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Credere nel mondo a venire
Dominique Collin

Credere nel mondo a venire

Lettera di Giacomo ai nostri contemporanei

Prezzo di copertina: Euro 17,00 Prezzo scontato: Euro 16,15
Collana: Spiritualità 214
ISBN: 978-88-399-3814-5
Formato: 13,2 x 19,3 cm
Pagine: 144
Titolo originale: Croire dans le monde à venir. Lettre de Jacques à nos contemporains
© 2022

In breve

Credere nel mondo-che-verrà non significa fuggire dal mondo in cui viviamo, puntare tutte le carte su un aldilà paradisiaco. Significa impegnarci a costruire un mondo migliore, ma vivendo fin da adesso come se appartenessimo a un altro mondo.

Descrizione

La Lettera di Giacomo, ancora troppo poco conosciuta, è incentrata su un monito vigoroso: se la tua fede si sottrae al compito di salvare questo mondo, si dimostra una fede vuota, disattivata, morta.
Collin ci fornisce qui un commentario particolarmente pertinente e personale a quella breve lettera del Nuovo Testamento dal tono vivace e impegnato. L’apprezzato teologo domenicano mostra come, per Giacomo, la fede sia una sorta di leva “fuori dal mondo” che, come il punto d’appoggio chiesto da Archimede, è capace di sollevare il mondo e di smuovere la sua pretesa autosufficienza.
Questa è l’attualità stupefacente della Lettera di Giacomo: ci ricorda l’urgenza di destinare la fede a questo mondo – che pure ha dei tratti intollerabili – ma al fine di viverci come in un mondo a venire. Un mondo che ha senso soltanto quando rende l’essere umano sovranamente libero e lo mette al riparo da qualsiasi alienazione.

Recensioni

«Lo volete, voi, un mondo che disumanizza a tutta velocità? Un mondo che determina la mercificazione di tutte le cose? Un mondo che suscita l’invidia, accresce le disuguaglianze, declassa ed esaspera i più fragili, che disprezza mentre li sta sfruttando?» (p. 5). Con questi interrogativi provocanti Dominique Collin, filosofo e teologo domenicano, docente di teologia al Centre Sèvres di Parigi, apre il suo volume che non intende essere un commento esegetico bensì unicamente spirituale alla Lettera di Giacomo.

Il saggio propone la lettura continua del testo di Giacomo in una prospettiva attualizzante, secondo tre coordinate di fondo che guidano la riflessione di Collin. La prima coordinata riguarda il tema della fede, così come Giacomo lo propone nella sua lettera: una fede che si traduce in opere concrete per diffondere la salvezza in questo mondo più che in uno futuro, così da deplorare il rischio di un credere basato solo su contenuti ma incapace di animare la vita delle persone e del mondo.

La salvezza in questo mondo costituisce la seconda coordinata. Sulla scorta di questa considerazione, l’A. comincia la sua lettura del testo, creando un’associazione interessante: la fede come una sorta di leva “fuori dal mondo”, richiamando la celebre intuizione di Archimede. Il teologo francese riconosce proprio nella fede come proposta nella Lettera di Giacomo quella leva capace di sollevare il mondo dalla sua pretesa di autosufficienza, che lo imprigiona in un eterno presente che spegne qualsiasi slancio nel futuro.

Le riflessioni e le attualizzazioni di Collin, debitrici prevalentemente al contesto cui l’A. appartiene, permettono un’insistenza sulla pericolosa tentazione del mondo all’arrogante sufficienza tecnico-medico-informatico-scientifica, nonché economico-finanziaria (questa la terza coordinata), che crea intollerabili disuguaglianze e pericolose derive che portano l’umanità all’alienazione.

