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Perché la Chiesa?
Hans Joas

Perché la Chiesa?

Miglioramento di sé versus comunità di fede

Prezzo di copertina: Euro 32,00 Prezzo scontato: Euro 30,40
Collana: Giornale di teologia 461
ISBN: 978-88-399-3461-1
Formato: 12,3 x 19,3 cm
Pagine: 272
Titolo originale: Warum Kirche? Selbstoptimierung oder Glaubensgemeinschaft
© 2024

In breve

Edizione italiana a cura di Paolo Costa

«Sullo sfondo di questo lavoro c’è un mio progetto a lungo termine: quello di trovare un’alternativa alla teoria della secolarizzazione. L’alternativa che propongo consiste in una storia globale dell’universalismo morale, cioè nella comprensione delle diverse fonti religiose e filosofiche di un éthos che si rivolge a tutta l’umanità».

Descrizione

La domanda di oggi non è più: abbiamo bisogno della religione? La domanda davvero urgente suona: abbiamo bisogno, in quanto credenti, di una Chiesa? Per diffondere il vangelo non sarebbe preferibile un cristianesimo libero, senza istituzioni? Il clero e le Chiese non oscurano forse il messaggio di Cristo, più che annunciarlo? Cosa perderemmo se non appartenessimo più a una Chiesa?
Più ancora: quali sono stati i motivi originari del sorgere di una Chiesa come istituzione organizzata e quale senso dovrebbe avere essa oggi, nell’epoca della secolarizzazione? È possibile mettere in discussione il potere, il dominio e la divisione dei ruoli dentro la Chiesa?
Con questo suo nuovo lavoro il sociologo e filosofo Hans Joas – uno dei più grandi pensatori delle questioni al crocevia fra Chiesa, cristianesimo e società – si dedica a queste e altre domande brucianti, presentando le sue acute riflessioni.

Recensioni

Il principale ambito di ricerca di Hans Joas, sociologo e filosofo sociale, è quello dell'emergere dei valori e delle esperienze di autoformazione e autotrascendenza nell'età secolare come visione alternativa della secolarizzazione. Di questo parla nel libro La fede come opzione. Possibilità di futuro per il cristianesimo (2013), nel quale cerca di mostrare come l'esperienza della fede debba essere personalmente convincente e debba essere riconosciuta dalla chiesa principalmente come opzione.

Nel libro Perché la chiesa? egli concentra la sua ricerca sulla chiesa per capire se essa sia effettivamente necessaria al futuro del cristianesimo e anche della religione. La domanda sul perché della chiesa prende spunto dai dibattiti dei circoli cristiani tedeschi sul futuro della religione, nei quali la secolarizzazione viene vista come la causa della debolezza e della privatizzazione della religione. Invece, in altri luoghi si parla dell'etica cristiana dell'amore al prossimo, si ritiene che si possa essere cristiani senza appartenere alla chiesa e che molte persone si sentono attratte da diverse forme di spiritualità.

Dal canto suo, Joas si chiede: «Abbiamo bisogno, come persone religiose e come cristiani, di una chiesa? Può forse un cristianesimo libero, senza istituzioni, agevolare la diffusione del messaggio cristiano?» (p. 23). E ancora, è forse vero che il clero e la chiesa offuscano il messaggio cristiano più di quanto lo aiutino? L'intento di Joas non è quello di giustificare la chiesa come istituzione bensì di avviare una «riflessione sulle cause che un tempo hanno portato i credenti in Gesù Cristo a generare e rendere vitale un'istituzione che si differenzia da tutte le forme sociali contemporanee come la famiglia, il parentado, ma anche la comunità politica. Non tutte le religioni hanno prodotto una simile istituzione» (p.26). Entro questo quadro generale di questioni Joas colloca alcuni suoi saggi che non riguardano in modo sistematico il tema del "perché la chiesa?" ma che a essa conducono indirettamente facendo emergere ciò che può essere centrale.

I capitoli o saggi sono dieci, di cui sette con un interrogativo nel titolo.

