizzata.
G. Petrucci – P. Piva, in
Adista 31 (19 settembre 2026), 14-15