La fede come leva “fuori dal mondo” è intesa da Collin come una realtà necessaria a questo mondo per viverci come fosse un mondo a venire. Lungi dal sostenere la ben nota fuga mundi dell’antichità, in forza del testo di Giacomo, l’A. difende la tesi che i credenti non devono affaticarsi per cambiare il mondo, «ma vivere, fin dal presente, come se appartenessero a un altro mondo. Questo “altro mondo” è quello che io chiamo il “mondo a venire”: non un aldilà dal mondo, e ancor meno un mondo paradisiaco per dopo la fine di questo mondo, ma la possibilità di vivere in questo mondo secondo un rapporto completamente diverso, un rapporto che non sia di sufficienza» (p. 111).

L’autosufficienza del mondo attuale provoca i credenti a credere nel mondo che verrà come impegno a costruirne ora uno migliore, vivendo in esso come se appartenessimo a un altro mondo. E in esso ha senso vivere nella misura in cui l’essere umano è reso sovranamente libero da qualsiasi realtà alienante che l’autosufficienza propina. Collin conclude affermando: «Non salveremo questo mondo, no, ma sarà sempre possibile “salvare la vita” di un fratello. È questo che opera la fede: tirare fuori dal pericolo colui che questo mondo illude o fa disperare. Ricondurlo “sano e salvo”. Stupefacente documento “cristiano” che non conosce altro salvatore se non il fratello che ne salva un altro» (p. 127).

Il saggio di Collin, oltre ad avere il merito di una lettura sapienziale del testo biblico (pur senza la pretesa del rigore scientifico), dischiude una questione a mio avviso urgente in questo tempo: il rapporto tra fede e salvezza, tra fede ed escatologia, che necessita di linguaggi adeguati per entrare in dialogo costruttivo e schietto con le questioni sollevate dall’umanità contemporanea. Il volume si chiude con, in allegato, il piano della Lettera di Giacomo.


A. Albertin, in Studia Patavina 2/2024, 383-384

Dominique Collin è un giovane teologo e filosofo domenicano che insegna al Centre Sèvres di Parigi e ha già prodotto alcuni fortunati saggi tradotti in Italia da Queriniana. Qui, avendo come base un’accurata esegesi, propone con un linguaggio moderno e spigliato, adatto per una collana di spiritualità, una lettura molto attuale della Lettera di Giacomo.

La Lettera di Giacomo, si sa, si porta dietro una brutta nomea, almeno in campo protestante, dopo che Lutero l’ha definita una «lettera di paglia». Ma, per meglio comprendere le parole del Riformatore, è necessario ampliare il discorso – e questo è anche utile al fine di capire meglio come Lutero si ponga di fronte al testo biblico in generale e quale sia per lui il centro del messaggio evangelico. Scrive infatti Lutero nell’introduzione a questa epistola: «La Lettera di S. Giacomo, per quanto respinta dagli antichi, io la lodo e la ritengo buona, perché non sostiene dottrine umane ed insegna severamente la legge. Ma per dire il mio parere, senza pregiudizio per nessuno, io non la ritengo uno scritto apostolico [...]. Essa vuole dare insegnamenti ai cristiani e non ricerca neppure una volta la passione, la resurrezione, lo spirito di Cristo [...]. “Voi mi sarete testimoni”. In ciò concordano tutti i veri libri sacri, che sempre predicano e insegnano Cristo. Questa è la vera pietra di paragone per valutare tutti i libri: vedere se insegnano Cristo o no, giacché tutta la Scrittura mostra Cristo (Rom. 3), e S. Paolo non vuol sapere altro che di Cristo (I Cor. 2,2). Ciò che non insegna Cristo, non è apostolico, anche se lo dicessero S. Pietro o S. Paolo. Al contrario, ciò che insegna Cristo, è apostolico, anche se lo facessero Giuda, Anna, Pilato e Erode».

È però vero che questa epistola, benché non possegga la carica dirompente delle lettere ai Galati o ai Romani, fornisce, alla pari dei libri sapienziali dell’Antico Testamento, delle indicazioni quanto mai concrete e ragionevoli sul modo in cui possiamo esprimere la nostra fede (e la nostra fedeltà) a Dio nel vivere quotidiano. Ed è proprio su questo aspetto che il nostro autore pone l’accento.