Il primo: Si può organizzare la trascendenza? Per rispondere bisogna superare l'idea che la pretesa soprannaturale non possa considerare la chiesa come una istituzione umana. Per questo egli parla di chiesa «come una cooperativa di credenti, che necessita di strutture gerarchiche per garantire la capacità di agire secondo i suoi ideali di fronte alle influenze esterne del potere» (p. 60). Perché "cooperativa" e non "comunità"? Perché ha un significato inclusivo, abbraccia gli "universalisti morali" che alla luce del Vangelo di Gesù si misurano con il proprio ideale costitutivo.

Nel secondo capitolo, Prognosi problematiche; La religione nell’età secolare, Joas si concentra sulle ''chiese vuote'', argomento che gli consente di delineare la prospettiva della "sociologia politica della religione" che si interessa della «posizione delle chiese e delle comunità religiose in relazione alle principali questioni politiche delle rispettive epoche» (pp. 71-72) come ad esempio la questione sociale, quella nazionale e quelli democratica, quella dei diritti dell'individuo e quella del processo di emancipazione femminile e del pluralismo religioso. Un mosaico di temi che toccano il rapporto tra stato e chiesa e che prendono le distanze da tutte quelle spiegazioni che fanno riferimento unicamente a processi opposti come "immanentizzazione e detrascendentalizzazione". Il futuro della chiesa non dipende da tali processi, bensì «essenzialmente dall'azione volontaria dell'essere umano» (p. 82) e dalla sua "esperienza di autotrascendenza''.

Nel terzo saggio si chiede: Abbiamo bisogno della religione? Sulle esperienze di autotrascendenza. La risposta è perentoria: «Nessuno può credere solo perché gli è stata dimostrata l'utilità delle fede» (p. 90). Il bisogno deve essere intrinseco alla fede per cui la domanda è la seguente: «Possiamo vivere senza l'esperienza che viene articolata nella fede, nella religione?» (p. 91). Egli risponde dicendo che per essere una esperienza da offrire agli altri deve essere esperienza di ''auto-trascendenza"; le esperienze di fede devono essere «esperienze di trascendenza del sé, e non semplici tentativi di un sé che vuole rimanere ben piantato in se stesso» (p. 101).

Anche la domanda del quarto capitolo Fede o miglioramento di sé? Sul ruolo culturale della chiesa conduce alla questione centrale del «come pensare la fede cristiana in una cultura in cui il miglioramento personale è diventato un valore dominante» (p. 137). Non è forse vero che l'accento posto sulla soddisfazione del bisogno porta a considerare gli effetti psicologici piuttosto che ciò che di vero c'è nella fede cristiana? Sembra che la realizzazione· di sé sia più importante della dimensione comunitaria. Per tale motivo la chiesa non deve sentirsi gratificata quando viene elogiata per il suo compito educativo, specialmente quello della trasmissione dei valori. Dovrebbe piuttosto cercare di tenderli accessibili oggi a tutti ed essere perciò credibile perché li incarna, anche nella sua stessa struttura, ben sapendo che «la fede però va oltre i valori e la morale», che «può essere percepita come un'alternativa al semplice miglioramento personale». Essa infatti «dischiude effettivamente una sfera di esperienza in cui gli individui possono andare oltre la fissazione sui limiti del proprio io» (p. 125).

Su questa linea si colloca il quinto saggio, Un cristiano attraverso la guerra e la rivoluzione. Alfred Döblin, Novembre 1918, al termine del quale l'A. ritiene di poter dire che il cristianesimo può essere «un’enorme sfida alla responsabilità morale nella vita storica» (p. 155).

