C’è il tema del patriarcato. C’è la maschilità tossica e il rapporto con il clericalismo. C’è il principio di pastoralità. C’è il mondo transgender analizzato alla luce dei principi del Vangelo e della vita di fede. C’è tutto questo e tanto altro ancora nella nuova teologia di genere che da alcuni anni si sforza di raccogliere le sfide che arrivano dal vissuto concreto delle persone, per offrire parole e proposte capaci di accogliere e di accompagnare senza condanne preventive e senza l’obbligo di uniformarsi a modelli perfetti solo sulle pagine dei manuali, ma fuori dalla realtà e dalla storia.
Attenzione: la teologia di genere non propone rivoluzioni dottrinali, non promuove l’abolizione della differenza maschio-femmina, non si batte per cancellare l’indissolubilità del matrimonio. Ma accoglie il rischio di inoltrarsi su territori ancora inesplorati o analizzati da un’unica prospettiva ormai diventata arcigna e vincolante, sollecita un discernimento ecclesiale più ampio e coraggioso, più rispettoso delle persone, più attento alla comprensione dei vissuti nella fedeltà all’essenza del Vangelo. Cosa deve fare allora la riflessione teologica di fronte a situazioni esistenziali che sembrano problematiche per la prassi della pastorale ordinaria?
«Offrire la possibilità di sostare. Di riflettere, di non fuggire, di non affrettarsi a definire, ma di rimanere fedelmente nella tensione del cercare». È quanto scrive il cardinale Domenico Battaglia, arcivescovo di Napoli, nella prefazione del volume Persone transgender. Scienze, teologie, pastorali (Queriniana, pagine 272, euro 22), curato da Damiano Migliorini e dal gesuita Giuseppe Piva.
Un testo che mette da parte le interpretazioni ideologiche e, sulla base di un approccio interdisciplinare, si lascia provocare da quanto la sociologia, l’antropologia culturale, la filosofia, la teologia morale e quella biblica e pastorale hanno detto a proposito di un tema che, nella sua complessità umana e teologica, non può essere né banalizzato né ridotto a indebiti riduzionismi. Vanno in questa direzione i contributi autorevoli – di Antonio Autiero, Carlo Casalone, Luisa Derouen, Fabrizia Giacobbe, Diego Lasio, Giulia Longoni, Marzia Mauriello, Federico Sandri e Cristiana Simonelli – che, soprattutto nella sezione “teologie” che qui ci interessa, mostrano l’urgenza di una rifondazione antropologica fondata sulla virtù del riconoscimento e sul dovere del rispetto di tutti, con l’obiettivo di aprire orizzonti più umanizzanti perché, come sottolinea ancora il cardinale Battaglia, «nessuna vita è estranea al mistero della salvezza. E ogni persona, ogni storia, anche quelle che ci sembrano lontane o difficili da comprendere, porta in sé la possibilità di una rivelazione.
La rivelazione di un Dio che si fa prossimo, che si lascia toccare, che abita le ferite, che non teme la carne fragile dei figli dell’uomo. Perché quella carne l’ha assunta, vissuta, trasfigurata». Un traguardo possibile anche oggi per tanti credenti segnati dalla fatica di dirsi cristiani ai margini della comunità? Sì, ma è indispensabile andare oltre gli stereotipi di un sistema che ostacola l’amore perché si insinua nella psiche delle persone, deforma il loro modo di pensare e di vedersi nelle loro identità maschili e femminili, avvelena le relazioni. Questo sistema si chiama patriarcato e rappresenta l’ostacolo più grande alla realizzazione di una civiltà dell’amore. Il motivo è semplice, una relazione d’amore si può concretizzare solo su un piano di parità nel rispetto e nella dignità personale, mentre il patriarcato che ragiona in termini gerarchici con uno sbilanciamento a favore del maschile, è la contraddizione più palese dell’amore e quindi del Vangelo. […]
L. Moia, in
Avvenire 5 luglio 2026, 18