Collin parte da un giudizio assai severo sul mondo attuale e sul ruolo che hanno avuto e hanno anche le chiese cristiane. Egli afferma che l’ambizione del cristianesimo, nel corso della sua storia, è stata quella di costruire un «mondo cristiano», piuttosto che quella di salvare il mondo; con il risultato che, se il mondo è quello che è, lo si deve anche a causa di questa pretesa.

Afferma Collin: «I cristiani hanno nella loro maggioranza così poco inquietato il mondo che hanno edificato il mondo per sé stessi, costruito sullo stesso fondamento che il mondo stesso si è dato, cioè la sufficienza» (p. 9). Dobbiamo chiarire che, da un lato, quando il nostro autore usa il termine «mondo», lo fa certo sulla scorta della Lettera di Giacomo ma dandogli, sull’esempio giovanneo, una forte tinta negativa. Va chiarito che rifiutare il mondo, per Giacomo, non significa estraniarsi dalla realtà. È piuttosto il rifiuto del compromesso e la capacità di utilizzare il pensiero critico che permette di smascherare tutte le volte che la società si allontana dalla volontà di Dio e quindi diventa effettivamente «mondo», cioè una realtà incapace di vedere nell’altro, nel diverso, un fratello e di vivere la società come uno spazio comunitario.

Una parola va detta anche rispetto al termine «sufficienza», così inusuale, il quale va preventivamente interpretato in quanto è usato spesso nel libro come chiave per leggere la realtà in cui era immersa la chiesa del tempo della lettera (datata da Collin verso la fine del I secolo) e in cui noi ancora viviamo. Immagino che il termine francese utilizzato dall’autore sia suffisance che, oltre al senso di sufficienza, scelto nella traduzione, risponde a un ampio spettro di significati che mi pare abbiano maggior presa sul testo: vanità, arroganza, autosufficienza, sicurezza nelle proprie capacità, soddisfazione di sé... Ed è infatti con questi sinonimi che Collin stesso spiega e approfondisce il suo pensiero e la sua analisi della realtà (p. 8).

Come uscire da questa situazione? Sulla scorta della Lettera di Giacomo, afferma l’autore, se vogliamo sperare in una fede potentemente critica, dobbiamo riprendere innanzitutto la fede «nel mondo a venire». Il credente non riuscirebbe a mantenere una certa coerenza di vita e di costanza nell’espressione della fede se questa non fosse orientata verso la venuta del Signore o, come Giacomo si esprime, verso il fine, la finalità (telos) del Signore. «Dire che il Signore “viene” significa dire che “è vicino”. Il mondo a venire non è per “dopo”, esso è fin da ora la possibilità di vivere in maniera diversa, secondo la logica dell’agape» (p. 112).

Se noi siamo abituati a leggere il Nuovo Testamento a partire dagli evangeli e dalle lettere di Paolo, certamente ci troviamo spiazzati di fronte alla lettura di Giacomo. Per questo dobbiamo in primo luogo modificare il nostro sguardo e vedere il Canone neotestamentario (tutta la Bibbia, in realtà) come una sinfonia: più voci che nel loro complesso esprimono una armonia.

È indubbio che Giacomo si pone in alternativa a Paolo (o almeno a una sua banalizzazione), ma dobbiamo leggere la sua attenzione ai particolari come un insegnamento per i cristiani per una vita fedele a Dio giorno per giorno. Una fedeltà che ha come motto: «vivere nell’esistenza quotidiana la fedeltà alla volontà divina e alla dimensione del Regno di Dio». È in questa dimensione che Collin ci conduce con la sua appassionata lettura della Lettera di Giacomo.