Negli altri quattro saggi Joas cerca di rispondere ad altri interrogativi: Cristianesimo senza chiesa? Questa domanda fa riferimento al libro Cristiani senza chiesa (1969) del polacco Leszek Kolakowski che ha maturato un interesse per un cristianesimo indipendente dalla chiesa. Tale interesse Joas lo ritiene istruttivo e autentico poiché nasce da una convinzione "genuina e ragionevole", non da motivi istituzionali. Anche le domande La fede nella dignità umana: religione della Modernità? e La dignità umana è ancora il nostro valore assoluto? toccano un aspetto sensibile del cristianesimo, cioè quello dell'importanza dell'individuo per la società. Ma occorre evitare che questo si traduca in una sola istituzionalizzazione dei diritti umani poiché «c'è un potenziale profetico nel discorso sulla dignità umana che punta sempre oltre il diritto esistente» (p. 206). Infine, alla domanda La chiesa come agenzia morale? che riprende un suo libretto del 2016, egli risponde con scetticismo perché la chiesa deve essere «missionaria, entusiasta della fede che la abita, orientata al mondo» capace anche di «compromessi perché ha una bussola nella sua fede, è disposta a imparare da altri cristiani, da altre tradizioni religiose e dagli universalisti laici. Una chiesa di questo tipo non può perciò definirsi un'agenzia morale» (p. 212).

Con questa chiarificazione Joas giunge all'ultimo capitolo Responsabilità globale e obbligo particolare della chiesa nel quale si concentra su due questioni: la distinzione tra etica dell'intenzione ed etica della responsabilità, il rapporto tra morale e religione. Dal confronto su queste questioni con alcuni autori (A. Schavan, E. Schockenhoff, M. Striet, U. Körtner, P. Dabrock) egli trae la conclusione che andrebbe ulteriormente sviluppata una sociologia della chiesa che, messa a confronto con altre forme di organizzazione sociale, fa «riferimento religioso alla trascendenza» (p. 240). Egli disapprova quel moralismo selettivo di chi discute di politica con il Vangelo in mano e quella borghesia eurofila che ha indebolito il cristianesimo. Sostiene invece che bisogna chiedersi "perché la chiesa esiste?". La risposta, bene sintetizzata da Paolo Costa nella Introduzione, può essere questa: «La sua ragion d'essere risiede nelle esperienze di autotrascendenza, che non hanno smesso di svolgere un ruolo antropologicamente cruciale nemmeno all'interno dell'immanent frame moderno» (p. 13). Esse possono essere la fonte di un impulso sostanziale a cambiare vita.


G. Zambon, in Studia Patavina 3/2025, 557-560

In Perché la Chiesa? Hans Joas ricorda che «già nel cristianesimo antico si diceva Unus Christianus, nullus Christianus: nessuno può essere cristiano da solo, e nessuna critica alle istituzioni e alle forme sociali del cristianesimo può ignorare questa dipendenza della fede individuale da una comunità di credenti». La base comunitaria, l’esistenza della Chiesa, è uno dei caratteri propri e irrinunciabili del cristianesimo, nel quale si riflette il mistero dell’incarnazione, che sollecita l’apprezzamento reciproco della natura umana.


S. Valzania, in L’Osservatore Romano 29 luglio 2025

Hans Joas è filosofo sociale, sociologo e teologo, che in questi anni ha esplorato a fondo il "bisogno di religione" (cf. Abbiamo davvero bisogno della religione?, Rubbettino 2010) e il senso della "fede come opzione" (cf. La fede come opzione. Possibilità di futuro per il cristianesimo, Queriniana 2013), problemi radicali in particolare per il cristianesimo di oggi.

Con il presente lavoro fa un altro passo, sulla chiesa. Joas premette fin dall'Introduzione che in questa pubblicazione ha inteso raccogliere una serie di scritti già usciti, ma rivisti in funzione di questo interrogativo centrale, che vale non solo per il mondo cattolico, ma anche per quello protestante: perché la chiesa? Non una trattazione sistematica, ma una esplorazione di possibili vie per rileggere oggi le teorie che in passato hanno cercato di interpretare le profonde trasformazioni del credere e del praticare la religione nella chiesa (aggiungendo alcune riflessioni su due intellettuali meno noti, Alfred Doblin e Leszek Kolakowski, a cui dedica specifici capitoli). Basti citare, in sintesi, il senso di disincanto che Max Weber ha visto come implicazione della razionalizzazione della società e della vita, o la teoria della secolarizzazione messa a fuoco da Charles Taylor e successivamente rielaborata e riorientata da molti filosofi, psicologi e sociologi: su questo piano Joas offre nelle note moltistimolanti riferimenti bibliografici.

