Juan José Tamayo, filosofo e teologo spagnolo, autore di più di settanta titoli, professore all'Università di Valencia, ha diretto la Cattedra di teologia e scienze delle religioni "Ignacio Ellacuria'' all'Università "Carlos III”di Madrid, è membro del Comitato internazionale del forum mondiale di teologia e liberazione ed è segretario generale dell'Associazione di teologhe e teologi "Giovanni XXIII”.Nella Introduzione al libro Teologie del sud riconosce di avere avuto il privilegio di partecipare a congressi e dialoghi filosofici e teologici interdisciplinari, interreligiosi, interculturali e interetnici fra il Nord globale e il Sud globale in diversi continenti, soprattutto in Africa, Europa e America Latina. Si è trattato di “itinerari di dialogo”' e di contatti con diversi contesti del Sud globale che chiedono un cambio di paradigma nella narrazione teologica. Un'esperienza di risveglio "dal sonno dogmatico" in cui giaceva all'inizio del suo percorso teologico che lo ha «liberato dalla innocenza culturale, storica e di genere» e aperto a nuovi orizzonti epistemologici, lo ha condotto a una “svolta decolonizzatrice”, che ha inciso nel suo modo di vivere e di fare teologia. Dai suoi “itinerari di dialogo” nasce il libro Teologie del sud sulla svolta decolonizzatrice nelle teologie del Sud. È l'ultima sfida, un processo non ancora concluso che intende «mettere in discussione le visioni che si sono concentrate sulla decolonizzazione politica ed economica ma hanno trascurato l'intersettorialità del potere coloniale: etnia, genere, sessualità, cultura, religione, e prendere in considerazione lo stretto e indissociabile legame tra razzismo, imperialismo, pratiche e ideologie patriarcali nei processi di decolonizzazione» (p. 16).
La tesi del suo libro si avvale degli studi postcoloniali e del lavoro teologico di uomini e donne protagonisti della svolta decolonizzatrice nei contesti del Sud. Il libro comprende sette capitoli con un'ampia introduzione su Cambiamento di paradigma nella narrazione teologica. I primi due sono dedicati a un'analisi storico-critica delle religioni egemoniche (cap. I) e delle teologie emergenti, postcoloniali e decoloniali (cap. II). Le religioni egemoniche sono state nella storia dell'umanità «agenti fondamentali del colonialismo, del patriarcato, dell'eliminazione della diversità culturale, religiosa, epistemologica e della biodiversità» (p. 31). Riflettono un ineguale riconoscimento e gerarchizzazione delle stesse religioni distinte sulla base di criteri imperiali e coloniali (religioni universali e religioni locali; religioni monoteiste e religioni politeiste; religioni rivelate e religioni naturali). Invece le teologie emergenti postcoloniali «sono i discorsi religiosi che si sviluppano con nuovi soggetti teologici, rompono con lo stereotipo di un soggetto apparentemente universale, ma in realtà locale, parziale ed escludente: bianco, occidentale, eterosessuale, credente (cristiano, cattolico), essere umano, maschio, istruito, ecc.» (p. 61). Esse "denormalizzano", "denaturalizzano", "desacralizzano" e “dedivinizzano” ciò che si ritiene normale, naturale, sacrale e divino, I luoghi più significativi nei quali i nuovi soggetti si confrontano sono l'Associazione ecumenica di teologi del Terzo mondo (Asett) e il Forum mondiale di teologia e liberazione (Fmtl). Negli altri capitoli l'A. si concentra sulle diverse teologie controegemoniche e postcoloniali del Sud globale: Teologie africane (cap. III), Teologia nera statunitense (cap. IV), Teologie asiatiche (cap. V), Teologie latinoamericane (cap. VI) e Sumak Kawsay e teologia indigena (cap. VII).