P. Ribet, in Protestantesimo 2-3/2024, 295-296

L’autore è già noto al pubblico italiano per due saggi di grande interesse, Il cristianesimo non esiste ancora e Il Vangelo inaudito. Con questo volume, il teologo domenicano Dominique Collin si discosta leggermente dal genere di opera disponibile sin qui per i suoi lettori, ma non dal suo approccio teologico che si caratterizza per un’originale riscoperta del potenziale incompiuto del Vangelo.

Questo tratto quasi escatologico, con echi barthiani, emerge chiaramente in Credere nel mondo a venire. In apertura, l’autore nota che il mondo «così com’è e così come va è intollerabile», e chiede a chi legge, senza fare ricorso a mezzi termini: «Lo volete, voi, un mondo che disumanizza a tutta velocità? Un mondo che determina la mercificazione di tutte le cose? Un mondo che suscita l’invidia, accresce le disuguaglianze, declassa ed esaspera i più fragili, che disprezza mentre li sta sfruttando?».

Il teologo dà voce all’autore della Lettera di Giacomo: presenta il lato messianico della fede; riconosce le prove cui essa è soggetta se vuole essere intelligenza critica del mondo; giustifica la povertà rispetto a ciò che una certa mondanità promette; definisce la fede nel rapporto con una vita che si rivela faticosa, ma affidabile; invita ad accorgersi del dono incondizionato che ognuno ha già ricevuto; incoraggia alla libertà; mette in guardia dal rischio di edificarsi intorno a un culto che non scuote l’esistenza, a partire dalla propria; distoglie dalla tentazione di impadronirsi del futuro; indica una fede che è attesa paziente, e ha la sua forza nel possibile.

Ma il fatto che il testo preso in esame sia la Lettera di Giacomo è solo uno dei motivi che giustifica il ragionamento di Collin. È la fede stessa a richiedere una memoria escatologica e messianica per evitare che la «sufficienza del mondo» s’impadronisca di essa e la condanni a essere uno strumento per il mantenimento dello status quo.

È la ragione per cui l’autore può chiedersi, senza tema di smentita: «L’ambizione del cristianesimo non è stata quella di fare un mondo cristiano piuttosto che salvare questo mondo?».


A. Ballarò, in Il Regno 10/2023, 315

Dominique Collin è un frate domenicano francese, un filosofo e un teologo; insegna teologia al Centre Sèrves di Parigi. Nei suoi scritti sostiene che il cristianesimo è una vita che si comunica e non solo una dottrina e una morale che si pratica. È questo, secondo Collin, anche il messaggio centrale della Lettera di Giacomo, scritta probabilmente alla fine del primo secolo della nostra era. Giacomo osservava un pericoloso movimento nelle comunità cristiane: un movimento di neutralizzazione della fede; un movimento, peraltro, che si prolunga fino a noi. Per questo Collin aggiunge nel titolo: ai nostri giorni. Una fede che fosse disattivata da ogni attuazione al fine di salvare questo mondo sarebbe una fede morta. Per Giacomo la fede è come una leva al di fuori del mondo, che alla maniera del punto di Archimede è capace di scuotere la sufficienza del mondo. Di qui, ciò che interessa a Giacomo è la fede in quanto essa giudica, critica e valuta il mondo. Il mondo non può salvare se stesso. Non può essere salvato da un tipo di cristianesimo che si è adattato alla mentalità del mondo, una fede che si compiace alla vista delle proprie cerimonie, pomposità e delle proprie megaopere. Per Giacomo solo la fede «nel mondo a venire» permette di coltivare la speranza.

Per Collln Giacomo è nostro contemporaneo perché lo stoicismo, che era la sapienza della sua epoca, è ridivenuto di attualità in questo inizio del secolo XXI: stoicismo inteso come arte del conformismo, conformità all'ordine del mondo. La fede, per Giacomo, non indica solo una via verso il benessere (cf. metodi di sviluppo personale), ma è in grado di condurre alla salvezza.