L’autore esplora il suo tema ponendosi una serie di interrogativi che formula come titoli per i capitoli, ad esempio: Si può organizzare la trascendenza?; Abbiamo bisogno della religione?; Fede o miglioramento di sé?; Cristianesimo senza chiesa?; La chiesa come agenzia morale?; La fede nella dignità umana: religione della modernità? Taleritmo stimola in se stesso a porre la ricerca e il dialogo critico come dinamismi riflessivi di base.

Egli propone il suo itinerario ritenendo di dover aggiornare e superare ciò che egli considera non più in grado di interpretare validamente i cambiamenti in corso, guardando non solo all'Europa ma anche alle grandi aree culturali degli altri continenti, in cui il cristianesimo invece si diffonde con varie fisionomie e autonomie. A partire dall'Occidente, al centro delle questioni si è radicata l'individualizzazione dei percorsi di vita, in cui viene in primo piano il senso dell'autonomia di ogni persona, la conseguente diffusa pretesa di autosufficienza, che sfida la trascendenza in tutti i sensi, non solo nei confronti di Dio. L’individuo si mostra, invece, capace di crescere se è in grado di vivere la propria auto-trascendenza (su cui l'autore si sofferma a lungo), non solo basata sulla razionalità (e sulle emozioni), ma su di un modo diverso di concepire e vivere la fede.

La fede non è un bisogno-soddisfazione per rassicurare da incertezze psicologiche e sociali secondo le prassi delle istituzioni vigenti e delle mode, ma un bisogno-valore capace di generare esperienze personali e relazionali anche impreviste, con gli altri, con la natura, con Dio. La fede diventa un'opzione radicale che ogni persona ha dentro di sé, con una socializzazione che non si può più dare per scontata.

Joas, di conseguenza, esplora la grande tensione che emerge tra questi nuovi soggetti e una chiesa che vuole incarnare la propria missione nell'organizzare con propri principi e regole la trascendenza e la vita quotidiana delle persone, e pone la domanda chiave: ma questa fede di oggi e di domani ha bisogno di una chiesa?

Già Grace Davie, sociologa inglese, aveva dato una sua interpretazione della realtà, ampiamente condivisa in campo sociologico, con la felice espressione: «Believing without belonging» («credendo/ere senza appartenere»), evidente in un crescente numero di persone che seguono certi riti, soprattutto quelli di passaggio tra le fasi della vita, ma senza coinvolgersi nel tessuto vivo della comunità religiosa di riferimento (pensiamo alla situazione della chiesa cattolica in Italia). Ma se la chiesa (cattolica) è diventata non più attrattiva, ma soprattutto normativa, vivendo sulla base di un'etica di convinzioni tradizionali più che sul senso della responsabilità nell'agire concreto, viene a essere percepita sostanzialmente come un'agenzia morale?

Questo fa emergere un ulteriore problema, il valore universale e radicale della dignità umana, di ogni singola persona, dovere-diritto che tutte le religioni e le culture dovrebbero interiorizzare ed esprimere, ma che – anche se definito dall'ONU e da molte Costituzioni nazionali – di fatto è sempre in questione e violato. Come si può capire, questo lavoro è interessante perché offre un percorso sintetico e panoramico del pensiero complesso dell'autore, e pungola il lettore a cercare di darsi delle proprie risposte, anche se fosse necessario criticare le stesse argomentazioni proposte dall'A. (non si può non evocare il lector in fabula di Umberto Eco), e così condividere uno stile di ricerca sempre più necessario.


