Per qualche giorno mi sono immerso nella lettura del bel libro curato da Francesco Deliziosi che riporta le parole – i discorsi, le meditazioni, i pensieri – di quel sacerdote, don Pino Puglisi, il quale intimorì la mafia tramite la sua testimonianza evangelica (Don Pino Puglisi. Se ognuno fa qualcosa si può fare molto. Le parole del prete che fece paura alla mafia, Bur-Rizzoli 2019). Si tratta di un volume che mostra in modo chiaro e integrale la vicenda di un prete che in Cristo Gesù ha avviato percorsi di liberazione dalle varie forme di schiavitù che colpivano – e in parte continuano a colpire – una delle periferie più degradate di Palermo. […]
Poco prima di terminare la lettura di questo testo resto incuriosito dal titolo dell’ultimo volume di Fabio Barbero Undicesimo: non pensare. Anatomia di un plagio del mondo cattolico appena edito dalla Queriniana. Dopo aver dato un’occhiata alla scheda del libro, lo acquisto. Una volta sfogliate le prime pagine resto subito, e parecchio, turbato. Simile turbamento si configura in me attraverso una domanda: come è stato possibile che la medesima Chiesa – frutto del messaggio del Vangelo – generi pressoché nello stesso frangente storico esiti radicalmente diversi. Infatti la storia che narra Fabio Barbero è quella della sua permanenza per più di venti anni (da metà anni Ottanta ai primi del Duemila) in un ordine religioso di origine francese nel quale ha sperimentato la manipolazione, l’isolamento dal mondo esterno, la demonizzazione degli affetti, la distorsione della realtà, il controllo totale del tempo e delle azioni, la pesantezza di relazioni umane tossiche. Una vicenda posta agli antipodi dalla prospettiva martiriale del prete siciliano che ha generato agli inizi degli anni Novanta occasioni di riscatto, di liberazione e di tutela della dignità umana.
Il punto di partenza di Barbero sembra essere il quesito che si pone ad un certo momento della sua vita monastica: «Svuotarsi di sé, rinunciare al proprio io, alla propria vita […] fin dove può portare una persona umana?» (p. 55). Con uno stile diretto e senza astio ma con un radicato desiderio di giustizia l’autore racconta la sua permanenza nell’ordine nel quale era entrato poco più che maggiorenne poiché mosso dall’aspirazione a vivere una vita piena, giusta e priva di smanie congiunte all’apparire o al primeggiare. Sfornito di qualcuno che potesse aiutarlo a «districare il bandolo della matassa» (p. 42) degli ideali giovanili, il giovane Fabio sarà assorbito da un contesto nel quale era impossibile distinguere il bene dal male e dove non vi era traccia di autonomia decisionale poiché l’unico pensiero accolto era quello anestetizzato. Come registra bene Ludovica Eugenio nella prefazione al volume, il racconto dell’autore è prezioso poiché di valore universale in quanto offre «una testimonianza personale intensa ma sempre lucida e chirurgica, che illumina le zone d’ombra della vita comunitaria religiosa in sé» (p. 7).
Sono essenzialmente tre le fasi che Barbero delinea per narrare il suo vissuto. I momenti corrispondono alla manipolazione, all’indottrinamento-consolidamento e allo sconquassamento-liberazione. Tutto ha inizio con uno stato di fragilità, ad esempio attraversato da un giovane alla ricerca della propria strada, che secondo Barbero facilita l’inizio e il rafforzamento delle pratiche manipolatorie. Nel suo caso queste sono state condotte da formatori che gli proponevano una sorta di divinità tappabuchi, un credere senza capire e una totale fiducia nella Vergine Maria considerata la reale fondatrice dell’istituto religioso e in perenne contatto con il medesimo. Gli stessi leader dell’ordine dinanzi a crisi vocazionali o ad accenni critici sull’organizzazione della vita monastica, insinuavano la presenza del demonio in soggetti persuasi poi a ricevere pratiche “liberatorie”. Così nella comunità, a parere di Barbero, nulla è «imposto, non c’è alcuna costrizione, nessuna brutalità. Si gioca sul terreno della persuasione. Le costrizioni sono tutte interne, psicologiche, morali, e soprattutto spirituali. Dio lo vuole, Maria lo vuole, è tutto. È una specie di dolce pressurizzazione interiore» (p. 74). Ciò per l’autore ha avuto l’effetto da un lato di generare uomini e donne irresponsabili dall’altro invulnerabili poiché tutto era fondato sulla volontà di Dio e se Lui era con loro allora diveniva possibile avviare finanche «traffici illegali di denaro, pagamenti in nero, costruzioni abusive, norme legali o persino canoniche non rispettate, tasse mai pagate, diritti umani non riconosciuti… Ci sentivamo superiori a tutte le leggi umane» (p. 117).
Il passaggio successivo alla manipolazione corrisponde all’indottrinamento-consolidamento radicato sulla messa a letargo di ogni pensiero critico o destabilizzante, sulla rinuncia ad esprimere in qualsiasi modo la propria volontà e sull’impossibilità di parlare di sé agli altri poiché riservata in modo esclusivo al padre spirituale posto in stretto contatto con il superiore. L’idea onnicomprensiva del sacrificio congiunta ad una considerazione di Maria come punto di riferimento assoluto, faceva della comunità un contesto dove era impossibile veder riconosciuta la propria dignità e la possibilità di maturare sul piano umano e spirituale. Ne consegue che quello di cui scrive Barbero nel volume si configura al pari di un vero e proprio sistema nel quale ad un certo punto era divenuto difficile distinguere fra vittime e aguzzini. I segnali che gli hanno concesso di maturare un itinerario di liberazione sono stati anzitutto alcuni malanni fisici che funsero da campanello d’allarme. Poi lo sguardo responsabile verso i giovani religiosi a lui affidati, ai quali evitare il trattamento subito, e la lettura degli scritti di Matta el Meskin che gli permisero di scoprire «un altro universo monastico, fatto di libertà spirituale, di un amore grande ma anche semplice, povero, per Dio e per i fratelli. Qui tutto è diretto, non c’è alcuna moina, alcun estetismo ricercato, qui tutto sembra “sanamente” adulto» (p. 125). Simile presa di consapevolezza ha condotto Barbero alla fuoriuscita dall’ordine e ad un’azione di ricerca della giustizia nei confronti della famiglia religiosa alla quale apparteneva. Opera condotta insieme ad alcuni ex religiosi del medesimo istituto.
Il volume di Fabio Barbero espone con chiarezza quanto sia importante per la Chiesa cattolica del XXI secolo riflettere, o tornare a farlo, sulla fondamentale rilevanza della direzione spirituale e di problematiche in qualche modo a questa congiunte come gli abusi spirituali o psicologici, la costituzione e il rafforzamento di derive settarie, il mancato riconoscimento dei diritti e dunque della dignità degli uomini e delle donne. Dato che il cristianesimo radicato sul Vangelo non può che promuovere l’uomo integralmente inteso – come ha esposto con sapienza la testimonianza di don Puglisi – è bene che la comunità ecclesiale senza scandali o remore faccia emergere e svuotare tutte quelle zone d’ombra che impediscono all’umano di fiorire e di vivere fedelmente la sequela al Maestro di Nazareth.
R. Gumina, in
VinoNuovo.it 31 luglio 2025