Il libro di Collin non appartiene al genere dei commentari biblici. Si tratta di una rilettura della situazione attuale del cristianesimo, soprattutto nel mondo occidentale, alla luce delle parole critiche che egli trova nella lettera di Giacomo, un fratello che desidera salvarci da questo mondo disumano. Giacomo intende lottare contro la tendenza (già emergente nei fedeli dell'epoca) di una fede senza vitalità, inerte, disattivata. Per Giacomo, secondo Collin, il frutto della fede è una «vita umana compiuta». Perché allora non decidersi per il «mondo a venire»?

Il «mondo a venire» non è un'utopia, ma una realtà che già agisce in questo mondo intollerabile. Vivere la fede signifìca conformarci alla sapienza del «mondo a venire». Pur vivendo in questo mondo gli siamo intimamente estranei, rifiutiamo la voce della cupidigia che spinge all'eccesso. Il mondo sufficiente è destinato a finire. La fede/fiducia assume la forma di una fede in atto. Il «mondo a venire» benedice Dio e l'uomo «simile a Dio».

La lettera di Giacomo è, secondo Collin, un processo alla «duplicità»: non ci può essere compromesso tra questo mondo sufficiente e il «mondo a venire». La ricchezza è una falsa garanzia. I ricchi vivono una vita che somiglia alla morte. Il «mondo a venire», secondo Collin, non è «per dopo». Esso è fin da ora la possibilità di vivere in maniera diversa secondo una logica di grazia e di agape. Al termine della lettera, Giacomo riafferma la dinamica della fede che ci fa vivere, fin da ora come le primizie dei suoi frutti più belli. La fede produce la fiducia nel «mondo a venire», un sì al telos (fine) del Signore. Collin non ne ha mai accennato nel suo scritto, ma è evidente che anche per Giacomo il frutto più dolce della fede è una vita da risorti che supera anche la barriera della morte (cf. Gc 5,20).

La lettura di questo libretto ci aiuta a discernere se la nostra fede produce in noi una vita cristiana secondo il vangelo.


T. Lorenzin, in CredereOggi n. 254 (2/2023), 153-154

Cos'è la fede cristiana? Le risposte a questa domanda si sono susseguite a lungo nella storia del pensiero umano, oscillando tra adesione e repulsione: dalla morale del risentimento dei vinti secondo Nietzsche all'incontro con un avvenimento che cambia la vita, per Luigi Giussani. Dominique Collin, domenicano francese di stanza a Liegi, docente di teologia al Centre Sèvres di Parigi, ne dà una brillante definizione nel suo ultimo testo, Credere nel mondo a venire. Lettera di Giacomo ai nostri contemporanei (Queriniana, Brescia, pagine 144, euro 17): «La fede è una "leva al di fuori del mondo" fatta per scuoterlo, in breve, per fargli perdere la sua sufficienza». Indicazione bruciante, questa, che accompagna il lettore come una chiave di lettura del testo neotestamentario per mostrare, ancora una volta, come il cristianesimo sia qualcosa di non già dato per assodato, ma essenzialmente un impegno, una promessa, una speranza.

Collin lo aveva già indagato nei suoi saggi, brillanti e provocatori, Il cristianesimo non esiste ancora e Il vangelo inaudito: entrambi puntavano su questo elemento "escatologico" della fede, come richiamo a una dimensione di tensione, di inattualità, di propensione verso il futuro che il credente deve sentire come pungolo per il proprio vivere. E che diventa una capacità critica per pensare e praticare un cristianesimo che non sia semplicemente l'adorazione di un Diotappabuchi (Dietrich Bonhoeffer), bensì l'adesione a un Signore anche in un'epoca come la nostra, l'era dell'abbondanza (Armando Matteo), con la convinzione ormai matura che non è più possibile annunciare una vita cristiana pensata per chi vive in una valle di lacrime.