I. De Sandre, in CredereOggi 267 (3/2025), 168-170

Durante il ‘900 tutti i più grandi teologi cattolici si sono confrontati apertamente sul senso della Chiesa e sul futuro del cristianesimo: da von Balthasar a Rahner a de Lubac, l’interrogativo principale riguardava il rapporto tra fede cristiana e mondo moderno, ma tutti non hanno potuto esimersi dal riflettere con acutezza sulle radici della questione, vale a dire sulle motivazioni dell’esistenza stessa della Chiesa, sulla sua identità e sulla necessità di una riforma.

Oggi la situazione è certamente cambiata dato che il cattolicesimo in Europa vive una grave, spaventosa crisi. Crisi che un teologo fine come Tomáš Halík, già amico del presidente ceco Havel, nel suo importante libro recente Pomeriggio del cristianesimo (edito da Vita e Pensiero) accosta a quella che nel Cinquecento diede origine alla Riforma protestante: allora la causa scatenante furono la corruzione e la simonia della Curia romana, dei vescovi e del clero, oggi sono stati gli scandali degli abusi sessuali. Tanti invocano riforme radicali, e papa Francesco ha intrapreso decisamente fin dall’inizio del pontificato questa strada, ma a che punto è il processo di rinnovamento? Inevitabile porsi la domanda cruciale sul futuro del cristianesimo.

Una domanda che ne solleva un’altra: la Chiesa deve abbandonare l’Occidente ormai destinato alla completa secolarizzazione? E rassegnarsi al fatto che il calendario cristiano, con le sue feste e i suoi riti, si trasformi in un calendario fatto di feste laiche e consumistiche come sono ormai ridotti il Natale o la Pasqua? Certamente, tutti constatiamo come l’apporto anche numerico al cristianesimo oggi nel mondo venga da quelle che un tempo erano periferie, Africa, Asia e Sudamerica, ed è necessario e indispensabile che l’apporto delle giovani Chiese sia valorizzato e considerato, lasciandoci alle spalle la convinzione di un cristianesimo solo espressione della cultura occidentale. Ma al contempo, possiamo accettare di buttare a mare secoli di tradizione e di cultura?

Un apporto notevole giunge ora da parte del sociologo tedesco Hans Joas, già noto per il saggio La fede come opzione, tradotto in Italia da Queriniana nel 2013. La stessa casa editrice ha appena mandato in libreria un altro volume di Joas, Perché la Chiesa? Miglioramento di sé versus comunità di fede (pagine 266, euro 32), ove il professore onorario della Humboldt Universitat di Berlino cerca di rispondere alle domande precedenti.

Diciamo subito che il suo sguardo non è affatto negativo rispetto al futuro del cristianesimo, sia per l’espansione in tanti Paesi africani e sudamericani ma anche in Cina e Corea del Sud, sia per alcuni segni di risveglio che si stanno manifestando in tante comunità dell’Europa, che fanno capire che «le vie del Signore siano imprescrutabili». Joas fa due esempi nella sua Germania. I tifosi della Union di Berlino, squadra di calcio che durante il periodo comunista faceva parte assieme alla Dinamo della Germania Est, dunque particolarmente secolarizzati, a partire dal 2003 hanno cominciato a festeggiare il Natale nel loro stadio. All’inizio erano 89, ora sono 28.000, il numero massimo di persone consentite ad accedere alla struttura: «Si può qui osservare l’emergere spontaneo di una tradizione rituale». In continuità con la tradizione cristiana e in chiara rottura con la discontinuità imposta dal regime comunista. Giustamente Joas rileva come questo fenomeno non rappresenti «un rinnovamento del cristianesimo nelle sue strutture istituzionali», ma certamente fa parte di quell’irruzione imprevista dello Spirito che spesso sconvolge i piani e i progetti fatti a tavolino. Un po’ come accaduto in occasione della Pasqua in Francia con un vero e inaspettato boom di battesimi, che ha sorpreso persino i vescovi.

