«Siamo creature paradossali», sospese tra la vita e la morte. È uno dei pensieri formulati da papa Leone il 10 dicembre scorso, nella sua catechesi sulla risurrezione di Cristo. E lo siamo «non solo perché moriamo, ma anche perché abbiamo la certezza che questo evento accadrà, sebbene ne ignoriamo il come e il quando. Ci scopriamo consapevoli e allo stesso tempo impotenti. Probabilmente da qui provengono le frequenti rimozioni, le fughe esistenziali davanti alla questione della morte. Eppure molte visioni antropologiche attuali promettono immortalità immanenti, teorizzano il prolungamento della vita terrena mediante la tecnologia. È lo scenario del transumano. La morte potrebbe essere davvero sconfitta con la scienza? Ma poi, la stessa scienza potrebbe garantirci che una vita senza morire sia anche una vita felice?».
Pochi mesi prima, Prevost aveva affrontato il tema della discesa agli inferi, ricordando come nel Sabato Santo «tutto sembra immobile e silenzioso, mentre in realtà si compie un’azione invisibile di salvezza: Cristo scende nel regno degli inferi per annunciare la Risurrezione a quanti erano nelle tenebre e nell’ombra di morte». Poi ha spiegato che il concetto di “inferno” non si riferisce realmente a “un luogo”, ma a una «condizione esistenziale, quella condizione in cui la vita si indebolisce e dove regnano il dolore, la solitudine, il senso di colpa e la separazione da Dio e dagli altri». Ma anche in questo abisso «Cristo si unisce a noi, attraversando le porte di questo regno di tenebre», entrando «nella stessa casa della morte, per svuotarla, per liberarne gli abitanti, prendendoli per mano uno a uno».
Come si vede, non è affatto vero che la Chiesa ha abbandonato la questione delle cose ultime, della vita e della morte, di cosa succede dopo la nostra morte, contrariamente a quanto sostengono alcuni accusandola di essersi ridotta a una ong che predica e mette in pratica la carità. Lo si è visto in occasione della terribile tragedia di Crans-Montana, ove molti uomini di Chiesa hanno saputo spendere parole di consolazione profonda.
E lo dimostrano anche le pubblicazioni dell’editoria religiosa, come nel caso del recente volume Quale vita dopo la morte? di Gérard Billon e Sophie Ramond. Entrambi biblisti, in questo libro prendono in esame l’Antico e il Nuovo Testamento chiarendo come la speranza in una vita ultraterrena si sia sviluppata in maniera graduale, specialmente nel mondo ebraico. È soltanto verso la metà del II secolo a.C. che si manifesta in maniera più chiara l’idea della risurrezione: secondo gli autori «come risposta alla crisi provocata dalla politica ingiuriosa del re seleucide Antioco IV».
Nei secoli precedenti, l’escatologia ebraica era più confusa, anzi prevaleva un orizzonte schiacciato sulla morte come una condanna pressoché definitiva. Basti pensare all’idea dello sheol, la dimora dei morti, che segna una separazione totale da Dio. Recitano i salmi: «Nessuno tra i morti ti ricorda. Chi negli inferi canta le tue lodi?» e «Non i morti lodano il Signore né quelli che scendono nel silenzio». La morte è descritta come una “via senza ritorno” nel libro di Giobbe, dove si legge: «Una nube svanisce e se ne va, così chi scende al regno dei morti più non risale». Anche nel libro di Qoèlet non si trova traccia di una speranza post mortem: «Una medesima sorte tocca a tutti e per di più il cuore degli uomini è pieno di male e la stoltezza dimora in loro mentre sono in vita. Poi se ne vanno tra i morti».
Tutto fa ritorno alla polvere e «non si suppone alcuna vita dopo la morte», rilevano gli autori, secondo i quali «nel suo insieme l’Antico Testamento insiste più sul valore della vita presente con la morte come orizzonte che su un’altra vita nell’aldilà, dal momento che lo sheol corrisponde a una condizione larvale». Una concezione non dissimile da quella prevalente nel mondo greco e differente dalle civiltà egizia, mesopotamica e persiana ad esempio.
L’idea di risurrezione nel mondo ebraico come accennato compare nella seconda metà del II secolo a.C, ad esempio nel Libro di Daniele, nei Maccabei e in Siracide. Quest’ultimo afferma che «chi teme il Signore avrà un esito felice, nel giorno della sua morte sarà benedetto». Nel libro di Daniele, datato verso il 164 a.C., appare una delle prime attestazioni della fede nella risurrezione: «Molti di quelli che dormono nella regione della polvere si risveglieranno». Quello di Daniele può essere definito “un’apocalisse storica” ed è stato inserito nel canone biblico a differenza di altri libri apocalittici come quelli di Enoc.
E veniamo al Nuovo Testamento, che costituisce una novità indubbia cambiando sensibilmente la concezione dell’aldilà che si era sviluppata nell’ebraismo e nelle altre civiltà. La speranza cristiana nella risurrezione si manifesta immediatamente e le prime comunità, che attendono la parusìa come vicina, sono certe del giudizio finale, della fine dei tempi e del ritorno di Cristo. Nei Vangeli, nelle lettere di Paolo e di Pietro si esprime questa certezza in varie maniere, anche se poi occorreranno secoli perché la dottrina della Chiesa si perfezioni – si pensi al concetto di purgatorio. Si legge nella Seconda lettera ai Tessalonicesi: «Noi, che viviamo e che saremo ancora in vita alla venuta del Signore, non avremo alcuna precedenza su coloro che sono morti. Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, che viviamo e che saremo ancora in vita, saremo rapiti insieme con loro nelle nubi, per andare incontro al Signore in alto, e così per sempre saremo con il Signore». Ma Gesù stesso nella parabola del povero Lazzaro e del ricco epulone fa intendere che prima della risurrezione finale ci sarà per ciascuno un giudizio immediato dopo la morte. Fra i numerosi altri esempi riportati, il volume ricorda anche le parole rivolte al buon ladrone sulla croce e la risurrezione di Lazzaro.
Rileggendo i Vangeli, le lettere di Paolo e l’Apocalisse, i due autori possono affermare che «ormai la morte fisica, con il suo corteo di malattie, di handicap, di disumanizzazione, di dolori e di lacrime può ben perdurare, ma è arrivato il tempo in cui essa non ha più l’ultima parola». La liberazione dalla paura della morte e la fede nella risurrezione furono infatti le cause principali della conversione del mondo antico al cristianesimo.
R. Righetto, in
Avvenire. Gutenberg 30 gennaio 2026, 8-9