E in questo testo, cronologicamente precedente ai due citati, editorialmente successivo per il lettore italiano, il ragionamento di Collin prende le mosse dalla Lettera di san Giacomo come appello radicale al seguace di Gesù di crearsi una scala di priorità innestata in una convinzione molto chiara: «La vera religiosità dà importanza a tutti gli emarginati». Un dato di fatto che l'apostolo pone a fondamento e perno dell'atto di credere, affinché questo non resti uno sterile vaniloquio. Collin lo esemplifica nell'atteggiamento di "sovversione" che il cristianesimo ha e deve avere nel proprio dna: «L'etica che deriva dalla fede, l'etica del mondo a venire, è promozione di uno stile di vita totalmente estraneo alla "morale" del mondo così come va». Viene da pensare ad un'affermazione dell'allora cardinale Bergoglio, che nel suo testo La bellezza educherà il mondo scriveva: «Il credente non è chiamato a servire la società, ma a cambiarla», innestando nelle pieghe del mondo la radicalità della carità evangelica.

Di questa sovversione evangelica, o contro-cultura che il cristianesimo è rispetto al pensiero main stream, Collin evidenzia alcune particolarità. Per esempio, il primato del dono: che è sinonimo di gratuito, di inutile, di totalmente elargito senza scopo. Citando Jacques Derrida, in una parola, "inservibile": «Un significato che va al di là dell'"inutile", e che significa che il senso del dono si scopre soltanto nel regime di pura gratuità (per questo Dio non ha "senso" in questo mondo che conosce soltanto il valore commerciale delle cose)».

Con uno stile incalzante e un'argomentazione calorosa, Collin conduce il lettore dentro il mistero del cristianesimo come evento di donazione e di gratuità nel quale il traguardo è decisamente sorprendente. Non siamo credenti per altro se non per umanizzarci, dice il domenicano di Liegi: «Se la verità divina è la verità del nostro essere umano, allora la vera religiosità, come ha insistito Giacomo, ha senso soltanto nell'umanizzare ogni uomo e tutti gli uomini. Non nel convertirli, ma nell'umanizzarli».


L. Fazzini, in L’Osservatore Romano 28 marzo 2023

C’è un sottile paradosso che attraversa questo originalissimo commento alla Lettera di Giacomo. Da una parte il mondo «così com’è e così come va» (p. 5) dimostra che la fede si è ritirata dal mondo, anche se avrebbe avuto il compito e la vocazione intrinseca di salvarlo. Ma poiché essa si è ritirata dal mondo, lo ha cioè disertato rifugiandosi in spazi protetti e separati (p. 6), oramai la situazione è precipitata e il mondo è diventato «insalvabile» (p. 110).

Ciò che il credente può fare non è allora pretendere di cambiare il mondo, ma vivere, fin dal presente, come se appartenesse a un altro mondo, il «mondo a venire». È questa dimensione nuova donata da Cristo – e che sostiene la nostra speranza – che Giacomo descrive nella sua lettera; nella misura in cui si vive così, ossia secondo la logica del regno di Dio, succede però che la salvezza viene non solo ricevuta, ma anche comunicata agli altri. Proprio questa è l’affermazione esorbitante (cfr. Gc 5,20) che conclude questo «stupefacente documento “cristiano” che non conosce altro salvatore se non il fratello che ne salva un altro»; tale affermazione permette a Dominique Collin di dire che se il mondo è «insalvabile», questo non significa che lo sia anche la persona. E salvare il fratello, in fondo, è già salvare questo mondo (p. 127).

Il paradosso brevemente delineato mostra bene lo stile dell’agile commento di Dominique Collin, domenicano francese affascinato dall’attualità della Lettera di Giacomo: un commento che, pur fondandosi su una esegesi rigorosa del testo greco, non indugia minimamente sui dettagli ma punta direttamente al significato globale di questo sorprendente scritto. Veniamo così trascinati dalle riflessioni dell’autore, filosofo e teologo, a seguire un percorso di lettura originale e appassionante, dalle forti tonalità chiaro-scure, scoprendo nella Lettera di Giacomo un testo tutt’altro che moralista. È invece l’aspetto “critico” della lettera che viene fatto emergere con forza dalle pagine di Collin.