L’altro esempio che porta Joas invece proviene proprio dall’istituzione, e precisamente dal vescovo di Erfurt, che da un po’ di anni propone ai non cristiani una celebrazione separata del Natale, un’iniziativa che riscuote un successo crescente. «Questi esempi – commenta Joas – dimostrano il potere del rito, il potere del sacro, anche in società profondamente secolarizzate. Ci ricordano anche che il cristianesimo, con tutta la sua stima per la tradizione culturale, caratteristica soprattutto dei cattolici, non deve diventare la religione dei dotti. Si tratta di bilanciare le più alte esigenze dell’educazione e dell’intellettualità con l’accessibilità per tutte le persone, nelle loro esperienze reali».

Naturalmente il sociologo tedesco dedica ampio spazio al paradigma della secolarizzazione e alla sua messa in discussione, dalla critica del disincanto weberiano all’ammissione di molti studiosi, fra cui Peter Berger, di aver invano profetizzato la fine delle religioni. Ma uno dei capitoli più rilevanti è dedicato alla questione posta nel sottotitolo, cioè alla preferenza posta da molte persone oggi riguardo ai percorsi di autotrascendenza, spesso legati a forme di esoterismo o alla spiritualità orientale, rispetto alle Chiese tradizionali. In questo senso, come nota Paolo Costa nella prefazione, la Chiesa deve ritrovare la sua ragion d’essere proprio in quanto «segnaposto della trascendenza», ma anche come «catalizzatore» di queste esperienze.

Il pensiero di Joas si fa «sobrio ma mai cupo», rileva sempre il filosofo italiano. L’autore in altri capitoli descrive la parabola dello scrittore tedesco Alfred Doblin soffermandosi sulla sua grandiosa opera narrativa Novembre 1918 e sulla sua conversione al cattolicesimo che provocò sconcerto fra gli intellettuali tedeschi fuggiti negli Stati Uniti, in particolare in Bertolt Brecht. E poi indaga il riavvicinamento al cristianesimo del filosofo polacco Leszek Kolakowski, già ateo e comunista poi perseguitato dal regime. Entrambi i percorsi sono a suo dire utilissimi «per trovare un nuovo linguaggio per la fede cristiana». Chiamata a porsi sempre più in chiave globale e universale. Un cristianesimo libero che non pretende di fare a meno della Chiesa come istituzione ma che sia sempre più fondato non sull’individualismo ma sul senso di comunità.

Proprio come disse Rahner a proposito del Concilio, che ha costituito «un salto qualitativo nel cammino della Chiesa cattolica verso la trasformazione in una vera Chiesa universale». Il teologo tedesco vedeva in questo – sottolinea Joas – «l’inizio, e solo l’inizio, di un’epoca completamente nuova nella storia della Chiesa, paragonabile per lui solo al rivolgimento radicale messo in atto da san Paolo, che superò i confini di una setta ebraica e fece della comunità cristiana un magnete per tutti i popoli del mondo mediterraneo del tempo. Questo sviluppo sta portando alla nuova costellazione di autentico pluralismo in gran parte del mondo d’oggi».


R. Righetto, in Avvenire 20 settembre 2024

La domanda che dà il titolo a questo libro di Hans Joas non è un interrogativo retorico, non appartiene al genere letterario delle titolazioni costruite unicamente per stuzzicare la curiosità dei lettori. Al contrario, è una domanda reale che il sociologo e filosofo sociale tedesco pone non tanto sulla scia delle distinzioni – per esempio quella tra cristianesimo e Chiesa nel periodo illuminista – o delle provocazioni emerse nella storia, come l’espressione degli anni Settanta «Gesù sì, Chiesa no»; quanto sull’osservazione che la Chiesa esiste e appare sempre meno necessaria alla luce della sensibilità individualista e post-istituzionale nelle odierne società occidentali.

La portata di questa difficoltà è presto chiarita se si ha in mente la metafora ecclesiologica che utilizza la maternità come categoria simbolico-esplicativa della funzione della Chiesa: quale «madre Chiesa» potrebbe sperare di non suscitare perplessità di fronte alla coscienza dei nostri contemporanei?