Tamayo privilegia gli aspetti dell'intersettorialità facendo conoscere i pionieri di una teologia cristiana postcoloniale e le fonti, non limitate alla Bibbia e alla Tradizione, che attingono alla peculiarità della eredità culturale e autoctona, della antropologia africana, nera, asiatica, latinoamericana e indigena. Parlando dell'Africa fa notare che è «un continente escluso, spogliato e dimenticato» (p. 79) nel quale è evidente il fallimento paradossale del cristianesimo per non essere riuscito a porre fine alla schiavitù, alla discriminazione razziale e allo sfruttamento economico e politico nonostante la professione di fede in Dio unico e universale e in Gesù Cristo. Ebbene, proprio in tale contesto è in atto un risveglio di un «cristianesimo decolonizzatore e della liberazione» capace di integrare «gli elementi fondamentali dell'antropologia africana» (p. 82) attraverso il recupero dell'identità culturale africana, i sacerdoti neri e il dibattito attorno a due orientamenti perfettamente differenziati della teologia africana: quello pluralista e quello universalista. Su questa linea si collocano alcune nuove tendenze: una teologia culturalista, della liberazione, della ricostruzione, femminista, contestuale in lotta contro l'apartheid, nel segno della dignità di ciascun essere umano. A ciò hanno contribuito i congressi africani di teologi del Terzo mondo e il lavoro teologico di Jean Marc Ela, Kä Mana, Mercy Amba Oduyoge, Desmond Tutu e altri.
L’humus della teologia nera statunitense è quello delle esperienze di oppressione e di schiavitù multisecolari dei neri, di lotta contro la dominazione dei bianchi e per i pari diritti (vedi Martin Luther King e Malcolm X) ma, a differenza di quella africana, essa è per la «liberazione dei neri: l'autocoscienza della negritudine e la legittimità del potere nero» (p. 110). La figura più creativa e rappresentativa è James H. Cone.
L'Asia è forse il continente con più diversità al mondo per cui la tesi sostenuta da Felix Wilfred, la più convincente, è che «il mantenimento della diversità di identità in Asia si deve a una visione plurale della realtà e a un ethos trasversale della comprensione dell’“altro”» (p. 122). Per tale motivo il paradigma delle teologie asiatiche si differenzia notevolmente da quello della teologia europea. I suoi punti di forza si trovano nel pluriverso linguistico, religioso e culturale, nel dialogo interculturale e interreligioso, nell'incontro con i grandi sistemi religiosi, in una spiritualità collocata nei luoghi dei poveri. È una teologia della liberazione che, a differenza di quella latinoamericana, si qualifica per «l'aspirazione a liberare la realtà dall'oppressione, il ricorso all'analisi sociologica, il primato della prassi, la sequela dinamica di Cristo, la corretta articolazione tra gratuità del Regno di Dio e lo sviluppo delle potenzialità umane» (p. 128). Uno dei suoi principali rappresentanti è Aloysius Pieris.
L'approccio alle teologie latinoamericane inizia con una domanda: è morta la teologia della liberazione? Tamayo ricorda il “travaglio” vissuto attraverso la sofferenza delle sue figure più significative (G. Gutiérrez, L. Boff). Ciononostante egli pensa di poter affermare: «Credo che la teologia della liberazione sia molto lontana dall'anzianità e ancor più dalla morte» (p. 174). Oggi essa si declina al plurale come "nuove teologie della liberazione" perché «più plurale e aperta rispetto a quella dei suoi inizi, che concentrava la sua attenzione più sul fronte economico e trascurava altri aspetti ugualmente rilevanti» (p. 188).
Sono sorte nuove tendenze (femminista, indigena, afrodiscendente, ecologica, economica, del pluralismo religioso, queer e teo-poetica) che costituiscono un mosaico di teologie e di saggezze. Ciascuna corrente nasce da nuovi soggetti della teologia della liberazione ai quali hanno contribuito congressi, momenti di dialogo, la vita e il pensiero di alcune figure profetiche (E. Cardenal, P. Casaldaliga; R. Alves e altri). È una teologia che si distacca da quella europea per il modo di accostarsi alla realtà e per gli interlocutori privilegiati, persone spogliate dalla loro dignità e dai loro diritti.
Da ultima, la teologia indigena. Essa ha la sua maggiore espressione nella cosmovisione del Surriak Kausay (buon vivere) ossia «un'etica, uno stile di vita e una modalità di relazione armonica delle comunità indigene con la natura, il cosmo, gli antenati, i fratelli e le sorelle delle comunità e tutti gli esseri umani» (p. 221). È un'opzione per la diversità culturale, per il pluriverso religioso e il pluralismo etico, che porta ad affermare: «L'inter-identità è la vera identità dei popoli» (p. 239).
In conclusione, un libro che dà voce alle teologie del sud, che sa interpretare e collocare dentro un "quadro di insieme" nuovi soggetti teologici e contesti culturali.
G. Zambon, in
Studia Patavina 3/2025, 554-557