C’è la critica verso il mondo definito spesso come «sufficiente», cioè una società che basta a se stessa, orgogliosa e vana, il cui motore è costituito dalla cupidigia. Ma c’è anche la critica al mondo cristiano in decadenza che non è stato in grado di “inquietare” il mondo, di aiutarlo a sollevarsi dalla sua sufficienza; e così siamo oggi testimoni di un cristianesimo che tende a rinchiudersi su se stesso tra la nostalgia di una gloriosa tradizione e l’autocompiacimento dato dalle proprie opere. Il testo di Giacomo non potrebbe apparire più attuale, nel suo richiamo costante a destinare la fede al mondo, un mondo che deve essere guardato ancora con speranza (un mondo «a venire», appunto)! Non si può vivere la fede estraniandosi, ma nemmeno adeguandosi.

Le pagine di Collin scorrono veloci, grazie alla scrittura appassionata e coinvolgente: non mancano i neologismi del XXI secolo e nemmeno le attualizzazioni. Eppure il testo della Lettera di Giacomo viene seguito passo passo, accompagnando il procedere logico del pensiero ed esplicitandolo in tutta la sua densità. Anche il piano della lettera, allegato in calce al volume, è uno strumento utile in tal senso. Senza dubbio il lettore troverà qui un nutrimento prezioso per la propria fede e uno stimolo a lasciarsi interrogare seriamente dalla parola di Dio.


M. Montaguti, in Parole di Vita 2/2023, 57

In un saggio importante di pochi anni fa, Dio sorpresa per la storia. Per una teologia postsecolare (Queriniana), il teologo Carmelo Dotolo scriveva: «Il Dio del futuro sembra più simile alla freschezza, giocosità, imprevedibilità di Dioniso. La lezione della nuova mitologia fa la sua comparsa nella religiosità postsecolare accanto alla scoperta delle religioni orientali». In effetti, all’interno della rinascita religiosa cui stiamo assistendo da inizio millennio si fa strada com’è noto la spiritualità fai-da-te, ovvero la ricerca di un’interiorità che prescinda dalle fedi riconosciute. E oltre al rinnovato interesse per le filosofie orientali, che rappresenterebbero una via meno impegnativa rispetto all’impianto ebraico-cristiano e che unirebbero più pacificamente meditazione e riflessione in un’esperienza religiosa capace di dare sollievo al corpo e allo spirito, assistiamo al ritorno del politeismo. È Marc Augé il pensatore di riferimento. Ecco cosa si legge nel suo saggio Genio del paganesimo (Bollati Boringhieri 1982): «Il paganesimo politeista non conosce i tormenti della fede e dell’impegno ed ignora il legame esclusivo e reciproco fra l’individuo e Dio instaurato dalla tradizione giudaico-cristiana». Dunque, può guarire le patologie dei monoteismi che degenerano nel fondamentalismo.

Lo rileva anche il filosofo Dominique Collin nel suo libro Credere nel mondo a venire (Queriniana) da poco in libreria. L’autore, che è anche teologo domenicano, vive a Liegi e insegna al Centro Sévres di Parigi, è assai noto nel mondo francofono per le sue conferenze sul futuro del cristianesimo.

Ed è di questo tema che ci parla nel nuovo saggio in cui rilegge la Lettera di Giacomo e, come faceva Sergio Quinzio, s’interroga sul contrasto fra l’annuncio di liberazione di Gesù Cristo e degli apostoli e la triste realtà del mondo contemporaneo, che definisce “intollerabile”. E si domanda già nella prima pagina del libro: «Vedendo come va il mondo mi chiedo: sarebbe stato diverso, se la fede non lo avesse disertato?». Poi aggiunge: «Lo volete, voi, un mondo che disumanizza a tutta velocità? Un mondo che determina la mercificazione di tutte le cose? Un mondo che suscita l’invidia, accresce le disuguaglianze, declassa ed esaspera i più fragili, che disprezza mentre li sta sfruttando?». La risposta è ovviamente negativa: non è possibile accettare la deriva di un mondo «che ci prepara un futuro di androidi su una terra a ferro e fuoco, di un futuro posto trans-umano».