Ma, al di la di questo, Joas è consapevole che la stessa domanda alla base del libro esige d’essere ulteriormente spiegata. L’autore individua due possibili significati della questione: può «essere intesa come se stessimo cercando i benefici che gli individui, la società o l’umanità traggono dalla religione, ad esempio felicità, stabilità morale, salute mentale, coesione sociale, pace», quasi a giustificare l’esistenza della Chiesa su un piano utilitaristico; ma si può intendere il bisogno anche in termini profondamente diversi, come «riflessione sulle cause che un tempo hanno portato i credenti in Gesù Cristo a generare e rendere vitale un’istituzione che si differenzia da tutte le forme sociali contemporanee come la famiglia, il parentado, ma anche la comunità politica» (25s).

Il libro si compone di 10 capitoli che affrontano questioni rilevantissime per l’ethos cattolico e religioso in Europa. S’inizia dalla «sociologia della Chiesa» come disciplina e approccio da ripensare se si vuole comprendere in modo non superficiale, pretestuosamente neutro, la comunità ecclesiale in prospettiva storica e teologica. Il punto cruciale di Joas è la considerazione che l’ecclesiologia debba significare anche l’inevitabilità di «misurarsi con il proprio ideale costitutivo» (61).

Si prosegue con una sezione prognostica che propone un’alternativa alla tesi della secolarizzazione, individuandola nella «sociologia politica della religione»: un approccio che studi e privilegi la «posizione delle Chiese e delle comunità religiose in relazione alle principali questioni politiche delle rispettive epoche» (71s).

In questo quadro, solo un’ottica differenziata rende giustizia e consente un’indagine fondata sui cambiamenti del panorama religioso europeo. Joas legge il bisogno della religione in parallelo al sorgere di esperienze di auto-trascendenza, definendo il bisogno «qualcosa di intrinseco alla fede stessa», anziché strumentale, e le esperienze di autotrascendenza come l’essere spinti «oltre i limiti del proprio io», un «allentamento o una liberazione dalla fissazione su se stessi», e in nessun modo «nel senso di un superamento morale» (90s). Questo consente all’autore di riflettere sul ruolo culturale delle Chiese.

Due capitoli sono poi rivolti all’opera e al pensiero del drammaturgo tedesco Alfred Doblin e del filosofo polacco Leszek Kołakowski, che Joas considera proposte esemplari per chiunque voglia prendere sul serio il messaggio evangelico, da un lato, e indagare la possibilità di una riformulazione linguistica e concettuale nel cristianesimo, dall’altro. Universalismo morale, dignità umana, ruolo della Chiesa rispetto a questo in senso globale e particolare costituiscono infine gli ultimi argomenti trattati dal volume.

Joas indaga la crescente importanza della dignità della persona umana e dei diritti umani, chiedendosi se possa essere questa la vera «religione della modernità». Va da sé che non si tratti che di un esercizio teorico volto a illuminare la centralità del tema nel suo rapporto con le religioni storiche e le loro tradizioni, oltre a evidenziarne la fragilità sulla base di una storia aperta e imprevedibile, sempre più a corto di sicurezze e acquisizioni definitive (181-202).

Il libro di Joas non è un manuale, ma risale ad autori fondamentali in sociologia e filosofia per fornire una riconsiderazione, ma soprattutto una messa in discussione di teorie e convinzioni che sono entrate a far parte della coscienza condivisa nelle società contemporanee, almeno in Occidente. È un libro che pone una domanda sociologica e filosofica, ma che si dispiega anche come domanda intrinsecamente teologica. A partire da questo modello di trans-disciplinarità, si capisce come l’interrogativo sul «perché» della Chiesa rappresenti in realtà un interrogativo più ampio, una domanda che nel senso e nel futuro della cooperazione dei credenti cerca in fondo il senso e il futuro della cooperazione umana.


A. Ballarò, in Il Regno Attualità 16/2024

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