Di qui il discorso che tocca il neopaganesimo, in cui il mondo attuale si ritrova più volentieri che nell’abbraccio del Vangelo e che oggi ha il volto dello stoicismo. Difficilmente si troverà qualcuno che vi si appella apertamente, tranne pochi filosofi e intellettuali snob, ma sono numerose le persone che vi si ispirano senza saperlo. Ecco l’analisi di Collin: «Chiamo stoicismo, secondo la maniera antica e nella sua versione postmoderna, l’arte del conformismo. Quest’arte la si trova oggi declinata in numerose forme, che vanno dai metodi di sviluppo personale e dal coaching a quelli che prescrivono come nutrirsi bene, come gestire bene il tempo, come promuovere bene la propria carriera, eccetera». Una sorta di prontuario per l’esistenza ispirato al politicamente corretto che abbraccia anche il mondo spirituale, con un ricco ventaglio di riferimenti ed esperienze neopagane che finisce per contaminare anche il cristianesimo.

Ma torniamo alla domanda che apre il volume. «Vedendo come va il mondo mi chiedo: sarebbe stato diverso, se la fede non lo avesse disertato?». Cosa vuol dirci il teologo domenicano? Che il cristianesimo nel corso della storia a un certo punto ha pensato di costruire un mondo cristiano piuttosto che salvare il mondo, e precisamente questo mondo. È stato il sogno della cristianità, un disegno e un’ambizione sotto il segno del fallimento, tanto che oggi il mondo cristiano è ridotto ai minimi termini.

Allora, che fare? Il primo errore da evitare è quello di «cambiare mondo, piuttosto che salvare il mondo». Il riferimento è rivolto ad alcune tendenze presenti nel cristianesimo contemporaneo che invitano a isolarsi, a creare comunità perfette in cui rinchiudersi. In poche parole, a disertare il mondo, come accadde nei primi secoli col fenomeno dell’eremitismo. Ma se allora monaci e anacoreti avevano la funzione essenziale di ricordare che il cristianesimo non può prescindere dal discorso escatologico, oggi chi propone questa scelta lo fa proprio perché rifiuta il mondo e ne vuole fuggire. Spiega Collin riferendosi a Gesù: «Il mondo a venire che egli chiamava Regno non è un’utopia o un paradiso post mortem. Ma una realtà presente, resa operante da un certo modo di vivere. Una fede che fosse disattivata da ogni attuazione al fine di salvare questo mondo sarebbe una fede morta».

Di qui la riscoperta della Lettera di Giacomo, che contiene un giudizio critico sul mondo che vivevano i primi cristiani – e oggi, sia detto en passant, abbiamo dimenticato la dimensione critica della fede rinunciando a vivere un rapporto sincero e originale tra fede e cultura, come se la cultura non ci interessasse più – la consapevolezza che al cristiano possono toccare le prove della fede – si pensi alle persecuzioni sempre più forti contro il cristianesimo un po’ ovunque nel mondo –, e la sollecitazione alla fraternità, vero riscontro dell’autenticità della fede. Dove è sperimentata la fraternità, i valori del mondo sono capovolti e non domina più la logica della cupidigia e della sopraffazione, e nemmeno la vanità del vuoto che contraddistingue molte esistenze. La pratica del dono sovverte la mentalità che fa di tutto una preda e ha portato alla realtà del consumo sfrenato e dello spreco. Esattamente come ai tempi di Giacomo, che si rivolgeva ai fratelli dispersi nell’area mediterranea, i cristiani sono chiamati a vivere in una condizione di diaspora, senza rinnegare il mondo né scimmiottarlo.


R. Righetto, in Avvenire 24 febbraio 2023

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